"....... Infelloniti e crudi
Cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi."
---- _Tasso_, _Gerusalemme_, C. XII.
Una prima avvisaglia fra due campi nemici suol esser sempre foriera di
nuove zuffe.
Non erano scorsi che pochi giorni, quando le milizie catalane, lucchesi
e fiorentine, congiunte alle altre, dal lato di settentrione della citta
al villaggio di Candeglia (distante appena un chilometro) si
raccoglievano in un gran campo. E in qual parte era egli un si potente
nemico?
In quella bella costiera che con agevol declive si distende per circa
300 metri dal colle di Vaioni e di Bellosguardo, ultimo sprone
dell'Appennino, fino a Pistoia; e per quasi egual distanza e bagnata ai
fianchi dall'acque d'Ombrone e di Brana: cola dove ora s'accoglie un
popolato subborgo, e la celebre villa di Scornio; e si partono due ampie
strade per Modena e per Bologna, e per questa fa capo e traversa la via
ferrata; non v'avresti scorto in que' tempi che poche case coloniche, e
una selva di castagni continuata da' poggi vicini, con soli pochi campi
piu presso alle mura. Era qui in quest'ampio terreno che si erano
accampate le milizie del Duca con le lucchesi e le fiorentine. Atterrate
le piante che loro davano ingombro, vi avevano erette qua e cola le
tende pe' militi, e i padiglioni pei capitani, in ampio giro fino alla
cinta d'assedio dov'erano appostate le scolte che dovean guardarla e
difenderla. E qui un tal giorno sull'alba vennero a schierarsi tutte
queste milizie, le quali dicevasi dovevan esser passate in rivista dal
duce loro.
Sventolava di mezzo alle prime la guelfa bandiera in campo bianco coi
giglietti di casa Angioina, e l'aquila rossa e un verde serpente fra'
suoi artigli; ed una eguale per mezzo le schiere de' Fiorentini, senza
quel serpe, aggiuntovi solo il giglio rosso del Comune e il sesto della
citta. I fanti Catalani si distinguevano per una reticella di ferro al
capo; per brache di cuoio, e al fianco una tasca pel pane e per
l'accendi-fuoco; un piccolo palvese, la spada, archi di Soria, e
alquanti giavellotti. Ma leggere le armi come le vesti; ne' Mori in
ispecie: che, usi a' calori meridionali, portavan neri o rossi i corti
giubbetti; bianche e corte brache, nuda affatto la gamba. Erano affidati
costoro al comando di don Diego della Ratta Catalano, nominato gia
maliscalco, cioe, maresciallo del Duca; uomo d'un orgoglio il piu
smisurato, e che mostrava, insieme a' suoi connestabili, anco nelle
vesti di vivi colori e rabescate di fila d'oro e d'argento, tutta la
boria e lo sfarzo spagnolo.
La fanteria fiorentina e lucchese era in tutto piu grave. Andava armata
d'un giaco e d'una cervelliera; di spada, di lancia e di grandi scudi.
Balestrieri e saettatori ve n'erano a cavallo e a piedi. Ma propriamente
i cavalieri si distinguevano per elmi e corazze e schinieri d'acciaio:
filettati d'oro se di ricchi e connestabili, con spade, stocchi, e mazze
ferrate: e certi magnati, ove sugli elmi non avesser cimieri propri e
gentilizi, vi facevan pompa di piume d'estranei uccelli. Cavalcavano bei
destrieri, difesi con testiera e gualdrappa di cuoio, briglie purpuree e
freni dorati. La cavalleria a que' tempi era la forza principale
dell'esercito. Dei militi poi volontari, raccolti in gran numero dal
contado, e accorsi a drappelli co' i lor signorotti, chi non aveva che
l'elmo, chi i soli schinieri; chi zappa, chi falce e chi un vecchio
pavese arrugginito; tutti pero qualche arme ad offesa.
Il duca Roberto come capitano di guerra, seguito da' suoi ricchi baroni,
e da messer Bino Gabbrielli d'Agubbio potesta di Firenze, era
appariscente e splendido per seriche vesti trapunte in oro; per una
salda corazza d'acciaio; e d'ugual metallo l'elmo, che avea per cimiero
tutta inorata l'aquila guelfa; e per forbitissime armi. Giovine
avvenente, dal vivido sguardo, lunghi e neri baffi, e lungo pure e
raccolto il pelame del mento, era anche riguardevole sul suo arabo
cavallo di guerra: che, per quanto coperto di ricca gualdrappa di cuoio
con lucidi fibbiali e brocchieri, facendolo corvettare si destramente,
riusciva a farne spiccare le belle forme e la portentosa sveltezza. Si
grande ammasso di milizie, benche in vastissimo campo; distribuite in
varie schiere secondo i Comuni cui appartenevano; comandate poi in
diversi modi, e tutt'altro che addestrate come le nostre stanziali; non
potevano a meno di non mostrare un disordine nei lor movimenti.
Nondimeno cotesta mattina, quando avanzavansi in larghe file, a schiere
a schiere con bel piglio guerresco, tanta era la varieta de' colori si
delle vesti che dell'insegne; tanto sterminata quella selva di lance e
di spade, quell'insieme di elmi, di scudi e di ferree armature irradiate
a quell'ora da un sole il piu vivido; che certo, tranne che pei nemici,
sarebbe stato a veder per chiunque uno spettacolo maraviglioso. Si
sarebbe detto che si disponessero piuttosto a una giostra che a un
assalto, a un ingresso trionfale che contro a mura nemiche.
Intanto, a misura che s'appressavano ad esse, la detestata insegna de'
Ghibellini dalla nera aquila, che era infitta sulla gran torre della
prossima porta di Ripalta, agitata dal vento si spiegava loro dinanzi. E
i duci (soli al segreto della tesavi insidia) come baldi per sicura
vittoria, non si ristavano quell'insegna d'additarla alle schiere con
motti di dispregio e di scherno.
--Oh! la bell'aquila!--dicevano.--Ve' come vola! affe come quella del
valoroso Manfredi e di Corradino!
E un altro:
--Mi par gia che, all'apparir della nostra, spieghi l'ali a fuggire
anche da quell'altura.
E un altro:
--Dove potrebbe, se l'e spennata?
--Finiremo con prenderla, e darla per pasto a' nostri levrieri.
--Oh! non si giovano di si vil cibo!
In questo i Fiorentini, essi pure facevano agitar dagli alfieri le
insegne loro; e forti del numero, or piu che mai eran fidenti della
conquista.
E gia le prime file, varcate le proprie bertesche, audacemente erano
state fatte inoltrare fino a tiro di balestra dinanzi alla porta. Il
convenuto segnale dal campo loro era gia dato. Attendevano per sicuro, e
fra questi il ribaldo Fortebracci armato anch'esso e coi cavalieri, di
esserne corrisposti. Ma a quel primo avanzarsi, il capitano Di-Fede, che
era sul torrione di quella porta, vergognando di nuovo sol dell'empio
pensiero di consegnarla ai nemici, e avendo sempre dinanzi
quell'angelica donzella supplicante a' suoi piedi, tenne fermo nel
datole giuramento, e il segnale manco.
I Pistoiesi vedutosi muover contro un esercito si poderoso, a un subito
allarme che fece dar loro il Di-Fede, furon tutti sulle difese. Si
comincio dalle mura con macchine di trabocchi e tripanti a scagliare
addosso ai nemici grosse e piccole pietre: quali a tiro breve e sicuro,
quali altre a lungo ed incerto, cosi pero che de' molti assedianti or
l'uno or l'altro n'era colpito. I frombolieri poi a scoccar frecce, e
prender di mira le prime file, quelle de' Fiorentini, e ad ogni trar
d'arco veder molti caduti. Cio reco subito fra i capitani nemici una
triste sorpresa.
--Com'e questo mai?--si dicevan fra loro.--Il Fortebracci ci avrebbe
dunque tradito?
Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi
impossibile. Rispondevano, e vero, dal campo e vicini alle fosse, con
scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e
a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:
--Vivano i Guelfi!--E allor dalle mura:
--Vivano i Ghibellini!
Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse
del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le
macchine per tentare un assalto. Le fosse lungo le mura eran larghe e
piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su
prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato
il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse:
vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie si formidabili:
mentre, ancora esitando, inclinavan pero alla ritirata; ecco che ad un
tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga
per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perche invece
come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un
fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero
feritori a cavallo de' piu arrischiati: che, fattasi protegger la
sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di
giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi,
piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere gia in disordine
con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono
fino ai lor battifolli.
Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi
se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite,
dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte si pochi ad
un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?
Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione,
e con pochi feriti avevan riparato in citta, da un'altra porta eran
sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi
ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo
per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto
strettissimo conto; s'abbasso la visiera, non e a dire se piu per timore
che per vergogna; e invasato dall'ira sprono di subito il suo cavallo
verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodi a Bonelle. Cola con
parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali
dei concittadini, e gl'incito a venire all'assalto della porta
Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per
certo in aita dell'altra, non v'era momento piu propizio di questo per
aggredirla e penetrare in citta. I Guelfi-neri di questo campo eran
pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che percio? V'erano a capo i
Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e piu altre
delle prime famiglie della citta e del distretto, esuli a Prato e
altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e
rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del
Fortebracci con un grido feroce che l'accerto dell'assenso. Sicche
raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo
sotto il tiro nemico.
Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non
aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del
pericolo, spedi per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di
detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe
pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perche il
nemico piu fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, li
piu ristrette, tentavano gia la scalata. Quando quei delle mura
cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume
bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi
audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per
terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle
spalle prestamente si ritirarono.
Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi
soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco
sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse piu
cruda e piu accanita siccome questa, che era qui piu che altrove
parricida e fraterna! Cola sul proprio terreno, cittadini d'una stessa
citta, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si
cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri
serrati slanciarono i loro cavalli piu lontani dalle mura e si
azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non
sgominati retrocedettero. Al terzo attacco pero, rotte le schiere e
intrigatesi fra di loro, comincio un battagliare tremendo. Ogni punta di
lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i piu
valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non
feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio
de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi
sofferti, con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che
alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.
Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri
pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che percio
subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla
ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare
questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu piu
possibile.
Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e
delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo
congiurare:
--Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!--gridogli.
E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma
quei, destramente voltato il proprio, schivo la ferita, e ando alquanto
di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto
allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a
inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul
primo terreno. E gia il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e
da uno dei due doveva esser ferito; allorche allo scudiero scivolava il
cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era
solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello
Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo,
volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi pero non pensava mai
che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo
fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che
dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non
appena pote scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le
mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della
porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello
scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di
tenerne le veci.
--Ahi! traditori! ambedue sopra me?--grido allora il Fortebracci. E
rivoltosi all'amico Tedici li poco discosto:--Maledizione e morte a
questa perfida razza!
A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: sicche il
Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo
difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor
disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non pero il Tedici;
perche la sua spada scivolo al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi;
il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per
ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo
gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e
sovra un piu alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza
ferrata gli meno sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la
spada, e dare un crollo giu da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi
prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere
che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo
d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge
il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi
privo del soccorso del Tedici, non aveva piu pensato che a coglier la
piu facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli
il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che
allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo
scudiero, benche offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di
loro. Ma ahime! In quell'istante dove mirare cadersi rovescio il figlio
del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu
solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi piu
d'appresso con gran cura abbracciatolo pote con altri portarlo semivivo
in citta! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la
vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che
fuggiva, che a quella vista mando un urlo disperato, e si die a
soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!
Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne
commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.
Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e
forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il piu grave della giornata.
Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete,
e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Cola nella tenda, fra le
tenebre della notte, chi avesse pero conosciuto i tormenti di
quell'anima! Gli pareva (cosi spaventato narro a Nuto sul far del
giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e
minacciose gli dimandassero:--Quand'e, sciaurato, che t'abbiam chiesto
la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della citta, e tu per sicuro,
tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una
sconfitta!--Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta
di citta come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli
gridassero minacciosi:--Ecco la il traditor che ci spense!--E v'era pur
quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia,
aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli
venissero le piu crude rampogne. Per piu volte tento di fuggire, ma
altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I
vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di
belva, e ripeter sovente:--Miserabile! miserabile!--Questo capaneo della
vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne si
fattamente avvilito?
Chi puo adesso ridire il dolore del padre: e quello poi della povera
madre al vedersi reso esanime fra le braccia quel diletto figliuolo! In
una insolita trepidazione ell'era stata tutto quel giorno per non averlo
piu visto; bench'ei nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a
guardia di quella porta, e nell'interno della citta. Per quanto
aggravata dal male, sorta dal letto ando per la stanza, e in tutte
quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e con lei
pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del suo caro Orlandetto
non si poteva dar pace! Quando per breve rimasta sola, i singulti di
Selvaggia e de' domestici le ne fecer presagire il funesto ritorno. In
cotal turbamento niuno pote impedire alla madre di farsegli incontro,
quando portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato sul
letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava appunto
l'estremo sospiro!
--Dio! Dio mio!... egli!... cosi?... Orlandetto!--esclamo spaventata: e
lo abbraccio, lo bacio, e piu volte ne profferi il caro nome. Poi si
rimase come esterrefatta a fissarlo, e non fece una lacrima. Il consorte
ed i figli che le erano attorno, a tanto strazio gemevano profondamente.
Ma per rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero il
pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della madre
innanzi al cadavere del figlio oh! come e santo e sublime!
Poco stette pero che condotta nelle sue stanze, cadde la misera in tale
angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse perire.
--O dolce figliuol mio!--con flebil voce comincio a esclamare.--Cosi
dunque ritorni a tua madre? Come mai mi potesti lasciare e per sempre?
Io che ti nutrii nel mio seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!...
Oh! che mai, sull'orlo del mio sepolcro? Ma si... almeno che tu non mi
dovessi precedere! Perche non fu dato all'infelice tua madre di
raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel morte! Non piu
dunque i tuoi occhi s'apriranno per me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue
labbra non udro piu, come solevi, articolar con affetto il mio nome? No,
dunque, piu mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il mio
pianto!
Cosi vaneggiando, ogni di piu alimentava nel cuore quell'indicibile
affanno: e intanto vedevasi spegnere a poco a poco fra 'l cordoglio de'
suoi quella vita si cara!