"Serrato e lo mio cor di dolor tanto,
Ch'io non posso parlar ne tragger guai,
Rimembrando di quella che mirai
Dolente sotto un vel tinto di pianto."
---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _da un Cod. Strozz._
"Lasso! pensando alla distrutta valle
Spesse fiate del mio natio sole,
Cotanto me n'accendo e me ne duole,
Che 'l pianto al core 'n sin dagli occhi valle!"
---- _M. Cino_ nel _Canzoniere_.
Il potesta degli Uberti una tal mattina era entrato nella sua stanza
d'ufficio piu di per tempo, perche v'attendeva il rettore della citta,
Guglielmini, per conferire sul partito da prendere, a misura che le
condizioni dell'assedio ogni di piu peggioravano.
Era gia nel cuor dell'inverno. La rigidezza della stagione lo aveva
costretto a far porre il suo tavolino e le sedie presso d'un gran
caminetto dove ardeva un gran fuoco. Qui co' suoi segretari sbrigava gli
affari, mandava lettere e ordinanze. Quando di li a poco, rimbacuccato
nel suo cappuccio, col giaco, i cosciali e gli schinieri di cuoio, ed al
fianco la spada, entrava a lui il Guglielmini rettore della citta.
Licenziati allora i segretari:
--Sedete qui appresso al fuoco--dissegli il degli Uberti.
--Oh! gli e un bisogno, che il freddo e eccessivo!--soggiunse
l'altro.--Penso a' poveri militi... e a queste notti! Vengo ora da loro;
insieme col Vergiolesi ho ordinato gran fuochi sugli spaldi, per tutto:
gli ho incuorati.... Ma!... pur troppo, quello che soffrono, agli
spedali ogni di piu si conosce!
--Si: ma credete voi che non soffrano per ugual modo anche i nostri
nemici? Allo scoperto e' vi son piu di noi!
--E che per questo?
--Gli e per dire che cio da un lato ci puo tornare a vantaggio. E
infatti mi fu riferito che i capitani si de' Lucchesi che de' Fiorentini
si lagnano di gran defezioni; e dicevan fra loro, che se non avesser
creduto che fra pochi giorni ci dovessimo arrender per fame, e se infine
l'onor loro non vi fosse impegnato, a quest'ora col disordine e i
lamenti che erano al campo!... dovere stare alle pioggie, non tutti
sotto le tende; e piu poi assiderati dalla neve e dai ghiacci di questa
invernata, le cose finivan male, e davano sgomento agli stessi rettori
di Firenze. Ora noi a buon conto dall'intemperie abbiam la citta che ne
porge un riparo.
E a lui il Guglielmini:
--Ma al difetto di viveri chi ci provvede? I granai de' cittadini son
vuoti; e poco o nulla (mi spavento a dirvelo!) rimane di vettovaglie in
que' del Comune!
--Quale sventura! E ditemi; de' nostri alleati?
--Oh, guai! messer potesta!... guai e sopra guai a chi fortuna
l'abbandono! Gli amici se ne vanno con essa! Primieramente a voi e gia
noto che su i Bolognesi non solo da qualche tempo non e piu da fare
assegnamento, ma anzi e da temerli come avversari. E sappiate anche che
gli ultimi de' nostri amici, M.r Bornio Samaritano e M.r Romeo de'
Pepoli, di questi giorni come Ghibellini, sono stati presi e posti in
carcere. Di Siena che conto e da fare quando ogni di tergiversa? Arezzo,
si, c'e rimasta alleata; ma vedete in un subito da' nemici come si
lascia comprare, e con che! Con un cappello cardinalizio, mi vien
riferito! Uguccion della Foggiola, il potente condottiero degli Aretini,
ha un figlio in prelatura. Or ecco! Per quel cappello che pel figliuolo
dimanda ed ottiene, fa cambiare i suoi militi di Guelfi in Ghibellini
accaniti!
E l'altro:
--Resterebbe pur sempre l'aiuto de' vicini Pisani. Non promisero pure al
Comune di mandarci assai vettovaglie, scortate da molti armigeri?
--Sicuramente! Or date una scorsa a questa lettera che dal Comune di
Pisa ricevetti ieri sera--e in cosi dire glie la mostrava.--Qui da
questi messeri, (mentre l'altro leggevala) intendete? piu non si tratta
di vettovaglie, ne d'armi! ma d'un semplice e scarso aiuto di danari!
--Danari a noi, cui la fame ne stringe e un assedio de' piu crudeli! Oh
noi sventurati! quale scherno! anche l'oro di Mida! Non vi scorgete
anche in cio le solite e perfide suggestioni, i consueti artifici de'
Fiorentini?
E l'altro--Eh! pur troppo e da crederlo!
Certo che a que' tempi la politica del Comune di Firenze per conquistar
tai vicini era questa; "Pisa con l'arti, Pistoia con le parti." Non si
sa poi veramente se fu di qui che originasse il dettato: "gli e come il
soccorso di Pisa," a denotare un inutil aiuto. E a' poveri Pistoiesi
ridotti a quel punto, pur troppo! che valevan l'oro e l'argento, quando
mancavan del necessario per vivere, ne per moneta potevano
procacciarsene? Il degli Uberti pero e il Guglielmini adontati anche di
tutto questo, fermi ne' lor propositi, giuraron di nuovo di custodire
gelosamente il segreto dei viveri; deliberati che quando avesser finito
di consumare ogni cosa, l'avrebber palesato al popolo, e tutti istigato
a prender le armi ed irrompere fuor delle mura, o per aprirsi una via
allo scampo, o per morir combattendo.
La citta, non ostante le morti per le fatiche e li stenti, aveva sempre
un numeroso presidio di fanteria, e circa trecento cavalli. Oltre i
cittadini vi s'eran raccolti, come dicemmo, gli esuli Bianchi di tutta
Toscana. Si provvide che fra costoro in particolare non sorgesse pel
vitto il piu piccol lamento, e a tutti i difensori in quelle date ore
fosse puntualmente distribuito. Il male era adesso per qualche
fanciullo, e per le povere donne del popolo: molte delle quali venute di
fuori a portar carichi di vettovaglie, malconce e or gia risanate, non
potevano, pur volendo, far ritorno alle proprie capanne. Fatto
consiglio, per estremo rimedio fu deliberato che quelle meschine con
altre di citta, piuttosto che vedersele morir di fame sulle pubbliche
vie (e di qualcuna gia avveniva) come bocche inutili si dovessero
allontanare, proteggendo loro l'uscita sin fuori della cinta con una
sortita de' piu valorosi. Ma molte di esse chi lasciava in citta il
padre, chi il fratello, chi il consorte! Sicche come seppero quel
comando, tentarono di nascondersi; deliberate, piuttosto che abbandonare
i parenti ed esporsi a nuove sevizie, morir di stento presso di loro.
Non tutte pero furono in tempo a sottrarsi a questo decreto di selvaggio
eroismo. E gia i birri del Potesta l'avevano eseguito sopra qualcune,
arrestandole a viva forza. Quando i parenti alle grida delle meschine
poterono giungere in tempo per trattenerle e per farne ricorso.
Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e
guerrieri, ammutinatisi qua e la minacciosi e a capannelli e con le armi
alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potesta.
Questi nel sospetto che la citta si levasse a rumore, subito per sedarli
era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola
conciliativa: e intanto li sul getto con altri capi del governo
discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que'
valorosi la suprema necessita di salvar la patria ad ogni costo. I
parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber
disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo
alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione!
Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir li tutte insieme co'
capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e
piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli
di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto basto perche
tutti i parenti, presi da sensi d'umanita e di tenerezza, se le
stringessero al seno e piangessero con loro!
--No, no, non dubitate!--essi alle donne andavan dicendo--siam qua per
difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con
noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio
che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son
uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affe di
Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!
E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:
--La nostra vita gli e molti mesi che degli stenti ne soffre; e perche e
per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti si, ma
tranquilli, perche insieme con queste nostre povere donne, che degli
strazi anche piu di noi n'han patiti! E adesso chi e che ha core di
separarci da loro? Rettori della citta, noi vi diciamo che per
camparle.... noi... si, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che
altro ce lo leverem dalla bocca: ma che pero intendiamo di restare uniti
con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Si, con queste nostre
creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!--esclamarono
i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:--e giuriamo
sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sara salva, o
tutti insieme morremo per lei!--
Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una
protesta si energica basto a togliere affatto dall'animo dei rettori
quel si barbaro divisamento.
Ma l'ora d'un'ultima prova era gia stabilita. Un ultimo tentativo (si
disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto
quanto bramavano, neppur uno manco! Si era prescelto un tal giorno e
sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno,
e de' capitani pochi alle tende, perche molti riparati nelle case
vicine, l'aggressione si crede piu sicura. Fu preso il partito di
attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta
di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E gia le saracinesche s'eran levate
e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan
fatti la notte. Pochi, perche ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di
gelo ben resistenti basto gittarvi qualche tavola e poca terra. I
feditori erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di
giavelloti piomba gia sul nemico. I cavalieri, comandati da messer
Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e
gia pongono in iscompiglio la cinta piu prossima de' fantaccini che
d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e
molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra
cinta, e la piu formidabile, quella della cavallata nemica che era
dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri
pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e
a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto
impeto, quanto era meno da aspettare; sicche dopo una zuffa accanita,
non senza perdite gravi, bisogno retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin
su' ponti levatoi non cessaron fin la di combattere da valorosi. Tale
presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari
capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e
messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata
resistenza de' cavalieri nemici, cui piu difficile sarebbe stato di
disporsi si tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un
tradimento: che cioe nel trambusto avvenuto per cagion delle donne,
avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a'
nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura
que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.
Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente
li confermo, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la
ferrea catena che li stringeva!
Intanto nella citta lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli
altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo,
riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il piu vasto, non si creda che
fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento
straordinario qual e adesso. Sicche nelle sue piccole stanze con un
ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a
nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran gia pieni
d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo
avevan fondato circa vent'anni innanzi, li sul torrente Brana, due
privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte
sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se gia alcuni altri gli
avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai
limitate. Ma la cristiana carita negli estremi bisogni non vien meno
giammai: cresce anzi di zelo, e si fa piu studiosa d'aita quanto piu
gravi appariscono i sacrifizi.
Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro gia detto, quando un giorno il
vescovo Sinibuldi chiamo a se i suoi segretari, che abitavano
nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e cosi disse loro:
--Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la
difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi,
e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescera pur troppo il
numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche
sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico
spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacera, vi potrete unire con
me a esserne gl'infermieri. Non e un comando questo, ma una preghiera
ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di
Gesu Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se
vi sentite da tanto, seguitemi.
Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di si gran carita,
tanto poterono sull'animo loro, che subito ebber l'assenso di tutti: e
fu in pari tempo un gareggiare, chi nel palazzo a ceder camere e
ritirarsi in una buia stanzuccia ad esempio dello stesso prelato; chi a
spedirvi letti e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon
vescovo ordino pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio del suo
cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e ad ufficio di
cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella di San Nicolo ivi
contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore alla bella architettura
ed all'ampiezza dell'attuale, erettovi dal celebre vescovo Scipione de'
Ricci sul finire del secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia
e di si modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso.
Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi ebbe anche maggior
ampliamento. Adesso questo palazzo caratteristico che serba ancora
all'esterno li stemmi di alcuni suoi prelati; situato veramente al suo
luogo, presso la cattedrale e il bel tempio di S. Giovanni; che ospito
papa Urbano II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo
della citta; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce dal
Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri personaggi dopo il
Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale, come tanti altri, sia
civili che ecclesiastici che stavano a ricordare un'epoca storica, si
lascio in abbandono: finche da vari anni pote dirsi anche ad esso: "_A
che ti valgon li stemmi?_" perche caduto in proprieta di un privato, piu
non servi che ad uso de' suoi inquilini.
Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati, il vescovo
chiamo a se il nipote messer Cino, e gli disse:
--Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe' giorni avvenire. Va
tosto da' rettori della citta, e di' loro che la mia casa da questo
giorno e aperta a pro degl'infermi.
Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carita fosse stato
sempre acceso quell'animo, e non ne stupi. Lo sorprese piuttosto il
sentire che in un tempo siccome quello in cui gia sospettavasi di
pestilenza e di moria, vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero.
Ma e ben vero che l'esempio vivente della virtu, di quella in ispecie
che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale arcana
potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi e da riflettere che
usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva diviso li stenti, e
nutriva i medesimi sensi di patria carita. E di questa, bisogna dirlo,
Bartolomeo Sinibuldi aveva dato al suo clero e a' suoi concittadini
belle testimonianze, fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del
Capitolo, approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia. Da
quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a vescovo di
Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati figliuoli. La sua casa
dava ricovero si a Guelfi che a Ghibellini; a Bianchi che a Neri; piu
poi se perseguitati. La carita e il dovere tutti eguali glie li
rendevano, e voleva pero che ciascuno sapesse che in ogni tempo era
disposto a soccorrerli. E molto per vero pote su di essi in quelli anni
della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero episcopale
gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.
Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e carceri pe'
chierici; autorita infine al tutto feudale. Ma quando alcuno de' suoi
curiali voleva, adulando al potere, rimproverarlo di non usarne, e di
apparir troppo mite e indulgente: So--rispondeva, quali leggi ha la
curia, ma io forse non ne sono l'interprete? Perche non potro io invece
di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore, pontefice
massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi voleva redarguire, se
non a quello della coscienza? Lasciate dunque ch'io mi avvicini piu che
e possibile a quel gran maestro.
Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano di
continuo. Calamita che a dir vero sono ora piu difficili ad avvenire; o
nel caso lo Stato con ogni mezzo provvede. E cio sia per la liberta del
commercio e l'apertura de' porti di tutta l'Europa, sia per le
quarantene, e le comodita stabilitevi; sia infine per la nettezza delle
abitazioni, e per quant'altro gli e un portato del progresso e della
civilta. Ora, quando accadeva che una citta fosse colpita da queste
sciagure, a' piu umili uffici caritativi si vedevano spesso uomini
venerandi come il nostro prelato, educati alla scuola delle grandi
annegazioni e delle piu eroiche virtu; necessarie davvero in que' tempi
di feroci costumi. E solamente tali uomini col loro esempio riuscivano a
vincere la durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col
principio feudale; e che allora tanto piu, col timor della morte, non
esitava a mostrarsi in tutta la sua nudita. Riuscivano poi a trarre a se
altra gente; che in mancanza d'una carita ufficiale, s'ispirava a un
principio tutto cristiano, a quel del dovere, per sentirsi tanto animo,
da rimaner presso al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio
pericolo) e recargli soccorso. La pieta infatti del Sinibuldi fa bel
riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico Andrea
Franchi.
Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto si adopero
nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli appestati, che i
cittadini a eternar la memoria del benefizio e di lor gratitudine,
commisero al grande artista Luca della Robbia quel celebre fregio in
basso rilievo di terra invetriata, dove il detto prelato e protagonista,
e vi ha per cosi dire, la sua apoteosi, e che si ammira nella citta
sopra le logge di quello stesso spedale del Ceppo cui servi il
Sinibuldi, ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual
fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia modellata
sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si offre a vedere nella
scuola delle belle arti a Parigi, e nel palazzo di cristallo a Londra.
Tanto la carita e la religione diedero sempre co' lor subietti impulso
ed incremento alle arti belle!
Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la commissione
ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori con tale annunzio,
si puo immaginar facilmente con che segni di gradimento accettarono la
generosa offerta! Subito anzi furon d'avviso che quell'episcopio
opportunamente potesse servire ad ospedal militare. Questo appunto
mancava. Avrebber mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma
che frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi,
come colui che era stato deputato alla cura igienica delle milizie.
E messer Cino non esito a condursi dal capitano. Il quale udita appena
cotal profferta--Bene sta!--gli rispose stringendogli la mano alquanto
commosso.--Conosceva il vostro zio, il nostro degno prelato: ella e cosa
veramente da lui! Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedra che gli
siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser maggiore!
Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i militi infermi
fosser trasportati cola. E pur troppo non ando molto che, avvenuto
quello scontro si disgraziato, tutti que' letti furon pieni de'
combattenti feriti.
Dopo la visita al capitano, messer Cino, tanto intimo di famiglia, non
potea dispensarsi dal farne una di condoglianza a Selvaggia. Ella era
tutta sola nelle sue stanze con quella buona Margherita, che avendo
assistita sua madre, pregata rimaneva con lei. Fu un dare in un pianto
dirotto allorche Cino le si appresso. Egli aveva gia veduto con quanto
amore avesse assistito la madre fino agli estremi; e per molti disagi
sofferti prima ed allora, temeva assai di sua salute. Da quel tempo in
quale stato dove rivederla! Le sue vesti color sanguigno facevan
risaltar maggiormente la pallidezza estrema del volto, che agli occhi di
lui non apparve meno attraente. E pur troppo quella gentile soffriva
molto tuttora.
--Lasciate--disse Margherita a messer Cino chiamatolo a parte:--queste
lacrime spero che le saranno di qualche vantaggio. Non vi so dire i suoi
patimenti per non aver potuto finora ottener questo sfogo!
E com'essa alquanto si fu calmata:
--Oh si, messer Cino--gli disse--se questo e un bene, ecco quello che
provo per la prima volta dopo tante sventure! Ho dovuto pero averne
anche un'altra; quella di non poter esser del numero dei parenti e delle
amiche ai funerali della mia povera madre! E chi sa il mondo che n'avra
detto! Ma crediatelo, mi fu impossibile! Ero priva affatto di forze e il
cuore mi si spezzava!
Questo costume, che fino i piu stretti parenti si recassero all'esequie
ad accompagnare il defunto, in Toscana era allora un sacro dovere, e da
ogni classe di cittadini scrupolosamente osservato. Pietoso uffizio, che
ora in Francia e altrove e debito sacro; e che anche in Italia da una
sospettosa polizia non piu contrastato, or, com'occorra, s'adempie quasi
dovunque.
--Selvaggia!--replico egli--oh! per questo che dite mai! La citta non ha
potuto che sempre ammirarvi, e in que' giorni rispetto molto il vostro
grave dolore. Nessuno, ve l'assicuro, che non desse una parola di
compianto alla degna figlia de' Vergiolesi: nissuno di noi cittadini
d'ogni ordine che non chiedesse con ansia di vostra salute! Voi sapete
se ci e cara, o Selvaggia! Deh, per pieta fate animo! Chi sa ancora a
quante prove dovremo esser serbati con quest'ostinazione a resistere!
Ed ella:
--Oh! questo di dovere stare col battito al cuore, con l'animo sospeso
ogni di pel povero padre mio, e per mio fratello!... Questo di vedere
per la citta tanta gente languire, ne aver modo bastante a
soccorrerla!....
--Pero--soggiunse egli--sento fra 'l popolo che le annegazioni vostre
per aiutarlo le riconosce e vi e grato.
E Selvaggia:
--Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno si sforza
di fare, basta forse al bisogno? Questo, questo, crediatelo, m'affligge
sopra ogni modo, e mi continua il dolore!
Allora Cino le narro del nuovo spedale, che il zio prelato volle aperto
nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto rispose:
--Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare al sapere
l'affetto.
Poi seguito:
--E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno essere
inutili? A che partito appigliarci? che potremo piu fare?
--Io pensava, o Selvaggia,--riprese Cino--per quel potere che
giustamente esercita l'affezione e la virtu vostra sull'animo di messer
Lippo, non vorreste voi consigliarlo a riflettere seriamente quanto
questa ostinazione a resistere aggravi di piu i nostri mali?
--Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che, non v'ha dubbio, mi
ama quanto mai possa dirsi, pure al solo affacciargli una simile
proposta, s'indignerebbe con me, fino a credere che io avessi osato di
consigliargli una vilta? E anche questo credete voi che non mi affligga?
E se a cio ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la
quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete, anche pel
nostro Fredi.
E Cino:
--Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri la mia buona
Lauretta, e presto verra da voi. So che molto l'amate, e vi sara di
conforto. La preghero a ricordarvi che la speranza e l'ultima stella che
pur rimane in un ciel tempestoso: che in quella sola e d'uopo
affissarci, ed aspettarne il sereno.
A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con dolce atto di
compiacenza rispose:
--Oh! che s'avveri il vostro buon augurio; e quella stella propizia che
mai non si perda!
Ma intanto le pubbliche sciagure crescevano ogni di piu; e lo sgomento,
se non sulle labbra, era nel cuore di tutti. Al nuovo spedale pochi
sopravvivevano, perche le ferite erano state corpo a corpo, di lancia e
di spada le piu micidiali. Della poveraglia eran molti che, rimasti
senza lavori, se n'andavano per le vie macilenti e cenciosi: e ora poi
rattrappiti dal freddo, facevano capo alle chiese tanto per respirarvi
un'aria piu tepida, e stender la mano a chi vi giungeva, e mettere
insieme da comprare un pezzo di pane di schietta crusca, o qualche po'
d'erba che pur costava assai cara. Pero, mirabile a dire! Si sentivan
divorare dalla fame; ma dal mendico come dal ricco non si fosse ancora
in pubblico articolato un lamento! Soffrire, soffrire e resistere,
pareva la parola d'ordine fra di loro, finche i rettori non avesser
prescritto altrimenti. Per colmo de' mali s'aggiunse in quell'anno, come
abbiam detto, una rigidezza di stagione eccessiva. Gli appennini eran
tutti ricoperti di neve. Qualche poca n'era caduta anche in citta; e a
tutt'altro dovendo impiegar le braccia che a toglierla dalle vie, v'era
rimasta; e fattosi sereno, si doveva camminare sopra un lastrico di
ghiaccio.
Una tal mattina il vescovo all'alba, com'era solito, aveva assistito di
casa al mattutino di Cattedrale, dalla grata d'una finestra che
rispondeva rimpetto alla cappella di S. Jacopo. Quindi fatto un giro al
letto de' suoi malati, si disponeva ad uscire per la visita consueta
allo spedale del Ceppo. La neve fin dalla sera precedente cadeva a
fiocchi di nuovo, e a quell'ora era alta per tutte le vie. Allorquando
per avere udienza dal vescovo si presento nella sala un tal frate in
abito bianco di lana, con sopra un lungo mantello bigio; e su di esso da
un lato una croce vermiglia e due stelle di simil colore in campo
bianco. Era uno dei frati di S. Maria; di quell'Ordine cavalleresco
istituito da Urbano IV per combattere gl'infedeli e i violatori della
giustizia: ma per la vita troppo molle ed agiata che conducevano, il
popolo a quel tempo gli additava col nome di _frati gaudenti_.
Degenerarono poi a segno da non potersi piu tollerare; e papa Sisto V
nel 1585 li soppresse del tutto. Introdotto costui, dimandava una grazia
che solo il vescovo poteva concedergli. Ed era quella di affermargli in
iscritto la esenzione di una imposta straordinaria del Comune per
sovvenire a tante strettezze. La dimandava in virtu di un decreto di
papa Gregorio IX, che con Bolla del 1234 pronunciava privilegiate d'ogni
carico laicale le persone che a quell'Ordine appartenevano. Narran gli
storici che il Comune di Siena vedutosi di tanto scemate le imposte,
perche molti per non pagarle, anche con moglie e figli, si andavano
ascrivendo a quell'Ordine, nel 1285 provoco per tal causa un giudizio
dei piu valenti giureconsulti, fra i quali quello del celebre Accursio;
ed essi stabilirono essere impertinenti le pretese di questi cavalieri.
Dopo di che il Comune ordino che le case de' cavalieri renitenti alle
imposte fossero rovinate.
Ora il vescovo all'udire ne' giorni di tante miserie questo rifiuto d'un
uomo assai ricco a dar l'obolo a' suoi concittadini, benche non
ignorasse quel privilegio, fu preso in un subito da forte sdegno, e
--Come! come!--esclamo. Ma raffrenatosi com'era solito quando doveva
ammonire, e ricordando la sua missione e il suo prezioso tempo da
spendere, ricompostosi alquanto: Come dunque? Vorresti tu, frate, che
cosi su due piedi, mentre son per uscire!... Ma e poi! in questo stremo
di miserie, di freddo, io!... cagione forse dovrei esser io! se mai!...
che una gente irritata, furibonda, venisse a insultarti, e a
smantellarti la casa? Frate! La dimanda oggi, lo vedi, non e opportuna,
e per di piu insulta altrui non solo, ma lo diro pure, la carita; e te
pone in pericolo! Desisti dunque, te ne prego! Mi tarda d'uscire. Se
altro non t'occorre...
--Oh! no: se per questo non parvi tempo...--cosi com'a dire: ne
parleremo altra volta.
E allora tutto riguardoso soggiunse:
--Ma dove andate voi, padre nostro, stamane a quest'aria gelata, e con
la neve fino al collo del piede?...
--Vado all'ospedale da' miei malati.
--Misericordia! esporvi fin la, voi che ci siete si caro!....
--Vorresti dunque prescrivere i limiti della carita che non cerca mai
cose di suo vantaggio, e trattenerla per umani riguardi quando piu corre
il bisogno? Frate, s'io ti son caro, non opporre neppure in parole, e
piuttosto vien meco.
--Ma io, messer mio reverendo, si che davvero il farei, se avendomi
famiglia, e salute mal ferma, non dovessi piu che altri temer di
contagio; o se...
--Va dunque--riprese il vescovo con dignita--va pure con Dio, ne
mendicar piu pretesti. Per venir qui a chieder privilegi, e di qual
sorta! vedo che il gelo non ti fece sgomento! Or di' piuttosto--se
avessi animo e viscere da tanto. Non ricordi tu le parole del Redentore:
"Nissuno puo avere carita maggiore di colui che da la vita pe' suoi
amici?" Or dimmi, non son eglino quegl'infermi nostri concittadini e piu
che amici? Non son io padre loro e pastore, ed essi miei figliuoli e mio
gregge?
E con questo ammonimento lasciatolo, era gia sulla piazza.
A modo di privato e d'incognito, ravvolto il capo nel suo nero
cappuccio; la persona alta e dignitosa in ampio mantello; se n'andava il
buon vescovo tranquillo e spedito a compiere la sant'opra. Solo a breve
tratto si faceva seguir da un domestico con gran canestro di piccoli
pani. Perche ei, previdente com'era, i suoi granai fin dinanzi
all'assedio avea procurato che fosser colmi di grano. Per isventura era
quella l'ultima porzione che gli restava, e poche piu volte avrebbe
potuto di quel suo pane soccorrere i poverelli. Quand'ecco sulla via
della ripa che dalla piazza del Duomo conduce allo spedale, s'imbatte in
una povera donna di giovane eta; ma che nondimeno, dallo sfinimento pel
bisogno di cibo non potendo piu reggersi, era caduta al suolo sulle
ginocchia, presso un muro ora in linea del palazzo del Comune, lei e un
bambino che aveva in braccio e cui dava latte. Essa aveva in capo un
cappuccio di lana bianco che allora l'era caduto sulle spalle, e una
sola veste molto sdrucia e leggera, e un mantelletto pur di lana che
coprivale il seno, al quale stringevasi quel suo figliuolino, ravvolto
in umidi stracci. Mandavano l'una e l'altro un lamentio debole tanto e
quasi soffocato che appena s'udiva.
--Padre, padre, per carita!--pote dire la misera aprendo gli occhi, non
si tosto che il vescovo piegatosi a lei le dimando del suo male.
--Per amore di questa creaturina, un tozzo di pane! Son due giorni che
non ho mangiato che poca erba gia putrida, e pel mio bambino non ho piu
latte! Ah Signore! Soccorretemi, ma proprio per lui! che per me... mi
lascerei morire!
--Povera donna! per lui e per voi sarete soccorsa--riprese il prelato. E
gia aveva fatto cenno al domestico perche le desse del pane.
--Che vuole--soggiunse essa--mi son tanto appenata dopo che nell'ultima
mischia mi c'e morto il marito, e non mi resta piu altri al mondo, che
dico sempre: "Venga pure la morte, che me n'andro, se Dio vuole, a
ritrovarlo lassu!"
Non ebbe appena finito, che il vescovo egli stesso volle porgerle il
pane, e la riaveva ad un tempo con acqua odorifera. Ma intanto e'
s'accorse che le sue vesti si umide le si erano quasi ghiacciate
addosso! Ella infatti tremava tutta. Riflette poi che a uno stomaco si
indebolito, non il pane in quel momento, ma le bisognava per riaversi
d'un cibo piu lieve e piu sostanzioso. Con questo pensiero si fece
subito dare una mano al domestico, e provo a sollevarla da terra, pur
per condurla al vicino spedale. Invoco il soccorso di due che passavano:
a' quali basto un cenno per porsi a' suoi ordini. A un di loro affido il
bambino, e fece che l'altro e il suo domestico sostenessero quella
infelice sotto le braccia e cosi la trasportasser cola in un di que'
letti, che egli ando innanzi per farle metter in ordine.
Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo? Per ogni parte
era pieno d'infermi. Ma tra per la fame, che quando ha tanto allenito le
facolta digestive, non val piu cibo a saziarla; tra per la cancrena che
si formava ne' mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno
il numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi l'affanno e
il compianto de' poveri parenti che li assistevano, e che per mancanza
di servi dovevan vestirne il cadavere, ed essi medesimi portarlo alla
fossa! Eppure vi voleva la gran virtu del degno prelato per recarsi ogni
giorno in quelle stanzucce; la a sollevar con vivande e con una santa
parola i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi conforti
e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne si sarebbero
sgomentati, e sollevati anche contro chi andava e veniva per i soccorsi,
se non avesser veduto comparir fra loro quella sacra e venerata persona!
Eppure in quelle piccole sale, scarse di servi per la necessaria
nettezza, vi si sentiva di gia un non so che di pestilenziale, un'aria
si fetida che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era la e
veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente gli e
attratto a seguirlo!
Nel rimanente della citta gli ospizi dei monaci invasi tutti da infermi;
rade poi quelle case ove non ne fossero anche fra cittadini i piu
agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente afflitta e in veste di
lutto. E i militi difensori? Oh! non mancavano per questo; ma
sprovveduti del necessario alimento, non avendo piu pane ne di saggina
ne di crusca, s'eran ridotti ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri
poi a sbramarsi la fame co' piu immondi animali, e financo col brodo di
cuoio bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai la sorte
di quelli che gia eran morti, o de' loro superstiti! "Molto miglior
condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe Sodoma e Gomorra e le altre
terre che profondarono in un punto, e moriron gli uomini, che non ebbero
i Pistoiesi morendo in cosi aspre pene!"
Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il cardinal
Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come paciero in Toscana, e a
soccorrer Pistoia; benche omai Ghibellini com'erano dovesser sentirsi
dire che la citta loro era soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti
ripresero animo, e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con
pubbliche preci. Ma cio che fu di gioia ai Pistoiesi, reco dolore ai
Fiorentini, perche non volevan per niente che il cardinale venisse a
immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine avrebber dovuto
porsi in urto con la Chiesa. Per lo che s'avvisarono di dover prevenire
la sua mediazione, e fecer sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber
venuti agli accordi.
Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre Bonaventura,
che fino dall'ultime fazioni della terra natale, abborrendo da tanti
eccidi, si era reso monaco eremitano nel convento di S. Spirito. I
rettori di Firenze come seppero che costui era amico intimo di ser Lippo
de' Vergiolesi, molto si rallegrarono, non vedendo ambasciatore piu
adatto allo scopo. Lo ebbero a se, e convenuti sulla missione, subito lo
inviarono a lui perche profferisse al Comune per parte della Signoria
assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che la terra
rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze, che e quanto dire i
suoi monumenti, le persone e le robe, e loro castella.
Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite queste novelle, non
esito un istante a referirle agli anziani e ai rettori della citta. I
quali abboccatisi anche col monaco che aveva ricevuto cotal facolta,
parendo loro che cio fosse proprio come un dono del cielo, accettarono
le proposte e conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li
soccorse! Perche oltre a non potere sdigiunarsi che con certi cibi, che
li stessi animali immondi avrebbero avuto a schifo, non avevan da vivere
che per un giorno; dopo del quale bisognava svelare il segreto, e uscir
disperati a morire, o darsi in balia del vincitore!
I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo) da ambe le
parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare della cappella di S.
Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini il capitan Malaspina; pe'
Lucchesi il d'Agubbio; e altri per le terre della Lega Guelfa. Da lato
de' Pistoiesi il potesta, il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser
Maffeo Lapi. E i capitoli furon questi:
1o Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro
contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;
2o Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi
a' loro paesi;
3o Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;
4o Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i
loro bandi, possan tornar sicuri;
5o Che il potesta di Pistoia con lire tremila, e il capitano con lire
duemila, si scelgano Lucchesi o Fiorentini: dichiarando primo potesta
messer Pazzino de' Pazzi di Firenze, e capitano ser Lippo Carratella da
Lucca; e' cosi dai detti Comuni si tragga la guardia da tenersi in
Pistoia e suo dominio da oggi a tre anni;
6o Che gli anziani e gonfalonieri di giustizia sieno tutti di parte Nera
e Guelfa, ed eletti per i tre anni dal potesta e dal capitano: serbando
pero agli anziani e al gonfaloniere tutto quel governo che avevano sulla
citta e sulle compagnie del popolo;
7o Che a soldati forestieri che difeser Pistoia si paghino di presente
tremila fiorini;
8o E perche circa il 1242 Guidaloste Vergiolesi vescovo di Pistoia
investi i parenti suoi di molti feudi spettanti alla mensa vescovile,
fra i quali i castelli di Piteccio e della Sambuca, fu deliberato che,
"ai Bianchi e Ghibellini si lasci il castello di Piteccio e quello della
Sambuca, che, come di lor pertinenza, uscendo subitamente dalla citta se
ne possano prevalere."
Concordatisi in questi patti prima che il cardinale giungesse,
finalmente a' 10 d'aprile 1306 si apersero ai Fiorentini le porte della
citta di Pistoia, intorno alla quale erano stati a campo e in assedio
dieci mesi e diciannove giorni! Vi entrarono trionfanti il capitano de'
Fiorentini e quel de' Lucchesi con molte di lor milizie e con buona
quantita di vettovaglie. Per lo che, narran le storie, che di que'
miseri cittadini vi fu taluno che per la fame patita, sbramatosi oltre
il dovere, mori! I Fiorentini, come fu detto, avevano assoldato milizie
straniere; ma i Pistoiesi neppur un drappello! E dire che i pochi
resisterono a tante migliaia e per tanto tempo! Quanto amore della terra
natale dovette infiammare quei petti, che impavidi e quasi fuor di
speranza sfidaron la morte!
Per cotal modo ebbe fine si crudel guerra fra gente d'una stessa lingua,
e d'una patria comune! In questo sciagurato battagliarsi d'un gran
popolo fra di se, come gia a Campaldino e poco appresso a Montecatini, e
a dir breve, nel medio evo su tutto il suolo italiano italiani dovunque,
quante inutili stragi; di qual grande ricchezza, ingegno e fortuna, non
profittato, e quanto valore perduto! Che se questo da Susa a Sicilia
ordinato e concorde; aiutato e disposto per ogni Comune da' suoi
maggiorenti, col beneficio di libere armi si fosse speso per cacciar lo
straniero, forse da qualche secolo l'Italia sarebbe stata una, libera e
indipendente!