A che, Roma superba, tante leggi
Di senator, di plebe, e degli scritti
Di prudenti, di placiti e di editti,
Se 'l mondo come pria piu non correggi?
Leggi, miser' a te! misera, leggi
Gli antichi fatti de' tuoi figli invitti,
Che ti fer gia mill'Affriche ed Egitti
Reggere; ed or sei retta e nulla reggi!
---- Messer _Cino_, _Sonetto_.
Arnaldo di Pelagrua francese, cardinale di Santa Maria in Porto, nel
tempo di che discorriamo risedeva come legato pontificio in Bologna. Il
capitan Vergiolesi vedevasi tuttodi minacciato da lui, e da quel Comune
che parteggiava pe' Guelfi Neri, d'assediargli il castello. La somma
delle ragioni era quella del diritto di conquista, contro l'avverso
partito; del piu forte contro il debole. Le milizie di Bologna si erano
infatti avanzate verso il confine di quel territorio vicinissimo della
Sambuca. Allora sorse nell'animo del capitano di mandar di nascosto il
suo consanguineo Lando de' Vergiolesi, sotto nome di ambasciatore del
vescovo di Pistoia, a papa Clemente in Avignone, acciocche e' comandasse
che i Bolognesi desistessero dalle ingiuste pretese. Ma il papa,
sospettando del vero, richiese a Lando il mandato del vescovo. Or come
questo non era che uno di quelli strattagemmi tentato altre volte,
trattandosi di possesso gia feudo dell'episcopio, per viepiu impegnare
il papa a tutelarlo ne' suoi diritti; egli invece come senti che il
mandato non v'era, comando che lo congedassero. Intanto faceva scrivere
al cardinale legato di Bologna, prendesse possesso della Sambuca pel
vescovo di Pistoia. Il cardinale che era Guascone come papa Clemente, e
nipote suo, pensiamo se esitasse un momento! Invio subitamente al
castello un suo ambasciatore a significare al Vergiolesi il pontificale
decreto. L'ambasciatore fu Lotteringo dei Lambertazzi.
Questa casata di parte ghibellina, opposta alla guelfa de' Geremei,
richiama alla mente il tragico fine di due giovani amanti, Imelda e
Bonifacio; colei della prima, questi dell'altra famiglia. Erano corsi
poco piu che tre lustri da che quel crudo fatto avveniva (1273), e aveva
diviso in due parti tutta Bologna. Questa citta appellata per
antonomasia la _dotta_; gloriosa pel suo Irnerio e pe' suoi glossatori;
fiorente in quel tempo di circa dieci mila scolari alla sua Universita,
la piu illustre d'Italia, non pote sottrarsi alle feroci ire delle
fazioni.
Prevalso il partito guelfo per opera de' Fiorentini; e i Geremei e i
Guelfi tutti volendo prendere la rivincita sulle sconfitte che ebber
sofferto da' Lambertazzi e consorti capitanati dal celebre conte di
Montefeltro; faceva aspra vendetta su i Ghibellini con incendi ed esili.
Messer Lotteringo che era di questo partito, veduta la mala parata, e
preso poi da smodata ambizione, lascio a tempo la propria parte e
s'acconcio coi curiali del cardinale. Il Pelagrua, considerato com'egli
fosse nobile e ricco e pronto d'ingegno e della parola, molto volentieri
l'accolse fra' suoi; e subito, come a trionfo sull'avverso partito, lo
inviava ora al caporal del medesimo, in qualita di ambasciatore di Santa
Chiesa. E gia costui s'era posto in viaggio e recavasi a compiere la sua
missione.
Quello spazio di cammino che v'e da Bologna ai dintorni della Sambuca, e
che ora per via ferrata fino al ponte della Venturina si compirebbe in
poco piu di due ore, bisognava allora percorrerlo a cavallo in due buoni
giorni. Era quella una via che, per quanto la piu frequentata per passar
l'Appennino e venire in Toscana, traversata pero da fiumane senz'alcun
ponte, le quali per le piene istantanee ne trattenevano spesso il
viaggio; ardua per le frequenti salite e discese; pericolosa per le
vicine boscaglie, d'onde da qualche tempo sbucavano assassini e
aggredivano il viandante; diviso l'ambasciatore di cavalcarla in pieno
giorno con genti del suo seguito e ben armate. Il primo di fino al
paesello di Vergato; il secondo fino al Cerreto, o monte della Madonna,
alle falde del quale era l'antico castel Porredo, poi contea di
Porretta, rinomata anche allora, e gia da cento anni, per le sue acque
termali. Spero poi la mattina seguente pervenire alla Sambuca, ove poco
innanzi gli fosse dato di guadare il piccolo Reno.
Questo fiume, o meglio torrente, che sorge nei monti del Pistoiese (a
Prunetta) e divide il territorio bolognese da quel di Pistoia, per
quanto povero d'acque, verso Bologna ne' tempi andati dilagavasi tanto,
che v'avea formato una isoletta per la quale ando si famoso. Perche e da
sapere che fu cola dove il terribile secondo triumvirato di Ottaviano,
Antonio e Lepido convenne a conferenza, e si divise il governo della
romana repubblica. Cinque legioni stavano a guardia di lor persone da
una riva e dall'altra del fiume. Lepido visito il luogo prima che gli
altri v'entrassero. Vi giunsero poi Antonio e Ottaviano, e tutt'insieme
si fecero certi non avere alcun'arme. Per tre giorni vi fu discusso del
come partirsi fra loro le province romane. Poi qui fu segnata la lista
di proscrizione di trecento senatori e di tremila cavalieri;
eccettuandone diciassette che immantinente ordinarono fossero trucidati.
Fra questi il primo designato alla morte volle Antonio che fosse
Cicerone, il grande oratore, il suo stesso benefattore! Da gran tempo
quell'isola piu non esiste. Cosi potesse cancellarsi la memoria delle
tante scelleraggini che vi furono ordite!
Era circa il mezzo del di che l'ambasciatore con la sua gente giungeva
al castel di Sambuca. Messer Fredi, nell'assenza del padre andato a
munire i confini, fu ei che l'accolse: e per la sua natural cortesia, e
pel titolo del personaggio s'ingegno di trattarlo con ogni riguardo. E
mentre doveva attendersi il ritorno del capitano, Fredi allora gli
presento messer Cino. Costoro per la dimora simultanea avuta in Bologna,
subito si riconobbero: e benche adesso di contrario partito, si assisero
insieme: e com'e costume fra civil gente, con animo il piu pacato (lo
che se non sempre in questi tempi si suol seguire, tanto era piu
difficile in quelli) si diedero a discutere sulla parte politica che
ciascuno avea presa.
--E voi dunque--prese a dire messer Cino--venite qual ambasciatore di
parte guelfa?
--Si, messer Cino; e la parte cui pel meglio della mia Bologna credei
d'accostarmi.
--Vedete! Ed io invece fuggo i Guelfi che hanno invaso la mia Pistoia,
per andare fra i Ghibellini a Milano.
--Voi dunque sperate nell'imperatore?
--Spero--soggiunse Cino--in un braccio potente, che ferisca e distrugga
le cento idre che avvelenano l'Italia!
E l'altro allora:
--Convengo. Un rimedio alle tante divisioni lo credo anch'io necessario.
Ma piuttosto che invocarlo da uno straniero, non vi pare sarebbe meglio
cercarlo al pontefice, messo da Dio a conciliare gli umani dissidi,
fautore di civilta; e che fino _ab antiquo_ si pose sempre come scudo
fra noi italiani e i barbari?
--Sempre, voi dite? Ma dapprima, vi prego, non discutiam di persone,
come ora saremmo astretti: quando e omai noto che papa Clemente d'Italia
non e, e neppur vuol saperne, stabilitosi gia in Avignone. Del
rimanente, non v'ha dubbio, il papato ne' primi secoli si adopro a
salvare il popolo e la civilta latina dall'oppressione straniera e dalla
barbarie. E a que' papi veramente dobbiam gratitudine. Ma dappoiche la
Chiesa si obbligo di per se, e quasi direi s'infeudo all'impero coi
titoli baronali ch'ebbero i vescovi, e coi diritti che si assunsero di
poi su i Comuni, dovete convenire che essa medesima divenne emula ed
ostile ai poteri civili. Di qui la gran lotta: la cui principale arena
per isventura essendo stata l'Italia, ne resto scissa in piccoli Stati
fra loro discordi, senza che un solo pontefice valesse mai a collegarli,
e con efficacia a difenderli.
Cui l'ambasciatore:
--E che, messer Cino? Dimenticate voi forse quanto fece in pro della
civilta e della Chiesa il papato sotto il pontefice Gregorio settimo?
Non fu egli quel vostro terribile e sapiente monaco toscano[3] che
presso alla sedia papale d'un Leone, d'un Vittore, d'un Stefano, d'un
Niccolo e d'un Alessandro, inizio le riforme, e afforzo il sacerdozio,
prossimo a lottar con l'impero?
[3] Di Sovana nella maremma senese.
--Dimenticarlo! no certo.
--Vedetelo poi lui stesso su quella sedia, che difficile impresa non si
prescrisse! Il rinovamento e lo stabilimento definitivo del celibato
ecclesiastico....
--Sia pure, benche tardi, e fosse opera che non poi rispondesse alle sue
intenzioni.
--L'abolizione delle elezioni simoniache feudali.
--E ben fece.
--L'indipendenza assoluta dell'autorita ecclesiastica....
--Ch'io pur vorrei.
--Il sottrarre la Chiesa dalle pretese delle due investiture, e dal
volerla quasi feudo imperiale.
--Oh si! Quest'idea concorda con la indipendenza: ma badate, che di
pretese anche dall'altra parte non fu penuria!
--L'affermazione, forse vorreste dire, di incoronare, confermare e
giudicare l'imperatore?
--E qui sta il male!
--Ma, e non fu un dare un piu stabile fondamento alla Chiesa
quest'autorita su i regnanti, al pari del poter temporale offertole da
Costantino, e accresciuto dalle donazioni di Pipino, di Carlomagno, e
della contessa Matilde?
--Messer l'ambasciatore, io vi dico che questo anzi, pe' suoi effetti,
de' mali fu il pessimo[4] !
[4] La Donazione di Costantino ne' tempi posteriori impugnata, allora
fu avuta per certa generalmente, e la crede lo stesso Alighieri:
"Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
Non la tua conversion, ma quella dote
Che da te prese il primo ricco patre!"
---- _Dante_, _Inferno_, C. XIX.
--Terrete dunque per niente--soggiunse l'ambasciatore--l'aver preparato
la grand'epoca delle Crociate; il potere imperiale abbattuto in Italia;
e alla perfine l'aver dato origine alla formazione dei Comuni?
--Chi sa? Altri forse e in altro modo.....
--No, no, non altri che il papa poteva riuscirvi. Voi sapete come la
potenza del male fra la chieresia e il laicato aveva preso baldanza, e
diro cosi, riparavasi dagli anatemi con la porpora imperiale di Arrigo.
Bisognava confondere i rei disegni di quel principe tedesco ribelle alla
Chiesa, e punirlo.
--Ma e allora la potesta laicale?
--Oh! essa non ne doveva sentire alcun danno. Quasi impossibil missione
era questa, gli e vero, o almeno piu che umana; e, crediatelo, da non
potersi compire che per opera del sacerdozio cristiano di cui era capo
il successore di Pietro, quel potente Gregorio! Ed ei la compi, e la
civil societa fu salva, e pacificata la Chiesa.
--Non saro io--rispose messer Cino--che disconosca il genio di quel
grand'uomo. So che Ildebrando grandi cose opero a pro della Chiesa,
regina allora delle coscienze, e tutrice di liberta e de' principi
morali dei popoli. So che una dittatura papale nelle eta barbare, non
solo fu scusabile, ma necessaria per opporsi agli arbitrii del senso, e
salvare i diritti dell'umana ragione. Ma l'arrogarsi il pontefice un
arbitrato universale nelle cose temporali, mentre la lotta era appunto
su di esse: il voluto avvilimento e la destituzione d'Arrigo, per quanto
molto colpevole, e l'eccessivo rigore nel perdonarlo; fu un dar sospetto
che quei mezzi, sebbene in lui pel fine primario di fare indipendente la
Chiesa, non fossero adoperati anche per ambizione di dominio terreno. E
quello d'aver dichiarato l'imperatore decaduto dal regno, quello di
avere sciolto i suoi sudditi dall'obbedienza e fedelta; se in Gregorio
no veramente, pe' suoi successori divennero esempi pericolosi, e ampia
sorgente di scandali e di turbamenti fra le nazioni[5] .
[5] _Denina_, _Rivoluzione d'Italia_.
E a lui l'ambasciatore:
--Nessuna specie che voi, Ghibellino, non possiate persuadervi come la
potenza imperiale in Italia papa Gregorio fosse riuscito a prostrarla
talmente, che non mai piu ad assoluta com'allora si rialzo.
E l'altro:
--Messer Lotteringo! Escludiamo affatto fra noi le questioni di diritto
ecclesiastico. Quanto alla Chiesa, riformatore ne fu per certo Gregorio.
Voi sapete che io, anche come legista, debbo sempre difendere gli altrui
giusti diritti. Intendo qui solo di riferirmi a cio che il pontefice
avrebbe potuto fare a util d'Italia; per la quale, vedete, noi
Ghibellini! alacremente adesso ci adoperiamo. Cotalche pero mi si
conceda di dirvi: meglio che il settimo Gregorio, vorrei che al caso
nostro mi aveste ricordato Gregorio primo, papa italianissimo, e che non
mai s'immischio di cose temporali: perche le proprieta possedute dalla
Chiesa a suo tempo, non e a dire che gli costituissero un principato. E'
gli parve d'aver sempre presente quel che Dio sentenzio per Ezzechiello,
se ben mi ricordo, intorno a' figli di Levi: "Ei non avranno eredita:
loro eredita sono io: e non darete loro porzione alcuna d'Isdraele,
perche la loro porzione sono io."
--Ma credete voi, messer Cino--soggiunse l'altro--che a papa Clemente,
benche francese, non stia a cuore l'Italia?
--Dovremmo sperarlo. Non so intanto se questa sua traslazione d'Italia
in Francia ne dia buon concetto. Ma piacemi che notiate che a quel primo
Gregorio poteva esser veramente ed era a cuore d'amarla la patria. E la
ragione gli e in questo: che egli sentiva il debito di avere un affetto
particolare al paese in cui era nato, e nel quale s'agitavano le sorti
dell'umanita tutta quanta. E voi sapete che inno di grazie quel santo
pontefice rivolse all'Eterno per aver ispirato ad un potente un poco
d'amore per l'Italia abbandonata agli strazi dei barbari! Non oppresso
dal peso delle cure mondane, provvide anche all'utile temporale de' suoi
figliuoli. E perche non poteva cadere in sospetto dinanzi al potere
civile che l'utile proprio v'avesse parte, valse cio per farvelo
attendere piu spedito e sicuro, e la sua libera voce pote essere piu
ascoltata. Ed oh! se un papa di questa tempra sorgesse, quanto gran bene
al civile stato e alla Chiesa!
Le Crociate poi e i Comuni per me ebbero origine da cagioni piu alte e
piu generali: vo' dire, non gia per opera d'individui, ma sibbene de'
popoli. Che, quanto ai Comuni, stanchi omai della dispotica protezione o
d'un principe o d'un papa sempre fra loro discordi; consapevoli de'
propri diritti, scosser quel giogo, e si prescelsero un libero
reggimento. Mossi poi per le Crociate da un principio cristiano e
cavalleresco, gli e vero, ma bramosi a un tempo di cercare e di
estendere fin nell'Oriente i loro commerci.
--E chi animo--soggiunse l'ambasciatore--chi protesse se non i papi, da
Urbano secondo, quel sacro e nobile impulso?
--Si, si, messere, io vel consento: santa voce fu quella, e trovo eco in
animi gia disposti: ma l'impulso era dato. Ma e poi, del pari che i
popoli, seguitarono i papi la loro via? Le grandi riforme d'Ildebrando,
ditemi un poco, dopo Alessandro e i due Innocenzi, non decaddero in
breve sotto a' lor successori? A' tempi di Federigo lo Svevo
l'aspirazione dei Ghibellini era l'impero romano ricostituito; quello
stesso concetto che a noi pure sembra oggi il piu accettabile.
Nondimeno, dopo la morte di lui, si formo in Napoli un partito per porre
l'Italia sotto un solo governo civile, non imperiale ne teocratico.
Parve ad alcuni che la casa di Svevia, e re Manfredi in particolare, se
avesse posto animo intero al ben del paese, avrebbe potuto essere la
salute d'Italia. Frattanto chi altri, se non i papi, glie l'avversarono?
Rammenterete che fu un Carlo di Angio chiamato dal papa, che mosse
guerra a Manfredi, e vincevalo a Benevento! E, orribile a dirsi! fu un
arcivescovo di Cosenza, un legato del papa, che volle insepolto il
cadavere di Manfredi su i confini del regno, e pasto alle fiere! Sul
compire del secolo decorso non vedemmo noi forse, messer Lotteringo, i
successori d'Ugo Capeto venire in Italia a prendervi ardire e padronanza
inaudita? Quello stesso Carlo d'Angio, imbaldanzito per la corona di
Napoli avuta da Roma, non fu egli l'eccitator di discordie fra i nostri
Comuni per divenirne signore? E chi de' pontefici cerco fermamente di
distornarvelo?
--Ma voi, messer Cino, dimenticate papa Gregorio decimo, e Nicolo terzo!
--Gli unici, si, che volesser frenare il potere stragrande dell'Angioino
in Italia: ma l'uno con opporgli un altro ambizioso straniero, un
Rodolfo d'Absburgo: l'altro per elevare a reami Lombardia e Toscana,
tenute da Carlo in vicaria dell'impero, e conferirle ai suoi nipoti, gli
Orsini. Ma morto appena Niccolo, e succedutogli il francese Martino
quarto, non vi fu egli confermato re Carlo? E crediate, che lunga
signoria v'avrebbe tenuto, se la ferale campana de' vespri siciliani non
l'avesse avvisato che mala impresa erano queste terre per lui!
Or dite un poco, dopo tutto cio perche mai papa Bonifazio con un re
francese collegarsi di nuovo? E vedete trista mercede! Bonifazio dal re
francese e da' suoi e fatto prigioniero e deriso! Di che io non posso
che vituperare l'oltracotante insultator del pontefice. Oh si! Venero
anch'io, non crediate, messer l'ambasciatore (benche noi giureconsulti
civili i vostri canonisti ci mettano in voce di poco men che d'eretici
paterini) venero anch'io la suprema dignita della Chiesa, che vorrei
santa, invulnerata e indipendente; e per qualche tempo ho sperato che il
pontefice, sedente in Roma, e con la sua grande religiosa missione, si
assumesse perfine a farsi vincolo di concordia in Italia. Ma quando ho
veduto a che termini l'han condotto l'alleanze straniere; e Bonifazio
era pure italiano, e carita di patria e della Chiesa doveva consigliarlo
altrimenti! quando un miracolo di papa era sorto dopo di lui, ma che la
morte in breve ce lo rapi: quando oggi abbiamo un Clemente francese, che
vincolatosi a re Filippo, accetta il papato, e a quali condizioni! e
abbandona la sua Roma per Avignone, e fors'anco la sua indipendenza!....
--Oh questo speriamo che non sara!--lo interruppe l'ambasciatore.
E Cino:
--Ed io vi dico, sventura! sventura! Non temete voi che per tal guisa e'
si renda al tutto mancipio dello straniero? Ecco frattanto che il buon
pontefice (m'addolora a pensarlo!) per credersi forse meglio sicuro
nella civil potesta, si rifugia presso di tale che gia gli scava la
fossa! Dopo tutto cio, che fidanza di patrocinio porge Roma all'Italia?
A tanti mali da chi aspettarci un rimedio? Roma! vedetela ora questa
gran Roma! Essa e agitata dal popolo, e dagl'insolenti baroni. Da un
lato la brama di liberta; dall'altro le ambizioni dei Colonna e degli
Orsini che se ne contendono il dominio. I cardinali, i legati, da
Avignone vanno e vengono. Alle prese col Senato, mutan leggi ogni
giorno, bandiscono editti, e il diritto canonico vorrebbero in tutto
sostituito al civile. Uomini poi come son di partito, non solo non
conciliano li spiriti, ma li esacerbano con sottili pretese curiali: i
governanti poi peggio, con sordide avarizie, che crescon balzelli e
destano ire e scontento! Credono farsi forti di soldatesche e di
cortigiani: adulano il pontefice e lo traggono a mal partito. Oh! la
Provenza fatta capitale del mondo cristiano, ancora alcun poco, e sapra
vendicarsi di Roma divenuta provincia!
--Ma che forse Clemente--soggiunse l'altro--anche di Francia non spediva
legati a Firenze, e al duca di Calabria al campo, perche si togliesse
l'assedio alla vostra Pistoia? Non li ha inviati a Bologna e dovunque
fosser discordie?
--Troppo tardi, e pero indarno! E voi Bolognese non dovete ignorarlo!
Clemente sul suolo di Francia, lontano dalla sua Roma, e collegato co'
nostri nemici, perdeva quasi fra i popoli ogni prestigio! E di fatto
quando ancora ha potuto soggettare all'obbedienza quello ch'ei chiama il
suo stato, se le sue citta dipendono sempre da tanti piccoli tiranni? E
di piu, che timore parvi che incutano da qualche tempo gl'interdetti dei
papi? Se essi invece, ministri del perdono di Dio (e voi ben diceste,
messi a conciliare gli umani dissidi) avessero benignamente richiamato
gli erranti, levata la voce autorevole sopra principi e popoli, e
chiesto alle citta partite il sacrifizio de' propri rancori per unirle a
concordia: se essi, primi ad esempio, la potesta ecclesiastica avesser
ritirata ne' suoi confini, e lasciata cui spetta al tutto libera la
civile; allora, oh! allora la parola e l'autorita loro sarebbe stata per
ogni dove tanto piu efficace e potente, e Italia di gia avrebbe goduto
una piu florida vita.
--E voi vi date a credere, messer Cino, che tante nostre repubbliche e
principati si comporranno a concordia, e si daranno agevolmente in
tutela d'un solo, e d'un imperatore germanico? Attendete, e lo vedremo
venir, si, a pacificare l'Italia, ma alla sua maniera pero: vo' dire, a
lusingarla da prima con belle parole: quindi a prostrarla con le
imposte, col terrore e le stragi!
Oh! i Guelfi, del vessillo papale d'assai ne han fatto stromento alle
proprie ambizioni e agli odi di parte! E ormai tempo che i veri amatori
della patria v'apprestin rimedio, se non vuolsi che in breve tutta
quanta sia campo di civil guerra. Sperare che Italia, confederata fra'
suoi Comuni e le altre signorie, voglia unirsi a scambievol difesa,
troppa individualita e fra loro; soverchia indipendenza e gelosia vi
predomina! Meglio sara raccogliere i freni di popoli si sbrigliati nella
man d'un sol uomo d'onde egli sia (quando italiano come l'avremmo voluto
non puo aversi) purche virtuoso, autorevole, e di braccio potente.
--E sperate con questo?....
--Quali che sien per esser gli eventi, noi, scevri affatto da spirito di
partito....
--Oh si!--interruppe l'altro.--Voi dite di far parte da voi medesimi, ma
intanto siete coi Ghibellini!
--Crediatelo, messer Lotteringo, io non mi sento piu Bianco che Nero.
Odio le discordie; vorrei la giustizia. Per noi l'esser oggi coi
Ghibellini e un mezzo unico di previdenza che si estende a tutta la
nazione; e il principio dell'autorita imperiale contro la curiale a
utile dell'Italia. Ma ci preme egualmente di richiamarla a' principii si
civili che religiosi. Pero, forti del nostro proposito, con questo modo
avremo tentato di liberar le sue terre da' cento loro tiranni, e di
raccogliere le membra sparte della nazione. Con cio s'intende che,
mantenuta intatta la sede e l'autorita del pontefice, la potesta
spirituale non invada la temporale; l'una sia distinta dall'altra; ed
ambedue cospirino al comun bene. Noi vogliamo che Arrigo, questo erede
del grande impero latino restaurato da Carlo Magno, il solo oggi pari
all'altezza e alla difficolta dell'impresa, scenda in Italia e vada a
Roma, e risiedavi coronato re de' Romani, e pianti di nuovo la
vittoriosa aquila de' Cesari sulla vetta del Campidoglio. Di cola
solamente, afforzata in esso unico moderatore, l'autorita delle leggi e
la potenza dell'armi, potra riconquistare alla patria l'antica gloria e
l'imperio su tutte le genti. Noi vogliamo per fine che corregga Italia
con sapienza, amore e virtu; e che ciascun municipio, convenendo in quel
solo legittimo principe, possa serbare a un tempo il suo libero
reggimento[6] .
[6] Tali le opinioni di Dante, cui consonavano quelle di Cino; perche
ambedue credevan salute all'Italia la discesa dell'imperatore.
Se l'imperatore, ne Guelfo ne Ghibellino, fatto tacere intorno a se ogni
spirito di fazione, stara solo per la giustizia, in breve ne vedremo
mirabili effetti. Un imperatore e re de' Romani che viene con lealta
salvatore e riordinatore d'Italia, non l'avremo per certo come
straniero. Se poi i popoli infermi e sdegnosi di farmachi rigetteranno
questa salute, e il nostro concetto sara disperso; se di gente libera e
di nazione potente quale potremmo essere, vorremo starci in discordia e
in servitu, forte ce ne dorra, ma non sara nostra colpa.
Forse in un tempo assai lontano da questo, dopoche l'Italia per guerre
fratricide sara fatta deserta, e i suoi popoli, chi prima chi poi,
cadranno in preda di piu fieri tiranni: dopoche nuovamente saran
dilaniati per guerre di conquiste principesche, o per altre terribili di
religione: quando perfino le piu libere idee a prezzo di molto sangue
avranno sconvolto i troni piu antichi, e su quelle rovine risorto che
sia il sole di liberta, e rinnovatosi il giure europeo, i piu degli
Stati, con patto novello, con una separazione assoluta fra essi e la
Chiesa giungeranno a godere i nuovi frutti di civilta; allora forse
questo nostro divisamento, sopravvissuto di secolo in secolo e
propugnato da liberi petti; oh! allora chi sa che per incredibili eventi
non si veda compiuto; e Italia, solo allora risorta e con un suo proprio
principe, ritorni unita, forte e gloriosa!
Mentre che messer Cino, come ispirato, con tai parole poneva fine al suo
dire, annunziavasi nella sala il ritorno del capitano. Allora il
Sinibuldi si congedo: e l'ambasciatore trovatosi in presenza del
Vergiolesi, liberamente gli espose la sua missione.
--Io non so--freddamente e con sarcasmo risposegli il capitano--con qual
vero nome appellare questo benigno atto pontificio, e questa nobile
ambasceria che il vostro legato vi commetteva! Impormi di rendere questa
rocca al vescovo di Pistoia, che neppur ei la domanda? E come e perche
questo? Oh! non si rendono agevolmente le castella ai decreti d'un papa,
che, pregato mediatore per la giustizia, autorizza invece una minacciata
conquista: ne tanto meno si cedono alle folli pretese d'un cardinale,
quando Filippo Vergiolesi ne fu solennemente investito, e n'e legittimo
possessore!
Questo voi direte, messer l'ambasciatore, al cardinale Arnaldo di
Pelagrua; e che, se egli il castel di Sambuca per violenza il vorra,
venga con le sue genti, ch'io con le mie, dalle mie torri e da' miei
balzi l'attendo!
Cio detto, comando che l'ambasciatore e sue genti fossero serviti di
vivande e rinfreschi, e con ogni sorta di cortesie fossero accomiatati.