"Onde ne vieni, Amor, cosi soave
Con il tuo spirto dolce, che conforta
L'anima mia, ched'e quasi che morta,
Tanto l'e stata la partenza grave?"
---- Messer _Cino_, _Sonetto_.
Le discordie cittadine, l'ire di parte, e le guerre degli Stati d'Italia
piccoli o grandi fra loro, non erano nel medio evo che l'effetto di un
assoluto municipalismo che, insieme al concetto cosmopolita, tuttor
dominante, dell'impero romano, non faceva lor concepire neppur l'idea di
nazione fosse pur federata, non che quella della sua unita. Forse questa
partizione e varieta di Stati, ad un tempo gareggianti fra loro
all'incremento della lingua, delle scienze, delle lettere, delle arti,
delle industrie e dei commerci, era un preparamento necessario, una
condizione indispensabile perche l'Italia, solo dopo tante prove di
gloria e di sventura, apprendesse il suo meglio nella concordia, e
riuscisse sicura a proclamarsi di nuovo la piu nobile delle nazioni. Ma
frattanto si vede che pochissimi spiriti de' piu eletti formarono allora
si generoso pensiero; e che, per quanto si sforzassero con ogni ragione
di proclamarlo, commendarlo ed estenderlo, la voce loro riusci impotente
o non intesa sopra popoli non disposti.
E qui in qualche modo vogliamo accennare la gran differenza che passa
fra la liberta che in Italia alla perfine godiamo, e quella del medio
evo. Gli uomini d'allora non conobbero che l'idea dell'umanita, come gli
antichi quella sol dello Stato. Credettero all'unita del genere umano,
all'unita religiosa, a quella del linguaggio, non mai pero all'unita di
nazione. Tant'e vero, che ciascun popolo piccolo ch'e' si fosse, retto a
Comune o a principato, volle essere indipendente l'uno dall'altro; e al
piu al piu, secondo la parte presa, starsi in protezione o del papa o
dell'imperatore, o sotto il mal governo d'un tirannello dipendente da un
di loro. L'idea di nazione neppur la lega lombarda si puo dir che
l'avesse incarnata. A chi ben guardi non e che movesse guerra per
l'indipendenza d'Italia, ma per sola difesa delle liberta municipali.
Liberta, non v'ha dubbio, si voleva da tutti, ma dentro alle mura d'una
sola citta, o ai confini del proprio Comune. Il popolo non bramava che
quella che favoriva l'industrie, che frenava le angherie de' magnati, e
pel commercio con l'estero ne accresceva la floridezza. Vi volevano
uomini di gran genio e che non parvero di que' tempi, per vedere che
importava cessar le ire di parte, abolire i privilegi infiniti; e quanto
ai molti e svariati governi, sottrarli al potere ecclesiastico per
raccoglierli sotto un forte e unico potere civile: non pero tale per la
condizione de' tempi da potersi temperare, siccome adesso, per una
libera costituzione. Ma come conseguir questo fine con elementi di tal
natura? Non erano esse le due grandi potenze invocate, egualmente
dispotiche e aspiranti a una monarchia universale, e da cui era vano
d'attendere che per loro l'Italia fosse libera ed una? E come con l'idea
della universal monarchia si sarebbe potuto restaurare a Roma, gia da
secoli sede del papa, il vecchio trono de' Cesari, e l'impero latino,
non divenuto omai che un vanto e una tradizione? Come distruggere in
Italia a un tempo i privilegi di tutti i poteri su cui si basavan le
leggi di ciascun Municipio, che sotto forma o di repubblica o di
principato la governavano?
Eppure non mancarono uomini fra i Ghibellini che v'avesser gran fede, e
si dessero a promovere la difficile impresa! La quale se da prospero
esito non fu coronata, ad essi pero l'onore e la gloria di avere ad ogni
modo iniziato il generoso concetto dell'unita nazionale. E soprattutti
al divino Alighieri! Il cui genio in un'epoca di contrasto tuttora fra
l'impero e la chiesa, fra 'l diritto e la forza, seppe, primo fra
gl'italiani, elevarsi alle serene regioni della scienza, e rinvenirvi il
principio del patrio risorgimento e della civilta universale.
Ammaestrato dalla sventura e dall'esperienza, ramingando di citta in
citta, in mezzo a popoli di vari dialetti e costumi, e fra 'l triste
spettacolo delle fazioni; filosofo e teologo, vedute le due autorita,
politica e religiosa, in aperta lotta fra loro: nella sua alta mente
immagino e comprese che l'Italia, partita in tanti piccoli Stati, con
reggimenti incerti e poteri effimeri, fra tante agitazioni e discordie,
non avrebbe potuto trovar posa che nell'attuazione della unita di
reggimento, non che di una riforma politica, e della disciplina
ecclesiastica. L'Italia divisa, agli occhi suoi era serva, e indegna del
nome di nazione. Testimoni di questa fede i suoi cento canti della
_Divina Commedia_, il trattato della _Monarchia_, e le sue esortazioni
ai principi e popoli dell'Italia, e in particolare agli amici piu intimi
che volle a parte della grand'opra, fra i quali vediamo de' primi messer
Cino de' Sinibuldi.
Che se, com'e detto, gli elementi proposti allora dall'Alighieri non
corrisposero, ne poterono, anche di per se, esser valevoli ad attuare
almeno il pensiero magnanimo della nazionale unita: esso pero da quel
tempo nella mente d'alcun grande italiano pur talvolta risurse. E noi il
travedemmo ne' nobili carmi del Petrarca, e ne' politici discorsi del
Machiavello. Dappoi con le straniere dominazioni una notte di secoli si
distese sul bel cielo d'Italia, ne un solo astro benigno, pur quello
della speranza ultimo a estinguersi, piu vi brillo! Ma le dure catene
che l'avvinsero d'ogni parte, pur quando modernamente ogni Stato
d'Europa costituivasi a liberta, stancarono i popoli, e li riscossero. E
giurarono in cor loro di volersi unanimi conquistare quel libero
reggimento che tanti despoti lor contendevano, e che sentivano omai di
dover meritare. Il voto dell'Alighieri con piu attuabili modi raccolto
in segreto dagl'Italiani, cresciuto in breve e diffuso, comincio ad
esplicarsi in iscritti e in generosi conati. Le patrie rivoluzioni e
battaglie del secolo decimonono ne affrettarono gli eventi: e per tal
guisa quel voto rimase e fu tramandato come unico principio e
divinazione del mirabile nostro rinnovamento.
E ben fu che a si gran cittadino Firenze sua festeggiasse nel
secentesimo anno della sua nascita! Ben fu che in quel memore giorno in
cui l'Alighieri comincio la sua vita, sacra all'arte e alla patria, al
dolore e alla verita, gli erigesse una statua sulla piazza del tempio
dell'itale glorie! E cola in quel giorno fu bello a vedere, compresi di
gratitudine al divinatore delle italiche sorti, come a solennita
nazionale, e ad inaugurare in suo nome la nuova civilta, raccogliersi
tutti i rappresentanti delle provincie del bel paese, e di nuovo
sciogliere il voto alla tanto sospirata unita e liberta della patria;
che alla perfine, nel memorabile 1866, con la indipendenza dello
straniero, dopo una lotta di dodici secoli fu dato di conseguire!
Abbiamo gia detto come l'unita dell'Italia fosse intesa e bramata da
pochi, e sol tra' piu nobili Ghibellini d'allora; e come la dimora di
messer Cino alla Sambuca non dovesse essere che una stazione per
condurlo fra loro nelle terre lombarde a discutere il modo piu atto, con
l'arrivo dell'imperatore, a compir la grand'opra. Se a quel castello
messer Cino non avesse trovato che gli amici suoi Vergiolesi, cotal
dimora sarebbe stata assai breve. Ma v'era pure la donna del suo cuore!
Colei, che da lungo tempo non avea riveduto e che sapeva si scaduta ed
afflitta! E a veder come, dal momento del giunger suo la salute di
quella gentile ogni di piu rifiorisse; e com'ella, quasi obliando i
propositi e gl'impegni che Cino stesso non le aveva nascosti, si facesse
una dolce illusione; e confidasse, che a quel castello dove ei fu tanto
aspettato, e dov'ebbe dai Vergiolesi tanti segni di gradimento,
dipendeva da lui di protrarvi la sua dimora; ben puo argomentarsi da che
contrari affetti fosse combattuto quel cuore! Chi infatti non avrebbe
voluto restarsi a convivere fra amica gente non solo, ma insieme
all'amata donna; quando essa a lui ogni di porgeva certezza, che quella
sua salute si debole, non che l'ardor dell'affetto col rimanerle
d'appresso rinvigorivano; mentre con l'abbandono queste forze vitali si
sarebbero affievolite e con suo grande rammarico?
Eppure il tempo di partire era giunto! Parola di dolore e l'addio, ma
bisognava pur proferirla!
Essi eran soli, il giorno della funesta partenza!--Il cavallo di gia
sellato attendeva il suo nobile cavaliere sopra un piccol ripiano
dinanzi al castello, condottovi a mano dal suo fido valletto, insieme ad
un altro del Vergiolesi che doveva servirgli di scorta. In basso poi
avrebbe trovato altri uomini d'arme che per sua sicurezza l'avrebbero
accompagnato a cavallo fino a Bologna. Messer Cino si era gia inteso con
gli amici suoi, messer Lippo e messer Fredi, concordi nel suo pensiero
politico: solo dolente di doverli lasciare in lotta coi Bolognesi pel
posseduto castello. Frattanto non gli dava il cuore di doversi
distaccare dalla sua Selvaggia. E quante ragioni non ve l'avrebber
trattenuto! Ma un sacro dovere, l'amor della patria, era in lui si
potente, che gli faceva, in parte, sacrificare un affetto si caro.
--Voi sapete--mestamente ei le disse--dove l'onore mi chiama! I miei
amici, e massime Dante mio, con calde parole mi vi scongiura e mi
esorta. Non per questo vi potra esser mai un istante ch'io dimentichi la
mia dolce Selvaggia! Verra con me impressa nel cuore la vostra immagine
sempre! Questa sola mi basterebbe. Ma pur vedete (e mostravale un suo
ritratto), anche i miei occhi usi a contemplarvi, cercai che da lunge di
tanto bene in qualche modo non ne fossero privi. Le vostre lettere poi
mi solleveranno da tanto dolore. Voi riceverete le mie. E quando la mia
missione sara compiuta, dalla quale mi auguro fra gli altri beni il
vostro ritorno in citta, affrettero il momento di ricondurmi agli amici,
ed a voi, che foste e sarete pur sempre la donna del cor mio e del mio
pensiero. E ora, o Selvaggia, d'un favore vorrei pregarvi. E qui (e le
porgeva un involto di carte scritte di sua mano) egli e qui che ho
raccolto tutti que' versi che il vostro amore mi ha ispirato. Permettete
che restino in mano vostra. Non tutte per certo le povere mie rime le
conoscete. Ne troverete pur altre che forse vi moveranno a pieta, e
forse da voi di qualche stilla di pianto saranno bagnate!
--Oh! si! messer Cino, si--rispondeva ella con passione accettando
quelle carte, e stringendole al seno.--Ecco tutto quello che mi restera
di voi!
E gia calde lacrime le cadevano per le guance.--Ma io sapro farmi forza.
Voi partite per una nobil missione. Al vostro ingegno si schiude il
cammin della gloria; e io...! Oh! io non faro che voti i piu ardenti
perche vi sia dato di conseguirla. Ma intanto!... Vedete in che
solitudine, in che sconforto io mi resti quassu! Oh! perche il padre e
il fratel mio non presero a seguirvi anche in questo? Non era egli un
dovere che si spettava a ciascuno di nostra parte? E allora cola nelle
terre lombarde, non disgiunta da' miei cari e da voi, qual grato
compenso non avrei avuto alle patite sciagure! Quanta gioia a questo
povero cuore.... vedervi uniti e concordi nella nobile impresa di
redimer la patria; poterne divider d'appresso le speranze e i timori: ed
io delle prime avere il vanto di giubilare ad ogni ostacolo che mi
svelaste d'aver superato! E la, se anco i giorni del viver mio avesser
dovuto abbreviarsi.....
--Selvaggia!--ei la interruppe--ve ne scongiuro, non piu! Non vogliate
con questi detti crescere a dismisura l'acerba pena che provo per si
necessaria partenza! Di nuovo io lo prometto, e lo giuro! Lasciarvi
ora.... pur troppo!.... ma non mai nel mio pensiero! La vostra dolce
memoria mi fara piu lieve il dolore dell'assenza, e ogni ostacolo da
superare: e presto, si, presto n'ho fede, la buona fortuna consolera voi
generosa, e degna di miglior sorte!
--I vostri voti, Cino, se mi son cari!..... Ma temo che omai per me
infelice sieno indarno! Da troppo gran tempo il peso delle sciagure s'e
aggravato sopra il mio capo! Ma questa.... oh! questa vi pone il colmo!
E gia un fatale presentimento che.... forse mai piu....
--Non mai!--Cino subito le soggiunse--non dite questo per pieta, mia
dolce Selvaggia! Voi mi aggiungete dolore a dolore. Noi ci rivedremo! e
presto;... e allora... oh! allora per non lasciarci mai piu!
E strettala dolcemente al seno, si senti posar su di esso quella sua
bionda testa come nel piu grande abbandono.
Un singulto convulso erale succeduto ai prolungati sospiri, e da que'
begli occhi scendevano grosse lacrime e le bagnavano il volto. Egli
presala per mano, facea di sorreggere quel suo dolce capo a uno dei suoi
omeri: ma sentitosi fortemente commosso, teme ad ogni tratto gli si
smarisser le forze. L'amicizia e l'ospitalita gl'imponevano d'altronde
sacri doveri. Sicche fatto superiore a se stesso, tento di dar animo
alla infelice, piu volte chiamandola a nome con molto affetto. Ella
allora sollevata la faccia, e tacita con lungo sguardo affissandolo,
giunse le mani verso di lui come in atto di fervente preghiera. Cino
l'aveva compresa, e volea pur frenare la sua gran commozione
assicurandola del suo presto ritorno. Ancora una volta la strinse al
seno, e parti; ignaro che quello sarebbe stato l'ultimo addio!
Tornato di nuovo nella stanza dei Vergiolesi, gli abbracciava con grande
affetto; e in un baleno era gia in sella.
Il vecchio capitano segui l'amico finche non giunse al destriero; poi
con gli sguardi e coi voti, commosso egli pure oltremodo, perche omai
consapevole di quell'amore di messer Cino, paventava di gia per la
salute della sua cara Selvaggia. Essa aveva voluto rivederlo ancora una
volta di su dal verone, e per le svolte della montagna accompagnarlo col
cupido sguardo. Ma come la costiera del poggio le ne contese la vista,
non le resse pur l'animo, e vi rimase quasi priva di sensi. Il padre
pero e le donne di famiglia furon preste a soccorrerla. Ma affanni si
crudi a cor gentile son ferite mortali; e mal si potrebbe con dolci modi
e con amiche parole apprestarvi un rimedio!