UN PRIMO SCONTRO.

"I' vidi gia cavalier mover campo

E cominciare stormo, e far loro mostra,

E talvolta partir per loro scampo."

---- _Dante_, _Inferno_, Canto XXII.

Una mattina, che era quella del 20 maggio, sulla prim'alba la citta di

Pistoia s'era tutta riscossa, sentendo battere a tocchi la campana

dell'arme. Che e che non e, i cittadini quanti erano atti a portar

picche e balestre e a cinger la spada, s'eran raccolti sulla piazza del

Duomo. Di li a poco, tra qui e per le vie piu larghe vi si potevan

contare circa due migliaia di fanti, e fra questi un buon numero di

frombolieri Larcianesi, e un trecento a cavallo. De' cavalieri poi era

per accrescersi il numero con que' del contado. Gli araldi fino dal

giorno innanzi erano stati inviati per tutto il territorio a far la

chiamata de' gia iscritti per ogni piviere, per raccogliersi in citta

sotto i lor capitani e connestabili in tante compagnie guidate da' lor

centurioni, e che si denominavan dal luogo dov'erano tratte. I piu

facoltosi della citta e del contado costituivan la milizia a cavallo,

quale doveva il milite mantenere a proprie spese di tutto punto. I

cavalieri conducevano diversi cavalli, e piu donzelli e valletti a

piedi.

Nonostante che un imminente pericolo fosse gia preveduto, un subitaneo

terrore occupo i cuori di tutti. Le donne del popolo a quell'ora

impensata sopraffatte e smarrite, balzavan dal letto, s'affacciavano

alle finestre, e si chiedevano l'una l'altra--che sara mai!--Che Dio ce

li scampi i nostri poveri uomini! Entro le case un andirivieni di lumi

qua e la, su e giu per le stanze: un vederli trasparire anche su pei

veroni; e gente spenzolata a mirar nella strada: e ogni tanto udir

qualche grido e qualche lamento di quelle misere.

Eccole poi a fretta e scarmigliate scender giu sulla via e appostare chi

prima lor capitava. E mentre i parenti armati passavan loro dinanzi, era

un interrogarsi e un breve rispondere; un parlar tra ignoti come fosser

noti: quindi un raccogliersi a drappelli, e far fra di essi i piu tristi

prognostici. Le madri, per un loro presentimento, piu di tutte si

desolavano. Dovevan vedersi partir su d'un subito i propri figli; e

molti senza dar loro neppure un abbraccio per non affliggerle di

soverchio, e per non farsi venir meno il coraggio, risoluti com'erano

que' generosi d'andare incontro alla morte pur di difendere la propria

citta!

E davvero che il momento terribile era arrivato! Il capitano generale

pe' suoi esploratori, de' quali da vari giorni era un andare e venire,

aveva potuto accertarsi che in quella mattina il nemico sarebbe venuto a

oste sopra Pistoia. E infatti sul prim'albore un altro corriere era

giunto che riferivagli, come il campo nemico s'era gia mosso da Firenze

tenendo la via di Prato; da dove, fatto alto per poco, doveva poi a gran

passi piombar su Pistoia. Ma il dell'Uberti non era uomo da lasciarsi

sorprendere. Per questo subito avea fatto l'appello delle cittadine

milizie. Aveva poi adunati la sera innanzi tutti i capitani e i

connestabili, affidati gli uffici, e da qualche giorno raccolti i militi

de' castelli vicini con piu cavalli che fosse possibile, e tutto

disposto per far fronte al nemico. Ne sapeva gia il numero, e la via che

avrebbe preso; e solo ora premevagli di stabilire con quante forze e

dove meglio si poteva respingere. Poco o nulla valeva allora la

conoscenza de' movimenti strategici d'un esercito, quando la forza

individuale in quelle battaglie era tutto. Non gia le artiglierie (non

ancora inventate), e neppur le fanterie eran per loro, come di presente,

il nerbo e il poter di un esercito. Ma in campo aperto piu che altro la

cavalleria; negli assedi le valide mura, i molti viveri e la costanza

nella difesa.

Stava il capitano nel suo palazzo in mezzo a' suoi ufficiali a spedir

ordini per ogni dove, per poi salire anch'esso a cavallo alla testa

delle sue schiere, allorche arrivatovi il capitan Fredi, gli domando con

premura:

--Siamo noi sicuri d'una forte schiera di feritori, primi a far impeto

sul nemico?

--Capitano, ne potete esser certo. Le nostre milizie son tutte in armi.

--I cavalieri?

--Assai valenti.

--Chiedeste loro quali volessero essere all'antiguardo?

E quegli:

--Basto la dimanda perche tutte le compagnie si profferissero come un

sol uomo per ambir quest'onore. Sicche ho creduto dover far ricorso alla

sorte: ed essa, mi e caro di dirvi che e caduta sulla mia schiera.

Capitan generale, sono ai vostri comandi.

Allora da soli a soli trattaron del modo da preferire in un'ardua

intrapresa com'era quella. Quindi a voce alta il degli Uberti gli disse:

--Importa che nell'uscir di citta si faccian tacere i tamburi e le

trombe, e che si vada riservati e guardinghi, e secondo le nuove degli

esploratori. La fazione e tra vie boschive, e dev'essere di sorpresa.

Del resto la natura del terreno la conoscete, e il valor non vi manca.

E stringendogli la mano,

--Andate--gli disse--affrettatevi. In breve vi saro presso. Capitan

Vergiolesi, la buona fortuna vi assista!

E in quell'istante i loro sguardi s'incontrarono insieme con compiacenza

com'a dire che s'erano intesi.

Era un atto di fiducia che i due prodi a vicenda si ricambiavano.

Se le previsioni del degli Uberti fossero quanto mai avvedute, bastera

di sapere che Roberto duca di Calabria, il figlio e l'erede presuntivo

di Carlo II re di Napoli, eletto da' Fiorentini a capitan generale di

questa guerra, da qualche giorno accampato presso le mura di Firenze, in

quella prim'ora date le insegne, cavalcava co' suoi baroni alla testa di

grosse schiere; tra fiorentine, benche non tutte, e quelle de' suoi

trecento cavalieri aragonesi e catalani: poi con molto numero di

fanteria Almogavara, cosi detta da certi dardi che usavano, in loro

lingua appellati _mugaveri_. Queste truppe spagnole, un misto di mori e

di cristiani, non diverse da quelle passate in Grecia col tedesco

Ruggeri di Flor, erano state licenziate da Federigo di Sicilia, e si

recavano al soldo d'ogni principe o Stato che avesse d'uopo di loro.

Cominciavano fin d'allora a formarsi in Italia queste mercenarie

milizie. Detestabili sempre, chiamate da principi o da repubbliche, e

funeste alla patria come stromenti di dispotismo, e come quelle che

impedirono il libero ordinamento di nazionali milizie. Ma piu

abominevoli se (come fino a' di nostri dovemmo vederle) uscite di popolo

libero e indipendente, non vergognarono di vendere il braccio loro per

tenere astretti altri popoli in catena di servitu.

Le milizie de' Fiorentini dovevan rafforzarsi di tutte le altre della

lega guelfa; fra le quali di quelle di Siena, di Lucca, di Volterra, di

Citta di Castello, di S. Gemignano e di Prato. Ma sul partir di Firenze

non aveanvi per allora che le fiorentine e quelle del duca: tanta era la

bramosia di quel Comune (morto il papa) di non lasciarsi sfuggir

l'occasione di por l'assedio a Pistoia! Quelle della lega dovevan venire

ad un tempo. Quelle di Lucca, invece, co' Fiorentini. Ma i Lucchesi, o

non fossero ancor preparati, o tardi giungesse loro l'avviso; il duca

senza piu attenderli aveva gia traversata la terra di Prato, laddove

seppe che ancora non eran per moversi. Questa notizia che simultanea

poterono averla anche i Pistoiesi, li rinfranco, non avendo quel giorno

a temere aggressioni per parte loro nel lasciar la citta. A vigilare poi

i passi de' nemici e referirne, da qualunque parte li vedessero

avvicinare, il degli Uberti fece tener quattro scolte in vedetta ai

merli dell'antica altissima torre della Cattedrale; gia fortilizio

isolato da essa, e dipendente dal capitano del popolo: sol di quel tempo

ridotto a modo di campanile con aguglia e con tre ordini di colonne.

Era circa il mezzo del di che il duca si era gia avanzato a circa due

miglia da Pistoia lungo la via del Montale; quando si vide sopraffatto

da un buon numero di cavalieri pistoiesi con alla testa il capitano

messer Fredi. Aggiungi molti fanti sbucati da' boschi che in allora

fiancheggiavan la via, serrati in schiere, e misti a quelli guidati dal

degli Uberti; tutti insieme fecero a un tempo tanto impeto sul nemico,

che lo costrinsero a retrocedere. I cavalieri aragonesi che erano

innanzi, mal pratici e incerti per lo stretto e scabroso sentiero,

cedevano di subito a' feritori pistoiesi, che, svelti e arrischiati e

forti nell'armi, come li chiama Dino Compagni, si battevano con

molt'arte e valore. Indarno i Fiorentini, rinfuocati dalla vendetta e

dal fiero proposito di conquista, incitavano li Spagnuoli

dell'antiguardo a dar nuovo assalto e resistere. Ai dardi che lor

saettavano d'ogni parte i detti fanti, in specie i bravi frombolieri

Larcianesi, s'aggiungeva la gente del contado. La quale piombata loro

sui fianchi, a torme a torme dietro il riparo dei boschi molestava

cavalieri e pedoni; armata com'era di lunghe falci, e di rozzi archi ma

di certa saetta che li colpiva al sicuro. Tanto che cotesti Spagnuoli

atterriti e poco o nulla premendo loro l'onor delle pugne; lo che era da

attendere da quella lor poltronaggine meridionale, e da soldataglie

compre da un duce venduto, su i passi vergognosi della fuga col duca

stesso tanto retrocedettero senz'arrestarsi, finche non furono entro

alle mura di Prato. Qui allora i rimprocci piu acerbi de' capitani

fiorentini al duca Roberto, e degli esuli soprattutto, che non avrebbero

mai immaginato cotal resistenza de' Pistoiesi fuor delle mura.

Dall'altro lato il ritorno a Pistoia di loro schiere pensiamo con qual

trepidazione era atteso!

Solamente i vecchi, preti e frati, fanciulli e donne, si puo dire che

con poche guardie e gli anziani o priori del Comune eran rimasti dentro

le mura. Chiuse affatto le officine degli artieri, e i fondachi dei

mercatanti, la citta era muta e deserta. La su quella piazza maggiore

sul far della sera chi puo ridir lo sgomento! Cotesta gente, come presa

dalla paura, erasi tutta raccolta insieme cola.

Al primo scontro le scolte dall'alto della torre, d'onde a due miglia

poteva scorgersi, avevan gia dato l'avviso agli anziani giu in piazza,

col suono convenuto d'un tamburo--Si sono azzuffati!--A tal nuova fu un

prorompere del popolo in un lungo ululato. E come nel muro esterno di

cattedrale, al nord, era un tabernacolo di legno con entrovi il ritratto

di Nostra Donna col Divin Figlio, detta dal popolo la Vergine delle

porrine, fino da quando nel 1150 da pestilenza fu liberato; avvenne

allora a quel triste annunzio che tutti que' miseri andarono a gittarsi

in ginocchio dinanzi alla detta immagine e a gridare a gran

voce--misericordia!--Poi per un tratto fu silenzio!

Si fecero in piedi, ma con ansia e sgomento! Ed era uno stare in

orecchie, un volgersi in alto e sospirare, ed un levare al cielo le

palme.

In questo un altro suono di su della torre che annunziava in rotta i

nemici!--Dio, Dio! soccorreteci!--fu un grido concorde. E, trepidanti,

si prostrarono di nuovo e pregarono. Ma ecco dopo non molto udirsi

dall'alto il suono del tamburo, annunziator di vittoria! Poi dal basso

della citta gente a corsa su per la ripa un salire a loro e

ripeter--vittoria!--e il contado dietro, che dalle porte irrompeva, e

precedeva fra i lieti evviva le schiere! Oh! allora que' cittadini!...

Fu un levarsi tutti come un sol uomo, fra gli accenti di giubilo; un

accorrere incontro a braccia aperte, un far eco agli evviva, e cacciarsi

ciascun fra le file, e per la via uno stringersi al seno quei prodi e

colmarli di benedizioni! Ed ecco in un subito su quella piazza che

diverso e commovente spettacolo! Gli oricalchi ed i tamburi ed altri

strumenti con lieta musica animavano la marcia.--Sono tornati e

vittoriosi!--queste le magiche parole ripetute via via fra la folla.

Tutte le campane suonavano a Dio lodiamo! Cittadini e guerrieri

riunitisi insieme piangevano di gioia! Ciascuno dei militi voleva pur

ragguagliare i parenti: ma tanto grande era il loro entusiasmo, che

finivano per lo piu con questi e simili vanti:

--Intanto per questa volta e toccato a loro a fuggire!--O che credevano

que' bracaloni de' Catalani! Nol sapevano che si tira ben dritto noi?--E

i Fiorentini, pensavano forse di darci sgomento?--Tornino, tornino,

affe, che un primo saggio gliel'abbiam dato!

Con queste e altre parole si millantavano, e s'incuoravan fra loro: ma

pur troppo era un pascersi di vane speranze; e non si saprebbe dire se

meglio fosse stato l'avere avuto di subito una sconfitta!

Non era pero da compiangersi verun morto, e solo parlavasi di alcuni

feriti; mentre dei nemici non pochi erano rimasti sul campo, e molti

feriti si trasportarono a Prato. Prodigioso poteva dirsi l'evento. Il

popolo, tra per il giubilo di sentire che, in uno scontro cosi accanito,

dei suoi non aveva perduto pur uno (e in quel modo di guerreggiarsi

assai volte non era a stupire), tra perche era in fondo molto religioso,

non dubito di gridare al miracolo. Sicche per la mattina seguente, alla

cappella di Sant'Jacopo in Cattedrale furono decretati solenni atti di

ringraziamento, e supplicazioni per gli eventi futuri.

Il tesoro della sagrestia de' belli arredi, ricordata da Dante, faceva

in cotesto giorno bella pompa di se sull'altare dell'antico patrono

della citta. Al sant'apostolo era sacra questa cappella, eretta sotto la

navata a destra di chi entra, nello spazio dei primi due archi, chiusa

di muro dietro l'altare, e sopra di volta; circondata poi da un

cancellato di ferro; e cio per le cure del vescovo Atto, che nel 1145 ve

ne fece venir le reliquie. L'avevano arricchita delle opere loro nel

1265 maestro Bono, architetto, e messer Coppo, pittor fiorentino. Di

sacri vasi poi e di reliquiari d'argento dorato e a filograno, con

pietre, con ceselli, con nielli, e stupende figure in rilievo nel

paliotto e nel trittico (tesoro che pur di presente e in molta parte e

rimasto, ed e dato a vedersi) la fecero mirabile, da quel tempo per

oltre dugento anni, gli artisti italiani piu rinomati. E cio con le

offerte de' Pistoiesi, e dei forestieri che vi accorrevano pellegrinando

per aver perdonanza, come un tempo i cristiani di ogni parte al sepolcro

dello stesso S. Jacopo in Compostella. Di qui nel territorio pistoiese

quei tanti spedali, spedaletti ed ospizi pe' pellegrini, che allora, in

difetto di altri alberghi e locande, era pur questa opera religiosa e

civile.

Dinanzi adunque a questo altare, al quale ardevano lampadari moltissimi,

si vedeva prostrato a Cristo Salvatore un popolo intero cui soprastava

una tremenda ingiustizia. Dopo la pubblica preghiera il venerando

vescovo Sinibuldi levatosi di ginocchio e ascesi i gradini di

quell'altare, circondato dal clero, dai magistrati e dai capitani di

guerra, si volgeva al suo popolo stivato nelle tre vaste navate, e con

affabile dignita in questi termini gli favellava.

--Grande, ineffabil conforto, o miei figli, e all'animo mio angustiato

gia troppo per le gravi sciagure che minacciano la nostra citta, il

vedervi raccolti nel sacro tempio a supplicare l'Altissimo! Volenterosi

accorreste alla difesa della patria, e per essa non dubitaste di andare

incontro alla morte! Eppure Iddio nella sua grande misericordia vi volle

scampati! Oh! umiliamoci adunque, o figliuoli, e dal profondo del cuore

rendiamogli grazie perche in questo giorno opero per noi mirabili cose!

Ma non e a credere che nemico si agguerrito, e bramoso pur troppo di

conquistar quella terra, non torni presto alle insidie e agli assalti.

Ascoltate adunque la voce dei vostri capitani, e siate pronti a

difendervi. Si! Una giusta difesa contro un ingiusto aggressore Dio la

permette e la vuole: ed io, io stesso, ministro di Dio di pace, vi ci

debbo esortare! Ma vi sovvenga che se non e il Signore che invochiate a

custode della citta, i suoi difensori vi s'adoprano indarno! Or mentre

il nemico e qual leone che rugge, e s'aggira qui intorno per divorare,

in nome di Dio vi scongiuro, o carissimi, a deporre oggi dinanzi agli

altari ogni privato odio e rancore, perche siate tutti un cuore ed un

braccio per la comune difesa. Le ire di parte dominaron qui troppo; e

tanti cuori che furon senza pieta, fecero altri spietati, e provocarono

i divini gastighi, che ricadranno forse sugli stessi innocenti!

Ah! pur troppo sta scritto che "ogni regno diviso sara desolato!" Ma tu,

Dio delle misericordie, disperdi da noi per pieta il terribile augurio!

Sia pace e concordia fra questo popolo; e infondi sensi piu miti a chi

vuole aggredirlo: sicche rinunziando alle offese, si ristringano invece

nel nome tuo le antiche alleanze fra' tuoi adoratori, fra i vicini e

parlanti la stessa lingua, fra i figli medesimi di questa italica terra.

Se poi questo popolo da dura necessita fosse astretto per sua difesa a

impugnar di nuovo le armi, deh! fa, o mio Dio, che nel combattere usi

leale coraggio; non sia crudele ne licenzioso; non prevarichi nella

vittoria, non disperi nella sconfitta! Signore delle nazioni, Dio degli

eserciti, raccomandiamo a te la causa nostra, le nostre anime, la

salvezza e la liberta di questo popolo; che io ora nel nome tuo, per

intercessione e pe' meriti dei santi suoi protettori, lo benedico!--

A queste parole s'udi prorompere da ogni parte in singulti ed in pianti,

e gravi sospiri uscirono anco da' petti cinti di maglia e di ferro.

Ma quello che piu colpi di meraviglia gli astanti, si fu di veder farsi

largo fra la folla, e comparire innanzi all'altare uomini di famiglie

conosciute per furibonde e potenti, di fazioni fra loro avverse, e che

fin qui aspramente s'inimicarono; e in presenza del vescovo, che insieme

ai rettori della citta da qualche tempo ma sempre indarno li aveva

pregati a riamicarsi, giurare adesso di obliare gli antichi odi e li

sdegni; di offerire il proprio braccio in pro della patria; e

abbracciarsi e baciarsi in bocca per segno solenne di perdono e di pace.

La benedizione del buon prelato, grande amatore della patria e difensore

dei diritti dei cittadini, fu detto allora dal popolo che proprio come

un prodigio era discesa sopra di loro!

Or mentre in Pistoia avvenivano questi fatti, e i cittadini, fra la

fiducia e il timore, ma con fermezza e con ordine, compievano opere di

difesa dentro e sopra le mura; il duca Roberto riconosciute per grandi,

e piu invero di quel che si fossero, le forze dei Pistoiesi, dispose a

Prato di rinforzare l'esercito di gente a piede e a cavallo, e di non

muoversi altrimenti che con tutti insieme quei della Lega. E come per

messi ebbe avviso che ciascuno era pronto e s'era posto in cammino,

fatto consiglio di guerra ordino (come narrano gli storici) che Pistoia

in questo modo si circondasse.

Dato il guasto torno torno alle vicine campagne, a distanza dalle mura

presso a poco quanto il balestro portava, pianto i campi, e vi forni i

battifolli, cioe li steccati con torri, l'uno presso il ponte a Bonelle,

sulla strada che veniva dai monti di sotto, dove fino ai colli di Casal

Guidi s'accamparono i Guelfi Neri usciti di Pistoia, si a pie' che a

cavallo. Il campo maggiore si pianto dall'altro lato della citta, in

direzione della porta di Ripalta, sulla strada della Sambuca; ed ivi si

posero il duca coi suoi Mugaveri, e i Fiorentini, e i Lucchesi guidati

da Moroello di Manfredi I, marchese Malaspina; il famoso _Vapor di Val

di Magra_, gia capitano di detti Lucchesi, nel 1302 sopra campo Pisceno

all'assedio di Serravalle. Un altro battifolle fece fare al Nespolo

sulla strada che vien da Firenze, e un altro a S. Gostino: tutti a un

miglio circa dalla citta. E fece afforzar la chiesa di Candeglia verso

settentrione, che forni di fanti, di quei della Lega, per guardare anco

di qui una via per Sambuca. E ordino che fossero ben muniti, il Cassero

di Berlino Perfetti guardato da mr. Mondasco da Pisa; e il monastero

delle Benedettine, a mezzo miglio a ponente nel comune di Sala, dove era

a guardia ms. Vanni Scornigiani, pisano.

In tanto pericolo per un assedio si imponente, per quanto ancora assai

largo, i Pistoiesi non si persero d'animo. Parve anzi raccogliessero

tutte le forze per respingere le avverse con audaci sortite. Ma il

dell'Uberti ordino doversi stare per adesso sulle pure difese. Cio

nuoceva assai a quegli animi ardenti, che il poter loro misuravano sol

dal coraggio. Crebbe poi a dismisura la irritazione dei cittadini quando

il duca, per quattro araldi, dinanzi alle quattro porte della citta,

fece bandire che chiunque volesse uscirsene aveva tempo tre di, salve le

persone e l'avere: e chi dal terzo di innanzi si fosse ostinato di

rimanere, l'avrebbe per ribello alla Chiesa e al re di Sicilia, e che

pero era lecito a ciascuno di ucciderlo.

Udito che ebbe il poverame della citta un bando si perentorio e si

crudo, immagini il lettore se, dentro i tre giorni, vecchie, donne e

fanciulli e qualche benestante dei piu intimoriti s'affrettarono

d'uscire! A questi ultimi non fu difficile di trovare un asilo. Ma per

que' poveretti?... Si fa presto a dire: albergatemi e datemi il vitto!

Per un giorno... per due!... Ma per un tempo chi sa quanto lungo? Eppure

la carita, che al bisogno mai non vien meno, aperse anche a loro le

braccia!

Rimanevano nella citta il capitano degli Uberti con Angelo di messer

Guglielmo, rettori; i capitani cittadini e altri delle vicine castella,

che erano giunti in aita ciascuno con proprie schiere, in tutto forse un

quattrocento cavalli, e quattro migliaia d'uomini assoldati fra i

Bianchi e i Ghibellini di tutta Toscana, e quanti furono fra i cittadini

che in quelle strettezze la fame e la morte non li spavento. L'assedio

era venuto improvviso, ne i campi poterono avere tempo bastante per fare

grosse provvisioni di vettovaglie, e di quante potessero bastare per

lunghi mesi a tener ben nutriti quei lor difensori. Intorno a che i

maggiorenti ed i piu savi, fatto consiglio, deliberarono che de' viveri

se ne incettasse alla campagna quanti piu si potesse; ma che frattanto

dell'attuale scarsezza ne fosse tenuto il segreto piu stretto: e cio

perche i gagliardi non ne scoraggissero, e i deboli non provocassero

pericolosi rumori.

Non per questo che dei mettiscandali fra quella mirabile concordia di

cittadini non ne sorgessero: e questi, o turbolenti di lor natura o

messi su e aizzati da mala gente, pagata a posta da qualche cittadino

per personali vendette, o da nemici di fuori, tanto per suscitar

divisioni e indebolir la difesa.

Importava ora di aver molte braccia e scavare piu larghe fosse dinanzi

alle mura esterne: a congegnare poi su di queste arnesi da guerra, come

trabocchi, mangani, biffe, tripanti, composte di travi con contrappesi;

portarvi sassi per lanciarli, e fare altre grosse fatiche. I lavoranti

bisogno prenderli alla rinfusa. I commissari non stettero a guardare

tanto per la minuta su chi si presentasse al lavoro. Molti operai vi

capitavano di campagna. Gli abiti sdruci e il rozzo aspetto li faceva

pero comparire tutti eguali. Ed era gran che se venivano; ne quello era

tempo da farne scelta; tanto era urgente l'affrettare i lavori!

Fervevano essi di e notte per ogni dove, quando i nemici a breve

distanza avevano circondato quasi le mura. I capitani, perche quelle

opere si compissero senza molestie, facevano fare spesso delle sortite

fuori d'ogni porta a schiere ben armate a cavallo e a piede: sicche i

nemici sulle prime non si avanzarono. Vollero prima misurare le forze

loro contrapposte, e prender pratica del terreno: lo che si agevolarono

col far atterrare i molti alberi di quei dintorni. Poi si limitarono a

qualche ricognizione e a piccole avvisaglie.

In tanto una gran frotta di lavoranti, al mezzodi ogni mattina, sospesi

i lavori, si raccoglieva in citta a certi luoghi de' quattro quartieri,

per ricevere dagli uffiziali delle vettovaglie il soldo ed i viveri.

Coteste riunioni davano spesso occasione di tumulti e di risse. Per

sorte, che i capitani, con certe intimazioni piu severe in tempo di

guerra, avevan subito il modo di rimetterli in freno!

Fra i piu bociatori e rissosi poteva notarsi un uomo bassotto ma ben

tarchiato, dal viso asciutto e bronzino, di rosso pelame, con certi

occhi di volpe, svelto e risoluto in ogni atto, un cotale chiamato

Musone della Moscacchia. Venuto a opra di montagna dalle parti del

Castel di Sambuca con una trentina di lavoranti, come s'era fatto loro

capoccia, anche sul lavoro come tale lo confermarono, perche si avvidero

che su di essi nissun piu di lui ce la poteva.

Un tal giorno Musone dopo aver condotto la sua compagnia a ricevere il

soldo ed i viveri, diceva a un cagnotto de' suoi piu fidati con cui se

n'andava a bevere alla prossima taverna; la la chiacchierando e gia per

entrarvi:

--Fuccio, di che si lamentano i nostri?

E l'altro:

--Della poca porzione di vitto.

--Se tutto il mal fosse qui!--soggiunse Musone.--Che infine non mangiano

questi poltroni? Non ho io strepitato finora con gli stessi

provvisionieri per ottenerglielo piu abbondante? Eh! quanto a questo...

O qui o la, per tutto da mangiar se ne trova. Ma, per Satanasso! Ti par

che sia questa per noi due una bella storia di gia? Lo senti? Circondati

dai nemici per ogni parte! Sicche in gabbia ci siamo!

E voltosi attorno per vedere che nissuno l'udisse, vibrando le parole e

fremendo:

E il dir che ci siamo rimasti noi!.... noi gente libera, che in quattro

salti, auf!.... su per ogni via che abbia un po' di bosco d'intorno....

capisci?.... ci possiamo prendere il gusto.... d'avere un po' piu di

quello che ci danno questi can grossi, e senza fatica! Con qualche

rischio, si sa; ma infine all'aperto, destri e liberi sulle vette de'

monti come gli astori!

Cui Fuccio, postosi gia a sedere con lui sopra un pancale della taverna:

--Altro se e vero! Lassu forti come leoni a far tremare di noi; qui

deboli, e a tremar come pecore! Egli e che ora non si puo neppur portar

armi, come si faceva lassu; e, meno che fra noi, bisogna starsene zitti

e chiotti, per tutti i diavoli!

E l'altro, alzando un poco la voce e con un gesto animato:

--Bisogna, bisogna, tu dici:

Poi, abbassandola, e all'orecchio:

--Ma se qui non si fa bottino!....

E Fuccio, interrompendolo sotto voce:

--Te lo diceva? sta queto: vedo entrar delle guardie.

E Musone allora a voce alta, fingendo di tener parola col taverniere,

voltosi a quello un po' risentito, gli disse:

--Cosi non va bene, ti dico! Che ci fai piu aspettare? Un grosso boccale

di Vinacciano, ma.... del numero uno, hai capito?

E mentre due guardie inoltrandosi li squadravano, e andarono a posarsi

in fondo della vasta taverna: un altro sconosciuto, a Musone poco

discosto, e che stando in orecchi, aveva raccapezzato di que' discorsi,

a mezza voce disse loro:

--Anch'io son con voi, cari amici, se intendete parlare della citta. No,

per tutti i diavoli, che cosi non va bene! E per ora non siamo a niente!

fra poco ce ne avvedremo! Ma stolto ben chi ci resta!

Con queste parole cercava di amicarsi costoro per servire a' suoi fini

quel briccone di Nuto, l'infinto astrologo e alchimista, che oggi era in

vesta di popolano.

Intanto altri operai, con in capo berretti di lana e senza mantelli, si

sfilavano per quella lunga taverna, e prendevan posto su i pancali

vicino ad essi, depositando su quelle tavole la parte del vitto che lor

passava il Comune, per beverci su. Nuto anch'egli aveva fatto venir del

vino per bever con loro. E com'ebbe trovato in que' primi ben disposto

il terreno, accostatosi, comincio in questo modo a seminare zizzania.

--Sicuro! si fa presto a dir "si resiste!" Ma di fare alle capate col

muro non l'ho mai intesa io! E poi per chi? Noi poveri popolani sempre

per favorire ai capricci e all'arroganza de' nobili! Forse Dio che ci

contan qualche cosa, questi magnati! O noi, tutti per loro per la vita e

per la morte, o essi contro di noi! Star sull'arme, e uccidere a conto

loro, e dove fan cenno: che il popol ci crepi, che importa?

E Musone aggiungeva:

--E la cagione po' poi? Per sodisfare a' rancori d'un Bianco o d'un

Nero!

--Senza pensare--continuava un artigiano di buona fede--se noi povera

gente, dimane avrem tanto da mangiare con le nostre fatiche d'industrie

e d'arti; quando per queste maladette guerre e' non c'e piu un lavoro

per le maestranze e ci han troncato affatto le braccia! Intanto i

Fiorentini non ci mandan piu un fil di seta da tessere!

E un altro soggiungeva.

--O di lana? Dalle campagne non se ne puo piu introdurre; sicche alle

povere nostre donne non restera che far delle fasce pe' feriti e gli

occhi da piangere!

--Siamo stati forse noi che abitiamo in povere catapecchie--soggiunse un

del contado--che ci siamo ingelositi de' lor palagi; e per crescer

grandigie e far prepotenze abbiam messo a rumore e a sangue la citta? A

noi premevano le nostre semente, e ora quel po' di grano. E io che sto

qui vicino alle mura, la per que' campi me lo vedo strepilare, bello

alto che era, sicche sul terreno alla fatta fine non ci restera un fil

d'erba! Poi, vedersi buttar giu alberi che eran ritti da anni domini;

tronche le viti; scioncati per ispregio tutti i frutti che avevano

allegato si bene!... Oh che danni, genti mie! che carestia mi prevedo!

--Pur troppo!--un artigiano--tutto il male e d'in alto! Panciatichi e

Cancellieri, si sa! E cotesti potenti a provocar poi il piu forte, vo'

dire i Fiorentini, che volere o non volere, protetti dal papa, e' sono a

capo di una gran lega di gente! E per questo? O che passi hanno fatto,

vorre' sapere, per metter pace col nostro Comune? M'e parso invece che

gli abbian voluti sfidare: e a che guerra!... misericordia! guerra che

noi miserabili, rinchiusi fra queste mura, finiremo con esser sepolti

fra le rovine, se non prima cascati morti di fame!

E Nuto:--Dice bene! verissimo!

--Adagio un po'--un altro operaio.--Intanto nel primo assalto ci riusci

a respingerli, que' prepotenti.

E Nuto:--Ma non sai che allora non erano appena una quarta parte, e che

ora ci brulicano intorno, e sono infiniti quanto le cavallette? Ma

ditemi un po': perche adesso che l'onor dell'armi si puo dir sodisfatto,

non si cede di buon accordo!

--Eh!--alcuni scotendo il capo--la non sarebbe cattiva proposta!

Ma a questo punto si levo su un ubriacone sbracciando, e vuotando

intanto un boccale.--No, no, pel nostro baron S. Iacopo! Io son per

resistere, e per dare a piu non posso. E tu Lapo, e tu Cione?--Ed essi

pure avvinazzati e con un calore fittizio percotendo il pugno sopra la

tavola:--Anch'io, anch'io, per resistere! Botte da ciechi, senza

misericordia! Da vili non bisogna passare noi! no, no, pel nostro

barone!--E intanto incalzando nell'argomento, gestendo e sbociando, si

alzavano per ritornar sul lavoro.

Non appena la taverna fu sgombra di quella gente, che Nuto s'accosto a

Musone, cui aveva fatto cenno di voler parlare, e a mezza voce gli

disse:

--Siete dunque del parer mio?

E l'altro, fittigli prima addosso un par d'occhi com'a dir "con chi

parlo?" dopo un attimo gli replico risoluto:

--Sicuramente!

Nuto allora:

--Ho bisogno di vederti.

E Musone che lo voleva quanto l'altro, non esito, e soggiunse:

--Quando?

--Stasera a un'ora di notte.

--Il luogo?

--Ed egli con gran mistero e all'orecchio:--In casa dei Fortebracci.

E l'altro con sorpresa:--Ma da chi tien quel messere, da' Bianchi o da'

Neri?

--Vieni, e lo saprai. Ma dalla porta di dietro: ci saro io ad aprirti.

Que' due brutti ceffi avevan finito di squadrarsi fra loro, e con una

mossa di capo l'un verso l'altro, si separavan dicendo:

--Ci siamo intesi!

Selvaggia de' Vergiolesi · 第 22 / 60 题