CAPITOLO VI.

Su gli abitanti di Lilliput; su le loro cognizioni, leggi ed

usanze; lor metodo di educazione pe' fanciulli. — Sistema di

vivere dell'autore in quel paese. — Onore di una gran dama

risarcito.

Quantunque io mi riservi il dare la descrizione specificata di questo

impero in un'opera a parte, pure desidero ad un tempo appagare la

curiosità del leggitore col fornirlo d'alcune idee generali. Siccome

la comune statura degli abitanti è un poco al di sotto delle sei

dita, così v'è un'esatta proporzione con la mole di tutti gli altri

animali, alberi e piante; per esempio, i maggiori cavalli e buoi sono

d'un'altezza fra le quattro e le cinque dita, le pecore di un dito

e mezzo, dal più al meno; le oche vi son grosse all'incirca come

i nostri passeri, e così son mantenute tutte le gradazioni venendo

all'ingiù, tanto che si arriva ad esseri sì piccoli che all'occhio

mio erano pressochè invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi

de' Lilliputtiani a tutti gli oggetti propri per la loro vista, onde

li discernono con la massima esattezza, non per altro ad una grande

distanza.

Per darvi un'idea dell'acutezza di questa lor vista rispetto alle cose

che hanno in vicinanza, vi dirò essermi io preso lo spasso di osservare

un cuoco che spiumava un'allodola non più grossa di una delle nostre

mosche comuni, ed una giovinetta che infilava un ago invisibile con un

filo di seta parimente invisibile.

I lor più alti alberi lo sono all'incirca di sette piedi: intendo

quelli del grande parco imperiale, le cui più alte cime io poteva

appunto serrare entro il pugno della mia mano. Gli altri vegetabili

seguivano la medesima proporzione; ma lascio congetturare il rimanente

all'immaginazione del leggitore.

Dirò qui ben poche cose del loro sapere, perchè ogni ramo di scienza è

stato fiorente per molti secoli in quelle contrade; ma la loro maniera

di scrivere è veramente singolarissima, non essendo nè da sinistra

a destra come praticano gli Europei, nè da destra a sinistra a guisa

degli Arabi, nè d'insù all'ingiù all'usanza Chinese, ma di sbieco come

usano scrivere le nostre gentildonne.[20]

Seppelliscono i loro morti col volto direttamente all'ingiù perchè,

portando eglino l'opinione che dopo il corso di undicimila lune

risusciteranno tutti di nuovo, nel qual periodo la terra, ch'essi

concepiscono piatta, si sarà voltata di sotto in su, vogliono che

questi morti, all'atto della loro risurrezione, si trovino pronti a

saltare in piedi. I dotti del paese confessano assurda questa dottrina;

ma tale pratica continua tuttavia per compiacere al volgare.

V'ha in questo paese alcune leggi e costumanze singolarissime; pur se

non fossero sì diametralmente opposte a quelle della mia cara patria,

mi sentirei tentato a dire alcun che in loro giustificazione. Sol

sarebbe ad augurarsi che con altrettanta esattezza fossero messe in

pratica. La prima di cui farò menzione riguarda i delatori. Tutti i

delitti contro allo stato vengono ivi puniti con la massima severità,

ma se la persona accusata fa pienamente apparire in processo la sua

innocenza, l'accusatore viene immantinente condannato ad ignominiosa

morte; e su i beni o terre di costui l'innocente viene compensato

quadruplicatamente del tempo fattogli perdere, del pericolo cui

soggiacque, delle molestie della prigionia, delle spese corse per la

propria difesa, ed ove le sostanze del falso accusatore non bastino, il

tesoro della corona somministra quello che manca. Il sovrano in oltre

conferisce qualche pubblico contrassegno del suo favore al calunniato,

la cui innocenza viene promulgata a suon di tromba per l'intera città.

La frode in queste contrade è riguardata come un delitto maggiore del

furto, perchè si considera che una certa attenzione e vigilanza unite

ad un comune discernimento possano salvare le sostanze d'un uomo dai

ladri, mentre la buona fede non ha mai guarentigie di troppo contro

alla raffinata astuzia de' furfanti; e poichè è indispensabile nella

società un continuo giro di compre e vendite e di negozi fondati sul

credito, in un paese ove la frode sia tollerata ed alimentata, o almeno

ove non vi sia una legge che la castighi, chi contratta con onestà va

sempre al di sotto, e sono del giuntatore tutti i vantaggi. Mi ricordo

una volta di aver voluto farmi intercessore presso il sovrano per un

tale che avea gabbato il suo padrone appropriandosi una somma riscossa

da costui mediante un ordine del padrone medesimo. Sol per ottenere

a questo reo una minorazione di pena mi sfuggì detto che in fine

trattavasi dell'abuso di una cosa affidata. L'imperatore trovò cosa sin

mostruosa che allegassi come punto di difesa quanto aggravava anzi il

delitto del condannato. Restai lì senza sapere che cosa rispondergli.

Mi limitai a ripetere il trito adagio: «Tanti paesi, tante usanze;» ma

vi confesso che rimasi svergognato da vero.

Benchè siamo soliti ripetere che le ricompense ed i castighi sono

i due cardini su cui un buon governo si move, non ho mai veduta fra

tutte le nazioni del mondo una tal massima applicata alla pratica,

fuorchè a Lilliput. Quivi chiunque presenta sufficienti prove di avere

strettamente osservate per settanta lune continue le leggi del suo

paese ha diritto a certi privilegi proporzionati alla sua condizione

sociale, oltre ad una somma di danaro egualmente proporzionata, e

pel cui pagamento è istituito un fondo a parte; gli viene di più

conferito il titolo di _snillpall_, che in lingua di quel paese vuol

dire _uomo secondo la legge_, titolo d'onore per altro che egli non

può trasmettere alla sua posterità. Laonde i Lilliputtiani trovarono

sbagliata di gran lunga la nostra politica, allorchè dissi loro che fra

noi la forza del codice criminale sta ne' minacciati castighi, ma che

non vi si fa menzione di ricompense. In virtù di questa loro pratica

diversa dalla nostra, la Giustizia effigiata ne' loro tribunali, che

è dipinta con sei occhi, due davanti, due dietro, uno per lato ad

indicare la circospezione necessaria ad un giudice, tiene in oltre

nella mano destra una grande borsa d'oro ed una spada sguainata nella

sinistra per dar a vedere quanto ella sia più proclive a ricompensare

che a punire.

Nello scegliere impiegati pubblici di qualsiasi genere badano molto

più alle qualità morali dell'individuo che alla sua abilità; poichè,

siccome un governo è cosa necessaria al genere umano, essi pensano

che una discreta dose di retto discernimento debba bastare tanto ad

una posizione quanta ad un'altra; nè sanno darsi a credere che la

providenza abbia voluto fare dell'amministrazione della cosa pubblica

un mistero comprensibile unicamente per pochi geni trascendenti di cui

rare volte ne nascono tre ad ogni secolo. S'immaginano in vece che la

buona fede, la giustizia, la temperanza e simili altre prerogative

sieno alla mano di tutti, e che la pratica di queste virtù, aiutata

dall'esperienza e dalla buona volontà, renda abile un uomo al servigio

del suo paese, tranne que' servigi che dipendono da un dato magistero,

al cui apprendimento sia essenziale un corso di studi. Lontanissimi

poi dal credere che una rara superiorità di mente possa supplire alla

mancanza di tali virtù poste a portata d'ognuno, pensano anzi che i

pubblici impieghi non dovrebbero esser mai affidati in sì pericolose

mani siccome quelle di persone dotate di tanta intellettuale sublimità,

e che per lo meno gli errori commessi da un'ignoranza non disgiunta

da virtuose disposizioni dell'animo, non potrebbero mai portare tante

pericolose conseguenze al generale interesse quanto le pratiche d'un

uomo tratto dalle sue prave inclinazioni a lasciarsi corrompere e

protetto da una superiore abilità di mente nell'amministrare, nel

moltiplicare e nel tutelare i mezzi della corruttela.

Pensano parimente che l'incredulità nella divina providenza renda un

uomo indegno di qualunque pubblico incarico, perchè siccome il sovrano

medesimo si professa il delegato di questa providenza divina, parrebbe

ai Lilliputtiani il massimo degli assurdi se il principe affidasse

impieghi ad uomini che rinnegassero il potere di cui egli è mandatario.

Nel parlare e di queste e d'altre leggi che verrò commemorando in

appresso, vorrei bene s'intendesse com'io abbia in vista soltanto le

originali instituzioni, non certo le scandalose abitudini, in cui que'

popoli sono caduti in conseguenza della degenerata natura dell'uomo:

perchè, quanto alle infami pratiche di meritarsi luminosi impieghi e

favori col ballar su la corda o saltare a vicenda sopra un bastone e

passarvi di sotto curvandosi, fo notare al leggitore che tali usanze

vennero introdotte dall'avolo dell'imperatore oggi regnante, e sono poi

venute in sì alta voga per effetto del subuglio delle fazioni.

Anche l'ingratitudine è colà nel novero dei delitti capitali, il che

leggiamo essersi pensato egualmente in altre contrade. Il principio su

cui si fondano è che, se un uomo è capace di rendere male per bene al

suo benefattore, dee per necessità essere nemico di quel rimanente del

genere umano cui non ha veruna sorta d'obbligazione, e che come nemico

dell'universo è immeritevole di vivere.

Le loro nozioni su i doveri scambievoli de' genitori e de' figli

sono diverse affatto dalle nostre; perchè l'unione de' due sessi

essendo fondata su la grande legge della natura, intesa a propagare

e continuare le specie lilliputtiane, ne deducono come necessaria

conseguenza che tale unione nella schiatta umana non sia prodotta da

un principio diverso da quello onde si congiungono fra loro i viventi

diversi dall'uomo; credono quindi che la tenerezza dei genitori verso i

loro piccoli figli proceda da un simile principio di natura; e sarebbe

impossibile il farli convenire che i figli abbiano nessuna obbligazione

ai padri o alle madri loro per averli messi al mondo; «perchè, dicon

essi, nè questo, considerando le miserie dell'umana vita, fu un

benefizio in sè stesso, nè fatto con intenzione di beneficare dai

genitori, i quali, nei loro amplessi amorosi, pensavano ben ad altro

che a ciò». Dietro questi e simili ragionamenti, hanno opinato che

a tutt'altri, fuorchè ai padri e alle madri loro, debba affidarsi

l'educazione dei fanciulli. Essi hanno pertanto stabilito in ciascuna

città de' pubblici collegi, ove tutti, eccetto gli agricoltori e i

bifolchi, sono obbligati mandare, per essere allevati ed educati, i

loro figli d'entrambi i sessi, appena giunti all'età di venti lune,

età in cui si suppone in essi l'attitudine a ricevere ammaestramenti.

Di diverso genere sono tali scuole, secondo le diverse qualità ed il

sesso degli allievi. Ciascuna di esse è fornita di professori abili nel

predisporre i giovinetti a quella condizione di vita cui li chiamano

così il grado che hanno nella società i lor genitori come la forza

del loro ingegno e l'indole delle loro inclinazioni. Parlerò prima de'

collegi maschili.

Quelli destinati pe' fanciulli spettanti alle più nobili ed alte

classi vanno proveduti di gravi e dotti professori ed ognun d'essi

de' suoi ripetitori. Lisci e semplici sono il cibo ed il vestito de'

giovani alunni. Allevati ne' principii dell'onore, della giustizia, del

coraggio, della modestia, della mansuetudine e della religione, vengono

sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto il tempo del mangiare

e del dormire, che è ben corto, e due ore di ricreazione che consiste

in esercizi del corpo. Sono vestiti dai serventi del collegio finchè

arrivino all'età di quattro anni, dopo il qual tempo vengono obbligati

a vestirsi da sè medesimi, comunque sublimi sieno i loro natali. Le

donne addette allo stabilimento, proporzionate, quanto all'età, alle

nostre di cinquant'anni, vi fanno quel che dicesi i fatti grossi della

casa. Non si permette ai giovinetti il conversare con la servitù;

bensì uniti fra loro in brigate, or più piccole, or più grandi, vanno a

trastullarsi alla presenza sempre di un professore o di un ripetitore;

così schivano contrarre quelle impressioni o goffe o viziose di cui

s'imbevono i nostri fanciulli. Non è concesso ai lor genitori il

vederli più di due volte l'anno, nè di baciarli se non all'atto del

primo incontro e della separazione; ed un professore, che in tali

occasioni sempre è presente, non permette ad essi nè confidenze segrete

nè smancerie di tenerezza co' figli nè il presentarli di cose dolci o

balocchi di qualsisia genere.

La pensione dovuta da ciascun padre per l'educazione ed il mantenimento

de' propri figli, ov'egli mancasse di pagarla in tempo debito, viene

riscossa da uficiali imperiali a ciò delegati.

I collegi pe' figli di borghesi, mercanti, bottegai e manifattori

vengono in proporzione amministrati con la medesima regola; solamente

i ragazzi destinati a qualche mestiere, all'età di undici anni, son

collocati come novizi in una bottega; quelli di nascita più distinta

continuano i loro studi sino ai quindici anni che corrispondono ai

ventuno fra noi; ne' tre ultimi anni la loro clausura è più mite.

Nei collegi femminili le giovinette di ragguardevole nascita sono

educate, sotto molti aspetti, alla maniera de' maschi; sol vengono

vestite da persone del loro sesso medesimo e sempre alla presenza di

una istitutrice o sua delegata, finchè arrivino a vestirsi da sè, il

che è stabilito al quinto anno di loro età. Se si giugne a scoprire che

una di tali serventi s'arrischi ad intertenere l'allieva o in fole da

far paura o matte storie od altri di quegli sguaiati propositi che sono

il forte delle cameriere fra noi, costei è pubblicamente frustata per

tre giorni consecutivi attorno alla città, tenuta prigione un anno e

bandita in vita nella più deserta parte del paese. Così le giovinette,

non meno degli uomini, si vergognano di essere pusillanimi o frivole,

nè si curano di personali ornamenti oltre all'uopo della decenza e

della mondezza. In somma, nei metodi di educazione serbati per le

giovinette o pei maschi, non m'accorsi d'altre essenziali differenze

(oltre alle poche che ho accennate) fuor delle esercitazioni che per

le donne non sono tanto gagliarde, di alcuni insegnamenti più ad esse

confacevoli nei particolari della vita domestica, e della istruzione,

in quanto al resto, più limitata per loro; la loro massima fondamentale

si è che una giovane di distinzione, andando a marito, si mantenga

per chi la sposa una ragionevole e gradevol compagna, giacchè giovine

non può sempre mantenersi. Giunte ai dodici anni, che per loro è l'età

delle nozze, i lor genitori o tutori se le prendono a casa dando grandi

manifestazioni di gratitudine alle loro istitutrici, e rare volte senza

pianti e della giovine che abbandona lo stabilimento e delle compagne.

Nei collegi di donne di men alta sfera, le giovinette vengono istrutte

in ogni sorta di mestieri adatti al loro sesso ed alla loro posizione

nel mondo; quelle destinate ad un alunnato in qualche bottega ci vanno

a sette anni; le altre son tenute in collegio sino agli undici.

Le famiglie di classe più ordinaria, che hanno figli in questi

collegi, devono, oltre all'annuale pensione che è tenue quanto mai

è possibile, consegnare al maggiordomo del collegio stesso un tanto

mensile su i loro guadagni per formare un patrimonio al fanciullo,

onde la legge stessa viene a limitare le spese dei padri di famiglia;

perchè i Lilliputtiani non trovano cosa più ingiusta di quella che

vi sieno uomini i quali per appagare i loro appetiti mettano figli

al mondo, poi lascino al pubblico l'incarico di mantenerli. Quanto

alle persone di più alto grado, danno sicurtà di assegnare una certa

somma, proporzionata alla loro condizione, in retaggio ai loro figli,

e questi fondi vengono sempre amministrati con la più esatta economia e

giustizia.

I bifolchi ed agricoltori si tengono a casa i propri fanciulli, chè non

avendo eglino d'altre faccende che l'arare ed il coltivare la terra,

l'educazione de' medesimi è di poca importanza pel pubblico. Ciò non

ostante divenuti inabili per malattia o vecchiaia, li mantengono gli

ospitali, perchè il mendicare è mestiere ignoto in questo reame.

E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun

che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese

durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente

essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde

costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi

del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza.

Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da

letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono

mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi

e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili

delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi

sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una

pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per

terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe,

con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una

estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella

con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro,

nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico

sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio

manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito

del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che

stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.

Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi

per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi

ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio

collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento

un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio

giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura

da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta

eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra

que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti

i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino,

ma tutto di un colore.

Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano

essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove

vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per

ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de'

miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri

stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi

barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri

che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con

giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo

in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle

loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un

de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai

nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso

che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro.

La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi

animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola.

Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo

dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli

di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta

del mio coltello.

Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere,

_desiderò aver la fortuna_, mi valgo delle stesse parole che si degnò

profferire, _di venire a pranzar meco_ egli, la sua imperiale consorte

ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li

collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle

loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap,

il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai

che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene,

continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara

patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare

motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap

una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone.

Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi

facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla

disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze

all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la

necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le

cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto

del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo

di _sprug_ (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di

una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe

fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.

Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che

soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era

saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie,

e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie

ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza

cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una

volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa

un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di

vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera,

mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne'

termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in

mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza,

le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed

una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente

altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio,

perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza

conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano

di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io

correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai

visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e

un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione

staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose

su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto

cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili

disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro

carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna

con la faccia parallela ad esse.

Mentre io dava udienza ad una brigata, i cocchieri conducevano

gentilmente a passeggiare intorno alla tavola le altre carrozze.

V'accerto che, conversando in tal modo, ho passati dei gradevolissimi

dopopranzi. Ma sfido il gran tesoriere ed i suoi due delatori (e li

nominerò anche, tanto peggio per loro!) sfido i suoi due delatori,

Clustril e Drunlo, a provare che alcuna persona sia mai venuta a

trovarmi misteriosamente, salvo la volta che ebbi un riservato

colloquio col segretario di gabinetto Redresal, e anche fu per

espresso comando di sua maestà imperiale; ve l'ho già raccontato. Non

mi sarei fermato a lungo su questi particolari se non si trattasse

di cosa in cui era compromessa la riputazione di una gran dama per

non dirvi nulla della mia. Perchè nemmen questa era salva, ancorchè

avessi l'onore di essere un _nardac_, ciò che il gran tesoriere non

è; tutti sanno ch'egli è unicamente un _glumglum_, titolo inferiore

d'un gradino al mio; per darvene un'idea, come sarebbe in Inghilterra

un marchese rispetto ad un duca; quanto all'impiego non ostante, devo

confessarlo, era da più di me. Queste calunnie pertanto, delle quali

venni in cognizione troppo tardi per un caso inutile qui a raccontarsi,

produssero che il gran tesoriere per alcun tempo facesse cattiva cera a

sua moglie e peggiore a me. Egli è vero che più tardi venne in chiaro

del suo inganno, e si rappattumò con la moglie; ma l'antipatia contro

di me gli durò sempre, e dovetti accorgermi che ogni giorno io calava

di credito presso l'imperatore, il quale si lasciava troppo governare

da questo favorito.

Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni · 第 23 / 65 题