I CASTELLI DI PITECCIO E DELLA SAMBUCA.

"Mirate, disse poi, quell'alta mole

Che di quel monte in su la cima siede.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Voi con la guida del nascente sole

Su per quell'erto moverete il piede."

---- _Tasso_, _Gerusalemme_, C. XV.

--Ser Lippo Carratella, crediatelo, troppa piu gente e piu arnesi di

guerra ci vuole per cacciar da quel nido lassu quelli avvoltoi de'

Bianchi! E bene che vediate co' vostri occhi in che sito inaccessibile

si trovi questo castello. E si che quando io mi partii da Firenze mi si

diceva, che Piteccio non era altro che una bicocca, e che in pochi

giorni l'avrei diroccato. Or dite un poco, che ve ne pare?

--Anch'io, lo confesso, l'ho creduta impresa di piccol momento. Quando

poi mi fu detto che per osteggiarlo i Pistoiesi ebbero eletto voi,

messer Buondelmonti, a lor capitano di guerra, io tanto piu fui sul

credere che in breve quel nido sarebbe stato disfatto. Ma corrono gia

molti mesi che costoro non hanno fatto che depredarci con notturne

sortite; e fino alcune guardie delle porte della citta con audacia

incredibile son venuti ad ucciderci, que' feroci!

E a lui il Carratella:

--Importa dunque, vedete, che mi si spediscano subito altre due brigate

di buone lance, e quel che piu preme, buoni trabucchi e manganelle per

rizzarle da ogni parte della Terra, molestar senza posa il castello, e

ristringer l'assedio. Vorreste voi darla vinta al cardinal degli Orsini,

che Legato di S. Chiesa, oggi perche meglio gli torna, viene a difendere

i Bianchi?

E l'altro:

--Oh! per Pistoia questa volta non fece a tempo! Essa fu nostra prima

che egli v'entrasse. Andato a Bologna, sapete bene che non vi fu piu

felice. Vi diro anzi che, avvedutisi appena que' Bolognesi della sua

predilezione pe' Bianchi e pe' Ghibellini, pote sottrarsi a fatica

dagl'insulti del popolo e fuggirsene a Imola. E allora (ecco con che

armi combatton costoro!) per vendetta scomunico Bologna, le tolse la

Universita, e con una certa bolla che pubblico, tanto fece, che tutti i

professori e gli scolari l'abbandonarono e si volsero allo Studio di

Padova. Noi nondimeno abbiamo avuto il di sopra! E faccian pure a lor

grado; il nostro partito a buon conto, da ogni lato si fa piu potente.

--Ma niuna notizia vi e pervenuta de' molti armati ch'ei radunava in

Arezzo? Il partito Ghibellino di la mi spaventa! Dall'ultime lettere ho

inteso ch'egli ebbe in aiuto il marchese della Marca, e assai

gentiluomini di quelle contrade; molti Guelfi Bianchi e Ghibellini di

Firenze, e gran numero di cavalli da Roma e da Pisa, e da molti cherici

di Lombardia: in tutto si ragionava che fossero due mila quattrocento

cavalli.

--Io no, capitano, nissuna nuova. So che un forte esercito si

raccoglieva a Firenze per fargli contro.

--Questo gia m'era noto. Ma!--sopr'a pensiero soggiunse--pure a

quest'ora doveva giungere un messo.--E ancora si fecero poche altre

parole; quando un suo scudiero entra nella tenda e gli presenta le

lettere della Signoria di Firenze, arrivate in quel punto. Ed ei

dischiusele in fretta e percorsele appena....--Oh! ecco; udiamo, udiamo!

E il potesta che mi scrive. E si!... mi parla del cardinale: quel ch'io

voleva!--leggiamo.--

"Voi sapete come il nostro esercito, cavalli e fanti, tenessero la via

di Siena con molto sospetto. Infine entrarono in quel d'Arezzo, dove

disfecero molte fortezze degli Ubertini. Al piano non discesero perche i

passi potevan esser loro contesi. Il cardinale era si forte di gente da

sopraffarci: ma intanto battaglia non vi prese. E si che i Ghibellini

tanto superiori di numero vel confortavano! Ed egli invece

inaspettatamente li congedo! Ma guai a chi esce fuori dell'arte sua! La

porpora cardinalizia non gli basto, questa volta, a cacciargli da dosso

il timor panico e la paura. A' nostri non parve vero, e si ritirarono.

Un altro ammonimento per tal modo gli abbiamo dato: presso a poco come

lo demmo, se vi ricorda, al cardinal da Prato: il quale poi, come lui

ebbe il gran coraggio di lanciare a Firenze l'interdetto e tornarsene in

Francia! Voi vedete con cio una nuova sconfitta de' Bianchi. Importa

adesso che presto si finisca con cotesto rimasuglio di Piteccio. La

Signoria vi ci esorta, e confida nel vostro valore."

E finita la lettera, e voltosi al Carratella gli disse:

--E io per questo confido in voi, ser capitano! O avro subito uomini e

armi, o protestando lascero l'impresa, e a voi di riferirne il perche!

--A me?--maravigliato il Carratella, e vedutosi compromesso.--Ma io faro

ogni possibile!.... e da me certo non dipendera se la Signoria non vedra

presto compiuti i suoi voti che son pure i nostri. Per questo appunto,

vedete, sollecito il mio ritorno a Pistoia.--E l'altro:

--Capitano, voi sapete il compito vostro; ci siamo intesi!

Questo dialogo si passava nella tenda maggiore del campo de' Neri sotto

il Castel di Piteccio, fra messer Ranieri Buondelmonti fiorentino,

allora potesta di Pistoia e a un tempo capitano di guerra per assediare

il castello, e ser Lippo Carratella lucchese, capitano del popolo di

Pistoia: perche il suo territorio a ponente con la montagna era toccato

ai Lucchesi. Il Buondelmonti, risoluto guerriero, sdegnava le mezze

misure, e avrebbe voluto trarre a fine l'impresa speditamente. Ma, o che

i militi che vi aveva condotti fossero stanchi dopo un si lungo assedio

come quel di Pistoia; o che il Carratella (non dedito ad altro che a far

denari, come facevano tutti i nuovi ufficiali de' Neri) se ne fosse poco

occupato, egli e certo che que' del castello, avuti rinforzi d'uomini

audacissimi, e volendo prendersi le vendette, si erano spinti finora a

scorrazzare ne' dintorni, per ogni strada, per ogni villaggio, e fino

alla citta, incettando bestiami e viveri, e uccidendo quanti lor

s'opponessero.

La rappresaglia ogni giorno si facea piu feroce. Compromesso ora il

Carratella anche per la lettera del potesta di Firenze, spedi in breve

con due buone brigate di lancieri li stromenti guerreschi. Ad imprender

pero un assedio regolare si opponeva molto la postura del luogo. Si

trattava di una valle strettissima, tutta boschiva e selvata, e dominata

dal lato di settentrione dal ben situato castello. Coi grossi trabucchi

ottenuti si aveva un bel gittar pietre sopra le capanne vicine, e contro

il castello: all'altezza cui esso poggiava non giungevano giammai; e in

quella vece, a misura che gli assedianti vi si spingevano innanzi, eran

saettati, feriti e morti non pochi dai frombolieri nemici. Lungo i

ripari murati per le diverse cerchia del monte che avea forma di cono,

come dai poggi che gli erano di fianco, potevano que' del castello

avvicinarsi loro fino a certo punto senza timore. Sicche era un

molestarli continuo, e un impedire che salisser piu sopra. Non

dissimulavan pero che, dopo i validi rinforzi ottenuti dai Neri, la

condizione loro si faceva ogni giorno peggiore. Piu rischioso e

difficile l'incettar vettovaglie; e a lungo andare ben s'accorgevano che

alle forze stragrandi non avrebber potuto resistere. Non volendo pero

rinnovare con troppo sacrifizio un'inutile ostinazione, il primo

pensiero del Vergiolesi fu quel d'abbandonare il castello. Pensava che

avrebbero avuto l'altro grandioso e piu valido della Sambuca: che lassu

importava di ripararsi, e lassu senza tema avrebber potuto sfidare il

piu terribil nemico. Confermato ogni di piu in questa idea, ne tenne

proposito co' suoi capitani, che v'assentirono pienamente. Non rimaneva

a tal fine che scegliere il tempo opportuno.

Era sugli ultimi di novembre, il giorno di Sant'Andrea, come narran le

storie. Una fitta pioggia del di antecedente aveva prodotto alla

montagna un freddo umido e pungente, e sollevato per la pianura una

nebbia foltissima, che gia si estendeva su pe' fianchi delle prossime

valli. Convenner tutti che la notte veniente sarebbe stata la piu

opportuna per lasciare il castello.

Dati dunque con gran segretezza gli ordini necessari, e tutto dai pochi

consapevoli disposto e raccolto nella giornata, il Vergiolesi mando agli

steccati nel sen della valle, laggiu ai posti avanzati dov'eran le

guardie degli assedianti, un drappello de' piu animosi, ingiungendo loro

si assicurassero delle scolte nemiche perche non avessero a inoltrarsi e

a dar l'allarme quando che s'accorgessero della loro partenza. Ma

costoro, tra per la bramosia che avevano d'abbandonare quell'infausto

luogo, e tra pe' rancori che covavan pe' Guelfi co' quali erano spesso

alle prese, risolsero di sbrigarsene con la spada. La notte era quasi

sul colmo. Ed eccoli che avvicinatisi alli steccati, dal profondo

silenzio che regnava dovunque, possono accorgersi che que' militi,

distesi sotto un gran capanno di paglia, a quell'ora gia avvinazzati,

profondamente se la dormivano. Vi si aprono allora una via, impugnano il

ferro, e quasi a un tempo ferocemente li uccidono.

L'uscir dal castello era il primo passo, e com'e solito, il piu

difficile e il piu periglioso. Ma sulla strada che avevano a fare non

c'era da scegliere. Poco piu sopra passava una via mulattiera che

portava su in vetta dell'Appennino; e che, ora a tramontana, ora a

maestro, aveva sempre una forte salita. In quella stagione e a

quell'ora, molto difficile rimaneva anco a' piu pratici di percorrerla

senza grave rischio. S'aggirava quasi tutta sopra uno scrimolo di quei

monti, che non avevan da un lato che sassicheti, rave, o scoscendimenti

che si perdevano in profondi burroni. Era stretta piu anche delle

ordinarie, e spesso traversata da botri d'acqua, per le cascate

superiori di qualche rio. Il buio poi, se da un lato li favoriva,

dall'altro per l'andar loro faceva ostacolo ad ogni passo, e il

diradarlo poteva essere di gran pericolo. Per lo che portavano alcuni a

varie distanze lanterne cieche, che a qualche passo pericoloso

dischiudevano per avere al bisogno un fioco raggio di luce; superato il

quale, le richiudevano.

I primi dunque che uscirono (furono alcuni fanti ben armati) bisogno che

fra quelle tenebre e quel nebbione andasser quasi con le mani e co'

piedi per esplorar la via, e indicarla ciascuno a chi dietro veniva;

finche aiutati da certe guide non ebber raccapezzato il sentiero.

Venivano poi alcuni della cavallata con alla testa il capitan messer

Fredi: poi i muli carichi di salmerie, di attrezzi guerreschi, di grandi

casse e di viveri quanti potevansi trasportare. Seguivano gli altri

cavalieri e capitani: quindi il Vergiolesi, la sua Selvaggia e il

capitan de Reali: necessariamente per quelle straducole a uno a uno; se

non che il cavallo di Selvaggia, per ordine di messer Lippo era retto a

mano da Guidotto, il suo fido e robusto scudiero. In ultimo altri militi

a piedi e a cavallo e lancieri e frombolieri, il cui numero per afforzar

la Sambuca si era molto accresciuto. Costoro, com'avevan avuto ordine,

se ne andavano a drappelli a qualche distanza; in orecchie, e pronti

sempre se il nemico desse pur pure un sentore di volerli inseguire.

Cosi, in quel silenzio e fra quelle tenebre, il piu piccol rumore, gli

ultimi in ispecie, li faceva arrestare e l'insospettiva. Varcato

finalmente il giogo della Castellina e giunti ai cosi detti Lagoni dove

sorge l'Ombrone; avanzatisi ancora, dopo circa cinque miglia di

difficile faticoso viaggio, eran gia pervenuti sul primo crinale

dell'Appennino.

Dal lato di mezzodi non v'era piu omai da temere; pero, prima di

scendere nell'opposta vallata della Limentra, il Vergiolesi volle

mandare esploratori lungo di essa per non trovarsi sorpreso nel basso di

Spedaletto da altri nemici, che potevano essere i Bolognesi. Costretto

ad attendere, fece far alto a tutte le schiere. Frattanto, gravemente

preoccupato dai possibili eventi, rimanevasi immobile sul suo destriero.

Era sempre nel fitto della notte. Al capitano, per quanto di natura

imperterrito, l'incertezza della via, e il sospetto di temuti pericoli,

non gia per se e pe' suoi, ma per la diletta figliuola, avevano esaltato

lo spirito fuor di modo. Le tenebre che, all'uomo che ha bisogno di

luce, di per se stesse incuton terrore, e che talora il piu animoso lo

gittano in uno sgomento indicibile, crescevano in lui l'esaltazione. Su

que' monti e in quell'ora, l'immagine di Catilina sorpreso da' suoi

nemici gli baleno per la mente. E nell'accesa fantasia quello audace

sovvertitore degli ordini repubblicani costituiti, e peggio anche, se si

creda a Sallustio, gli parve di scorgerlo dinanzi a se con un esercito

di giganti: di pari animo forse che gli stessi suoi militi (sebbene con

altri intenti) ma piu disperati e agguerriti. Gli sembro di vederli

nuovamente lassu, proprio loro, dopo tanti secoli, traversarsegli

innanzi a gran passi, inseguiti da Petreio che veniva di verso Roma,

come gli altri da Fiesole; quel Petreio che qui press'a poco su

quest'alture li aveva incontrati con le sue legioni romane, e conteso

loro di scendere per le gole della Limentra per recarsi nella Gallia

Cispadana a sollevare i popoli in lor favore. E come Petreio avesse dato

di nuovo il segnale della battaglia, ecco mirar Catilina co' suoi due

capitani, Manlio e Fiesolano, pugnare a spade con grand'animo, senza mai

indietreggiare. Caduti perfine costoro, e Catilina rimasto con pochi, e

soverchiato dal numero piu che dal valore, gli parve proprio di vederlo

lanciarsi furibondo com'un leone nel folto delle falangi nemiche, e

combattendo perire! Cosi al Vergiolesi, vinto ei pure e ramingo,

tormentava la mente quella impresa infelice! E nondimeno fra le crudeli

incertezze del suo partito e del fine che si era proposto, pien di

disdegno invidio la fine di quel gran partigiano, del quale con pari

coraggio avrebbe voluto sfidar la morte, ma con altri propositi, e con

nemici piu degni di lui.

Or mentre in mezzo al campo de' suoi che prendevano posa era assorto in

questi pensieri, fu scosso e richiamato dal ritorno dei militi che gia

innanzi aveva spediti a investigare i luoghi e le vie della vallata di

Limentra, dove ora dovevan discendere. E costoro con compiacenza gli

riferirono, esser fatti certi che nessun timore doveasi aver di nemici

da quella parte; le vie assai migliori nella discesa: e a pie della

valle trovarsi un Ospizio da potervi far alto al sicuro, per poi

riprendere in pieno giorno l'intrapreso viaggio. A queste novelle il suo

spirito si ravvivo. Ripreso l'usato e previdente coraggio, comando

d'affrettarsi per quelle crine, e dietro i noti esploratori incominciar

la discesa.

Spuntava omai l'alba del nuovo giorno. Dopo aver salito e salito fra

selve e macchie folte, e' non par vero, qualunque ora che sia, di

giunger sopra un'altura. Par che lassu, a quell'aria fina, e per lo piu

ventilata, il respiro si faccia piu libero. Con gli occhi poi, se e

giorno fatto, potendo spaziare sopra vasto orizzonte, sembra che anche

la mente ti si riapra, e si rassicuri. Ma a costoro tanta fortuna non fu

serbata! Giunti su quel crinale, l'aria era aperta si, ma grave ed

immobile. Non s'udiva lo stormir d'una fronda, un canto d'uccello, una

voce vivente, ne campani o belati di greggi. Quella gran caravana gia

sul varco della collina, per quanto assiderata da una gelida brezza piu

sensibile sul mattino e sopra a quel vertice, si era arrestata. Tutti

allora con gran desiderio si vollero avvicinare al balzo di mezzodi,

prima che i nuovi monti ne chiudessero loro l'aspetto, per rivedere

ancora una volta da quello sbocco la valle nativa, le mura e le torri

della loro citta, e per dar loro un estremo affettuoso saluto! Ma qual

delusione! Quella vasta pianura, coperta da fitta nebbia fino al crinale

de' poggi, parea come un mare che agita e rigonfia la sua superficie

anco quando e tranquillo. Il cielo era plumbeo, ne dava pur pure

speranza d'un raggio benigno che l'allegrasse: era anzi da oriente d'un

chiarore si fosco come quando e foriero d'un temporale. Nondimeno nissun

vento il piu lieve, per allora, dava segno di pioggia. Fu questo che fra

tante vicende qualche poco li conforto. Sicche, gia fatto giorno e per

vie migliori, o piuttosto piu rischiarate, di piu buon animo

cominciarono la discesa.

A misura che andavano in basso, per un sentiero allora alla destra del

fiume Limentra, angusto e precipitoso, e fra folte boscaglie onde era

coperta quella vallata, si presentava a' loro occhi la sommita d'un'alta

torre di stil bizantino, che sorgeva dal sen della valle; e a poco a

poco il tetto d'una chiesuola e d'un annessovi casamento. Era questo uno

spedaletto diretto da' monaci eremitani pe' pellegrini; di que' tanti

che qua e la si trovavano allora per quel territorio. V'erano anche in

quest'Appennino altri monaci, quelli della badia di Fontana Taona, cui,

fino dal 1056, il conte Guido IV che dimorava in Pistoia, dono alcuni

beni. E colassu abitarono in prima i Benedettini; poi, sino al fine del

secolo _XIV_, i Vallombrosani. Nella pieve di Piteglio fu pure un

convento di Templari fino dal 1182. Ma costoro, meno rari casi, non

avevano per istituto l'ospizio dei pellegrini. Era di qui il maggior

passaggio di questi fra Lombardia e Toscana. Sicche a questo Spedaletto,

appellato di San Bartolomeo sull'Alpi, erano addetti particolarmente dal

1200 alcuni di detti frati eremitani di S. Agostino. E il pietoso

ufficio li richiamava fin anco nelle prime ore di notte a suonare una

grossa campana posta su quella torre, per dar cenno agli smarriti in

que' boschi che ivi era un asilo per essi. Chi discende questa valle

lungo la bella via carreggiabile (adesso alla sinistra del fiume) aperta

non son molti anni da Pistoia a Bologna, vede ancora quella torre in

parte diruta, e l'antica chiesa con l'ospizio, ora parrocchia, che

sempre si chiama lo Spedaletto.

Qui adunque non appena arrivarono, il rettore e il pellegriniere si

fecer loro incontro, e, massime al capitan Vergiolesi, fu un offerirsi

di que' buoni ospistalieri, chi a fare apprestare ai militi di gran

fuochi nelle prossime case, e nei prati li presso al fiume; chi a

riporre cavalli di maggior riguardo dentro le stalle: nell'ospizio poi a

disporre i viveri per ristorarli. Per la povera Selvaggia pensiamo

quante cure si diedero i suoi perche potesse riaversi dal rigore della

stagione e dalla stanchezza, perche non e a dire se avesse sofferto! Il

suo estremo pallore gia abbastanza lo rivelava. Ma per quanto di salute

fosse scaduta oltremodo, e vi si aggiungesser disagi siccome questi,

gravi a un guerriero, tanto piu poi a una donna qual ella era di

complessione si delicata, il suo molto spirito le faceva tutto obliare.

Ed era anzi lieta di poter dire a suo padre, si premuroso per lei, che

ella non soffriva, e che si sentiva in forze per seguitare il cammino.

Tutti i militi indistintamente avevan gia con premura chiesto nuove

della nobile figlia del lor capitano, e si tenevano in pregio a vederla

con tal coraggio divider con essi le fatiche e gli stenti, e la

reputavano come la dama della lor cavalleria. Sicche per quelli animi

fieri, ma di affezioni potenti, fu un conforto anche questo. Pensiamo

poi pel padre suo! Rassicurato cosi il Vergiolesi della cosa che or piu

gli premeva, dopo aver fatto alto allo Spedaletto per circa due ore,

ordino si riprendesse il viaggio, volendo giungere alla Sambuca di pieno

giorno.

La via provinciale apertavi da pochi anni (1847) che movendo da Pistoia,

tocca Porretta, ed e quasi piana fino a Bologna; prima lungo la

Limentra, poi lungo il Reno, le cui acque traversa varie volte su

bellissimi ponti; in allora oh! quanto diversa! Da S. Pellegrino ov'era

un Cassero, o luogo fortificato, discendeva giu in basso per riprendere

una forte salita, e ridiscender poi precipitosa sulla Limentra, fino al

ponte a Taviano, risalire infine e giu di nuovo calare fino a Pavana e

fino a Porretta; e sempre poi tra folte boscaglie!

Oltre a questa strada si faticosa, poco dopo da che si eran mossi, ebber

per giunta un'altra grave molestia, per una pioggia fredda e minuta che

comincio a sciogliersi sopra di loro. Fanti e cavalli bisogno affrettare

il passo, per arrivare piu presto a quello stabile asilo di che andavano

in traccia: il quale benche in luogo si alpestre, era da tutti bramato

come un gran benefizio. E gia eran giunti in un largo della valle da

dove, benche l'aria piovigginosa ne velasse alquanto la prospettiva,

poterono scorger su in alto, quasi a picco sulla sinistra del fiume il

merlato e turrito castello della Sambuca. Quando a un tratto cessata la

pioggia, s'offerse loro alla vista uno strano e meraviglioso spettacolo.

Questo era il _brucello_. Triste fenomeno, che in alcuni luoghi ha nome

di _calaverna_ e di _vetriore_ che spesso in inverno si rinnova su

questi monti a danno degli alberi e in specialita dei castagni. Se

avvenga che dopo una gran nebbia e una fitta pioggia, per un vento

boreale in un subito l'aria si rassereni, quell'umidore si condensa

all'istante su tutti i rami degli alberi e fin sopra ogni fil d'erba,

cingendoli per ogni lato d'un involucro cristallino, compatto e pesante.

Il perche se i venti meridionali non squaglino subito un cotal ghiaccio,

(e talora al sorger del sole i raggi, riflessi sopr'a quei monti di

gelo, e sopr'a quegli alberi invetriati producono un nuovo sorprendente

spettacolo) allora le piante rese piu fragili dal nuovo peso, ma piu poi

perche l'acqua avendo penetrato nelle fibre e nella linfa stessa di

tutti i rami, quindi congelatasi, e cresciuta pero di volume: ne avviene

che ne frange il tessuto, e guasta gli organi d'ogni pianta, sicche i

rami di repente si scioncano. Odesi allora per quelle selve (doglia

grande e sciagura pel montanino!) un terribile scricchiolare e un

troncarsi e cader di rami de' castagni, da' piu minuti a' piu grossi: e

talora e un vederli spaccarsi a mezzo finanche il fusto: e poi un

rotolare sopra un terreno lastricato di ghiaccio, giu per le chine delle

vallate, traendo seco quanto loro si para dinanzi!

Or tutti i militi che via via giungevano allo sbocco di questa valle,

rimanevano su d'un subito estatici e paurosi a rimirar quelle piagge e

quegli alberi come di vetro, e si puo dire questa selva incantata!

Misericordia! gridavano i piu; e torcevano il guardo, facendosi per

paura il segno di croce! Se le fantasie orientali ci avesser narrato

d'un bosco, dove per un essere straordinario si fossero fatti di simili

incantamenti, in quell'istante per certo, fra quel bagliore e quel

fracasso di rami che si schiantavano a vista di quelle schiere, si

sarebbe potuto asserire che appunto allora in questa selva accadesser

l'incanti, e che la fata co' suoi seguaci fosse stata Selvaggia. Ma essa

invece quella gentile a tale aspetto non meno degli altri era stata

sorpresa dallo spavento. Delicata com'era, e pel grand'umidore venutole

dalla pioggia che le aveva quasi gelate le membra, non ad altro anelo

che a spingersi innanzi per trovare un ricovero.

Per arrivare al castello, lungo un'ultima salita bisogno sgombrare

frattanto, possibilmente, dei maggiori ingombri la via, e financo,

dov'occorresse, portar terra su i rigagnoli ghiacciati che spesse volte

la traversavano. Non si pero che i piedi ai cavalli non scivolassero;

tantoche sulle prime qualcuno, mal sorreggendosi, rotolo giu per un

balzo, e trasse seco il suo cavaliere. Tutti allora discesi per

sicurezza, li avresti veduti, su, su, trarsi a mano e a fatica il

proprio cavallo. Quel di Selvaggia fu fatto sorreggere da due robusti

palafrenieri, mentre altri procedendo, provvedevano ai passaggi di

qualche rischio. Gli arcieri piu destri condotti da una guida eran gia

arrivati alla prima torretta, posta sulla porta del piu basso muraglione

del castello di Sambuca. Poco dopo vi giungeva il capitan Lippo de'

Vergiolesi, che dal castellano ricevutane la consegna pel Comune di

Pistoia, preceduto da altri militi, aveva subito voluto inoltrarsi fin

sull'alto della rocca. Di lassu, come a segno del preso possesso, ordino

che si desse fiato alle trombe.

All'udirle echeggiare per tutti i seni di quella gran valle, que' coloni

da' lor casolari vennero a gambe lungo la via. E se ad essi reco

sorpresa, non e a dire quanto quel suono giunse gradito all'orecchio de'

militi che ancor salivano! Fu di lassu che con questo mezzo il capitano

pote dir loro:--Il possesso e gia preso!--E fu di lassu che a un cielo

gia chiaro ei pote anche osservare quante difficolta dovesser vincere

quelle sue schiere. Le vedeva infatti per quella costa venir su a gran

stento, con gravi carichi, fanti e cavalli l'un dopo l'altro, e superar

con prestezza quegli ardui e tortuosi sentieri, non ostante il gelo di

per la strada e l'umidor per le membra. Finalmente quasi tutti senza

gravi sciagure eran giunti dentro il bramato castello. E allora come

grande e generale il contento! Vedendosi alla perfine al sicuro, e in

luogo si ampio e si forte, fu un riaversi e un confortarsi a vicenda: e

speditamente si diedero a provvedere a se stessi e a' lor destrieri,

dimentichi gia de' trascorsi disagi.

Poggia il castello della Sambuca sopra un gran monte a forma di cono, i

cui fianchi son vestiti di radi castagni, e la parte di levante, che

alle falde e bagnata dal fiumicello Limentra, e quasi che nuda, aspra, e

a filoni di pietra a grandi strati paralleli su su fino al vertice. I

valloni della Limentra son ricoperti dovunque dell'arenaria argillosa

che s'alterna con lo schisto marnoso. Vi si rinvengono molti cristalli

di monte. Solo qua e la fra que' massi di sotto al castello si vede

spuntare qualche cespuglio di piccoli cerri e di frassini. Colui che

venendo da mezzodi, dal fondo del fiume vi volge lo sguardo, riman

sorpreso a mirarlo si alto; sicche con quell'aggregato di case che par

tutto un fortilizio, con mura merlate, come era da pochi anni, scosceso

tanto da ogni parte, da non potervi raccapezzare il sentiero, si direbbe

un castello incantato. La sua torre pentagona, di che resta appena una

terza parte, in mezzo alla rocca di cinta essa pure diruta, si elevava

gigante e pareva che sfidasse le nubi. Altre due torri si puo dire la

traguardavano da' poggi d'intorno. Aveavi a ponente, sulla vetta del

monte cui s'appoggia il castello, la cosi detta _torraccia_; e un'altra

al di la della valle a levante, sul monte detto _alla tosa_; nome

ch'egli ebbe dall'esser tutto rasato anche adesso, e senza un fil

d'erba. Queste torri servivano pel castello come di altrettanti

telegrafi, che con fuochi la notte, e il giorno con colonne di denso

fumo accennavano, la prima alla valle del piccolo Reno, la seconda a

quella di Treppio; e per altre a Pistoia. Aveva il castello su in alto

due grandi porte; l'una, a ponente, chiamata la Pistoiese; l'altra, a

greco, detta la Bolognese. Di qui moveva una via, tutta per una selva di

castagni, che con le tortuose radici, coperte di musco e di borraccina,

s'intersecano fra le fenditure dei massi dove poggia il castello. Faceva

capo giu a Pavana, indi a Porretta, e via oltre, fino a Bologna.

Certo e che chi occupava a que' tempi questa Sambuca (che per la stessa

sua etimologia significa _macchina guerresca_) poteva dire di aver la

chiave della Toscana, e un valido fortilizio per far fronte a' rivali.

Perocche fosse per questa valle della Limentra cui il castello sovrasta,

l'antica via che collegava l'Etruria centrale alla circompadana; e

sempre nel medio evo era il sentiero piu frequentato per passar dalla

Toscana nell'antica Gallia cisalpina, detta poi Lombardia. Il Castel di

Sambuca, con Pavana e il Castel di Piteccio, fino dal mille l'ebbero in

feudo i vescovi di Pistoia. Preso il primo dai Bolognesi, poi dai

Pistoiesi ricuperato, il vescovo Graziadio lo cede in feudo ai conti di

Panico. Ma nel 1256, Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia vi rinnovo

il diritto per se e pel suo Comune, e ne investi un suo parente col

titolo di visconte, o vicedomino. Infeudato cosi questo castello con

altre due terre alla casata de' Vergiolesi, non e meraviglia se il

capitano una volta costretto ad esulare, e dai Neri assegnatolo al suo

partito, nutrisse brama di porvi stanza. Fra gli oggetti che vi trovava,

oltre un fornimento di armi di varie guise, e antichi mobili nelle sue

sale, in quella maggiore fu sorpreso a mirarvi il ritratto del suo

grand'avo, il vescovo Guidaloste. Era dentro una gran cornice di nero

legno intagliato a rosoni dorati, e aveva nel campo nella parte

inferiore una iscrizione latina che diceva cosi: "Guidaloste Vergiolesi

nobile pistoiese, nel 1252 eletto vescovo di Pistoia: nel 1259 fu

vicario dell'arcivescovo di Ravenna, quando questi ando Legato

pontificio contro l'immane Ezzelino. Reduce a Pistoia vi mori nel 1283

lodato e compianto, ed ebbe in cattedrale onorevole sepoltura." A quella

vista il fiero vegliardo provo un'interna compiacenza, che per tante

cagioni nell'altero suo animo doveva esser grandissima. Signore del

castello, si senti rinvigorire lo spirito, come chi finalmente ha

ricuperato la propria casa. Chiamativi tosto a consiglio i suoi

capitani, e mostrata loro con certo vanto l'immagine di quel suo

antenato, fece loro sentire di qual benefizio essi medesimi gli fossero

debitori, quando oggi sorpresi da tante angustie, potevano in certo modo

ripetere da costui il libero possesso di uno de' piu validi castelli

della Toscana. Che ad essi pero spettava il debito di ben munirlo e di

guardarlo da qualunque aggressione.

Qual governo tirannico stabilissero i Neri in Pistoia, di gia lo

narrammo. Erano scorsi circa due anni che sopra un popolo inerme e

straziato sempre da nuove imposte e balzelli, invece di farsi piu mite

diveniva ogni giorno peggiore. Messer Cino che nella sua qualita di

giudice delle cause civili, alle preghiere d'un popolo abbandonato da

tutti, v'era rimasto in ufficio, vedendo alla perfine che coloro dai

quali doveva attender giustizia avevan rotto ogni freno alle iniquita, e

che a nulla valeva invocar per que' miseri la clemenza, il diritto e la

legge, risolse d'abbandonare l'infelice citta. Ma frattanto ne era

dolente oltremodo! Patria e amore erano stati sempre gli intenti del

giovine Sinibuldi. Inviso ora alla nuova fazione, nelle stesse sue rime

si disfogava a dir quello che sovente vien sul labbro a coloro che

qualche cosa operarono pel proprio paese e ne ebbero tristo ricambio. Se

ne doleva in Pistoia con Lapo di messer Re della casata de Rossi, probo

e dotto cittadino, che rimasto in Pistoia, come giudice delle cause

civili, fu eletto a succedergli. Ne scriveva a' suoi amici: a Cecco

d'Ascoli, chiedendo che consultasse le stelle per qual parte dovesse

prender cammino: a Dante, e si condoleva "d'esser dalla patria per grave

esiglio fatto pellegrino": infine ad Agaton Drusi da Pisa, narrandogli

che al solo pensare come la sua valle natia fosse distrutta, si sentiva

il pianto sul ciglio: ma pero di partire non poteva piu a meno, e con

questi versi glie ne dicea la cagione:

Lasciai la patria e gli onorati scanni,

Ed io m'ho preso volontario esiglio,

Da che qui la virtu par si condanni.

Non ve lo ritenevano adunque affetti di patria, essendoche non potesse

venire a patti ne col proprio ufficio, ne per egual modo co' suoi

oppressori. Non v'era piu allettato da legami di parentela, dopoche

alcuni de' suoi avevan dovuto esulare; e il suo venerando zio

Bartolomeo, sul finire del 1307, dalla sede episcopale di Pistoia era

stato trasferito a quella di Fuligno. Non avrebbe piu poi potuto

ritrovarvisi co' suoi Vergiolesi, e cosi con Selvaggia.

Nelle pubbliche sciagure politiche non vi ha conforto piu caro

dell'amicizia con tali che sieno all'unisono de' tuoi sentimenti, e dove

puoi espandere il tue cuore liberamente. Questo sacrifizio che ora,

rimasto solo fra un avverso partito, doveva fare agli affetti piu sacri,

era per lui insopportabile. Quella casa ospitale dove abitava l'amata

sua donna, ed ei soleva recarsi per ammirarvi quel fiore di gentilezza,

era chiusa per sempre; e quel bel fiore, ohime! era stato trapiantato

fra i rovi montani e fra i geli; e pur troppo sapeva come sperdesse e

languisse ogni giorno! E ne sentiva tal doglia, che omai non ad altro

anelava che a porsi in viaggio per rivederla. Quindi all'amico Druso,

cui prima di partire avrebbe voluto recarsi a Pisa per visitarlo, cosi

si scusava:

Duolmi che verso il Po spingemi un vento,

E non la dove siete.

Il suo pensiero fu quello di andarsene in Lombardia, e primamente a

Milano, a quella nobile e potente citta italiana dov'era l'accolta de'

Ghibellini, per mandare ad effetto il generoso divisamento, che gia

l'Alighieri gli aveva esternato. Intanto pero avrebbe sodisfatto al suo

cuore; perche, presa da Pistoia la via di Bologna, si sarebbe fermato a

visitare alla Sambuca gli amici Vergiolesi che tuttodi gli scrivevano, e

gli si mostravano bramosi di rivederlo.

Era gia scorso circa un anno da che Selvaggia vi aveva preso dimora. Il

padre e il fratello, concordi col capitan de Reali che molto stimavano,

eran sempre all'aperto su pe' monti a cavallo: qua a fortificar qualche

sbocco, e a visitare i prossimi confini col Bolognese, per tenere in

rispetto le genti vicine che non corressero su quel di Pistoia: la a dar

ordini per nuove scolte che sorvegliassero le vie minacciate da bande di

fieri assassini. Secondati a dovere dai militi subalterni, questa vita

era proprio per loro. Ma la povera Selvaggia qual conforto potea

ritrovarvi? Le sue cugine che l'avevano accompagnata fino a Piteccio,

dopo breve dimora si eran ritirate col padre in una loro campagna.

Lauretta, divenuta consorte di messer Fredi suo fratello, aveva preso

stanza in Vergiole. Solo in estate era venuta da lei, e vi s'era

trattenuta per qualche tempo: non quanto pero avrebbe voluto, per una

grave malattia sopraggiunta a suo padre, che la richiamo a Vergiole. E

il solo riflettere che quella gentile aveva dovuto passar sola nel

romito Castel di Sambuca tutto un inverno!....

Da quella vedetta una bolgia ampia di neve le si parava dinanzi, e non

altro! Un gran vallone formatovi da tre montagne, strette in tal modo,

che alle falde non davano adito che al passaggio di un fiume, e solo a

settentrione aperte un po' piu, era questo tutto il suo orizzonte!

Quando poi accadeva che la neve ghiacciasse, allora si che dovunque era

solitudine e ombra di morte da sentirsi stringere il cuore! Interrotto

allora ogni umano consorzio! Chi infatti, come in altre stagioni, si

sarebbe attentato a salirvi? A porsi in via lassu, il certo pericolo di

scivolare e cader giu nel burrone, ed esser sepolti fra le volute di

neve che si staccasser dall'alto, meno estremi casi, da Pavana o da

altri paesetti d'in basso v'allontanava ciascuno. Essa poi nell'inverno

nemmeno v'avesse udito il consueto fragore monotono del sottoposto

torrente! Questo pure co' molti rii che lo alimentano era arrestato dal

gelo! Nell'altre stagioni v'udiva almeno il cantar degli uccelli, il

suono di qualche zampogna, o la prolungata cantilena de' rispetti che si

alternavano da un poggio all'altro le giovani pecoraie. Adesso non le

giungeva alle orecchie che uno squillo di tromba per l'appello de'

militi, o il rintocco d'una campana pe' sacri riti. Pochi abitatori

rimanevano nella terra in quella stagione; costretti a condursi per le

maremme a guadagnar di che vivere. Gli uccelli stessi erano spariti da

que' dintorni, perche quando e tempo di neve volano al basso per cercar

d'alimento. Aggiungi un castello, per quanto ampio, tutto pero per

milizie, e non punto provvisto d'alcuno degli agi della citta, tanto

meno di quanto occorresse per premunir dal gran freddo, e curare al

bisogno la sua debol salute; e da cio s'argomenti che nuove annegazioni

materiali avesse dovuto farvi, oltr'a quelle indicibili dello spirito!

Pensiamo ora qual sollievo pote sentire quel cuore, e di qual gioia

inebriarsi all'arrivo di messer Cino! Era gia piu oltre del mezzo di

primavera; ma per Selvaggia fu proprio quello il suo primo e il suo piu

bel giorno! Quella valle tanto gelida e scura, da quell'istante le si

fece un incanto. Quel cielo non le parve mai si sereno: i prati nel loro

bel verde le sembraron fioriti come giardini!

L'e rivenuto il fior di primavera,

L'e ritornata la verdura al prato.

L'e ritornato chi prima non c'era,

E ritornato lo mio innamorato!

L'e ritornata la pianta col frutto;

Quando c'e 'l vostro cuore, il mio c'e tutto.

L'e ritornato il frutto con la rosa;

Quando c'e il vostro core, il mio riposa.

Questo canto che aveva gia incominciato a sentir risuonar per le selve

da una povera pastorella cui era tornato di maremma il suo damo, pareva

proprio intonato per lei. Era l'inno d'amore, l'inno del cor suo.

E Cino?.... A riveder finalmente la sua "giovine bella, luce del suo

cuore," non ebbe contento che a questo potesse agguagliare! I Vergiolesi

per fine, tutti lieti di sua venuta, l'accolsero come uno dei piu intimi

amici, come un di lor parte, e si onorarono d'averlo fra loro.

Selvaggia de' Vergiolesi · 第 38 / 60 题