L'ESILIO.

"Tu lascerai ogni cosa diletta

Piu caramente; e questo e quello strale

Che l'arco dell'esilio pria saetta."

---- _Dante_, _Paradiso_, Canto XVII.

"Quanto bella e utile citta e abbondevole si confonde! Piangano i suoi

cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di

cosi ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini

terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perche tal citta

fu quasi morta." Cosi Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino,

deplora la trista sorte di Pistoia. Ma ne qui si doveva arrestare il

compianto.

Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le

mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron

che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di

Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della citta. Erano i

banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e

piu altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non

si trattava gia di soldati di ventura, ne di gente d'altro paese

italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i piu

cittadini d'una medesima terra, della quale per cruda legge eran chiuse

le porte, e che lasciavan dietro se in desolazione tante famiglie. E in

qual momento terribile! Dopo un assedio si ostinato, quando chi per

ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior

bisogno de' loro aiuti!

Se n'uscivano pero gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo

alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli;

tutti, mesti si, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano

per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del

pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con

quella dell'Alighieri. Perche Dolcetto presa dimora in Verona, dove il

suo ricco censo gli consenti di comprarvi un palazzo, disposo cola la

sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello

Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina

Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello

stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.

Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' piu aderenti de'

Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de'

primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda

di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della

sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri

campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i

figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti.

In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a

bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e

risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan

Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con

appresso la sua Selvaggia.

A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta

sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per

l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto,

percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella

ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual

violenza sopra un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera

con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le

cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel piu grave cordoglio. La

seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili

cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perche per ordine

quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla citta, ma a

vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi

malfattori!

Cio commoveva anche piu i cittadini che rimanevano. E nondimeno

moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco piu

oltre del limite stato permesso, quello cioe della porta di Ripalta. Al

che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella

generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato

che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltraccio

dovevan rimanere in balia degli avversari! Per quel tratto poi, e sul

momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i

singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli

quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e

agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e

sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa piu

caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso

spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del

vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un

luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco la fatti segno alle

offese di nemici implacati!

Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede

spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in

prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi

Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli

oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de'

mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza

utile evento, e di paci non durature! A noi pero, che qui e avvenuto di

ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla

fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.

La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani

avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potra

mai cancellare! Chi e omai che non sappia che essa racchiude le tombe

delle due piu grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando

sopra questo Appennino!!

All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua

Panciatichi Ghibellini, la Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e

Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio

doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che

pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!

Ma indarno di questo antico castello cercheresti piu le sue torri e le

sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di

Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte piu popolare, che vi

sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto

distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida

come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che

trasporta di scorger piu dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu

collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo

nome avrebbe un eco in quest'eta si lontana e diversa: nome, che adesso

solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una

stazione, tornava ad avere un'umile pubblicita.

Nondimeno un altro richiamo e addicevole ai tempi che corrono d'imprese

artistiche-industriali, vi richiama ad ammirare ne' suoi dintorni i

viadotti maravigliosi di questa strada, i quali con romano ardimento

s'innalzan giganti, sovrapposti archi sovr'archi, e abbracciano e

collegano diverse sue valli. Questa via appennina che, da Bologna a

Pistoia, in uno spazio di chilometri 98, per 46 gallerie trafora le

montagne, e congiunge si brevemente l'Adriatico al Mediterraneo; dalla

pianura del Pistoiese porge per vero un sorprendente spettacolo; tale,

che le antiche eta avrebbero creduto opra d'incanti. Vo' dire allorche

sulla via ferrata le macchine a vapore (questi strumenti di fusione e di

diffusione; di guerra e di pace; di piu pronta coesione materiale e

morale della nazione, fra se e fra le altre vicine; in una parola,

questi forieri di civilta) nello avanzarsi e seco traendo treni di tante

carrozze per entro a que' fori; nello insieme t'appariscono da lungi non

altrimenti che un gran colubro dagli occhi di fuoco, che sbucato dalle

viscere dell'Appennino, sbuffando fumo e faville, serpeggi intorno a'

suoi fianchi; e mostratosi in parte, rientri ed esca di nuovo; finche

non giunga a distendersi tutto quanto sull'agevole pianura. E d'altro

lato il viaggiatore che da Bologna ne ha percorsa la linea, la piu parte

fra strette valli e boschive, e da settentrione a mezzodi ha penetrato

nel gran foro di S. Momme, riman preso poco oltre da gran maraviglia a

mirare a colpo d'occhio al chiarore di lieto sole, come in gran

panorama, l'ampia e popolosa pianura del Pistoiese e del Fiorentino con

le sue tre citta e coi vaghissimi colli che la incoronano: forse pel

mite aere la piu ubertosa d'ogni sorta alberi fruttiferi e messi; e pel

tesoro costante della lingua e delle arti belle la piu civile d'Italia.

Cosicche da quell'altura al primo presentarsi un cotale spettacolo,

sulle labbra d'alcun viaggiatore sono usciti spontanei que' versi

bellissimi dell'Ariosto:

Non vide ne il piu bel ne il piu giocondo

In tutta l'aria ove le penne stese;

Ne se tutto girato avesse il mondo

Vedria di questo il piu gentil paese.

Ove dopo aggirarsi d'un gran tondo

Con Rugger seco il grand'augel discese,

Colte pianure, e delicati colli,

Chiar'acque, ombrose rive, e prati molli:

Ma non appena da quelle piagge ha guardato d'attorno, che in un baleno

sulla pendice a ponente gli si offre gia innanzi il colle di Piteccio.

I ruderi di quel castello si scorgono ancora sopra il risalto d'una

collina nella stretta valle del piccolo fiume Ombrone, o, come fu detto

in antico, dell'Ombroncello, lungo l'antica strada Francesca; che,

varcando l'Appennino sopra lo Spedaletto dell'Alpe, conduceva a Bologna.

Cotal fortilizio era stato costruito in uno spazio di terreno assai

limitato: se non si vogliano valutare le casipole del castello che gli

sorgevano poco distanti; ed era appunto dietro l'antica chiesa a destra

del detto Ombroncello, sull'alto di un poggetto a forma di cono, che va

a riunirsi solo a maestro con gli altri poggi. Gli scorre pur sempre

alle falde da un lato il detto fiume, dall'altro la forra detta del

_prataccio_, e verso settentrione il torrentello detto di _ciriceia_.

Fra le piante di bei castagni onde e coperto, e di che e tanto ricca

questa montagna, si scorgono ancora a diversi ordini e a piccole piagge

le vestigia della circonvallazione del castello, e in alto alcuni resti

di torri a pietra battuta, con in mezzo la rocca.

E fu in questo misero luogo, e in povere capanne li intorno, che dove

riparare la famiglia de' Vergiolesi, e quanta altra gente, e della

classe piu agiata dei cittadini! E fu qui che Selvaggia, non ostante la

sua debol salute, volle seguire il padre e il fratello. Ma gia noi

l'abbiam vista questa gentile farsi ognora maggior di se stessa. Educata

con austeri costumi e fra un popolo battagliero, aveva sempre mostrato

congiunta in se la femminil tenerezza al piu virile coraggio. Ora pero

la sua mente si era forte turbata per un fatto di recente avvenuto, da

dover pagare in parte il suo debito ai pregiudizi del tempo.

E da sapere che allorquando si stipularono i capitoli della resa della

citta, il padre e il fratel suo dovettero assistere a quell'atto

solenne. In quell'ora comparve a lei uno sconosciuto, grave all'aspetto

(come glie l'annunziava la sua Margherita con la quale era rimasta),

chiedendo in grazia di poterle parlare di cosa di gran momento. In tante

vicende di tristi casi, la pietosa donzella credette di non doverglisi

rifiutare, e consenti di riceverlo.

Quegli allora fattosi innanzi, in questi termini le favello:

--Nobil donzella, le mie parole son brevi, ma foriere a voi, secondo che

piu vi piaccia o di lieta sorte, o di grande sciagura!

--Chi siete voi, messere, che cosi mi parlate?

--Uno che legge da gran tempo negli astri, e rivela agli uomini i loro

destini. Ma quando di cio poco anche vi prema, sappiate ch'io sono un

Guelfo e uno dei Neri. Contrario, come sentite, alla vostra parte: ma

pure adesso... oh! adesso, per pieta del vostro infelice paese, e perche

vi rinasca la bramata concordia: in nome di questa e di molti della mia

parte che pur la invocano, chiedo pace fra voi e una famiglia da voi

abborrita, e che stendiate amica la mano al capo di essa che molto vi

ama.

--E a chi mai la mia mano?

--A Nello de' Fortebracci.

--Voi mi fate inorridire! Dio, Dio! che ascolto! Ignorate dunque, o

messere, che quella destra che mi chiedete che io stringa, e macchiata

del sangue di un mio fratello?

--E sia! Ma molte citta italiane, voi vel sapete, dopo le guerre piu

fiere si ricongiunsero in pace stringendosi in connubio due giovani di

famiglie le piu avverse fra loro.

--In connubio! E l'osate, sciagurato questa parola?--piena di sdegno

soggiunse.--E che? Quali vincoli passarono fra 'l suo e 'l mio cuore? E

se anche ve ne fossero stati (che no, mai!) dopo l'atroce fatto io, non

che altro, potrei io neppur perdonare ad un omicida, e posso dirlo

oggimai, ad un vil rinnegato?

--Ma voi non sapete, quando cio non faceste, il triste oroscopo che

debbo io rivelarvi?

--Sia che vuolsi! Per me la mia vita...

--Non e la vostra, o Selvaggia, che corre pericolo; e quella di messer

Cino... intendete! ed e quella del padre vostro!

--Oh, no, no! Dio disperdera la fatal predizione!

--Pensate che voi tutti siete in potere dei vostri nemici! e che...

--Lo so! E mi uccidano pure!--con sicura alterezza esclamo.

--Non sopra a voi, lo ripeto, piombera la vendetta, ma sopr'a loro, e

spedita! Salvateli, o un tardo rimorso...

--Oh! uscitemi dinanzi, spietato uomo che siete! Mi fate orrore, ne

sostengo piu d'ascoltarvi!

E spaventata se ne partiva chiudendogli in faccia la porta, e

rifugiandosi a gemere nelle sue stanze.

Non si che ella in tutto prestasse fede a quel tristo: nondimeno e da

pensare alle credenze sull'astrologia e sugli oroscopi, allora accettate

come realta di dottrina anco dagli uomini piu sapienti: fra i quali,

fino a un certo limite da messer Cino, intimissimo del famoso astrologo

Cecco d'Ascoli; quando quegli in un sonetto lo interroga perche per

virtu dell'astrologia, consultando le stelle, gli sappia dire se,

dovendo partir da Pistoia, gli sia espediente di dirigersi piuttosto a

Roma o a Firenze. Questo soltanto poteva esser bastevole a far provare a

Selvaggia un senso d'inquietezza continua: oltre che bisogna riflettere

allo stato di dolore e di turbamento nel quale in quell'istante si

trovavano tutti gli animi; quello poi d'un'affettuosa figliuola del capo

del vinto partito, e dell'amante di messer Cino; e cosi comprendere a

fondo in quale ambascia l'avesse posta un siffatto colloquio. Ne

stentera il lettore a riconoscere in quell'incognito il vilissimo Nuto,

infintosi astrologo anche una volta; stato sempre a' servigi del

Fortebracci, e a lui congiunto nell'opere piu nefande.

Messer Nello, gettatosi omai anima e corpo dal partito de' Neri, di

cuore perfido, e sempre dubbio ed infinto, non era riuscito non solo a

procacciarsi stima neppur da loro, ma dopo il fatto della porta di

Ripalta, lo riguardavano anzi con odio e disprezzo. Ora e da credere che

inviasse quel tristo a Selvaggia, non gia per attendersi una favorevol

risposta: un abbisso omai divideva quelle famiglie! Ma operava cio che

sogliono i depravati e i prepotenti. La difficolta stessa e gli ostacoli

per vincere l'animo di una donna, allora si che maggiormente li provoca

e li rende audaci! In ultimo poi, sentendosi vili e impotenti, vogliono

almeno aver la satanica sodisfazione di minacciare un delicato e debole

spirito, e spaventarlo.

Messer Lippo non e a dire in quale apprensione ritrovasse Selvaggia dopo

questo fatto! Dalla Cattedrale era gia rientrato in sua casa in

compagnia di messer Cino. Preoccupato e pien di disdegno pel contratto

di resa, poco badando alla figlia, si era gittato sopra una sedia

esclamando:--Ecco, amico mio, voi lo vedeste! il sacrificio della patria

e consumato! Ora per noi che rimane? Vituperi ed insulti!

--Padre, padre mio!--proruppe allora Selvaggia gittandosi fra le sue

braccia.--Ed io ne son gia una vittima!

Ma ella tremava ancora dallo spavento... Il Vergiolesi sopraffatto crede

che un'ugual cagione l'avesse si conturbata. Essa pero non esito un

momento, con accento convulso, a svelargli la minaccia insidiosa che

aveva ricevuta.

Allora il Vergiolesi in piede, con violenza repressa esclamo:

--Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio,

si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'e,

dov'e questo infame?...

E gia furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne

vendetta.

Ma Selvaggia a un tal atto die un grido:--No, no, questo mai!--E a mani

giunte s'infrappose fra lui e la porta, e prego le risparmiasse un nuovo

dolore. Messer Cino egli pure lo scongiuro e gli disse:--Vorreste voi in

questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue

d'un vile, venuto gia in dispregio d'ogni partito? Tanto piu poi

sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui

prezzolato?

Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamo:--Ei puo vantare

d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio mori della morte

dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso,

morra di quella dei traditori!

Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da

tutti fu accagionato, non trovo piu favore dagli stessi suoi partigiani:

e anco dopo l'assedio non ebbe gia diviso co' Neri alcun ufficio nella

citta; e questo perche conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato,

malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! cosi

di gia era incominciato per lui il piu aspro gastigo! Sicche simulando

necessita d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del

proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era

rimesso in Pistoia, ando invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido

servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla

citta.

Di gia le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano

affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a

Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano la in

quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto

di, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi

i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di

fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero

dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la

citta d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta

questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da'

Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario.

Se pote dirsi che Pistoia fu tribolata, fara stupore a narrare che non

mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno

materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!

La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro,

Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla citta piu

d'un miglio d'intorno. Vedemmo gia ne' capitoli della resa essere stati

eletti, potesta messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo

Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari,

oltre quelli di molt'altre autorita, fu pero stragrande la imposta, cui

ciascun cittadino dove soggiacere. Poi per insulto contro ai patti

profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi

dall'altro, fecer disfare le mura della citta, che eran bellissime, e

riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato

sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbo

fino a oggi il nome di _Corso allo spianato_. Oltre che per piu

irrisione e piu strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera

scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati,

v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le

fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e

durarono piu di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a

chi torno loro piu in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe

il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i

figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel Comune di Agliana.

Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e si crudo e tiranno, da

far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che

invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati

intendevano piu a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva

esser condannato, era assoluto per moneta; e cosi per lo contrario, se

la parte era avversa.

Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era l'unico nella

cui provata integrita e bonta que' miseri confidassero. Fu detto pero

che egli pure con gli esuli volesse partire. Ma se per allora nol fece,

gli accompagno per lungo tratto nel piu doloroso cordoglio. Il pensiero

di quella sua donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo

doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso piu

tormentoso gli occupava la mente. Non appena corse voce per la citta che

ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene, tante furono le preghiere dei

suoi clienti, che eran pure i suoi cari concittadini, e tante erano le

difese di gia affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa,

fatta ora piu sacrosanta perche quella degli oppressi che doveva

tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa si confermo anche

piu, sapendo che quelli della parte Nera debitori dei Bianchi, tornati

appena in citta, fecer sancire questo ingiusto decreto: "che non

potessero esser molestati ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal

giorno in che eran rientrati in Pistoia." Tale articolo promosse molte

liti e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara che

dovette spesso esser giudice.

Se l'eta nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori (che per

colmo di scherno si disser talora alleati), smantellate le mura delle

citta; molte inique e crudeli opere, e molte ingiustizie simili a queste

vi furon fatte, nonostante patti e promesse. Il _guai ai vinti_ gridato

da Brenno conquistatore di Roma, pur troppo di secolo in secolo si ando

ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi dopo un

tale assedio dovettero sentir tutto il peso della barbara imprecazione!

Selvaggia de' Vergiolesi · 第 34 / 60 题