"Vieni, corri forte
Alla morte! traditori!
Quivi le spade fuori,
Colpi tagliando e dando,
E le lance spezzando."
---- _Serventese di_ _Giannozzo da Firenze_.
Che faceva intanto il capitan Vergiolesi al castello della Sambuca?
S'aggirava di e notte minaccioso per que' dintorni, forte del suo
coraggio e de' suoi uomini accresciuti di numero e armati di tutto
punto: e austero co' suoi per la disciplina, implacabile coi nemici,
dovunque e a tutti incuteva terrore. Era lassu il leone della foresta,
il cui solo ruggito spaventava chi volesse aggredirlo. Lo stesso Musone,
il fiero, l'audace bandito, da que' pressi doveva girar largo. E di
fatto le sue aggressioni eran tutte sul Bolognese; perche guai a lui se
fosse venuto di qua dal confine! Una volta che volle tentare un assalto
sullo stesso capitano, mentre sceso dal castello in un'ora di notte, con
pochi de' suoi perlustrava la via, se a lui riusci di scamparla, non
cosi a due de' suoi masnadieri, che caddero trucidati.
Questo ora sapeva male a Musone d'averla a far con un uomo si feroce e
si destro, e con armigeri notte e di a perlustrare ogni via che mettesse
al castello. Il colpo da tentar su Selvaggia, con la relazione stretta
gia con quel Vanni, gli pareva bell'e fatto. Per suo mezzo si sarebbe
appiattato con altri in casa sua all'insaputa della stessa moglie, e
quando Selvaggia, com'era solita, vi fosse giunta, con uno strattagemma
allontanata pur dietro casa Maria, l'avrebber rapita. Sicuro che
allettavalo a cio la grossa somma, che per mezzo di Nuto, il Fortebracci
gli aveva promesso. Ma prima di trattarne con Vanni, nel mestiere non
ancora matricolato, com'ei diceva, perche poi non l'avesse a tradire,
tento piu volte se avesse potuto prender non visto qualcuno di que'
sentieri per al castello: quando, trovatili sempre come assiepati di
militi, ei senza piu desiste dall'impresa, e al Fortebracci la dimostro
per allora impossibile. Premevagli troppo la pelle che poteva salvarsela
con altri guadagni, senza che avesse a rischiarla cotanto per far
servigio a costui. Gli bastava d'intendersela con quel furbaccio
dell'oste della Moscacchia per sicure corrispondenze, e talora col
giungervi nottetempo egli stesso. Li sul confine, per un andirivieni di
passeggieri, la palla al balzo o piu presto o piu tardi gli doveva
capitare: e forse di nuovo in altro modo (diceva in aria di mistero al
Fortebracci forte irritato con lui) non dubitasse, gli avrebbe giovato.
Frattanto che era mai avvenuto delle minacce del Legato di Bologna, e
delle intimazioni al Vergiolesi di sgombrar dal castello?
Dopo la risposta assai perentoria che il Vergiolesi gli aveva spedito,
si eran risolute a parole. Incerti sempre i Bolognesi delle forze che
avesse, in quanto che quella sua gente (non molta a dir vero), facendola
comparire a brigate or qua or la sulle alture di que' burroni, aveva
fama di essere straordinariamente accresciuta; non intendevano
rinunziare all'impresa d'un'aggressione al castello, ma frattanto
temporeggiavano, aspettando occasione piu propizia.
Se al capitano premeva molto, in pro suo e del suo partito, la difesa di
quel fortilizio, non meno gli stava a cuore che i poveri Pistoiesi
fosser trattati il meno male possibile. Pero non mancava per mezzo de'
suoi corrieri d'aver contezza di tutto, e quasi ogni giorno: in
particolare dal suo degno concittadino ed amico Lapo de' Rossi, che,
come dicemmo, succeduto a messer Cino nell'ufficio di giudice delle
cause civili, era di pari animo nell'amore alla terra natale. Dire che i
Neri si ritraessero da quel governo era ormai impossibile. Ma che non vi
si tenessero con angherie inaudite e sempre peggiori, questo era che
almeno chiedevano. Dove che avendoli supplicati da ogni parte ma senza
frutto, que' miseri cittadini si vedevano ridotti di nuovo alla
disperazione. I Lucchesi piu che i Fiorentini eran quelli che piu li
tribolavano. E' dicevano apertamente che volevano disfar Pistoia.
Narran le storie che di recente era stato mandato loro da Lucca per
capitano un certo Tomuccio Sandoni. I Pistoiesi perche lo seppero di vil
condizione e disagiato, e che al solito avrebbe inteso piu a guadagnare
che al bene della citta, non lo voller ricevere. In questo, a di 5 di
giugno 1309, si levo un improvviso rumore che parve una voce che venisse
dal cielo, e fu un gridare per ogni via: "Afforziam la citta!" Allora un
suonare a stormo da ogni campanile; e veder uscir tutti quanti uomini e
donne, chi a prender tavole, legnami e ferramenti, chi a fare steccati e
bertesche intorno alle mura abbattute. In poche ore la citta era tutta
afforzata. Poi cominciarono a scavare i fossi dal lato di Lucca. Ser
Tomuccio, spaventato da questa rivolta, corse a Lucca e riferi
l'accaduto: e subito i Lucchesi con grosse schiere, popolo e cavalieri,
cavalcarono per Valdinievole. I Pistoiesi sentito questo, mandarono in
contado per tutti i loro amici, che dalle castella movessero armati a
difenderli: e messi fuor di citta ragazzi e fanciulle, deliberarono, che
se i Lucchesi venissero, disperatamente gli avrebbero combattuti fino
agli estremi; perche dicevano: "Meglio e morire una volta che mille!"
Di gia l'oste lucchese si era avanzata fino all'Ombrone, a un miglio
circa dalla citta. Tanto basto! I Pistoiesi usciron subito; e col forte
proposito di morte dare e morte ricevere, si baciarono in bocca l'un
l'altro; e via, serrati in schiere, e con l'armi in pugno a respingerli!
Eran quasi presso all'Ombrone, quando, con gran stupore, videro arrivare
di la dal fiume il capitan Vergiolesi! Era stato l'amico De Rossi che
l'aveva di tutto informato. Ed egli, saputa appena l'iniqua aggressione,
si era mosso dalla Sambuca con militi a piede e a cavallo, acresciuti di
gente del contado lungo la via. Preso ardimento da tante armi che aveva
raccolte, varcato l'Ombrone piu in alto, lo costeggiava dal lato destro
per venire a tendere una imboscata al nemico dopo disceso dal
Serravalle. I Lucchesi allora accortisi del pericolo, nel timore di
esser serrati dalle avverse schiere, non osarono di passare il fiume. E
peggio per loro se lo avessero fatto! Cosi li ammonirono certi savi
uomini fiorentini, che, essendo in Pistoia, si recarono al campo
lucchese, e li consigliarono a retrocedere. Tanta era la gente in armi
della citta e del contado, irritata e risoluta a combatterli, che al
primo scontro sarebbero stati disfatti.
Molto allora fu lodato da ogni classe e fazione di cittadini il generoso
e inaspettato soccorso del Vergiolesi. Riconobbero tutti che non poteva
esser giunto piu opportuno e propizio per distogliere dalla comune terra
natale il fiero nembo che sopra le si addensava. Un'ambasceria de' piu
notevoli pistoiesi con a capo il De Rossi incontanente recossi a lui per
rendergli grazie. Ma gia egli, appena ebbe visto che i Lucchesi se ne
partivano, conseguito l'intento, raccolti i suoi, se ne torno alla
Sambuca.
Sparsasi la notizia d'una spedizione si fortunata, e al sapere che sotto
l'insegne del capitan ghibellino molti sempre accorrevano, il suo
partito nel Pistoiese e altrove ne prese animo: tanto che a Firenze
alcuni giovani segretamente deliberarono di cavalcare alla Sambuca a
rafforzargli le schiere. Non appena il capitano ne fu informato, che
descrisse loro per lettere la via da seguire; e promise che al castello
di Treppio avrebber trovato un suo messo per guidarli sicuri in Sambuca.
--A cavallo, a cavallo!--s'udi gridare una tal notte sulla spianata d'un
castello degli Adimari, sulle belle colline di presso Empoli. E i
valletti di subito a trarsi ciascun per le briglie a due a due i
destrieri, e condurseli innanzi alla porta del turrito castello;
assicurarsi se le selle fosser ben cinte, le bisacce con quel che
occorreva: un chiedersi a mezza voce fra loro se tutti eran pronti; e la
fra le tenebre, al dischiudersi di quella porta, seguendo il figlio del
castellano, una trentina di giovani eran tutti in arcioni.
Quelli che tenevan co' Cerchi, e con parte Bianca, de' Fiorentini erano
adesso tutti gli Adimari, tranne de' loro M. Filippo di M.
Boccaccio--_lo fiorentino spirito bizzarro_--detto _Argenti_ anche da
Dante, perche ricchissimo, e aveva la boria di far ferrare d'argento i
cavalli. Poi i Mozzi, i Nelli, i Mannelli, i Bardi, i Rossi, e il
Baschiera della Tosa: poi gli Abati, i Malespini, gli Scali, i
Falconieri, i Gherardini, i Bostichi, i Giandonati; que' dei Pigli, de'
Vecchietti, degli Arrigucci, dei Cavalcanti: solo alcuni de' loro pero;
perche in una stessa famiglia, spesso accadeva che altri seguisser
l'avversa fazione. Molti poi de' popolani minuti, fra' quali, M. Lapo
Falconieri, Cece Canigiani, e il Corazza Ubaldini, e i piu de'
Ghibellini di Firenze. Di queste casate uscivano i prodi giovani che
dicemmo; venutivi co' propri cavalli e armati di tutt'arme, e gia
postisi in via pel generoso divisamento di soccorrere il Vergiolesi.
Altrettanti del popolo dovevan seguirli, quando costoro giunti a Sambuca
li avrebbero avvisati.
Era una bella notte d'estate. A un'aria fresca, sotto un cielo stellato,
per luoghi domestici, il viaggio non potea cominciarsi con migliori
auspici. Speranzosi tutti, di forte animo, e uguali e concordi, non
avevan neppur pensato ad eleggersi un capo che gli guidasse. Solo per la
molta stima che avevan per l'Adimari, degno erede di quel Bellincion
Berti, figlio di Berto Adimari e padre della bella Gualdrada, da Ottone
il grande data in isposa al conte Guido da Poppi; poi perche da lui
invitati, quasi a un comando vi s'eran raccolti; tacitamente lo
riconobbero come lor condottiero.
Avanzatisi verso Prato, avevan di gia risalito il fiume Bisenzio, e
piegando poi a Cantagallo, eran giunti a pieno giorno su per le gole
appennine. Incerti di che animo i castellani di Treppio fossero verso
loro, e come gli avrebbero accolti, propose l'Adimari e fu consentito da
tutti, di far alto li all'aperto fra quelle selve: discesero allora: e
legati i cavalli ai vicini castagni, si adagiarono sul molle strato; e a
quell'ombre, fra gli scherzi e la spensierata allegria di quell'eta, coi
cibi portati a una fonte vicina, si diedero a ristorarsi. Ripreso poi il
cammino, prestamente giunsero a Treppio. Allorche si fece loro incontro
un pastore, che diceva essere stato spedito dal capitan Vergiolesi per
servir loro di guida fino al Castel di Sambuca. Non dubitarono punto che
costui fosse quegli che il capitano promise di inviar loro lassu, e
dietro tale scorta credutisi piu sicuri, proseguirono il viaggio.
S'avviavano in un alto piano per mezzo a bei castagneti, rasentando
talora lo scrimolo di strette e profondissime valli, formate da un altro
torrente Limentra. Discesi poi al villaggio di Badi, e di qui posto
piede nel territorio bolognese, mentre avrebber dovuto sempre
costeggiarne il confine e direttamente calare a Pavana per risalire a
Sambuca; invece da quel pastore, pensatamente fatti sconfinare, furon
guidati verso di tramontana. E intanto costui, giu giu per una strada
scoscesa, dava ad intendere a tutti quanti, ignari affatto di quelle
vie, che non facevano che costeggiare il confine toscano, dentro il
quale era quel villaggio che gia scorgevano in basso nella valle
dell'altra Limentra, e dove di necessita dovevan far capo per varcare
questo nuovo torrente. Chi gli avesse veduti que' baldi giovani per
quella poca pianura che trovarono finalmente prima d'entrare nel
villaggio, dopo un discender si faticoso! Andati sempre sui monti l'uno
dopo l'altro e spesso a piede con a mano i cavalli, ora montati in sella
si avanzavano a due a due; ma piu briosi i cavalli, e i cavalieri piu
lieti, piu loquaci e gia soddisfatti; scorte al fine, sul poggio
dinanzi, le mura merlate del Castel di Sambuca!
A colui che volesse avere un'idea della foggia di que' cavalieri e
militi cittadini a un tempo, credo che non potrebber meglio
offerirgliela che gli abitanti dell'isola di Sardegna, allorche sulla
sera villici e proprietari a cavallo, dalla campagna (non avendovi
ancora che poche case coloniche) fanno ritorno in citta. Portano in capo
un nero e lungo berretto di lana che ricade loro da un lato: a sera poi
vi sovrappongono il cappuccio che tengon dietro alla cappa, com'era uso
nel medio evo. Se non che nella estate se la gittano dietro le spalle. A
una cintola di cuoio tengon appese le corte armi. Vanno a drappelli,
cavalcando piccoli ma vivaci destrieri dell'isola, con gran bisacce sui
fianchi; e solo invece di picche (s'intende) hanno schioppi, che, o
tengono in obliquo sopra una spalla, o per traverso dinanzi alla sella,
ossivvero nella destra elevati, col calciule posato sul fianco.
Con questo modo presso a poco entravano i nostri giovani nel villaggio,
senz'avvedersi di essere stati condotti su quel di Bologna, in un paese
nemico, e nel covo del rio Musone al villaggio della Moscacchia!
Trafelati pero e infiacchiti dal disagio e dal caldo, dopo essere stati
per tante ore a cavallo, veduta l'insegna d'un'osteria, non parve vero a
ciascuno di farvi alto, e prender di nuovo da ristorarsi.
--Oh! qui c'e tutto, messeri; venite, venite--disse loro la guida, che
gia per la via faceva presentire a' loro stomachi questo conforto.
--Tutto, tutto abbiam qui, e a' vostri comandi, gentiluomini
riveriti--soggiunse l'oste dalla porta dell'albergo, levatosi il suo
bianco berretto, e mostrando un faccione rosso come un gambero, con
certi cernecchi di capelli rossastri e setolosi, e tentennando la sua
gran pancia, sostenuta da un paio di gambe corte corte.
--Entrate, entrate!
E data un'occhiata per traverso alla guida, questi, come se per caso nel
passare si fosse in lui imbattuto, gli susurro alla sfuggita: "Son
loro!"
Inteso cio, il mariuolo dell'oste con un'aria tutta ridente se n'ando
attorno a que' cavalieri a raddoppiar di profferte e di salamelecchi, e
a prender gli ordini per preparar loro la refezione.
Rientrato poi nell'osteria con la guida, toccando a questo la spalla, e
con certi occhi stralunati gli disse:
--Bada sai! Lascia prima che mangino e che abbian pagato!
--S'intende--rispose l'altro.--I buoni affari bisogna trattarli a pancia
piena. E vedi che io oggi te ne fo far uno co' fiocchi. Piuttosto ti
dico che tu pensi subito a me! m'hai capito?
--Non dubitare; i meglio bocconi son tuoi. Poi tu dovresti sapere che
alla circostanza non ho i granchi alle mani!
--Va bene! Me lo credevo--rispose l'altro, assicurato di buona mancia. E
seguito a tener d'occhio e a porger l'orecchio su tutto e su tutti.
In breve i nostri, tolte le selle ciascuno al proprio cavallo, con
manciate di fieno l'avea stropicciato e asciugato: poi legatili tutti a'
vicini castagni e procurato loro da nutrirsi, l'un dopo l'altro se ne
entravano nell'osteria.
Era omai sulla sera. Il caldo, sebbene in montagna non sia mai
affannoso, pure in quell'ora e in quel basso vi si sentiva: da quei
giovani poi molto piu, affaticati non poco per tutto il giorno. Pero non
parve vero a ciascuno di scingersi l'armi e spogliarsi delle vesti.
Posaron tutto nella prima stanza: poi non fecero altro che affrettare
briosamente l'ostiere, perche nell'altra vicina li servisse alla mensa.
Non e da dire di che sorta fosse quel loro apparecchio. Un lungo e
sudicio tavolino, sul quale eran solo distese alcune foglie di castagno;
cinque o sei boccali, ed orciuoli e alcuni piatti; e torno torno due
panche male in gambe per i convitati. Una stanza poi a tetto, tappezzata
di ragnateli; e vari straccali polverosi dall'altra parte. Ma il buon
umore che regnava fra loro fece mandar in burla ogni cosa. Tutti
gridavano a una voce:
--Ostiere, sei pronto? portaci da mangiare, galeotto che sei! Non pensi
che abbiamo una fame da lupi?
Per accrescer quel brio giovanile basto loro che seduti alla tavola, si
vedessero comparire una giovane fantesca. Era questa una paffuta
montanina avvistatotta, e accorta: la disperazione dell'ostessa, che
facendola da gelosa l'avrebbe voluta cacciar le mille volte, se
altrettante quel furbaccio di suo marito, in un'osteria di confine come
la sua, con un andirivieni di contrabbandieri che pagavano a bizzeffe, e
sapeva tenerseli cari, e al bisogno servirli, non l'avesse convinta che
un zimbello miglior di lei non poteva trovarsi, e che anche per questo
d'avventori non ne mancava. Adesso era lei questa destra fantesca che
portava in tavola le vivande, e che intesasi col padrone, badava a
mescere a tutti del vin generoso. Accettando cosi da essi per quasi
un'ora e ricambiando gli scherzi, que' giovanotti non s'erano accorti
che costei li aveva ben bene avvinazzati. Pero l'oste si affretto a far
loro un conto spropositato, che presentato e richiesto da lei stessa con
molte lusinghe, non esitarono a pagar per l'intero, aggiungendovi il di
piu della buona grazia per lei medesima. Vi avevano invitato alla mensa
anche il pastore che fu loro di guida: ma esso si scuso con dire che era
solito a prender cibo co' suoi amici in cucina per farvi due ciarle.
Intanto quest'uomo aveva mangiato e bevuto, si, ma in un attimo era
stato visto sparire da un uscio di dietro. Quando a un tratto, quei
giovani che ancora trincavano e facevan cuccagna, si videro entrar nella
stanza quanti militi ce ne potesse capire, che puntate contro essi le
spade, e altri addossatisi con le allabarde fin da una bassa finestra,
intimaron loro d'arrendersi! Erano le milizie del Comune di Bologna, il
cui territorio avendo quei giovani violato entrandovi armati, quel
capitano ingiunse loro l'ordine di seguirle.
Stupirono a prima giunta, e si guardarono l'uno l'altro; poi alzatisi
tutti:--Traditore di guida!--esclamarono; e si sarebber dati a
strepitare e disporsi a difesa. Ma l'Adimari con molta serieta disse
loro:--E non vedete che siam disarmati? Incauti noi! Ora ci e forza
d'arrendersi!
E ben si avvisava. Cinquanta lance a cavallo, al cenno della perfida
guida erano uscite dal bosco vicino, e agli ordini del capitano della
montagna bolognese avevan gia circondato la casa; e altrettanti militi a
piede impadronitisi de' cavalli e delle armi loro, e solo restituite le
vesti, li avevano circuiti, e legati e prigionieri li scortavano a
Bologna. Ma un tradimento siffatto non era stata la sola guida a
compirlo. Bisogna sapere che il ritorno del capitan Vergiolesi alla
Sambuca dopo il felice successo riportato sopra i Lucchesi presso
Pistoia aveva talmente rianimato lo spirito di sue milizie, che gia
nella mente esaltata si fingevano di poter presto prender la rivincita
sopra i Guelfi Neri. Alcuni capitani poi del Vergiolesi non s'eran
guardati di palesar liberamente a Selvaggia, forse per consolarla, ma
presente la sua fantesca Maria, l'aiuto che attendevano da Firenze da'
giovani Ghibellini, la via che avrebber tenuto, la guida che per loro
spedivano a Treppio, e fino il di dell'arrivo. La buona Maria a quello
sciagurato di suo marito, che ogni tanto tornava a casa dando ad
intendere di andare a opra qua e la, e le riportava danari, per effetto
di buon cuore e dalla gioia che ne provava gli confido ogni cosa per
filo e per segno. Tanto basto che ne fosse informato Musone. Questi
mando subito a Treppio la falsa guida. Di quella poi spedita dal
Vergiolesi ando in cerca egli stesso con quanti piu uomini pote
raccogliere, penetro fra i boschi e sulla via fino a Treppio, l'apposto,
e gli riusci d'arrestarla. Ne fece prevenire l'oste della Moscacchia suo
manutengolo; e prima d'ogni altra cosa pattui per una grossa ricompensa
col capitano della montagna la consegna di quella brigata di Ghibellini.
Preziosa occasione che quel capitano, a costo d'aver che far con costui,
non si lascio sfuggire, per acquistar favore e denari dal vigile
Cardinale. Frattanto Musone con questo colpo faceva, come suol dirsi, un
fatto e due servizi. Dava ad intendere al Fortebracci nascosto li in
quell'osteria che tuttocio aveva operato per favorire i suoi disegni,
quelli d'avversare ad ogni costo le mire del Vergiolesi, e di avvilire e
prostrare quel suo odiato nemico. D'altra parte al capitan bolognese
mandava dicendo, vedesse un po' a che imprese arrischiate si fosse dato
per attestare a messer il Cardinale la sua devozione al partito dei
Guelfi.
Ma il comune dettato che il diavolo le insegna fare ma non conduce a
buon porto, e che una le paga tutte, parve che fosse noto anche allora.
Infatti cosi dicevan fra loro in una grossa brigata i militi del capitan
Vergiolesi, il giorno stesso che i giovani Ghibellini erano stati fatti
prigionieri. E lo dicevano perche riprendendo la via del castello,
avevano poco innanzi nientemeno che appiccato agli alberi lungo la via,
Musone e diversi altri di sua masnada! Chi glie l'avesse detto al
tremendo bandito che dovesse perder la vita per man di colui al quale
tuttodi la insidiava! Ma tant'e; la sua sorte questa volta non gli fu
dato sfuggirla! Cadde in un'imboscata su quel di Pistoia mentre per vero
avea tentato un bel colpo; non pensando pero al pericolo in che s'era
posto, con l'arrestarsi in que' pressi per trattenervi la guida
sorpresa, finche non suppose allontanati di molto i militi del capitan
bolognese, col quale aveva trattato si, ma pero alla larga per sospetto
d'un brutto giuoco. Or mentre il Vergiolesi, avvisato, era accorso con
molti uomini sulle tracce di que' giovani generosi, Musone e i suoi
scherani furon circondati da lui, e tutti come assassini il capitano
militarmente li sentenzio, ed ebbero quella morte.