Ulteriori notizie su l'Accademia — Proposte d'alcuni miglioramenti
fatte dall'autore ed onorevolmente accolte.
Io m'intertenni qualche tempo nella camera de' _progettisti_ politici,
ma non ci ebbi gran gusto; que' professori, a mio avviso, aveano
perduto affatto il giudizio, nè vi è cosa che mi metta maggiore
malinconia della presenza dei pazzi. Quegli sfortunati accademici
stavano consultandosi su i modi di persuadere i reggitori dei popoli
ad avere per norma la saggezza, la capacità, la virtù nel farsi degli
uomini dotati di tali prerogative i loro favoriti;[35] a volere che le
mire de' loro ministri sieno volte soprattutto al pubblico vantaggio;
a ricompensare il merito, le eminenti abilità, i rilevanti servigi
prestati alla patria; a far conoscere agli eredi presuntivi del trono
che l'interesse del regnante è una cosa sola con quello del suo popolo;
a dare gl'impieghi alle persone capaci di sostenerli, ed altre strambe
impossibili chimere che non erano mai saltate nella testa di nessun
uomo, e che mi confermarono la giustezza di quel vecchio adagio: _Non
v'è stramberia o irragionevole cosa che qualche filosofo non abbia
voluto far passare per vera_.
Nondimeno so rendere bastante giustizia ad una frazione di questa
accademia per riconoscere che non tutti i membri di essa erano
così visionari. Vi trovai un dottore di molto ingegno che parea
perfettamente versato nella natura e nel sistema d'ogni governo.
Questo illustre personaggio aveva utilmente impiegati i suoi studi
nella ricerca di efficaci rimedi contra le malattie e corruttele cui
soggiacciono i diversi rami di pubblica amministrazione, sia in forza
dei vizi e delle infermità de' governanti, sia per la mala voglia
di chi ha l'obbligo di obbedire. Per darvi un saggio del suo modo di
ragionare, egli partiva dal principio ammesso da tutti gli scrittori
e filosofi, che vi è una stretta universale somiglianza tra il corpo
animale ed il politico. «Può dunque, egli diceva, esservi una cosa
più evidente di quella che la salute di entrambi i corpi debba essere
conservata, le malattie di entrambi curate con le stesse ricette?
È cosa generalmente riconosciuta che i senati, le grandi assemblee
sono spesse volte travagliate da troppa abbondanza, da bollimento ed
altri vizi d'umori; da molti mali di capo, e più spesso di cuore; da
forti convulsioni, e gran contrazioni di nervi in entrambe le mani,
ma specialmente nella mano destra; da mali di milza, flati, capogiri o
deliri, scrofole e tumori, rutti acetosi ingrati anche ai vicini, fame
canina, e tant'altri morbi che non c'è bisogno di rammemorare. Questo
dottore pertanto proponea che, ad ogni tornata di senato, un certo
numero di medici intervenisse alle tre prime sessioni, e al terminar
di ciascuna tastassero il polso a cadaun senatore; poi, dopo essersi
consultati ed avere maturamente ponderata la natura delle singole
malattie ed i metodi per curarle, si presentassero nel quarto giorno
alla sala delle adunanze, accompagnati da un conveniente numero di
speziali proveduti degli opportuni rimedi. I senatori non avrebbero
potuto sedersi se prima questi famigli d'Esculapio non avessero
amministrato ad ognun d'essi o lenitivi, o aperienti, o astergenti o
corrosivi, o restringenti, o palliativi, o lassativi, o cefalici, o
itterici, o pituitosi, o acustici, secondo i casi, ed a proporzione
degli effetti de' remedi stessi sarebbero stati ripetuti od omessi
nella prossima sessione.
Un simile espediente, non infinitamente dispendioso al pubblico
erario, sarebbe, secondo il mio debole parere, d'un grande vantaggio
per isbrigare gli affari in que' paesi, ove i senati hanno qualche
parte nel potere legislativo; perchè condurrebbe presto l'unanimità,
accorcierebbe le discussioni, aprirebbe molte bocche che ora stanno
chiuse, molte ne chiuderebbe le quali non ci sarebbe bisogno che
rimanessero tanto tempo aperte, frenerebbe la petulanza de' giovani,
correggerebbe la pedanteria de' vecchi, desterebbe gli stupidi, farebbe
sbassar la cresta agli arroganti.
In oltre, quel dottore, avendo udito molte querele su la corta o debole
memoria di certi magistrati, avea proposto che chiunque si presentava
all'udienza d'uno di questi, dopo avergli esposto il proprio caso con
succinte e schiette parole, gli desse nel partirsi da lui o una tirata
di naso, o un gentile calcio nel ventre, o vero gli pestasse su i calli
de' piedi, o anche lo salutasse con una strappatina ad entrambe le
orecchie o con un pizzicotto che gli lasciasse il nero sul braccio, o
finalmente conficcandogli uno spillo nelle natiche, e ad ogni giorno,
al momento del suo levarsi, gli ripetesse il medesimo complimento
finchè la sua domanda fosse esaudita o con buoni motivi ricusata.
Questo stesso dottore avrebbe voluto che ciascun senatore, dopo avere
in pieno consiglio nazionale data e sostenuta con quanti argomenti
credeva opportuni la sua opinione, fosse obbligato a dare il suo
voto affatto contrario alla medesima: gli sembrava che, adoprando un
tal metodo, le risoluzioni degli affari sarebbero sempre tornate a
vantaggio del pubblico.
Ove le discordie delle parti fossero portate ad un'estrema violenza
in uno stato, quel mio dottore suggeriva un ammirabile specifico. Per
fare a suo modo, avrebbe bisognato prender su un centinaio di capi
fazione così d'una banda come dall'altra, ed appaiare quelli le cui
teste fossero state all'incirca di uno stesso calibro; chiamar quindi
due abili operai i quali segassero ad un tempo gli occipizi d'ogni
due di loro con tal arte che ciascun cervello rimanesse diviso in
parti eguali, poi fare un cambio tra le parti segate nel tornarle ad
applicare alle parti rimaste intatte d'ognuno dei due. Se vogliamo,
l'operazione pare un tantino arrisicata; ma quel professore mi assicurò
che ove venisse fatta a dovere, era una cura d'effetto infallibile. La
sua argomentazione era questa: «Quando avrete fatto che due cervelli
discutano quistioni fra loro, imprigionati entro una medesima zucca,
credete pure che verranno presto d'accordo; e ne nascerà quella
moderazione e regolarità di pensamenti tanto desiderabili in coloro
che s'immaginano non dover prevalere nel mondo altro partito fuor
quello posto da essi;» e circa poi alla differenza de' cervelli, sia in
quantità o qualità, lo stesso dottore ne assicurò che, trattandosi di
capi fazione, è proprio una differenza da nulla.
Fui ascoltatore d'un caldissimo dibattimento fra due professori, che
ventilavano la quistione sul modo più comodo ed efficace di far danari
in uno stato col minor possibile aggravio de' sudditi. Un di loro
sostenea che la pratica più sicura sarebbe stata quella di tassar gli
uomini su i loro vizi e pazzie, facendo, per tener sempre le vie più
blande, eseguire la stima ed il riparto della tassa dai caritatevoli
vicini dell'uomo da tassarsi. Il secondo poi era di un parere affatto
contrario; volea si assogettassero a tassa quelle qualità di mente
o di corpo in cui ciascuno si crede eminente, crescendo o sbassando
la tassa giusta i gradi dell'eminenza determinati prima di sapere
di essere tassati da coloro stessi che si giudicavano possessori di
simili pregi. La più alta tassa dovea cadere su gli uomini che più si
millantavano favoriti dell'altro sesso, e le proporzioni del tributo
venir regolate sul numero e la natura dei favori ottenuti[36], usando a
questi l'agevolezza di fidarsi alla loro parola. Lo spirito, il valore,
la cortesia venivano in appresso fra le cose più soggette a tassa,
e qui pure dovevano essere creduti in parola coloro che vantavano
tanti pregi. Non così era dell'onore, della giustizia, della saggezza,
della dottrina, qualità che si sarebbero sottratte alla tassa, perchè
nessuno le volea riconoscere nel suo vicino, e le riconosceva tanta
in sè stesso, che si sarebbe vergognato a vantarsene. Anche le donne,
in sentenza del secondo opinante, avrebbero dovuto soggiacere a tassa
da stabilirsi sul ragguaglio della loro avvenenza e dell'abilità loro
nell'acconciarsi; ma non si parlava della loro costanza, castità, retto
discernimento e sincerità, per lo stesso motivo onde sfuggivano alla
tassa rispetto agli uomini l'onore, la giustizia, la saggezza e la
dottrina.
Un altro professore mi mostrò un'estesa memoria d'istruzioni sul
modo di scoprire ogni trama macchinata contro al governo. Veniva ivi
suggerito ai grandi statisti di esaminare i cibi di tutti gl'individui
caduti in sospetto, d'indagar l'ora in cui si mettevano a tavola, di
procurar di sapere se coricandosi giaceano piuttosto su d'un fianco o
su l'altro, e se a far monda qualche parte del loro corpo si valeano
della mano destra o della sinistra; di farne scandagliar bene gli
escrementi, il colore, l'odore, il sapore, la consistenza, la maggiore
o minore lor concozione per formare un retto giudizio su i disegni
dell'evacuante, perchè si avea veduto coll'esperienza che gli uomini
non sono mai così seri, cogitabondi a ciò che fanno, come quando si
trovano a certa sedia che non è la sedia curule; e citava sè stesso
ad esempio; avea pensato, così in via di prova, qual sarebbe stata la
via più presta di disfarsi d'un qualche alto personaggio la cui vita
lo incomodava, e trovò il proprio sterco divenuto verde; di tutt'altro
colore quando avea, sempre in via di prova, divisato di far nascere
soltanto una sollevazione.
Tutta la predetta dissertazione, scritta con grande acutezza, contenea
molte osservazioni singolari ed utili ad un tempo ai politici; pure
capii che ci mancava ancor qualche cosa, onde m'arrischiai dirlo al
suo autore ed esibirmi a farvi alcune piccole aggiunte. Accoltasi da
questo la mia proposta con maggiore affabilità di quanta siamo soliti
trovare negli altri scrittori, massime se appartengono alla classe dei
_progettisti_, mi rispose che m'avrebbe ascoltato con tutto il piacere.
— «Sappiate dunque, gli dissi, che nella metropoli del regno di
Trebnia[37], chiamata dai nativi Langden[38], ove durante i miei
viaggi mi sono fermato per qualche tempo, la massa del popolo è tutta
d'una stampa, è tutta quanta composta d'indagatori, di testimoni, di
relatori, di giuratori, tutti protetti, tutti regolati, tutti spesati
dai ministri di stato e dai loro deputati. Le congiure di quel regno
sono per l'ordinario altrettante manifatture dirette da questi signori,
i quali si prefiggono ora d'ingagliardire il credito in cui sono
di profondi politici, ora di trovar pretesti per dare maggior forza
all'amministrazione che ha un po' del fesso; ora di soffocare, o di
dargli divagamenti, al mal umore che è generale; ora di colmare le
proprie casse a furia di fabbricare tradimenti; ora di alzare, ora di
sbassare il credito pubblico; in fine di ottener quell'intento che,
secondo i casi, torna meglio al privato loro interesse. Primieramente
sono convenuti e stabiliti fra loro i nomi degl'individui che hanno
ad essere accusati di una congiura; poi tosto non si perde tempo nel
sequestrare tutte le loro lettere e carte e nel mettere gl'imputati in
prigione. Queste carte vengono consegnate ad una certa razza d'artisti,
abilissimi nel trovar fuori misteriosi significati a loro modo ad ogni
parola, sillaba e lettera;
per darvene un'idea, vi spiegheranno che una seggetta
ha da voler dire _consiglio privato_;
un branco d'oche, _senato_;
un cane zoppo, _un invasore_[39];
la peste, _un esercito allestito_;
uno scarafaggio, _il primo ministro_;
la gotta, _un dignitario della chiesa_;
una forca, _un segretario di stato_;
un pitale, _una giunta di grandi del regno_;
uno staccio, _una dama di corte_;
una scopa, _una rivoluzione_;
una trappola da sorci, _un impiego_;
un pozzo senza fondo, _il tesoro dello stato_;
una cloaca, _un cuore_;
una berretta con sonagli, _un favorito_;
una canna rotta, _un tribunale di giustizia_;
una botte vuota, _un generale_;
una piaga aperta, _l'amministrazione_.
— Se questo metodo sbaglia, ne hanno due altri meglio efficaci che i
più dotti fra questi artisti chiamano acrostici, o anagrammi. Col primo
danno un significato politico a tutte le iniziali grandi.
Così per loro la lettera N significherà una congiura;
B un reggimento di cavalleria;