L'autore si congeda da Laputa, viene trasportato a Balnibarbi.
— Suo arrivo alla città capitale della nuova contrada. —
Descrizione di questa e de' paesi circonvicini. — Ospitalità
concessa da un distinto personaggio all'autore. — Intertenimento
che entrambi ebbero fra loro.
Quantunque io non possa lagnarmi di avere ricevuti mali trattamenti
a Laputa, pure son costretto confessare di essermi veduto assai
trascurato, e non senza qualche apparenza di disprezzo per la mia
persona; perchè nè il principe nè il popolo si mostravano curiosi in
nessun ramo di umane nozioni, tranne la matematica e la musica, nella
parte meramente teorica, delle quali facoltà io era di gran lunga
inferiore ad essi, e per conseguenza avuto in pochissimo conto.
Per altra parte, avendo io già veduto tutte le singolarità dell'isola,
sospiravo l'ora di andarmene, ed ero stanco di tutto cuore del
consorzio di quella gente. Certo erano eccellenti in due professioni
per le quali ho tutta la stima ed alle quali non sono nemmeno
straniero; ma erano sì astratte, sì involute le loro contemplazioni,
ch'io non mi sono mai scontrato in compagnie meno simpatiche delle
loro; laonde io non ho propriamente conversato se non con donne,
mercanti, pazzi di corte, _climenos_ (sapete che questi sono i
galantuomini dalle vesciche) ne' due mesi del mio soggiorno a Laputa,
benchè nemmeno queste classi avessero per me maggiore stima dell'altre,
ma in fine erano le sole dalle quali potessi ottenere risposte che
avessero un po' di senso comune.
Ancorchè fossi giunto, a furia d'improbo studio, ad un buon grado di
conoscenza nel loro linguaggio, io era stanco, ammorbato di vivere in
un paese ove mi si faceva così poca cera, onde risolvei abbandonarlo
alla prima occasione che me ne capitasse.
Viveva alla corte un gran personaggio, prossimo parente del re, e
rispettato per questo solo motivo; chè del resto lo consideravano per
l'uomo più stupido ed ignorante fra quanti aveano soggiorno nell'isola.
Certamente avea resi segnalati servigi alla corona; possedea
doti d'ingegno e naturali e acquistate collo studio, era in oltre
integerrimo e pien d'onore, ma d'un orecchio sì disarmonico che i suoi
detrattori lo accusavano d'averlo sorpreso più d'una volta in false
battute di musica, e si voleva in oltre che i suoi istruttori avessero
durato grande fatica a fargli entrare in capo i teoremi elementari
della geometria. Questo personaggio adunque si era degnato, in più
d'un incontro, di darmi contrassegni del suo favore; m'avea più volte
onorato delle sue visite e si mostrava desiderosissimo di conoscere gli
affari dell'Europa, le leggi, i costumi, il tratto e il grado di sapere
delle diverse contrade ove io aveva viaggiato. M'ascoltava su questi
argomenti con grande attenzione e faceva sensatissime osservazioni
su quanto io gli andava esponendo. Aveva anch'egli, ma sol per lusso
e formalità, i suoi due ufiziali dalle vesciche, senza per altro
servirsene fuorchè a corte e nelle visite di etichetta, anzi mandandoli
sempre fuor della stanza quando ci trovavamo insieme.
Supplicai pertanto questo illustre personaggio a farsi mio intercessore
presso sua maestà affinchè ottenessi la licenza di partire dall'isola;
nel che riuscì, com'ebbe la gentilezza di esprimersi, _con suo grande
rincrescimento_, e bisogna che lo dicesse di buona fede perchè mi fece
diverse vantaggiosissime offerte, ch'io nondimeno ricusai non senza
espressioni della mia più alta riconoscenza.
Ai 16 di febbraio, mi congedai da sua maestà e dalla corte. Il re mi
fece un dono in danaro che equivarrebbe fra noi a dugento sterlini, ed
il mio proteggitore, parente come dissi del re, mi regalò molto di più
dandomi in oltre una lettera di raccomandazione per un suo amico di
Lagado, metropoli di Balnibarbi. L'isola in allora bilanciandosi sopra
una montagna distante all'incirca due miglia di lì, ci venni calato
dall'ordine più basso di logge nella stessa maniera onde fui due mesi
prima tirato su.
Tutto quanto il continente soggetto al monarca dell'Isola Galleggiante
viene denominato _Balnibarbi_, e la sua metropoli, l'ho già
detto, _Lagado_. Il trovarmi in terra ferma portò qualche sorta
di soddisfazione al mio cuore. M'avviai alla città capitale senza
imbarazzo, vedendomi finalmente vestito all'usanza a un dipresso di
que' nativi e bastantemente istrutto nella lingua per conversare
con essi. Non tardai a trovare la casa del personaggio cui venivo
raccomandato dal suo amico, grande di prima classe dell'Isola
Galleggiante, e presentatagli la mia commendatizia, ne fui accolto
colla massima cortesia. Questo ragguardevole personaggio mi fece tosto
apparecchiare un appartamento in sua propria casa ove continuai,
durante la mia permanenza, ad essere trattato con la più cordiale
ospitalità.
Nella mattina successiva al mio arrivo, mi condusse nella sua carrozza
a vedere la città, grande la metà presso poco di Londra, ma le case
della quale erano strambamente fabbricate, e molte di esse in rovina.
Il popolo correa velocemente per le strade, avea cere stralunate, occhi
come incantati ed era vestito, la maggior parte, di stracci. Andati
fuor d'una porta della città e trovata dopo tre miglia quasi di corsa
l'aperta campagna, vidi parecchi contadini che lavoravano la terra con
diverse sorte di stromenti nuovi per me, ma non fui buono di capire che
cosa stessero facendo, e nemmeno ch'eglino si prefiggessero di avere
un ricolto di grano o di fare un prato, benchè la natura del suolo si
mostrasse fertilissima. Non potei rattenere il mio stupore alla vista
di sì strane apparenze che mi ferivano gli sguardi ne' campi, come poco
prima nella città; laonde mi presi la libertà di pregare l'illustre mia
guida a volermi spiegare in che fossero affaccendate tante teste e mani
e faccie da me vedute così allora come prima di uscire della città,
perchè gli confessai ingenuamente di non capir niente affatto che buoni
effetti si aspettassero da tutto quell'affaticarsi, tanto più, non gli
tacqui ciò, ch'io non avea mai veduto terreni peggio coltivati, case
più male architettate e più rovinose, e un popolo le cui fisonomie ed i
vestiti esprimessero maggiore miseria e bisogno di tutte le cose.
Il signor Munodi (tale era il nome del mio ospite), personaggio come
potete credere di primo ordine, era stato alcuni anni governatore
di Lagado, ma in forza d'una cabala ministeriale fu licenziato per
imputatagli dappocaggine. Ciò non ostante, il re continuava a trattarlo
con affezione ed a riguardarlo come un uomo pieno di buona volontà, ma
d'un intelletto affatto meschino.
Udita quella mia libera censura del paese e degli abitanti, non mi
diede altra risposta che questa:
— «Voi non siete ancora rimasto fra noi il tempo bastante per istituire
un giudizio. Sapete bene che le differenti nazioni del mondo hanno
costumanze ancor differenti», ed aggiunse altri luoghi topici di simil
natura.
Nondimeno poichè fummo tornati al suo palazzo, mi chiese:
— «E questa fabbrica come vi piace? Quali stramberie avete trovato, che
avete a ridire sul vestito o la cera de' miei servitori?»
Non rischiava nulla nel farmi una simile interrogazione, perchè
veramente la magnificenza, la regolarità e la mondezza regnavano in
ogni parte della sua casa.
— «La saggezza, risposi, le belle doti e la ricchezza di vostra
eccellenza hanno resa la sua casa immune da que' difetti che
l'idiotaggine e la miseria hanno prodotti negli altri edifizi.
— «Se un di questi giorni, egli soggiunse, verrete con me alla mia
casa di villeggiatura che domina i miei fondi, ed è distante di qui una
ventina di miglia, avremo maggior agio a tal genere di conversazione.
— «Io sono sempre disposto ai comandi di vostra eccellenza, risposi, e
secondo questo concerto partimmo per la campagna la mattina dopo».
Lungo il cammino, mi fece notare i diversi metodi praticati da que'
fittaiuoli nel governo de' loro terreni, cose tutte che mi faceano
stordire, perchè, eccetto alcuni pochi luoghi, non mi veniva fatto
di scoprire una sola spica di grano o un sol filo d'erba. Ma dopo tre
ore di corsa la scena fu affatto cangiata; entrammo in un bellissimo
paese ove le case de' fittaiuoli, in poca distanza l'una dall'altra,
erano decentissimamente fabbricate e begli spazi di terreno chiusi
contenevano e vigneti e campi ricchi di messe e praterie; in somma
non mi ricordo di avere mai veduta in mia vita una prospettiva tanto
ridente. Sua eccellenza accortasi che mi si schiariva un poco la faccia
a tal vista, mi disse mettendo un sospiro:
— «Qui cominciano i miei fondi, e li vedrete tutti così, finchè
s'arrivi alla mia abitazione; ma i miei concittadini mi mettono in
ridicolo e mi disprezzano, perchè dicono che amministro male le mie
sostanze, e che do uno scandaloso esempio a tutto il reame; benchè
per verità pochissimi lo seguono fuor d'alcuni che si guadagnano,
come me, i predicati d'uomini di due secoli addietro, d'imbecilli, di
pusillanimi e che so io?»
Arrivammo finalmente all'abitazione di sua eccellenza, costruzione
nobilissima e fabbricata secondo le migliori regole dell'architettura
degli antichi; le fontane, i giardini, i viali e i boschetti ne erano
disposti con esatte proporzioni e gusto squisito. Io tributava le
debite lodi a quante cose ivi io vedea, ma sua eccellenza non mostrava
avvedersene; sol la sera, terminata la cena, e non essendovi alcun
terzo che gli desse soggezione mi disse con cera malinconica:
— «Ho ben paura che dovrò fra poco atterrare le mie case tanto di città
quanto di campagna per rifabbricarle alla moda d'oggidì; che dovrò
distruggere tutte le mie piantagioni e ridurle alla forma moderna
che l'uso domanda, dando istruzioni simili ai miei subordinati,
se non voglio tirarmi addosso la taccia d'uomo superbo, singolare,
vanaglorioso, ignorante e capriccioso, e aumentare forte il mal umore
che sua maestà ha concepito verso di me. Cesseranno o certo scemeranno
gli stupori che siete andato manifestandomi sin qui, poichè vi avrò
informato di alcune particolarità delle quali probabilmente non vi
sarà mai stato parlato alla corte; perchè que' signori son troppo
immersi nelle loro speculazioni astratte per sapere che cosa passa
quaggiù[29]».
La conclusione del suo discorso si riduceva a spiegarmi come da
quarant'anni certi individui da Balnibarbi portatisi nel regno
superiore di Laputa o per affari o per divertimenti, e tornatine
addietro con un po' d'ìnfarinatura delle matematiche, ma pieni la
testa di spiriti volatili acquistati in quelle aeree regioni, come
questi individui al loro ripatriare avessero principiato ad avere
a schifo ogni cosa di quaggiù e ad ideare divisamenti per ridurre
ogn'arte, scienza, lingua e meccanica ad un novello sistema. A tal fine
costoro, giusta quanto mi disse il mio narratore, si procurarono una
regia patente per istituire un'accademia di _progettisti_ in Lagado;
ed il loro umore prevalse sì fortemente nella popolazione che non vi
fu più una città di qualche importanza nel regno la quale non volesse
avere la sua accademia. Ne' collegi dipendenti da queste accademie, i
professori inventarono nuovi metodi di coltivazione e di costruzione
e nuovi stromenti per ogni sorta di mestieri e di manifatture. Per
chi badasse loro, un uomo solo arriverebbe a poter fare il lavoro di
dieci uomini[30]; un palazzo ad essere fabbricato in una settimana
e ciò non ostante riuscire di una saldezza da durare in eterno senza
alcun bisogno di restaurazione. Tutti i frutti della terra verrebbero
a maturità in qualsivoglia stagione piacesse averli, e crescerebbero
ad una mole cento volte maggiore di quella che presentano oggidì,
e s'avrebbero innumerabili altri vantaggi di questa natura. Il solo
inconveniente è che nessuno finora di tali divisamenti è andato a buon
termine; e che intanto l'intero paese è in preda al più deplorabile
guasto, tutte le cose sono in rovina, ed il popolo non sa più di che
cosa cibarsi o coprirsi. Da tutte le quali cose, in vece di essere
scoraggiati, sono anzi spinti a dedicarsi con una intensione cinquanta
volte maggiore ai loro disegni, gl'induca a ciò la speranza o la
disperazione. «Quanto a me, mi diceva il mio illustre ospite, non
mi sento dotato di tutto questo spirito intraprendente; contento di
tenermi alle forme antiche, resto nelle case che i miei maggiori hanno
fabbricate, e fo com'essi facevano in tutti i particolari della mia
vita, senza pensare e tante innovazioni; alcuni pochi del mio grado
hanno seguito il mio esempio, ma siamo tutti veduti di mal occhio e
sprezzati come nemici dell'arti, ignoranti, e persin cattivi e fatali
alla pubblica prosperità, perchè preferiamo i nostri comodi e le
inspirazioni della nostra infingardaggine al miglioramento generale del
nostro paese».
— «Ma, continuò sua eccellenza, non voglio coll'intertenermi più a
lungo su queste particolarità anticiparvi il piacere che avrete di
sicuro quando visiterete la grande accademia che voglio assolutamente
vediate appena saremo tornati in città. Or soltanto mi basta farvi
osservare le rovine che si vedono là su l'altura di quel monte lontano
circa tre miglia da noi. Dovete sapere ch'io aveva una volta un
conveniente mulino non distante più d'un mezzo miglio da casa mia,
fatto girare dalla corrente di un grosso fiume e bastante agli usi
non solo della mia famiglia ma di quelle de' molti miei contadini e
subalterni. Sette anni fa, una banda di questi _progettisti_ venne a
farmi la proposta di atterrare il mio mulino per fabbricarne un altro
là su la lunga cresta delle montagne che vi ho indicata, nella quale
bisognava primieramente tagliare un canale per condurci l'acqua dalla
pianura a furia di trombe e di macchine, e tutto il gran vantaggio di
questa bella operazione consisteva in ciò, che l'acqua portata fin
lassù essendo obbligata a scendere per un ripido declivo, il mulino
verrebbe mosso da una massa di fluido minore di quanta ne contiene un
grosso fiume posto ad un livello più uguale.
Che volete? In allora io era piuttosto in disfavore presso la corte;
molti miei amici mi stimolavano ad aderire alla proposta, aderii. Dopo
avere per due anni impiegati cento uomini in questo lavoro, l'impresa
andò a male; i _progettisti_ ne desistettero, lasciandone tutto il
biasimo su le mie spalle e burlandosi in appresso di me. Ciò non
ostante, trovarono altra buona gente cui proporre imprese simili con le
stesse promesse e sempre con uguale buon successo».
Fra pochi giorni fummo di ritorno alla città. Sua eccellenza
pensando al tristo concetto in cui l'accademia lo tenea, non volle
accompagnarmi in persona, ma affidò ad un amico suo questo incarico
facendomi annunziare come un grande ammiratore d'ogni nuovo tentativo,
curiosissimo ed altrettanto facile a credere. Nè sua eccellenza
s'ingannava nella totalità, perchè da vero sono stato un grande
_progettista_ in mia gioventù.