Fare ed inclinazioni de' Laputiani. — Loro cognizioni. — Il re e
la sua corte. — Accoglienza fatta all'autore. — Crucci e paure di
quegli abitanti. — Donne di Laputa.
Appena messo piede nell'isola, fui attorniato da una folla di popolo,
ma quelli che mi stettero più da presso sembravano persone di maggior
conto. Essi mi contemplarono con tutti i contrassegni dello stupore,
e in questa parte io non restava certamente al di sotto di essi, che
non ho mai veduta una razza di viventi più stravagante nelle forme,
negli abiti e nel modo di contenersi. Le loro teste erano tutte
inclinate, qual su la destra, quale su la sinistra; uno de' loro occhi
vólti all'ingiù, l'altro voltato all'insù, guardava direttamente
il zenith[27]; i vestiti al di fuori adorni d'immagini di soli, di
lune e di stelle, frastagliate da figure di violini, flauti, arpe,
trombe, chitarre, arpicordi, oltre a molti altri stromenti di musica
sconosciuti fra noi in Europa. Osservai qua e là parecchi individui
vestiti in divisa di servitori, ciascun dei quali portava in mano una
vescica gonfia, legata, come i coreggiati da battere il grano, alla
punta di un bastone. Entro ognuna di tali vesciche stava una piccola
quantità di ceci secchi o di sassolini, come lo seppi più tardi. I
servi proveduti di tali vesciche vanno per intervalli percuotendo la
bocca e le orecchie di quelli che sono vicini ad essi, pratica della
quale io non potei su l'istante concepire il significato.
Sembra essere le menti di que' popoli tanto assorte in intense
speculazioni, che nè possano parlare nè badare ai discorsi degli altri,
se qualcuno non li desta con qualche atto esterno operato su gli organi
della parola o dell'udito: per ciò le persone abili a sostenere questa
spesa hanno sempre fra le persone di lor famiglia un battitore (la
parola tecnica è _clinemole_) in qualità di servo, nè senza un tal
servo camminano attorno o vanno a far visite. L'incarico del predetto
ufiziale si è, allorchè due o tre persone si trovano in compagnia,
battere gentilmente con la sua vescica la bocca di quello che dee
parlare e l'orecchio di quello o quella cui l'oratore è per volgere
la parola. Il servo battitore ha parimente l'obbligo di accompagnare
il padrone nelle sue passeggiate e, secondo le occorrenze, menargli
un lieve colpo di vescica su gli occhi, perchè è desso tanto immerso
nelle sue meditazioni, che è sempre nel manifesto pericolo di cadere
affondato in un precipizio o di dar della testa in tutti i pilastri,
o vero, lungo le strade, di urtare altri o d'essere urtato da altri
dentro un canale.
Importava l'anticipare queste notizie al mio leggitore, altrimenti si
sarebbe trovato nell'imbroglio, non meno di quanto lo era stato io,
per indovinare che cosa avessero per la testa quei galantuomini quando
mi conduceano per quelle gradinate sino alla cima dell'isola e di lì
al palazzo del re. Mentre salivano, accadea loro di volta in volta il
dimenticarsi che cosa stessero facendo, onde mi lasciavano abbandonato
a me stesso, finchè i lor battitori non aveano tolte da quel letargo le
loro memorie; chè del resto non recavano ad essi la menoma curiosità
o meraviglia nè la foggia straniera del mio vestire nè il mio fare
diverso dal loro nè le grida messe dal volgo, le cui menti erano
assorte in minori meditazioni al vedermi.
Entrati finalmente nel palazzo del re, mi trovai con essi nella sala
delle presentazioni, e vidi il re seduto sul suo trono e fiancheggiato
da personaggi di prima sfera. Innanzi al trono stava una tavola piena
di globi e sfere e stromenti matematici di tutte le qualità. Non
parve che sua maestà s'accorgesse menomamente di noi, benchè il nostro
ingresso fosse stato accompagnato da un sufficiente strepito, tanto
era il concorso d'individui attenenti alla corte che la curiosità ci
aveva tratti d'intorno. Ma in quel momento la lodata maestà sua era
tutta immersa con la mente nel meditare un problema, onde ci convenne
aspettare un'ora, sinchè finalmente lo ebbe sciolto. Stavano uno per
banda al monarca due paggi, ciascuno munito della sua vescica, un de'
quali, appena gli parve che il re avesse comodo di darmi udienza, gli
percosse dilicatamente la bocca, mentre l'altro adempiva la stessa
funzione sul suo orecchio destro. Scosso d'improvviso da que' due
picchi e, data un'occhiata a me ed alla mia comitiva, si ricordò
subito del motivo della nostra venuta, cosa di cui lo aveano dianzi
informato. Disse alcune parole, nè ebbe cominciato a pronunziarle, che
già uno de' due paggi venutomi immediatamente a fianco avea percossa
leggermente con la sua vescica la mia destra orecchia, benchè io avessi
fatti quanti cenni seppi per dargli a capire ch'io non aveva bisogno
di quella sveglia; la qual cosa, come seppi da poi, fece concepire
a sua maestà ed all'intera corte una ben trista opinione della mia
intelligenza. Il re, da quanto potei congetturare, mi fece moltissime
interrogazioni alle quali risposi in tutte le lingue che mi erano
note. Poichè fu ravvisata l'impossibilità ch'io intendessi e che fossi
inteso, venni condotto per ordine dello stesso re in un appartamento
del suo palazzo, ove m'aspettavano due servi assegnati a mia
disposizione, perchè quel sovrano si distinguea sommamente da tutti i
suoi predecessori nell'usare ospitalità agli stranieri. Venne imbandito
il mio banchetto, al quale ebbi per commensali quattro personaggi
notabili del paese, i quali io mi ricordava benissimo aver veduti in
grande vicinanza alla persona del re. Avemmo due portate, ciascuna di
tre piatti. Formavano la prima una spalla di castrato ridotta in forma
di triangolo, una fetta di manzo conformata a romboide, una torta fatta
a cicloide; la seconda portata, tutta d'apparenza musicale, presentava
due anitre foggiate a violini, manicaretti che aveano l'aspetto di arpe
e oboè, una punta di petto di vitello che pareva un'arpa. Gli scalchi
nel tagliare il nostro pane gli davano forme variate di coni, cilindri,
parallelepipedi e d'altre figure regolari della geometria solida.
Durante il pranzo, mi feci il coraggio di chiedere ai miei nobili
commensali il nome che diverse cose aveano nel loro idioma, ed essi,
coll'intervento sempre dei loro servi proveduti di vesciche, si
degnavano rispondermi, e si leggea nè lor volti la speranza di eccitare
la mia meraviglia per la loro abilità di scendere al mio livello per
conversare con me. Non andò guari che fui in istato di domandare del
pane, da bere, o altre cose delle quali abbisognassi.
Levata la mensa, que' signori se ne andarono, e venne a trovarmi,
accompagnato dal servo battitore, un altro individuo speditomi dal
re. Questi, che portava con sè carta, penne, un calamaio e due o tre
libri, mi diede a capire per cenni di essere mandato per insegnarmi la
lingua del paese. La nostra sessione fu di ben quattro ore, durante
le quali scrissi giù molte parole in colonna, e contro a ciascuna la
spiegazione di queste in mia lingua. M'ingegnai parimente di ritenere
parecchie corte frasi e scriverle immantinente, al qual fine il mio
precettore ordinava ad uno dei miei servi, ora di andargli a cercar
qualche cosa, ora di moversi in giro, di fare una riverenza, di sedere,
di star fermo, di camminare, e simili. Egli mi mostrò pure in uno
de' suoi libri le immagini del sole, della luna, delle stelle, del
zodiaco, de' tropici, de' circoli polari e molte figure matematiche
piane e solide con le loro denominazioni in lingua laputiana, a canto.
Mi diede in oltre i nomi e le descrizioni di tutti gli stromenti
musicali dell'isola ed i termini generali dell'arte tratti dai sonatori
di ciascun d'essi. Dopo che ci fummo disgiunti, disposi tutte le mie
parole in ordine alfabetico con le loro spiegazioni a fianco di esse.
La parola che corrisponde in lingua europea ad _isola volante o
galleggiante_ è _Laputa_, della qual parola non potei mai conoscere
con sicurezza la vera etimologia. _Lap_ in vecchio disusato linguaggio
laputiano significa _alto_, ed _untuh_ vuol dire governatore, donde,
essi dicono, è derivata la corrotta parola _Laputa_ in vece di
_Lapuntuh_. Confesso che mi garba poco una tale etimologia, a parer
mio stiracchiata. Mi arrischiai offrire a que' dotti una congettura
mia propria. Nel loro linguaggio più moderno _lap_ vuol dire _danze
de' raggi del sole_, e _uted_ corrisponde ad _ala_. Dunque, diss'io
_Laputa_ sarà una specie di _ala del sole_. Non mi ostino per altro in
questa opinione, che unicamente sottopongo al giudizio degl'ingegnosi
miei leggitori.
I regii miei curatori, al vedermi sì mal vestito, mandarono per un
sartore che nella successiva mattina venne a prendermi la misura per
un finimento di abiti. Questo manifattore faceva in ciò le sue cose ben
diversamente dai suoi colleghi d'Europa. Presa prima la mia altezza con
un quadrante, si valse di riga e compasso per rilevare le dimensioni
di ogni piega esterna del mio corpo ignudo, poi tutte le disegnò su la
carta; e sol di lì a sei giorni mi portò i miei abiti malissimo fatti
e tutti sformati a motivo di uno sbaglio trigonometrico occorsogli nel
calcolare una dimensione. Mi consolai non ostante al vedere che tali
equivoci si ripeteano sovente, e che poco ci si badava.
Durante il mio confine necessitato dalla mancanza di vestiti e
prolungato da un incomodo di salute che mi travagliò alcuni giorni,
ampliai grandemente il mio dizionario; onde allorchè tornai a
presentarmi alla corte, fui in grado d'intendere molte fra le cose
dettemi dal re e di dargli una qualche sorta di risposte. Sua maestà
aveva ordinato che l'isola si movesse verso greco (nord-est), e da
levante al punto verticale posto sopra Lagado, che è la metropoli
della terra ferma. Essendo questa ad una distanza di novanta leghe,
il nostro viaggio durò quattro giorni e mezzo; l'isola si movea sì
lentamente ch'io non m'accorgeva menomamente del suo progresso. Nella
seconda mattina di questo viaggio, alle undici ore, il re in persona e
il corteggio della sua nobiltà, de' suoi cortigiani e grandi ufiziali,
muniti tutti de' loro stromenti di musica, sonarono per tre ore senza
pausa di sorta alcuna, che non mi ricordo d'aver mai avute intronate
di più le mie orecchie. Io non sapeva indovinare il motivo di questo
straordinario musicale baccano, ma me lo spiegò il mio precettore.
«Avete a sapere, egli mi disse, come i miei concittadini abbiano gli
orecchi adatti ad udire la musica delle sfere celesti che si fa sempre
sentire a certi periodi di tempo. Adesso la corte sta eseguendo i pezzi
di tale musica su lo stromento in cui ciascun individuo della stessa
corte è prevalente».
Durante tal nostra gita alla indicata metropoli, sua maestà ordinò che
l'isola si fermasse sopra alcuni villaggi e città di second'ordine,
affinchè la lodata maestà sua potesse ricevere i memoriali de' suoi
sudditi di terra ferma; al qual uopo furono calate giù molte lunghe
funicelle con sassolini legati alle loro estremità. In queste funicelle
gli abitanti da basso infilzavano i loro memoriali, che venivano
diretti all'insù come fila cui degli scolari avessero attaccate le loro
comete di carta. Spesse volte ricevevano dal suolo inferiore e vini ed
altre vettovaglie che venivano tirati su coll'aiuto di carrucole.
Le nozioni da me acquistate per l'addietro nelle matematiche,
aggiugnerò anche nella musica che non m'era del tutto estrania, mi
giovarono grandemente ad impossessarmi della loro fraseologia tutta
attinta ai termini della prima ed alle regole della seconda delle
indicate facoltà. Le loro idee son sempre in connessione colle linee e
colle figure. Vogliono a cagion d'esempio lodare la beltà di una donna,
o anche di qualche animale? chiamano in soccorso i rombi, i cerchi, i
parallelogrammi, le elissi, o altre figure matematiche o delle note
di musica che è qui inutile il ripetere. Trovai nella regale cucina
foggiati con questa norma tutti gli stampi di cui si valgono i cuochi a
preparare le vivande per la mensa di sua maestà.
Le loro case son malissimo fabbricate, le mura di sghembo; non c'è
un angolo retto ne' loro appartamenti, e tutto deriva dal disprezzo
in cui tengono la geometria pratica, che sembra loro arte triviale
ed ignobile; onde le istruzioni da essi date agli artigiani son così
astruse per gl'intelletti di questi, che pigliano equivoci e commettono
spropositi a tutto pasto. Finchè si tratta di scarabocchiare linee
sopra un pezzo di carta, que' signori, se vogliamo, sono ingegnosi
abbastanza; ma ponete nelle loro mani una riga, un compasso, un
pennello, metteteli anche agli atti i più comuni e solidi della vita,
non ho mai conosciuto gente più goffa, più stupida, più mal destra,
nè sì lenta o mal sicura in concetti d'ogni altro genere che non
sia matematica pura, o musica. Non potete immaginarvi de' peggiori
ragionatori, nè più fatalmente caparbi della loro opinione ove non
avvenga che l'opinione da essi sposata sia la vera, il qual caso è
rarissimo. Immaginazione, fantasia, invenzione sono cose estranie
per essi, nè hanno parole nella loro lingua che ne esprimano il
significato, perchè le loro idee non vanno al di là della parte
meramente pedagogica delle facoltà dianzi menzionate.
Molti fra essi, quelli soprattutto che si dedicano al ramo astronomico,
hanno gran fede nell'astrologia giudiziaria, benchè si vergognino
confessarlo pubblicamente. Ma un fatto degnissimo d'ammirazione, e
tale da sembrar quasi incredibile, si è la forte passione che hanno per
tutto quanto concerne la politica del loro paese, la curiosità continua
in essi di ogni affare del governo, la mania di profferire giudizi
nelle materie di stato e di cimentarsi, disputando loro palmo a palmo
il terreno, con tutte le sette politiche. Per dir vero ho notata la
medesima inclinazione presso molti fra i matematici che ho conosciuti
in Europa, benchè io non abbia mai saputo scoprire la menoma analogia
fra queste due scienze, ove mai tal razza d'individui non s'immagini
che, siccome i minori circoli hanno altrettanti gradi quanti ne hanno
i massimi, non vi voglia per regolare il mondo maggiore abilità di
quanta ce ne vuole a voltare un globo di su in giù; ma io do piuttosto
la colpa di questo difetto ad una comune infermità della natura umana
che ne inclina ad essere più curiosi ed appassionati appunto per quelle
cose di cui c'intendiamo meno ed alle quali meno ci rese adatti il
nostro studio o l'indole del nostro ingegno.
Questi signori in oltre sono in preda a continue inquietudini, che
non lasciano mai un istante di requie alle loro menti; e, qui viene
il bello, queste inquietudini sono d'un genere che dà ben poco o
nessun fastidio a tutto il rimanente del genere umano. I loro travagli
procedono da ogni cangiamento che temono ne' corpi celesti; per
esempio temono che la terra, col continuo avvicinarsi al sole, gli si
accosti poi tanto da rimanerne assorta e inghiottita; altre volte li
prende la paura che la faccia del sole, a gradi a gradi incrostata dal
condensamento de' propri efflussi, cessi finalmente d'illuminare la
terra; pensano la terra essersi poco fa sottratta, come per miracolo,
all'urto della cometa ultimamente comparsa, la quale se la toccava per
un atomo, infallibilmente la inceneriva; si affannano per conseguenza
su quella che secondo i loro calcoli dee comparire di qui a trenta
anni, e che ne farà il tristo uffizio da cui ci siamo per questa
volta salvati; nè possono essere precisi di più i ragionamenti che
convalidano la loro predizione, perchè quando la cometa nel suo perigeo
sarà in quella vicinanza del sole che i giustissimi loro calcoli hanno
stabilita, riceverà un grado di calore mille volte più intenso di
quello d'un ferro rovente, e nello scostarsi dal sole si porterà dietro
una coda infocata, lunga diecimila cento e dieci miglia; rasente la
qual coda se la terra passa ad una distanza sol di centomila miglia
dal _nucleus_, o sia dalla massa principale della cometa, prende fuoco
anch'essa, e la terra fu! Hanno anche un'altra paura, ed è che il sole,
a furia di vibrar raggi, mancandogli finalmente la sostanza da cui
questi raggi vengono alimentati, vada per consunzione e si annichili,
la qual disgrazia porterà seco l'annichilamento della terra e di quanti
pianeti ricevono e luce e calore da lui[28].
Sono sì perpetuamente agitati dalla paura di questi e di simili
sovrastanti pericoli che nè possono dormir quieti sotto i loro tetti
nè trovare alcun diletto nei piaceri e passatempi soliti della vita.
Ogni mattina, appena incontrano qualcuno di loro conoscenza, la prima
interrogazione che gli fanno è su la salute del sole, su la cera che
esso avea nel coricarsi e nel destarsi, su le speranze che si possono
avere di evitare l'urto dell'imminente cometa, imminente di qui a
trent'anni. Ogni qual volta s'intertengono in questi parlari, non si
mostrano niente diversi dai ragazzi i quali vanno matti dietro alle
storie degli spiriti e dei folletti, poi, dopo che le hanno ascoltate
non possono andare in letto dalla paura.
Le donne dell'isola possedono una gran dose di vivacità; disprezzano i
propri mariti, ed hanno una tenerezza straordinaria per gli stranieri,
de' quali ne somministra sempre un copioso numero il continente di
sotto, o vengono per fare il loro torno di servizio alla corte, o
per trattare i negozi delle città e corporazioni cui appartengono, o
chiamati anche dai propri affari privati. Son dessi tenuti in vilissimo
conto dagli uomini dell'isola, perchè mancano infatti delle prerogative
dei Laputiani.
Pure le donne si scelgono fra questi i loro cicisbei; ma v'è una
disgrazia: tali tresche galanti mancano del vezzo del divieto, e nulla
havvi di più comodo e men pericoloso di esse; perchè il marito è sempre
sì immerso nelle sue scientifiche speculazioni, che il cicisbeo e la
sua bella possono intendersela fra loro con la massima famigliarità
anche in faccia del primo, purchè questi sia proveduto di carta e di
quanto è d'uopo per iscrivere, e purchè non abbia a fianco il servo che
porta la vescica.
Le donne maritate e le donzelle si dolgono del loro confino nell'isola,
se bene a mio credere sia questo il paese più delizioso di tutta
la terra, e se bene quivi elleno nuotino nell'abbondanza e nella
magnificenza, nè vi sia chi le impedisca di fare in lungo ed in largo
quello che vogliono. Pure sospirano, dicon esse, di vedere il mondo,
soprattutto di godere gli spassi della metropoli di terra ferma, unica
cosa che alle medesime non è permessa senza una speciale licenza del
re. Nè una tale licenza è si facile ad ottenersi, perchè si è toccato
con mano, e frequenti esempi, massime rispetto alle donne d'alto conto,
lo hanno dimostrato, qual ardua cosa sia il farle tornare dalle terre
basse una volta che ci sieno scese. Mi fu raccontata una storiella
singolare di una gran dama di corte, madre di molti figli; essa era
moglie del primo ministro, il più ricco suddito del regno, personaggio
dotato di bellissimi modi, innamoratissimo di lei, e che vivea nel più
bello fra tutti i palazzi dell'isola. Questa dama dunque, portatasi giù
a Lagado sotto pretesti di salute, vi rimase nascosta parecchi mesi,
quando finalmente il re diede ordine che si cercasse dove ella fosse.
Venne essa trovata in un'abbietta bettola, tutta coperta di cenci,
perchè avea poste in pegno le preziose sue vesti a fine di mantenere un
vecchio schifoso staffiere che la bastonava ogni dì, ed in compagnia
del quale fu sorpresa ben contro sua voglia. Ad onta di tutto ciò, il
marito la ricevè con ogni possibile cortesia, e senza farle il menomo
rimprovero. Che valse? Subito dopo, s'ingegnò tanto che con tutte le
sue gioie fuggì in braccio al suo disonorevole amante, nè d'indi in poi
se ne udì più notizia.
Potrà forse questo racconto passare agli occhi del leggitore per
una storia europea od inglese piuttosto che laputiana. Ma si degni
considerare che i capricci delle donne non sono limitati ad un clima
o paese, e che sono assai più uniformi di quanto alcuno si possa
immaginare.
In capo ad un mese circa, avendo io fatto sufficienti progressi in
quella lingua, fui in istato di rispondere alle interrogazioni del
re ogni qual volta ebbi l'onore di essere ammesso alla sua presenza.
Nelle sue inchieste per altro sua maestà non mi mostrò alcuna sorta di
curiosità su le leggi, il governo, la storia, la religione o i costumi
delle contrade dond'io veniva; restrinse le sue ricerche allo stato
delle matematiche ne' miei paesi, ma accolse le mie risposte con molto
sprezzo, e lasciandosi prender dal sonno, se bene il galantuomo dalla
vescica non si scordasse di picchiargli, se non bastava ad una, a tutte
due le orecchie.