"Di nobil pompa i fidi amici ornaro
Il gran feretro ove sublime giace."
---- _Tasso_, _Gerusalemme_, C. XIII.
"I' vidi gia cavalier mover campo,
E cominciare stormo, e far lor mostra.
E talvolta partir per loro scampo."
---- _Dante_, _Inferno_, Canto XXII.
Era stato eletto al pontificato, fino dal 5 giugno 1305, l'arcivescovo
di Bordeaux, Bertrando di Goth, Guascone, col nome di Clemente V. A
Perugia, dov'era morto il buon papa Benedetto XI, solo dopo uno spazio
di dieci mesi e 28 giorni si pote ottener l'elezione del nuovo
pontefice; ma, secondo che narrano gli storici piu imparziali, una delle
piu turbinose che mai avvenissero. I cardinali si eran divisi in due
partiti. A capo dell'uno, Matteo Rosso Orsini, e Francesco Gaetani
nipote di Bonifazio VIII; che stavano, come andavan dicendo, per la
onorevol memoria di questo, e volevano un papa italiano: a capo
dell'altro, il cardinale Napoleone Orsini e il cardinal Niccolo da
Prato, non felice paciero in Toscana, ambedue partigiani francesi.
Convennero alla perfine che i primi proponessero tre vescovi francesi, e
gli ultimi avesser la scelta fra i tre. La proposta fu, com'era a
supporre, di tre francesi creati da Bonifazio e nemici fino allora del
re Filippo di Francia. Ma come il re ne fu informato per tempo dai
cardinali suoi partigiani, egli che fino dal tempo di papa Bonifazio non
mirava ad altro che ad avere in Italia un'assoluta preponderanza su i
Guelfi, e su i Ghibellini; e che si era proposto di ottenere il
vicariato generale su Roma e su tutti i dominii pontifici; avendo
trovato una forte resistenza attiva in Benedetto XI; morto questi per
conseguire il suo fine si volse tutto a far sua la scelta del nuovo
papa.
E come vari storici riferiscono, fece chiamare uno dei tre proposti,
Bertrando di Goth, ad un abboccamento in un'abbadia, posta in mezzo ad
una foresta presso S. Giovanni d'Angely. E mostratogli che potea farlo
papa, molte cose furono a vicenda trattate e promesse. E se intorno al
luogo e a cio che fuvvi discusso non vogliasi stare in tutto al Villani,
e alla grave autorita del Muratori, certo che dai fatti che ne seguirono
fu comprovato che da ambe le parti vi ebbero accordi e promissioni
reciproche. Condiscese il pontefice; e il re Filippo non pure, cui stava
a cuore d'esser prosciolto dalle censure ecclesiastiche, di pervenire a'
suoi la corona de' Cesari. E fu intorno alle concessioni dell'uno e
dell'altro che alludevasi dall'Alighieri quando scriveva:
Nuovo Jason sara, di cui si legge
Ne' Macabei, e come a quel fu molle
Suo re, cosi fia a lui chi Francia regge.
---- _Inferno_, XIX, 83.
Bertrando allora fu eletto papa col nome di Clemente V, e non tocco mai
Roma ne Italia. Si disse per dispiacenza de' partiti che vi si
agitavano: ma in realta perche ormai ogni parte era contro di lui, ed ei
francese, non si potea fidar che di Francia. Sicche non solo rimase in
quel regno e fermo sua dimora in Avignone (citta allora della contea di
Provenza degli Angioini, che la vendettero poi al secondo successor di
Clemente), ma non creando che cardinali francesi, e da costoro essendo
eletti successori francesi, avvenne che i papi vi dimorarono per
settant'anni continui. Qual diminuzione di autorita e di potenza ne
soffrisse il papato da questa innaturale, inusitata e pericolosa
traslazione della sedia papale, detta allora da tutti _la cattivita di
Babilonia_, egli e omai troppo noto. Fu essa la quale poco men che
distrusse la grand'opera della riforma ecclesiastica iniziata da
Gregorio VII: essa che abituando i popoli a vedere, e i principi a
bramare il papa fuori di Roma, agevolo, o anzi produsse il lungo e
grande scisma d'Occidente: scisma che diede origine alle dispute e alle
divisioni de' Concili di Pisa e di Costanza: cagioni queste, piu che
ogni altra, delle eresie de' secoli _XV_ e _XVI_, e cosi di quella
violenta riforma che dura pur sempre, e divide tante preziose membra del
sacro corpo del cristianesimo. Quindi e che non solo volentieri
scuseremo, ma se ci e dato di concludere con gli storici piu favorevoli
alla Chiesa nostra (fra i quali il Muratori ed il Balbo) loderemo anzi
Dante per essersi rivolto con magnanimo sdegno contro Clemente V e il
suo successore francese, primi motori di tanti danni.
A questo pontefice bisogno dunque facesse ricorso il cardinal da Prato,
per interporlo, secondo che da molte parti n'era stato pregato, a
liberar Pistoia da tanto eccidio: cosicche, e per la gratitudine che
Clemente doveva a lui principal fautore della sua elezione, e anco per
l'impulso del proprio animo bramoso di spegnere le rie fazioni, gli fu
agevole d'ottenerlo.
Era giunto il settembre, e ancora attendevasi la benigna risposta.
Quando un tal giorno per Pistoia si sparse la voce che due legati del
papa erano poco lunge dalla citta, e si avviavano al campo nemico.
Cavalcavano infatti verso di esso messer Guglielmo e messer Filiport,
Guasconi, con seguito di segretari e domestici. I quali pervenuti agli
steccati del campo, inviarono un loro araldo per dimandar d'aver libero
ingresso alla tenda del duca. Questi, non appena ebbe udito della
pontificia ambasceria, ordino che subito fossero a lui introdotti: e
anzi, per reverenza a cotai personaggi, egli stesso si mosse poco fuori
a incontrarli. Entrati allora con lui nel gran padiglione ducale, e
seduti, messer Guglielmo prese la parola e cosi favello:
--A voi, messer lo duca, principalmente c'invia in qualita di suoi
legati il supremo pontefice. Ma, cio che dobbiamo significarvi, importa
che sia pure udito dai primi capitani delle milizie di Firenze e di
Lucca.
Allora il duca fece dar fiato alle trombe, come all'appello di un
consiglio di guerra, e in breve gli altri due capitani si trovarono
raccolti presso di lui.
Alzatosi messer Guglielmo non appena fur giunti, cosi disse loro:
--Magnifico messer lo duca di Calabria, Roberto figlio di Carlo,
illustre re di Gerusalemme e di Sicilia, e onorevoli capitani! Il nostro
e vostro signore e pontefice Clemente V ci manda a voi, messer lo duca,
condottiero supremo di questo esercito, perche cessiate di tribolare con
l'assedio la citta di Pistoia, e ritorni la pace fra i discordevoli
Comuni. A tale effetto ordina e vuole che dentro tre di ritiriate da
essa le vostre milizie: perche, nol facendo, incontrerete nella
scomunica maggiore voi e i rettori delle vostre citta, e le citta stesse
rimarranno interdette. La volonta del santo padre la troverete espressa
in queste lettere, messer lo duca, che noi legati pontificii abbiamo il
debito e l'onore di consegnarvi.
E il duca, ricevutele, ne fece tosto lettura, e poi replico:
--Agli onorevoli legati del suo signore e pontefice Clemente V risponde
ossequioso il duca Roberto: e si pregia di dir loro che la volonta del
santo padre e stata in ogni tempo la sua. Ricordasse che i reali di
Napoli furon sempre in Italia i principali sostenitori di parte guelfa e
del pontefice, e i difensori dei suoi diritti. Che il duca di Calabria
grandemente va lieto ogniqualvolta possa mostrarglisi figlio obbediente
e servitore fedele. Che pero riferiscano pure i pontifici legati se
esser pronto a lasciare il campo e l'assedio della citta di Pistoia, e
ad esortare i suoi capitani consorti a ritirarsi da essa con le proprie
milizie.
Com'egli ebbe finito, vi fu un istante che gli animi rimaser sospesi,
quasi aspettando il generale consenso. Ma gli altri capitani, inarcando
le ciglia, si guardaron l'un l'altro e non fecer motto! Allora messer
Guglielmo ruppe il silenzio, e voltosi al duca, disse altero e reciso:
--Bene sta, e cosi confidiamo!
E congedatisi, il duca per onorarli li volle accompagnare fino agli
steccati; dove risaliti a cavallo se ne partirono.
I capitani fiorentini e lucchesi non si mossero pero! Fermi egualmente
nel rigettare i comandi, e tanto piu le minacce di scomunica di papa
Clemente; vicini omai a poter dire: "abbiam vinto!" si limitarono a
rispondere al duca che tutto al piu avrebbero spedito un messo a ciascun
rettore di lor citta per averne un consiglio. E il messo incontanente
parti. Ma fatti avvertire i Comuni di Firenze e di Lucca che quelle
minacce dovevan ritenersi quale artificio de' loro avversari, com'era da
credere, il messo torno diviato con la risposta--si seguitasse
l'assedio!
In Pistoia frattanto il giorno seguente si eran fatte concepire di
grandi speranze. Quando invece poco dopo si seppe che il solo duca
Roberto co' suoi baroni aveva obbedito, e si era diretto per Avignone. E
cio perche troppo gli stava a cuore di tenersi devoto al pontefice, da
cui dipendeva la collazione della corona di Napoli, e che difatti, per
la morte del padre, ricevette dal papa tre anni dopo. Al tempo stesso fu
riferito che i Fiorentini e i Lucchesi con tutte le milizie del duca,
nulla curando le censure papali, vi si erano rifiutati. Che anzi per
tutta risposta atteser di subito a creare il nuovo capitan generale: e
questi fu quel Don Diego della Ratta maliscalco del duca, per piu
allettarlo a rimanervi co' suoi: e fu dei Lucchesi Maroello marchese
Malaspina; e dei Fiorentini messer Cante de' Gabbrielli d'Agobbio.
Costui, uomo senza misericordia, quegli stesso che aveva pronunziato la
sentenza di condanna dell'Alighieri e degli altri esuli Bianchi,
consiglio incontanente che, tutti da ogni lato, cioe a un tiro di
balestra, si avvicinassero alle mura per far piu stretto l'assedio.
E si che a que' loro armigeri la vita del campo era gia parsa grave e
quasi insopportabile: tanto piu che molti ricchi Fiorentini e Lucchesi
v'avevan costretti de' lor contadini con danno dell'agricoltura: e se li
udivano poi ogni giorno andare in lamenti e alienarsi da loro, perche
spesso tenutivi senza paga e pel solo vitto! Ma i rettori di Firenze e
di Lucca non sgomentarono; e benche scarsi a denari, trovarono un sottil
mezzo per ricavarne. Lo fecero per via d'una taglia, detta la sega, che
posero ogni giorno, tanto per testa, a' Ghibellini e a' Bianchi, si di
citta che a' confini. Ordinarono inoltre che chi aveva figliuoli atti
alle armi dovesse mandarli all'esercito entro a venti di: trascorsi i
quali si costringesse a pagare una grossa taglia.
Intanto i capitani di Pistoia eran venuti a sapere che con lo stringersi
dell'assedio vari cittadini che s'erano ancora arrischiati a uscir di
citta da Porta Guidi per procacciar vettovaglie, benche di notte, e
numerosi ed armati, erano stati sorpresi e fatti prigioni; e alcuni, di
nuovo guasti barbaramente nelle braccia e ne' piedi, trascinati a
ludibrio fino a pie delle mura! Ne a que' miseri era piu dato sperare
d'esser veduti da' lor parenti, ed averne soccorso. Perche fin d'allora
i capitani, potendo, saettavano dalli spaldi chi veniva a trasportarli
cola, e i mutilati li ritraevano per curarli: ma eran corsi ordini
severissimi che nissun cittadino si affacciasse piu alle mura, per
timore che a quella vista non cadessero in isgomento. Non si pero che
alcuno non venisse a saperlo e non li vedesse. E allora!... pensiamo
quale straziante spettacolo! Riconoscervi in quello stato, monche le
membra, contraffatti e gridanti pieta, o un amico, o un fratello, o il
padre stesso...! Ma que' prodi raffrenavano il pianto, e serravano in
petto l'acerba doglia: tanta era la costanza de' lor propositi, e il
debito di cosi fare finche potesser resistere!
A queste pubbliche sciagure venne ad aggiungersi una privata, che pur
commosse ogni ceto di cittadini. Aveva compiuto il suo corso mortale
madonna Adelagia, consorte al capitano messer Lippo de' Vergiolesi. Era
puo dirsi la piu insigne donna della citta. I guerrieri compassionavano
nella morte di essa al dolore del capitano e del figlio; le donne in
particolare a quel di Selvaggia; e tutti, ma le madri poi, alla misera
gentildonna, che si era veduta riportar fra le braccia il cadavere del
suo figlio Orlandetto! Perloche i funerali di lei, sia per la nobilta
della stirpe, sia pe' titoli che alla pubblica onorificenza aveva gia la
casata, si compierono i piu solenni. Fu portata alla chiesa fra una
folla immensa di popolo. Nell'esequie ebbe letto di sciamito, o velluto
rosso; ed essa pure fu adorna d'una veste di detto sciamito, e di drappo
d'oro. Moltissimi torchi di cera; parte dei quali portati dai valletti
della famiglia, con al braccio gli scudi ov'era lo stemma di essa; altri
per onore inviati dal Comune. Alcune croci precedevano il feretro; poi
sacerdoti e monaci; e dodici fanti con cerei e doppieri d'intorno al
corpo. Seguivano tutti i consorti e parenti stretti della casata vestiti
a sanguigno; che allora non il nero, ma questo colore era segno di
lutto. Appresso tutte le donne entrate od uscite da detta casa, vestite
pure a sanguigno. Tutta la chiesa dentro e all'esterno parata a lutto; e
perdurante il funebre rito un rintocco di sacri bronzi e uno squillo di
trombe per piu riprese. Non manco alcuno dei capitani; e fra questi,
gravi di doglia si vider pure lo stesso consorte ed il figlio. Costoro,
perche tali onoranze si fecero a mezzo del di, poteron per breve lasciar
le mura senza pericolo. Veder quella chiesa!.... era gremita di popolo!
I piu cospicui cittadini non vi mancavano. Per segno di lutto sedevano
in terra com'era dell'uso, sopra stole di giunchi; i cavalieri invece
sulle panche, e tutti d'intorno al feretro.
Appena che il sacro rito ebbe termine, il popolo era gia per uscire;
allorquando vi fu trattenuto dalla voce in un momento diffusa che
l'Uberti capitan generale, li presso al feretro, come talora a que'
tempi si costumava, avrebbe creato cavaliere messer Fredi de'
Vergiolesi. Accertatisi di questa nuova, unanimi tutti lo disser degno
di tant'onore, per cio che aveva fatto in pro della patria. Solenne e
straordinaria ceremonia era questa; sia per la circostanza pietosa, come
per la presenza di tutti gli uffiziali delle milizie, e in tempi si
gravi. Tutti gli occhi allora si diedero a cercare messer Fredi, tutti
li sguardi furon volti sopra di lui.
Ed ecco che il giovine candidato, appena avutone il cenno, s'innoltra
verso l'altare: laddove giunto, sguainata la spada che pendevagli al
fianco da una ciarpa ad armacollo, la porse al sacerdote, che in
appositi paramenti cola l'attendeva. Questi allora posatala sopra un
cuscino, intono solenne preghiera secondo il rito: quindi la benedisse,
e come glie l'ebbe restituita, quei la ripose al suo fianco. Non si
tosto messer Fredi lasciati i gradini dell'altare torno in mezzo ai
guerrieri, che, accompagnato da due capitani, ando a porsi, piegando un
ginocchio, dinanzi al capitan generale che doveva armarlo, e presentogli
la spada. Alzatosi il capitan degli Uberti dalla sua sedia, richiedevalo
con qual animo volesse entrare nell'Ordine: cui egli rispose--ad onore e
tutela della religione e della patria.--Dopo cio alcuni cavalieri gli
adattarono gli sproni d'oro (e infatti cavalieri a spron d'oro avean
nome); gli posero il giaco di maglia, la corazza, i bracciali e le
manopole; poi il capitan generale gli cinse la spada. Non gli mancava
che l'elmo e il caschetto, lo scudo e la lancia; le quali armi compiuta
la ceremonia, da tre scudieri del capitan generale gli furon consegnate.
In tal modo _addobbato_, come dicevano, torno a prostrarsi con un sol
ginocchio dinanzi al capitano. Questi sorto di nuovo, gli batte la
propria spada sul collo, come ad ammonirlo che dovesse sopportar con
fermezza i pericoli che avesse incontrati. Richiese per fine il novello
cavaliere del suo giuramento.
Nella chiesa ad ogni ceremonia era stato fra la folla, come suole
accadere, un agitarsi e un sospingersi piu in alto per meglio osservare.
Ma a questo punto si fece un silenzio fra tutti gli astanti. Allora
messer Fredi si levo dignitoso, si volse verso del feretro, e impugnata
e distesa la spada, ad alta voce esclamo:
--Giuro sul cadavere di mia madre di difender la patria fino agli
estremi!
Non aveva ancor detto, che per un moto istantaneo tutti i capitani,
levate le spade, gridarono a un tempo:--"giuriamo!"
Questa parola ebbe un eco fra le pareti del tempio, e d'un sacro fremito
riempi il cuore di tutti.