Su gli abitanti di Lilliput; su le loro cognizioni, leggi ed
usanze; lor metodo di educazione pe' fanciulli. — Sistema di
vivere dell'autore in quel paese. — Onore di una gran dama
risarcito.
Quantunque io mi riservi il dare la descrizione specificata di questo
impero in un'opera a parte, pure desidero ad un tempo appagare la
curiosità del leggitore col fornirlo d'alcune idee generali. Siccome
la comune statura degli abitanti è un poco al di sotto delle sei
dita, così v'è un'esatta proporzione con la mole di tutti gli altri
animali, alberi e piante; per esempio, i maggiori cavalli e buoi sono
d'un'altezza fra le quattro e le cinque dita, le pecore di un dito
e mezzo, dal più al meno; le oche vi son grosse all'incirca come
i nostri passeri, e così son mantenute tutte le gradazioni venendo
all'ingiù, tanto che si arriva ad esseri sì piccoli che all'occhio
mio erano pressochè invisibili; ma la natura ha adattato gli occhi
de' Lilliputtiani a tutti gli oggetti propri per la loro vista, onde
li discernono con la massima esattezza, non per altro ad una grande
distanza.
Per darvi un'idea dell'acutezza di questa lor vista rispetto alle cose
che hanno in vicinanza, vi dirò essermi io preso lo spasso di osservare
un cuoco che spiumava un'allodola non più grossa di una delle nostre
mosche comuni, ed una giovinetta che infilava un ago invisibile con un
filo di seta parimente invisibile.
I lor più alti alberi lo sono all'incirca di sette piedi: intendo
quelli del grande parco imperiale, le cui più alte cime io poteva
appunto serrare entro il pugno della mia mano. Gli altri vegetabili
seguivano la medesima proporzione; ma lascio congetturare il rimanente
all'immaginazione del leggitore.
Dirò qui ben poche cose del loro sapere, perchè ogni ramo di scienza è
stato fiorente per molti secoli in quelle contrade; ma la loro maniera
di scrivere è veramente singolarissima, non essendo nè da sinistra
a destra come praticano gli Europei, nè da destra a sinistra a guisa
degli Arabi, nè d'insù all'ingiù all'usanza Chinese, ma di sbieco come
usano scrivere le nostre gentildonne.[20]
Seppelliscono i loro morti col volto direttamente all'ingiù perchè,
portando eglino l'opinione che dopo il corso di undicimila lune
risusciteranno tutti di nuovo, nel qual periodo la terra, ch'essi
concepiscono piatta, si sarà voltata di sotto in su, vogliono che
questi morti, all'atto della loro risurrezione, si trovino pronti a
saltare in piedi. I dotti del paese confessano assurda questa dottrina;
ma tale pratica continua tuttavia per compiacere al volgare.
V'ha in questo paese alcune leggi e costumanze singolarissime; pur se
non fossero sì diametralmente opposte a quelle della mia cara patria,
mi sentirei tentato a dire alcun che in loro giustificazione. Sol
sarebbe ad augurarsi che con altrettanta esattezza fossero messe in
pratica. La prima di cui farò menzione riguarda i delatori. Tutti i
delitti contro allo stato vengono ivi puniti con la massima severità,
ma se la persona accusata fa pienamente apparire in processo la sua
innocenza, l'accusatore viene immantinente condannato ad ignominiosa
morte; e su i beni o terre di costui l'innocente viene compensato
quadruplicatamente del tempo fattogli perdere, del pericolo cui
soggiacque, delle molestie della prigionia, delle spese corse per la
propria difesa, ed ove le sostanze del falso accusatore non bastino, il
tesoro della corona somministra quello che manca. Il sovrano in oltre
conferisce qualche pubblico contrassegno del suo favore al calunniato,
la cui innocenza viene promulgata a suon di tromba per l'intera città.
La frode in queste contrade è riguardata come un delitto maggiore del
furto, perchè si considera che una certa attenzione e vigilanza unite
ad un comune discernimento possano salvare le sostanze d'un uomo dai
ladri, mentre la buona fede non ha mai guarentigie di troppo contro
alla raffinata astuzia de' furfanti; e poichè è indispensabile nella
società un continuo giro di compre e vendite e di negozi fondati sul
credito, in un paese ove la frode sia tollerata ed alimentata, o almeno
ove non vi sia una legge che la castighi, chi contratta con onestà va
sempre al di sotto, e sono del giuntatore tutti i vantaggi. Mi ricordo
una volta di aver voluto farmi intercessore presso il sovrano per un
tale che avea gabbato il suo padrone appropriandosi una somma riscossa
da costui mediante un ordine del padrone medesimo. Sol per ottenere
a questo reo una minorazione di pena mi sfuggì detto che in fine
trattavasi dell'abuso di una cosa affidata. L'imperatore trovò cosa sin
mostruosa che allegassi come punto di difesa quanto aggravava anzi il
delitto del condannato. Restai lì senza sapere che cosa rispondergli.
Mi limitai a ripetere il trito adagio: «Tanti paesi, tante usanze;» ma
vi confesso che rimasi svergognato da vero.
Benchè siamo soliti ripetere che le ricompense ed i castighi sono
i due cardini su cui un buon governo si move, non ho mai veduta fra
tutte le nazioni del mondo una tal massima applicata alla pratica,
fuorchè a Lilliput. Quivi chiunque presenta sufficienti prove di avere
strettamente osservate per settanta lune continue le leggi del suo
paese ha diritto a certi privilegi proporzionati alla sua condizione
sociale, oltre ad una somma di danaro egualmente proporzionata, e
pel cui pagamento è istituito un fondo a parte; gli viene di più
conferito il titolo di _snillpall_, che in lingua di quel paese vuol
dire _uomo secondo la legge_, titolo d'onore per altro che egli non
può trasmettere alla sua posterità. Laonde i Lilliputtiani trovarono
sbagliata di gran lunga la nostra politica, allorchè dissi loro che fra
noi la forza del codice criminale sta ne' minacciati castighi, ma che
non vi si fa menzione di ricompense. In virtù di questa loro pratica
diversa dalla nostra, la Giustizia effigiata ne' loro tribunali, che
è dipinta con sei occhi, due davanti, due dietro, uno per lato ad
indicare la circospezione necessaria ad un giudice, tiene in oltre
nella mano destra una grande borsa d'oro ed una spada sguainata nella
sinistra per dar a vedere quanto ella sia più proclive a ricompensare
che a punire.
Nello scegliere impiegati pubblici di qualsiasi genere badano molto
più alle qualità morali dell'individuo che alla sua abilità; poichè,
siccome un governo è cosa necessaria al genere umano, essi pensano
che una discreta dose di retto discernimento debba bastare tanto ad
una posizione quanta ad un'altra; nè sanno darsi a credere che la
providenza abbia voluto fare dell'amministrazione della cosa pubblica
un mistero comprensibile unicamente per pochi geni trascendenti di cui
rare volte ne nascono tre ad ogni secolo. S'immaginano in vece che la
buona fede, la giustizia, la temperanza e simili altre prerogative
sieno alla mano di tutti, e che la pratica di queste virtù, aiutata
dall'esperienza e dalla buona volontà, renda abile un uomo al servigio
del suo paese, tranne que' servigi che dipendono da un dato magistero,
al cui apprendimento sia essenziale un corso di studi. Lontanissimi
poi dal credere che una rara superiorità di mente possa supplire alla
mancanza di tali virtù poste a portata d'ognuno, pensano anzi che i
pubblici impieghi non dovrebbero esser mai affidati in sì pericolose
mani siccome quelle di persone dotate di tanta intellettuale sublimità,
e che per lo meno gli errori commessi da un'ignoranza non disgiunta
da virtuose disposizioni dell'animo, non potrebbero mai portare tante
pericolose conseguenze al generale interesse quanto le pratiche d'un
uomo tratto dalle sue prave inclinazioni a lasciarsi corrompere e
protetto da una superiore abilità di mente nell'amministrare, nel
moltiplicare e nel tutelare i mezzi della corruttela.
Pensano parimente che l'incredulità nella divina providenza renda un
uomo indegno di qualunque pubblico incarico, perchè siccome il sovrano
medesimo si professa il delegato di questa providenza divina, parrebbe
ai Lilliputtiani il massimo degli assurdi se il principe affidasse
impieghi ad uomini che rinnegassero il potere di cui egli è mandatario.
Nel parlare e di queste e d'altre leggi che verrò commemorando in
appresso, vorrei bene s'intendesse com'io abbia in vista soltanto le
originali instituzioni, non certo le scandalose abitudini, in cui que'
popoli sono caduti in conseguenza della degenerata natura dell'uomo:
perchè, quanto alle infami pratiche di meritarsi luminosi impieghi e
favori col ballar su la corda o saltare a vicenda sopra un bastone e
passarvi di sotto curvandosi, fo notare al leggitore che tali usanze
vennero introdotte dall'avolo dell'imperatore oggi regnante, e sono poi
venute in sì alta voga per effetto del subuglio delle fazioni.
Anche l'ingratitudine è colà nel novero dei delitti capitali, il che
leggiamo essersi pensato egualmente in altre contrade. Il principio su
cui si fondano è che, se un uomo è capace di rendere male per bene al
suo benefattore, dee per necessità essere nemico di quel rimanente del
genere umano cui non ha veruna sorta d'obbligazione, e che come nemico
dell'universo è immeritevole di vivere.
Le loro nozioni su i doveri scambievoli de' genitori e de' figli
sono diverse affatto dalle nostre; perchè l'unione de' due sessi
essendo fondata su la grande legge della natura, intesa a propagare
e continuare le specie lilliputtiane, ne deducono come necessaria
conseguenza che tale unione nella schiatta umana non sia prodotta da
un principio diverso da quello onde si congiungono fra loro i viventi
diversi dall'uomo; credono quindi che la tenerezza dei genitori verso i
loro piccoli figli proceda da un simile principio di natura; e sarebbe
impossibile il farli convenire che i figli abbiano nessuna obbligazione
ai padri o alle madri loro per averli messi al mondo; «perchè, dicon
essi, nè questo, considerando le miserie dell'umana vita, fu un
benefizio in sè stesso, nè fatto con intenzione di beneficare dai
genitori, i quali, nei loro amplessi amorosi, pensavano ben ad altro
che a ciò». Dietro questi e simili ragionamenti, hanno opinato che
a tutt'altri, fuorchè ai padri e alle madri loro, debba affidarsi
l'educazione dei fanciulli. Essi hanno pertanto stabilito in ciascuna
città de' pubblici collegi, ove tutti, eccetto gli agricoltori e i
bifolchi, sono obbligati mandare, per essere allevati ed educati, i
loro figli d'entrambi i sessi, appena giunti all'età di venti lune,
età in cui si suppone in essi l'attitudine a ricevere ammaestramenti.
Di diverso genere sono tali scuole, secondo le diverse qualità ed il
sesso degli allievi. Ciascuna di esse è fornita di professori abili nel
predisporre i giovinetti a quella condizione di vita cui li chiamano
così il grado che hanno nella società i lor genitori come la forza
del loro ingegno e l'indole delle loro inclinazioni. Parlerò prima de'
collegi maschili.
Quelli destinati pe' fanciulli spettanti alle più nobili ed alte
classi vanno proveduti di gravi e dotti professori ed ognun d'essi
de' suoi ripetitori. Lisci e semplici sono il cibo ed il vestito de'
giovani alunni. Allevati ne' principii dell'onore, della giustizia, del
coraggio, della modestia, della mansuetudine e della religione, vengono
sempre impiegati in qualche occupazione, eccetto il tempo del mangiare
e del dormire, che è ben corto, e due ore di ricreazione che consiste
in esercizi del corpo. Sono vestiti dai serventi del collegio finchè
arrivino all'età di quattro anni, dopo il qual tempo vengono obbligati
a vestirsi da sè medesimi, comunque sublimi sieno i loro natali. Le
donne addette allo stabilimento, proporzionate, quanto all'età, alle
nostre di cinquant'anni, vi fanno quel che dicesi i fatti grossi della
casa. Non si permette ai giovinetti il conversare con la servitù;
bensì uniti fra loro in brigate, or più piccole, or più grandi, vanno a
trastullarsi alla presenza sempre di un professore o di un ripetitore;
così schivano contrarre quelle impressioni o goffe o viziose di cui
s'imbevono i nostri fanciulli. Non è concesso ai lor genitori il
vederli più di due volte l'anno, nè di baciarli se non all'atto del
primo incontro e della separazione; ed un professore, che in tali
occasioni sempre è presente, non permette ad essi nè confidenze segrete
nè smancerie di tenerezza co' figli nè il presentarli di cose dolci o
balocchi di qualsisia genere.
La pensione dovuta da ciascun padre per l'educazione ed il mantenimento
de' propri figli, ov'egli mancasse di pagarla in tempo debito, viene
riscossa da uficiali imperiali a ciò delegati.
I collegi pe' figli di borghesi, mercanti, bottegai e manifattori
vengono in proporzione amministrati con la medesima regola; solamente
i ragazzi destinati a qualche mestiere, all'età di undici anni, son
collocati come novizi in una bottega; quelli di nascita più distinta
continuano i loro studi sino ai quindici anni che corrispondono ai
ventuno fra noi; ne' tre ultimi anni la loro clausura è più mite.
Nei collegi femminili le giovinette di ragguardevole nascita sono
educate, sotto molti aspetti, alla maniera de' maschi; sol vengono
vestite da persone del loro sesso medesimo e sempre alla presenza di
una istitutrice o sua delegata, finchè arrivino a vestirsi da sè, il
che è stabilito al quinto anno di loro età. Se si giugne a scoprire che
una di tali serventi s'arrischi ad intertenere l'allieva o in fole da
far paura o matte storie od altri di quegli sguaiati propositi che sono
il forte delle cameriere fra noi, costei è pubblicamente frustata per
tre giorni consecutivi attorno alla città, tenuta prigione un anno e
bandita in vita nella più deserta parte del paese. Così le giovinette,
non meno degli uomini, si vergognano di essere pusillanimi o frivole,
nè si curano di personali ornamenti oltre all'uopo della decenza e
della mondezza. In somma, nei metodi di educazione serbati per le
giovinette o pei maschi, non m'accorsi d'altre essenziali differenze
(oltre alle poche che ho accennate) fuor delle esercitazioni che per
le donne non sono tanto gagliarde, di alcuni insegnamenti più ad esse
confacevoli nei particolari della vita domestica, e della istruzione,
in quanto al resto, più limitata per loro; la loro massima fondamentale
si è che una giovane di distinzione, andando a marito, si mantenga
per chi la sposa una ragionevole e gradevol compagna, giacchè giovine
non può sempre mantenersi. Giunte ai dodici anni, che per loro è l'età
delle nozze, i lor genitori o tutori se le prendono a casa dando grandi
manifestazioni di gratitudine alle loro istitutrici, e rare volte senza
pianti e della giovine che abbandona lo stabilimento e delle compagne.
Nei collegi di donne di men alta sfera, le giovinette vengono istrutte
in ogni sorta di mestieri adatti al loro sesso ed alla loro posizione
nel mondo; quelle destinate ad un alunnato in qualche bottega ci vanno
a sette anni; le altre son tenute in collegio sino agli undici.
Le famiglie di classe più ordinaria, che hanno figli in questi
collegi, devono, oltre all'annuale pensione che è tenue quanto mai
è possibile, consegnare al maggiordomo del collegio stesso un tanto
mensile su i loro guadagni per formare un patrimonio al fanciullo,
onde la legge stessa viene a limitare le spese dei padri di famiglia;
perchè i Lilliputtiani non trovano cosa più ingiusta di quella che
vi sieno uomini i quali per appagare i loro appetiti mettano figli
al mondo, poi lascino al pubblico l'incarico di mantenerli. Quanto
alle persone di più alto grado, danno sicurtà di assegnare una certa
somma, proporzionata alla loro condizione, in retaggio ai loro figli,
e questi fondi vengono sempre amministrati con la più esatta economia e
giustizia.
I bifolchi ed agricoltori si tengono a casa i propri fanciulli, chè non
avendo eglino d'altre faccende che l'arare ed il coltivare la terra,
l'educazione de' medesimi è di poca importanza pel pubblico. Ciò non
ostante divenuti inabili per malattia o vecchiaia, li mantengono gli
ospitali, perchè il mendicare è mestiere ignoto in questo reame.
E qui forse non sarà cosa priva di vezzo pel leggitore il sapere alcun
che sul mio governo domestico e metodo di vivere in questo paese
durante i nove mesi e tredici giorni che vi dimorai. La mia mente
essendo naturalmente ben disposta ai lavori meccanici, e d'altronde
costretto dalla necessità, mi fabbricai da me co' più grossi alberi
del parco imperiale una tavola ed una scranna convenienti abbastanza.
Duecento cucitrici furono impiegate per farmi camicie e biancherie da
letto e da tavola, il tutto con le tele più forti e ruvide che poterono
mettere insieme, le quali nondimeno dovettero ripiegare a più doppi
e trapuntare, perchè nel loro stato naturale erano un po' più sottili
delle più fine tele di cui si fanno manichetti in Europa. I loro drappi
sono per solito alti tre dita, e la lunghezza di tre piedi forma una
pezza. Perchè le cucitrici mi prendessero la misura, mi stesi per
terra; l'una di esse mi stava al collo, l'altra alle metà delle gambe,
con una forte cordicella tesa che ciascuna di esse teneva per una
estremità, intantochè una terza misurava la lunghezza della cordicella
con un passetto lungo un dito. Indi misurarono il mio pollice destro,
nè ebbero bisogno di far altro, perchè con un calcolo matematico
sapeano che due volte la lunghezza di questo faceva il circuito del mio
manichino, come sapeano che la mia cintura era due volte il circuito
del mio collo. Presa in oltre per modello una mia vecchia camicia che
stesi per terra, eseguirono appuntino tutte le cose.
Così pure vennero impiegati cento sarti nel farmi un abito, ma questi
per pigliarmi la misura adottarono un metodo affatto diverso. Postomi
ginocchione, essi pontarono una scala che veniva da terra sino al mio
collo, e saliti su la scala, lasciarono da questa cadere sul pavimento
un piombino che corrispondeva esattamente alla lunghezza del mio
giustacuore; quanto alla cintura e alle braccia, ne presi la misura
da me medesimo. Poichè il mio vestito fu terminato (manifattura tutta
eseguita fra le pareti della mia casa, altrimenti i più gagliardi fra
que' sartori non sarebbero riusciti ad introdurvelo), l'unione di tutti
i pezzetti che lo formavano, lo faceano parere un abito da arlecchino,
ma tutto di un colore.
Avevo trecento cuochi per prepararmi il mio mangiare; abitavano
essi in convenienti baracche alzate intorno alla mia abitazione ove
vivevano insieme con le loro famiglie, e mi preparavano due piatti per
ciascheduno. All'ora del mio pranzo io mi prendeva in mano trenta de'
miei camerieri e li collocava sopra la tavola; un centinaio d'altri
stavano servendomi a' piè della tavola stessa, chi tenendo vivande, chi
barili di vino e liquori che lor pendeano dalle spalle; i camerieri
che stavano sopra la tavola tiravano su d'essa queste cose con
giudiziosissimi congegni di corde simili a quelle di cui ci serviamo
in Europa per tirar fuori i secchi dai nostri pozzi. Un piatto delle
loro vivande faceva una buona boccata, come una ragionevole sorsata un
de' loro barili di vino. I castrati di quel paese cedono in bontà ai
nostri, ma il manzo è squisito. Mi capitò una volta un lombo sì grosso
che dovetti farne tre bocconi per mangiarlo; fu per altro un caso raro.
La mia servitù rimaneva attonita al vedermi mangiare questi grossi
animali e fin le loro ossa come da noi si mangia una coscia d'allodola.
Le loro oche, i loro gallinacci me li mangiavo in una boccata, e devo
dire che erano di gran lunga migliori de' nostri. Quanto agli uccelli
di becco gentile, io ne infilzava le ventine e le trentine su la punta
del mio coltello.
Un giorno l'imperatore, essendo stato informato del mio modo di vivere,
_desiderò aver la fortuna_, mi valgo delle stesse parole che si degnò
profferire, _di venire a pranzar meco_ egli, la sua imperiale consorte
ed i principi del sangue d'entrambi i sessi. Vennero di fatto e li
collocai tutti seduti nelle loro sedie di stato, circondati dalle
loro guardie, su la mia tavola rimpetto a me. Vi era pure Flimnap,
il gran tesoriere, con la bacchetta bianca della sua carica, e notai
che mi volgea certe occhiate torve; pure fingendo non accorgermene,
continuai a mangiare d'un appetito che faceva onore alla mia cara
patria e rese ammirata tutta quanta la corte. Ho qualche particolare
motivo per credere che questa visita di sua maestà offrisse a Flimnap
una opportunità di prestarmi mali ufizi presso del suo padrone.
Costui era sempre stato il mio segreto nemico, benchè in apparenza mi
facesse più finezze di quante se ne poteano solitamente aspettar dalla
disamenità del suo carattere. Egli non si stancava di far rimostranze
all'imperatore su lo stato piuttosto esausto del suo tesoro, su la
necessità in cui era di cercar danaro con grave scapito sopra le
cedole dello scacchiere che perdevano un nove per cento al di sotto
del pari; gli diceva ch'io era costato a sua maestà un milione e mezzo
di _sprug_ (la loro più grande moneta d'oro, della grossezza circa di
una paglietta); in somma, la finiva concludendo che sua maestà avrebbe
fatto ottimamente cogliendo la prima occasione di disfarsi di me.
Mi corre qui il dovere di risarcire l'onore di un'ottima dama che
soggiacque innocentemente a di ben gravi molestie per ragion mia. Era
saltato al gran tesoriere il ghiribizzo di essere geloso di sua moglie,
e ciò produssero alcune male lingue col mettergli nelle orecchie
ch'essa aveva presa una violenta passione per me; la maldicenza
cortigianesca andò per qualche tempo al segno di vociferarsi che una
volta ella era venuta segretamente a trovarmi in mia casa. Fu questa
un'infamissima impostura, priva d'ogni fondamento, e quanto v'ha di
vero si è unicamente che sua eccellenza, la signora grande tesoriera,
mi dava grandi contrassegni di confidenza e d'amicizia, ma sempre ne'
termini della più stretta onestà. Confesso che venne spesse volte in
mia casa, ma pubblicamente e con tre altre persone nella sua carrozza,
le quali erano per solito una sua sorella, una giovinetta sua figlia ed
una terza signora di sua intima conoscenza; e ciò praticavano parimente
altre dame di corte, e me ne appello a tutta la gente di mio servizio,
perchè dica se ha mai veduta dinanzi alla mia porta una carrozza senza
conoscere le persone che ci stavano entro. Ogni qual volta si davano
di questi casi, ed appena un mio servo veniva ad avvertirmene, io
correva sempre alla porta, e dopo avere usati i miei convenevoli ai
visitatori, mi prendeva in mano con tutto il riguardo la carrozza e
un paio di cavalli (erano carrozze a tiro da sei, ma il postiglione
staccava gli altri quattro cavalli), e mi portava tutte queste cose
su la mia tavola, intorno a cui io aveva congegnato un parapetto, alto
cinque dita, da mettere e levare per andar contro a tutte le possibili
disgrazie. Quante volte su questa mia tavola ho avute sin quattro
carrozze piene di persone, ed io me ne stava seduto sulla mia scranna
con la faccia parallela ad esse.
Mentre io dava udienza ad una brigata, i cocchieri conducevano
gentilmente a passeggiare intorno alla tavola le altre carrozze.
V'accerto che, conversando in tal modo, ho passati dei gradevolissimi
dopopranzi. Ma sfido il gran tesoriere ed i suoi due delatori (e li
nominerò anche, tanto peggio per loro!) sfido i suoi due delatori,
Clustril e Drunlo, a provare che alcuna persona sia mai venuta a
trovarmi misteriosamente, salvo la volta che ebbi un riservato
colloquio col segretario di gabinetto Redresal, e anche fu per
espresso comando di sua maestà imperiale; ve l'ho già raccontato. Non
mi sarei fermato a lungo su questi particolari se non si trattasse
di cosa in cui era compromessa la riputazione di una gran dama per
non dirvi nulla della mia. Perchè nemmen questa era salva, ancorchè
avessi l'onore di essere un _nardac_, ciò che il gran tesoriere non
è; tutti sanno ch'egli è unicamente un _glumglum_, titolo inferiore
d'un gradino al mio; per darvene un'idea, come sarebbe in Inghilterra
un marchese rispetto ad un duca; quanto all'impiego non ostante, devo
confessarlo, era da più di me. Queste calunnie pertanto, delle quali
venni in cognizione troppo tardi per un caso inutile qui a raccontarsi,
produssero che il gran tesoriere per alcun tempo facesse cattiva cera a
sua moglie e peggiore a me. Egli è vero che più tardi venne in chiaro
del suo inganno, e si rappattumò con la moglie; ma l'antipatia contro
di me gli durò sempre, e dovetti accorgermi che ogni giorno io calava
di credito presso l'imperatore, il quale si lasciava troppo governare
da questo favorito.