Casi curiosi occorsi all'autore. — Giustizia fatta di un
delinquente. — L'autore dà prova di sua perizia nella
navigazione.
Io me la sarei anche passata bene in questo paese se la picciolezza
della mia statura non m'avesse fatto scopo a diversi scherni ed esposto
a varie piccole molestie che m'accingo a narrare. La prima di queste
mi occorse innanzi che quel paggio nano a voi noto avesse lasciato il
servigio della regina. La Glumdalclitch mi portava spesse volte ne'
reali giardini, entro la mia cassetta più piccola, donde talora mi
pigliava fuori portandomi in mano o ponendomi a terra perchè facessi
un poco di moto. Accadea la seconda di tali cose, quando il paggio ed
io ci trovammo vicini in un boschetto di pomi nani. Non mi potei stare
dal far prova del mio spirito traendone il tema dall'allusione che tra
quelle piante ed i pigmei veniva notata a Brondingnag come in Europa.
Il monello non la volle finita così, ma colto il momento ch'io era
proprio tutto sotto un di quegli alberi, si diede a squassarlo su la
mia testa con quanta avea forza, onde mi sentii rombare all'orecchio
una dozzina di quelle mele grosse ciascuna come una botte di Bristol, e
una di queste, venutami su la schiena, mentre io mi raggricchiava dalla
paura, buttommi con la faccia distesa per terra. Per altro non mi feci
alcun male, ed anche il paggio la passò netta, perchè essendo stato io
che lo aveva instigato, ebbi la rettitudine di farmi intercessore del
suo perdono.
Un'altra volta la balietta m'avea lasciato sopra un'aiuola di zolle
intantochè ella passeggiava in qualche distanza da me con la sua
governante. In quel tempo venne a cader d'improvviso una grandine sì
dirotta che mi stese boccone, e mi fece tali ammaccature su tutto il
corpo come se fosse stato percosso da altrettante palle di pallacorda.
Pure m'ingegnai tanto, che andando carpone per amore della mia faccia,
giunsi a ripararmi fra i ramicelli del timo, che orlavano l'aiuola
dalla parte opposta al vento, ma ne rimasi sì pesto dalla testa ai
piedi che dieci giorni continui non potei più mostrarmi attorno. Nè in
tutto ciò havvi di che stupire, perchè la natura serbando in que' paesi
la medesima proporzione in tutte le sue operazioni, ognuno di que'
grani di grandine è diciotto volte più grosso d'uno de' nostri, e ve lo
posso guarentire su l'esperienza, perchè ebbi la curiosità d'istituirla
pesando prima una palla di quella grandine poi un'altra della nostra a
suo tempo.
Ma un caso ben altrimenti pericoloso mi avvenne in quello stesso
giardino, quando la mia picciola balia credendo avermi deposto in
luogo sicuro, mi ci lasciò solo com'io sovente ne la pregava per
restarmene alcuni istanti con l'unica compagnia de' miei pensieri.
Io era dunque lì solo e fuori della mia cassetta o gabbia, che quel
giorno la Glumdalclitch avea lasciata a casa per non avere il fastidio
di portarsela in mano, mentre ella passeggiava da tutt'altro lato con
l'aia ed alcune signorine di sua conoscenza. Io non potea più nè esser
veduto nè sentito da lei, allorchè un piccolo bracco bianco spettante
ad uno di que' capi giardinieri, entrato nel giardino, capitò a caso
in vicinanza del luogo ove la balietta mi aveva posato. Sentitomi al
fiuto, mi fu subito addosso, e presomi in bocca, mi portò diritto,
menando allegramente la coda, alla casa del suo padrone, ove con
tutta gentilezza mi pose a terra. Per buona sorte era un cane sì ben
ammaestrato, ch'io stetti fra i suoi denti senza che ne riportassi il
menomo sconcio non solo nelle mie carni ma nemmeno ne' miei vestiti.
Ciò non ostante il povero giardiniere, che mi conosceva ottimamente, e
mi mostrava molta benevolenza, ebbe una mala paura. Presomi gentilmente
nelle sue due mani, mi domandò come mi sentissi; ma io era sì
sbalordito e privo di respiro che non fui buono di dire una parola. Mi
bastarono per altro pochi minuti a riavermi, ed allora il giardiniere
mi riportò sano e salvo fra le mani della mia balietta, che in questo
intervallo era tornata al luogo ove mi aveva lasciato, e si dava alla
disperazione non trovandomi più e non sentendomi rispondere per quanto
forte ella mi chiamasse. Sgridò severamente il giardiniere per ciò
che era colpa sol del suo cane: nondimeno l'affare venne sopito, nè
fu mai saputo alla corte, perchè la Glumdalclitch avea troppa paura
della collera della regina, e per parte mia, a dir vero, non credevo
guadagnarci troppo nel mio buon nome se tale storiella si divulgava.
Questo incidente trasse la Glumdalclitch nel proposito di non
lasciarmi allontanare da' suoi occhi, ed ebbi lungo tempo paura che
lo mantenesse, ond'io quando vidi che se n'era scordata, ebbi la
massima cura di nasconderle tutte le piccole disgrazie che m'andavano
accadendo allorchè mi si lasciava in balia di me stesso. Una volta un
nibbio che svolazzava pel giardino, venne a posarmisi incontro, e se
non avessi fatto presto a brandire il mio coltello, ed a rintanarmi
tra le frasche di una spalliera, certamente m'avrebbe portato via fra
i suoi artigli. Un'altra volta camminando sopra un monticello fatto di
fresco da una talpa, cascai fino al collo entro la buca donde l'animale
avea scavata la terra; ed anzi stampai una piccola bugia, non degna
or d'essere ricordata, per addurre la scusa de' miei panni insudiciati
alla Glumdalclitch. M'accadde parimente di pigliare una contusione allo
stinco della mia gamba destra contro al guscio di una lumaca su cui
intoppai camminando solo ed assorto in pensieri che tutti si volgevano
alla mia diletta Inghilterra.
Non so dirvi se mi desse più diletto o umiliazione il vedere che in
que' miei solitari diporti i piccioli augelli non si mostravano punto
impauriti di me; mi saltellavano alla distanza d'un braccio cercando
gl'insetti o gli altri cibi di cui erano ghiotti con tanta indifferenza
e placidezza come se non si fosse trovata anima vivente presso di loro.
Mi ricordo d'un tordo che si prese la libertà di portarmi via di mano
col suo becco un pezzo di focaccia datomi allora allora per la mia
colezione dalla Glumdalclitch. Se io mi provava ad acchiappare qualcuno
di questi uccelli, mi si rivoltavano bravamente cercando di beccarmi
le dita ch'io nondimeno aveva sempre il giudizio di non esporre di
troppo in tal mio esperimento, dopo del quale gli uccelli stessi se ne
tornavano placidamente, e come se nulla fosse stato, alla loro caccia
d'insetti. Un giorno per altro, provvedutomi d'un buon batacchio, lo
lanciai con sì giusta mira ad un fanello, che lo stramazzai come morto,
onde presolo pel collo con entrambe le mani lo portai in trionfo alla
mia balietta. Ma l'uccello era sol tramortito, sì che riavendosi, mi
percuotea con entrambe le ali maladettamente la testa ed il collo.
Notate ch'io lo teneva alto quant'erano lunghe le mie braccia per paura
de' suoi artigli; e più volte fui lì lì per lasciarlo andare; ma venni
presto levato d'impaccio da uno degli staffieri assegnatine, che, preso
il fanello, gli diede l'ultima stretta di collo, sì che nel giorno
seguente mi fu imbandito al mio desinare per comando della regina. Per
quanto mi ricordo, quell'animaletto era alquanto più grosso di uno dei
nostri cigni.
Le damigelle d'onore invitavano spesse volte nei loro appartamenti la
Glumdalclitch pregandola a portarmi seco per procurarsi il piacere di
guardarmi ed accarezzarmi. Sovente mi mettevano nudo come Dio m'ha
fatto, e mi stendeano per tutta la mia lunghezza entro la capacità
de' loro seni, cosa che mi dava non poco disgusto, perchè per la
giusta verità dalla loro cute emanava un odore niente piacevole.
Non dico questo coll'intenzione di pregiudicare quelle eccellenti
signorine, alle quali professo ogni maniera di rispetto: ma la colpa
era dell'organo del mio odorato più acuto in proporzione della mia
piccolezza; e capisco benissimo che quelle egregie gentildonne non
saranno apparse sgradevoli ai loro amanti, o l'una all'altra di loro,
più di quanto ciò accada fra le miledi della nostra Inghilterra. In
fin dei conti io mi rassegnava anche meglio al loro odor naturale che
a quello artefatto dei profumi de' quali se talvolta esse usavano, io
era sicuro di svenire. Del resto, quanto all'acutezza dell'odorato
che segue la proporzione inversa della grandezza degl'individui,
mi ricorderò sempre d'un mio intrinsico amico di Lilliput, il
quale si prese la libertà di lamentarsi, presente me, del puzzo che
esalava dalla mia cute, allorchè in un giorno estivo io mi era molto
affaticato; e sì fra tutti gl'individui della mia razza credo esser
quello cui si possa meno attribuire una simile imperfezione. Bisogna
dire che la facoltà dell'odorato lilliputtiano fosse dilicata rispetto
a me come lo era in me rispetto ai Brondingnaghesi. In ordine a ciò,
non posso dispensarmi dal rendere una giustizia alla regina ed alla
mia balietta. Sapeano di buono quanto mai possa saperne la più dilicata
damina dell'Inghilterra.
La cosa di cui stentavo più a capacitarmi quando la mia balietta mi
conduceva in visita presso quelle damigelle d'onore, era il vedere
come mi credessero una creatura di stucco, e rispetto a loro credeano
bene, come avrete fra poco il motivo di capirlo. Si mettevano affatto
ignude alla mia presenza, e poichè m'aveano posto in piede su le loro
tavolette, si cavavano la camicia mettendomi in mostra l'intero loro
corpo, che per altro era un vero antidoto contra le tentazioni, e per
questo ho detto che non s'ingannavano nel credermi rispetto a loro
un uomo di stucco. Figuratevi qual cosa deliziosa a vedersi da vicino
quelle loro, non pelli, ma cuoia di tutti i colori, spruzzate qua e là
di nei larghi come un tagliere, irte di folti peli grossi quanto gli
spaghi, per non dir nulla del resto di que' loro fusti. Non si facevano
alcuno scrupolo ad esonerarsi alla mia presenza di quanto aveano
bevuto, si sarà trattato per lo meno del liquido di due botti, entro
pitali della capacità all'incirca di tre tonnellate. La più leggiadra
di quelle damigelle d'onore, una pazzerella fantastica che aveva
appena sedici anni, si prendea lo spasso di mettermi a cavalcione dei
capezzoli delle colossali sue zinne, e di far mille altre stramberie
su le quali mi perdonerà il leggitore se non mi diffondo di più. La
conclusione è ch'io rimasi stomacato al segno di raccomandarmi alla
Glumdalclitch affinchè studiasse qualche pretesto per non condurmi più
da quelle signorine.
Un giorno, un giovine nipote dell'aia della mia balietta venne a
domandar loro se voleano vedere giustiziare un malfattore. Era questi
condannato a morte per avere ucciso un amico di chi faceva questa
proposta. La Glumdalclitch si lasciò indurre ad essere di brigata, per
altro assai contro sua voglia per essere una fanciulla naturalmente
tenerissima di cuore; e quanto a me, benchè io abbia mai sempre
abborrito tal genere di spettacoli, mi lasciai tentare dalla curiosità
di vedere qualche cosa di assai straordinario. Il delinquente era
legato ad una scranna collocata sopra un palco innalzato a tal fine,
ed il carnefice gli troncò la testa d'un colpo con una sciabola lunga
all'incirca quaranta piedi. Le vene e le arterie mandarono un zampillo
sì copioso ed alto di sangue che, sintantochè durò, il gran gitto
d'acqua di Versaglies non era da paragonarsegli. Il capo cadendo sul
tavolato del palco fece tale strepito che diedi in uno scrollo io,
benchè lontano dal luogo dell'esecuzione un buon mezzo miglio inglese.
La regina, avvezza ad udirmi parlare spesse volte de' miei viaggi di
mare, e sollecita di procurarmi divagamenti ogni qual volta vedeami
malinconico, mi domandò se io sapessi come si faccia a maneggiare
una vela od un remo, e se un piccolo esercizio di remigare non
sarebbe stato utile alla mia salute. Le risposi sapere io ottimamente
maneggiare e remi e vele, perchè, se bene la mia professione fosse
quella di chirurgo e medico d'armata, pur sovente in casi d'urgenza
avea dovuto prestarmi agli ufizi di comune marinaio. Ma le dissi ad
un tempo ch'io non vedeva come ciò potesse farsi negli stati di sua
maestà, ove la più piccola barchetta superava in grandezza uno de'
nostri bastimenti da guerra di primo ordine; che per conseguenza
una navicella, qual io avrei potuto governarla, non avea mai avuta
esistenza ne' loro fiumi. Sua maestà soggiunse che, ove avessi voluto
dare il disegno d'un bastimento, il suo regio ingegnere me lo avrebbe
costrutto, ed ella poi s'incaricava di provedermi d'un luogo ove
metterlo all'acqua. Quell'ingegnere era un abilissimo meccanico pratico
e, ben istrutto da me, ebbe fabbricata in tre giorni una navicella di
diporto con tutto il suo sartiame, atta a trasportar comodamente otto
Europei.
Quando vide finita la navicella, la regina ne fu sì esultante che
postasela in grembo la portò al re, il quale, in via d'esperimento,
la fece tosto varare entro un rinfrescatoio pieno d'acqua. Ma quivi
io non potea maneggiare i miei due remi per mancanza di spazio.
Fortunatamente la regina avea già prima di ciò formato un altro
divisamento, ed ordinato all'ingegnere di fabbricarle un truogolo di
legno lungo trecento piedi, largo cinquanta, e profondo otto. Questo
truogolo, incatramato a dovere per assicurarlo dalle falle, fu posto
sul pavimento e rasente la parete di una stanza terrena che guardava la
parte esterna del palazzo. Era proveduto verso il fondo d'una cannella
per farne uscir l'acqua, allorchè questa infracidiva, e bastavano due
servi a tornarlo entro una mezz'ora ad empire. Entro questo truogolo,
remai spesse volte, tanto per diporto mio quanto per dar sollazzo
alla regina ed alle sue dame che credettero impiegate bene le loro ore
nell'ammirare la mia abilità e perizia navale. Qualche volta io metteva
la mia vela, nè in tal caso aveva altro a fare che governare il timone,
intantochè le dame mi procuravano una brezza co' loro ventagli. Quando
erano stanche, venivano in vece alcuni paggi che spigneano la vela col
fiatarci sopra, intantochè io dava saggi della mia abilità marinaresca
governando come più mi piaceva la mia nave e di tribordo e di babordo.
Terminato il mio nautico esercizio, la Glumdalclitch si portava la
nave nel suo gabinetto, ove la attaccava ad un chiodo tanto che si
rasciugasse.
In tale diporto mi occorse un caso che non mi costò per poco la vita;
perchè un de' paggi avendo già posta entro al suo truogolo la mia nave,
l'aia della Glumdalclitch pensò usare atto grazioso alla sua pupilla ed
a me col prendermi su con le sue mani e mettermi entro al mio legno. Il
diavolo fece che ella, senza averne, come potete credere, l'intenzione,
mi lasciasse schizzar fuori delle sue mani, e sarei caduto da
un'altezza niente altro che di quaranta piedi se, per vero miracolo,
non mi avesse fermato uno spillo puntato al busto della buona signora
e conficcatosi con la capocchia tra il legaccio de' miei calzoni e la
mia camicia sì che stetti sospeso a mezza vita in aria finchè venne la
balietta a levarmi d'angoscia.
Un'altra volta il servitore, che avea l'incarico di rinovare l'acqua
del mio truogolo ogni tre giorni, fu poco avveduto al segno di
non accorgersi d'un rospo che si era cacciato nel suo secchio e di
lasciarlo penetrare insieme con l'acqua entro alla conca. L'animale
rimase appiattato finchè fossi messo a bordo; ed allora, trovato che
quella barca sarebbe stata una comoda nicchia per lui, ci si arrampicò
per di sotto facendola pendere tanto da una banda, ch'io, senza
conoscere il motivo di un tale sbilancio, dovetti tirarmi con tutta la
persona dall'altro lato per far contrappeso e non andar capovolto con
la mia nave nell'acqua. Finalmente il brutto rospaccio ci fu dentro,
e fatta a saltelloni mezza la lunghezza della barca, mi saltò su la
testa e le spalle imbrattandomi e faccia e panni con l'odiosa sua
bava. Sapete che brutti animali sono i nostri rospi; ingranditene le
proporzioni, ed avrete un'idea del mostro con cui avevo che fare. Ciò
non ostante non permisi alla buona Glumdalclitch d'intromettersi in
questa lotta, ed a furia di bastonar la bestiaccia, la costrinsi a
saltar di nuovo giù della barca.
Ma il più grave pericolo ch'io m'abbia corso in quel regno, mi derivò
da una scimia, di cui era proprietario un guattero delle reali cucine.
La Glumdalclitch mi avea serrato entro al suo gabinetto intanto che
andò fuori di casa o per affari propri o per far qualche visita. La
stagione in quel tempo essendo caldissima, erano state lasciate aperte
le finestre del gabinetto e quelle ancora dello sportello della mia
gabbia più grande, ove io preferiva rimanere e per la sua ampiezza e
per le sue maggiori comodità. Mentre io sedeva quietamente meditando
al mio tavolino, udii uno strepito alla finestra del gabinetto, poi
qualche cosa che saltellava su e giù per la stanza. Ancorchè tutto
ciò mi ponesse in qualche apprensione, pure m'arrischiai a metter
la testa fuor della finestra più vicina della mia gabbia, senza per
altro movermi dalla scranna, ed allora vidi un bizzarro animale che
facea qua e là strani salti, finchè finalmente venne vicino alla mia
stanza che pareva eccitasse in lui grande curiosità e vaghezza, perchè
faceva capolino allo sportello ed a tutte le finestre di essa. Io mi
rannicchiai al più rimoto angolo di quel mio appartamento o gabbia,
ma la paura mi avea tanto preoccupato che non ebbi assai prontezza
di spirito per nascondermi sotto al mio letto come avrei facilmente
potuto.
Dopo molto tempo impiegato dall'animale nello spiare, nel ghignare,
nel battere i denti, finalmente mi scoperse. Allora cacciò una zampa
dentro allo sportello, come avrebbe fatto un gatto nel dare la caccia
ad un sorcio. Io aveva un bello scansarmi cambiando sempre di posto,
venne l'istante che afferrò il lembo del mio giustacuore, che, essendo
di seta di quel paese, era resistente e forte abbastanza per non
lacerarsi, onde, padrone di quel lembo, riuscì a tirarmi fuori dello
sportello. Presomi tosto con la sua zampa destra d'avanti, mi alzò
su come una nutrice che voglia dare il latte ad un bambino, e come ho
veduto praticare ad altre scimie in Europa con qualche gattino. Facendo
io sforzi per liberarmi, mi dava sì poderose strette che giudicai più
prudente partito il rassegnarmi alla sua volontà. Ho buone ragioni
per credere che la scimia m'avesse preso per un fanciullo della sua
specie, ed infatti con l'altra zampa d'avanti mi accarezzava spesse
volte la faccia nella più gentile maniera. Ma, in mezzo a questi
suoi spassi, venne interrotta da un strepito fatto alla porta del
gabinetto come da qualcuno che volesse aprirlo, onde spiccò un salto
su la finestra dond'era entrata, e di lì su i piombi e le grondaie,
poi s'arrampicò sul tetto contiguo al nostro, ma camminando con tre
zampe e continuando sempre a tenermi stretto con l'altra. Udii l'acuto
grido della Glumdalclitch nel momento ch'io veniva portato via. Quella
povera creatura non sapeva che cosa fare dalla disperazione; tutta
quella parte di palazzo era sossopra; i servi corsero in cerca di scale
a mano. La scimia intanto si faceva vedere da un centinaio di persone
che stavano nel cortile, seduta su l'orlo del tetto e sempre tenendomi
a guisa d'un bambino con una delle sue zampe d'avanti, e con l'altra
cacciandomi a forza in bocca cibi biasciati che si traeva fuori dalle
sue ganasce; e siccome io non appetiva gran che tal genere di pietanze,
mi batteva s'io mi mostrava schifiltoso a mangiarle. Figuratevi il
ridere che facea quella gentaglia da basso; e non so da vero se si
potesse con giustizia darle torto, perchè la mia posizione di quel
momento era tale da far ridere ogni galantuomo, eccetto me. Alcuni di
quei del cortile si diedero a lanciar sassi insù con la speranza di far
venire a basso la scimia, ma fortunatamente vi fu chi vietò loro questo
espediente; era infatti il più bello e sicuro per farmi fracassar le
cervella.
Si corse con scale a mano, e diversi uomini le salivano quando la
scimia, vedendo ciò e ridotta quasi affatto alle strette perchè non
poteva speditamente involarsi con sole tre zampe, mi lasciò andare
sopra una tegola, e fece da sè la sua ritirata. Stetti per qualche
tempo seduto su la mia tegola ad un'altezza di cinquecento braccia da
terra aspettandomi ad ogn'istante di essere soffiato via dal vento o,
siccome non mi girava poco la testa, di ruzzolare le cento volte da
una tegola all'altra sinchè finalmente precipitassi da una grondaia.
Per fortuna, un buon figliuolo, staffiere della Glumdalclitch,
arrampicatosi fino a quel tetto, e postomi in un borsellino de' suoi
calzoni, mi portò sano e salvo a terra.
Io era quasi soffocato dalle porcherie di cui m'aveva ingozzato la
scimia, ma la mia cara balietta me le trasse fuori di bocca con un
piccolo spillo, il che, promosso in me il vomito, mi portò qualche
sollievo. Ma ero sì debole ed avevo sì affrante le coste per le strette
datemi da quella maladettissima bestia, che dovetti rimanermene in
letto un buon paio di settimane. Il re, la regina, tutta la corte
mandavano ogni giorno ad informarsi su lo stato di mia salute, ed il
primo anzi mi onorò di parecchie visite finchè durò la mia malattia. La
scimia venne accoppata, e messo un editto affinchè nessuno di questi
animali potesse più essere tenuto entro i recinti dell'imperiale
palazzo.
Quando, rimesso affatto in salute, mi presentai al re onde attestargli
la mia gratitudine per le bontà usatemi, egli se la godè un buon
pezzetto alle mie spalle sul casetto occorsomi. Mi chiedea quali
fossero i miei pensieri, le mie risoluzioni quando mi tenea con una
delle sue zampe la scimia; se m'aveano gradito i manicaretti che m'avea
somministrati quell'animale; se mi parea che facesse buona tavola; se
la fresca aria del tetto non avesse giovato ad aguzzarmi l'appetito.
Mi domandò indi come mi sarei levato d'impaccio nel mio paese se un
incidente simile mi fosse avvenuto. Risposi a sua maestà che in Europa
non conoscevamo d'altre scimie fuor quelle che venivano portate da
altri paesi, poi tanto piccole, che io bastava contra una dozzina di
esse se lor fosse venuto il ghiribizzo di prendersi meco delle libertà.
Soggiunsi di più che nemmeno l'enorme scimione con cui io aveva avuto
che fare (per dir vero era grosso come un elefante), nemmen quello mi
avrebbe dato fastidio se lo smarrimento dell'istante mi avesse lasciato
pensare a far uso del mio coltello quando ficcò una zampa nella mia
camera. — «Altrimenti» dissi facendo il fiero e battendomi la mano su
l'impugnatura dell'arma che nominai, «avrebbe avuta da me tal lezione
da non parergli vero di fuggir di lì più presto che non ci era venuto.»
Proferii queste frasi col fermo accento d'uom geloso della propria
fama, e che non vorrebbe per tutto l'oro del mondo veder revocato in
dubbio il proprio coraggio. Ciò non ostante tutto il mio bel dire non
mi fruttò altro che una sonora risata de' circostanti, i quali, ad
onta di tutto il rispetto inspirato loro dalla presenza di sua maestà,
non se ne seppero rattenere; la qual cosa mi condusse a fare una
considerazione, quanto cioè perda il tempo e la fatica quell'uomo che
s'immagina farsi ammirare da chi è fuor d'ogni sfera di confronto con
lui. Tuttavia, dopo il mio ritorno in Inghilterra, mi è toccato spesse
volte veder rinovato il caso della presente parabola, allorchè qualche
spregevole galuppo, senza il menomo titolo di nascita, di forma,
d'ingegno o almeno di senso comune, ha voluto darsi aria d'importanza e
mettersi a pari co' più grandi personaggi del regno.
Non passava giorno ch'io non provedessi la corte di casetti per
farla ridere, e la stessa Glumdalclitch, benchè mi volesse un bene
dell'anima, non si stava, la briccona, di far noti a sua maestà que'
miei scerpelloni che la potessero divertire. Mi ricordo d'un giorno
che non essendo ella di servigio a corte e condotta dalla sua aia a
prendere aria ad un'ora di distanza, o sia una trentina di miglia
lontano dalla città, smontò di carrozza con l'aia, e posò la mia
cassettina da viaggio dinanzi al sentiere d'un campo. Quivi, uscito
della mia nicchia portatile, mi posi a passeggiare, e trovandomi
inciampato il passo da una bovina, mi prese il ghiribizzo di far prova
della mia agilità col varcarla di un salto. La misura del mio salto
fu tolta con tanta aggiustatezza che mi trovai sprofondato nel mezzo
di essa. Uscitone al guado, non senza qualche difficoltà, toccò ad
uno staffiere lo sgradevole incarico di nettarmi alla meglio col suo
fazzoletto, perchè vi lascio immaginare com'ero concio. La mia balia
poi mi confinò tosto entro la mia gabbia; ma fosse qui finita la cosa!
Appena tornati a casa, la regina venne esattamente informata di quanto
era occorso; gli staffieri divulgarono l'avvenimento per ogni dove;
quanti giorni si continuò in corte ridendo sempre a mie spese!