"E se credessi Turco diventare,
Passar lo mare e andare in Turchia,
Davanti al Turco mi vo' inginocchiare,
E la vo' rinnegar la fede mia.
Cosa diranno la gente di me?
Ho rinnegato la fede per te!"
---- _Canti popolari toscani._
Ricordera il lettore che alla festa del primo maggio che descrivemmo,
comparve sulla gran piazza un astrologo. L'incognito or presentatosi al
Fortebracci era costui. Un certo Nuto fiorentino, della parte Guelfa la
piu accanita, che non appena seppe alcuni forusciti pistoiesi esser a
Prato, ando a profferirsi a' loro servigi. Egli era un di que' tali che
hanno natura di faccendieri, sanno coprirsi di mille vesti, e far mille
parti per servire alla propria; ma a patto pero che non manchi loro un
grosso guadagno; altrimenti non sarebbe difficile che, per uno piu
pingue, si dessero alla parte contraria. Gli esuli, e i Fiorentini che
volevan sapere quali si fossero gli umori in Pistoia e altrove, e' non
guardavano a spendere di bravi fiorini d'oro. In fatti per costui, ben
pagato da essi, era un andirivieni di giorno e di notte fra Pistoia,
Prato e Firenze. Scampatala per fortuna, come vedemmo, alla prima
missione, era tornato a tentar la seconda, e questa volta quasi a posta
sicura. Ma or piu che mai doveva apparirvi con cautela, avendo i rettori
della citta dato ordini severissimi su qualunque persona che volesse
introdurvisi.
Intanto il Fortebracci, scosso e agitato maggiormente da quest'incontro,
se n'usci tutto solo per veder di distrarsi. Ma quasi ad ogni passo gli
ritornavano a gola quelle parole riferitegli dall'incognito, e allora
mormorava fra se:--"Ah si? Mi sbertano? Mi deridono?"--Troppo acerba
puntura era stata quella per lui; che penetrata nel fondo di quel cuore
superbo, allora si che lo fece piu risoluto di compiere un suo disegno.
Era sull'imbrunire, quand'egli avviavasi alla piazzetta di S. Biagio, e
presso il giardino de' Vergiolesi. Prezzolato di gia un vil servo di
questa casa, e' gli avea riferito che da qualche giorno un lieve
incomodo di salute costringeva la consorte di messer Lippo a starsene in
letto. Non impediva pero che Selvaggia ogni sera non scendesse nel suo
giardinetto. Or come Nello aveva detto a costui che ad ogni costo voleva
parlarle, cotesto giorno ebbe avviso da questo furfante, che gli avrebbe
lasciata socchiusa la porticella di strada che metteva nel giardino.
Giunta l'ora consueta, Selvaggia era gia scesa fra quelle aiole a
rivedere i suoi fiori. Ella era sola; perche la Margherita, la vecchia
castalda di Vergiole, doveva rimanersi presso a sua madre.
Quand'ecco l'audace, colto il momento che da nissuno era visto, spinge
la porta, entra, e richiude. Volge un guardo d'intorno siccome un lampo,
ma... la donzella non v'e!--Dove mai? m'avrebb'egli ingannato?--
Titubante e guardingo, incerto se retrocede... poi si sovviene della
cappella.--Sarebb'ella cola?--E gia vi si volge e vi pone il piede; e vi
mira infatti, senza essere ancor veduto ne udito, quella cara fanciulla
genuflessa dinanzi all'altare, e inclinato il capo sull'inginocchiatoio,
supplichevole certo allora per la salute della sua buona madre.
--Selvaggia!--appressatosi, con voce convulsa ei le dice--Selvaggia,
pieta, pieta di me! Io vi amo, io vi adoro!
E mentre ella riscossa si alzava, ed egli:
--In nome di quel Dio cui porgete preghiera, Selvaggia, per pieta, non
mi rigettate!
--Oh! come! Voi qui?--disse ella. E gia il primo atto fu quel di
fuggire; ma poi consigliata dalla sua dignita, voltasi a lui con
disdegno:
--Quale audacia!--proruppe.--Quale parole son queste? Nessun dritto io
vi ho dato a concepire speranze; tanto meno a una sorpresa siffatta!
L'animo mio, di gia il sapevate, egli e irremovibile! E cio vi doveva
bastare per lasciarmi in pace, e per sempre!
--In pace voi, o Selvaggia! ma il mio cuore ponete in guerra, e crudele!
Ve lo giuro! Niuna donna sara come voi, nella mia casa, ricolma di
dovizie e d'onori: niuna... ah! io cado a' vostri piedi: non mi
togliete, no, quella speme che ho nutrita fin qui! Non mi guardate cosi
fieramente! Posposto al mio rivale... Oh! allora io... disperato ch'io
fossi... a estremi casi... Chi sa?... Voi, e me...
--Questo e gia troppo!--replico allora Selvaggia. Ed egli alzatosi:
--Le mie parole deh! non guardate!...
--Violaste ogni legge d'onesto cavaliere, e questo sacro asilo con un
vil sotterfugio! Messer Nello de' Fortebracci, io v'intimo d'uscire!
Ed egli allora con un sospiro che parve un gemito:
--Oh!! io l'ho voluta dalla vostra bocca la mia sentenza! E sia!
partiro; ma non io solo, altri, altri ancora portera le pene della
fatale repulsa!--E cio detto, spari.
Un bisogno prepotente d'agitarsi, di sfogar lo sdegno represso,
d'involarsi a tutti, e fino a se stesso se l'avesse potuto, lo fece
giunger d'un tratto alla propria casa, far sellare un cavallo, e via su,
spronarlo fuor di citta sulla prima strada che aveva dinanzi.
E gia, varcata la porta Guidi, s'era dato al galoppo sul sentier di
levante verso il Castel del Montale. Ne si creda gia per l'ampia e
pittorica via qual e adesso; alle falde d'un'agevole collina a mezzodi;
tutta bella di terren colti, di vigneti e d'ulivi, e popolata di ville;
fra le quali siede regina in mezzo al suo parco, co' suoi laghi e i suoi
dilettosi giardini, quella denominata di Celle: ma si per un sentiero
stretto e infossato, e fra folta boscaglia; ora in basso e fra gli
acquitrini, ora saliente fino al Castel di Pecunia de' Conti Guidi, e a
quel del Montale (or diroccati) e all'altro, piu alto, di Montemurlo; il
primo e l'ultimo a quel tempo, e da circa un mezzo secolo ceduti dai
Conti al Comune di Firenze; l'altro poi del Montale venuto da due anni
in potere di detto Comune per fiorini tremila, per trattato proditorio
con quei di dentro, e per le arti di Pazzino de' Pazzi fiorentino e
Guelfo, signore del prossimo fortilizio di Parugiano. Sulla destra poi
di questa via distendevasi la pianura, quasi tutta impaludata per i
torrenti non arginati, di Brana, di Bure e dell'Agna, che in breve corso
precipitando dall'alto, si dilagavano fra sterpeti e fra sabbie. Giu fra
questa palude e quasi a mezzodi del castello di Montemurlo, sorgeva in
allora un fortilizio di messer Simone de' Cancellieri Neri, che dalla
sua situazione si chiamo del Pantano.
A un tal punto, dove biforcavan due vie, Nello s'attenne a quella di
sotto, e in breve si trovo innanzi al fortilizio suddetto. V'era egli
sospinto per brama di mutar partito (se cosi potra dirsi, egli che mai
non fu legato ad alcuno) o non piuttosto dal demone della gelosia, che
pur fuggendo gli sedeva in groppa al destriero, e il perseguiva, e il
cacciava fra i suoi avversari ad ottenergli vendetta?
Per arrivarvi doveva percorrere un largo e alto argine; e piu presso, un
lungo ponte di legno, che poggiato con palafitte sopra gli aggalli,
superava di poco l'impaludato terreno. Volse allora il destriero per
quello. Il rumore che le ferrate zampe produssero su quel ponte, fece
dischiudere un pertugio del fortilizio a un famiglio per osservare chi
si fosse a quell'ora quel cavalier non atteso. Ma come giunse ed ebbe
dato il suo nome, scendeva di sella, e consentitogli tosto l'ingresso,
gia era innanzi a messer Simone de' Cancellieri. Chi volesse aver idea
di costui ricorra alla cronaca di Dino Compagni, e vi leggera che egli
era "uomo di mezza statura, magro e bruno, spietato e crudele, rubatore,
e fattore d'ogni male; e era con la parte di messer Corso Donati."
--Ah! ah! Anche voi, messer Nello, fate senno alla fine!--gli disse
messer Simone.--La vostra presenza qui, in queste mura!... non so
davvero a che altro...
Sorpreso, incerto, gli occhi stralunati, quasi balbuziente, il
Fortebracci pote appena proferire:
--Per prender consiglio!
Poi con piu calma, e pensando con chi parlava:
--Nemico che pur si stima per senno, in tempi si gravi pel proprio paese
gli e sempre da consultare.
E quei risoluto:--Ma se si stima, convien seguirlo. In tempo, messere,
mi capitaste. Fra i molti banditi da quelli scomunicati de' vostri
Bianchi, voi sapete che vi ha pure un fratello di vostro padre.
--Si, pur troppo!
--Or bene; io era per partire per la Terra di Prato, dove egli mi chiama
fra i vostri per questa notte. Piacevi di recarvi da questi altri
scomunicati di Pratesi (poiche nel lasciarli volle far loro questa
pietosa carezza il conterraneo loro il cardinal Niccolo!) e cola volete
voi rivedere il parente; e piu che a me, che potrei parer sospetto,
affidarvi non altro che a' suoi consigli?
--Mi piace.
E il Cancellieri:--Il mio cavallo alla porta con quel di messere!--A'
suoi ordini fulminanti gli scherani ed i servi nell'obbedire tremavano
tutti. Ma il Fortebracci grondava sudore. Un altro ordine: e un'anfora
di vin generoso era stata apprestata. La bevvero ambedue; e d'un salto
in arcioni, cavalcarono verso Prato.
La notte era alta. Miriadi di lucide stelle ingemmavano il cielo. Se
quelli spiriti non fossero stati si fieri e sconvolti, al solo mirarle
avrebber dovuto piegarsi a piu miti consigli. Ma troppo omai ottenebrati
da si basse passioni, non valevano a sollevarsi alle meraviglie del
firmamento.
Eravi in Prato una potente famiglia, quella del capitano Filippo e di
Leuccio de' Guazzalotri, cui come di parte Nera, facevan capo vari
fuorusciti pistoiesi, che in quella Terra eran venuti a confine. Quella
notte di cotesti s'eran raccolti in sua casa, Loste Fortebracci, Arrigo
Tedici, Rustichello Cancellieri, Masino Visconti, Braccino Braccioforte,
Giovanni Forteguerri e Alberto Panciatichi. Mancava solo fra i convocati
messer Baschiera di Rinieri de' Rossi: che dopo le ultime violenze del
1302 contro a' Neri che in Pistoia gli abbatterono e gl'incendiaron le
case, se n'era ito in bando a Firenze. E che, non vi fosse, sapeva male
a costoro; perche gli era uno de' magnati della citta, e traeva con se
gran consorteria e gente d'arme anco dalle campagne. Egli poi dal quale
attendevano di Firenze rivelazioni di gran rilievo!
Appena che Nello entro nella sala, i congiurati fecero atto di gran
meraviglia. Lo zio di lui, che a questo nipote, sebbene di parte
avversa, aveva sempre portato affetto, come appena lo vide gli corse
incontro, e per alcun poco rimasero abbracciati senza parlare.
Ma ruppe il silenzio messer Simone dicendo agli astanti:--Si, Nello de'
Fortebracci io vi presento, o messeri! Ne voi, ne la nobile casa de'
Guazzalotri dovra vergognarsene, spero!--E in questo il superbo caporale
de' Neri, fitto un acuto sguardo sul Fortebracci quasi a scrutarne il
pensiero, e a' cui detti, come a richiamo distaccatosi da Loste ei
sforzavasi d'annuire, del nuovo suo partigiano parea mostrarsi
orgoglioso.
Lo richiedevano allora i Guazzalotri e gli altri tutti, di che animo si
fossero i Bianchi a Pistoia, e che apprestamenti a difesa volesser
tentare. Essi poi giustificavan l'assedio dinanzi a lui come una
necessita, per isnidare una volta dalla terra natale un partito avverso,
dicevano, non gia a loro (s'intende!) ma al pubblico bene, e a Santa
Chiesa, della quale Pistoia come Firenze doveva gloriarsi di tornarsene
in protezione.
--Chi si sarebbe fidato--entrava a dire il Cancellieri con piglio
arrogante--di quel cardinal Niccolo, nell'arte di governo astutissimo,
che faceva le finte d'esser per la pace fra noi, e nel fatto era poi
Ghibellino? Senza l'assedio, pacificati i Neri, la razza de' Ghibellini
terrebbe sempre Pistoia, perche il degli Uberti ne e signore: e in
questo modo noi delle piu potenti famiglie, dopo tanti sacrifizi per
essa, resteremmo fuori e delusi.
Poi con piu blanda voce voltosi a Nello:
--Ditemi un poco--soggiunse:--separati dalla lega di tante citta guelfe
della Toscana ridotti deboli e soli, non vedete voi che dovremmo scender
per forza a patti umilianti? Oh! meglio dunque venire a un gran fatto.
Superati da tanto numero--(ringagliardito il veleno dell'argomento, con
tutta l'ira di un Cancellieri, conchiuse)--cotesti maladetti Paterini
s'arrenderanno una volta; o, come li scorpioni nel cerchio del fuoco,
alla perfine saranno distrutti. Non incendiaron pur essi il mio Castel
di Damiata? Oh! che vada, se vuolsi, a fuoco e fiamme la ria citta che
li accoglie!
Pur troppo! Per codesti uomini avidi del potere, il partito era tutto!
Vada pur la patria in rovina, ma trionfi il partito! Se non e accetto ai
piu, se non e conciliabile, che importa? Purche la somma delle cose non
la diriga altra gente che della loro! Altrimenti si faccia ostacolo a
tutto ed a tutti!
A un aspetto si truce, alle violenti parole del Cancellieri, ogni volta
che co' suoi favellava restavano talmente presi ed ammaliati, da non
aver coraggio, anco volendo, di contradirlo. Rimaser pero i convenuti in
un assoluto silenzio. Nello poi a que' detti fini di vincere ogni
incertezza non solo ma si senti apprendere nell'intime viscere tutte le
fiamme vendicative de' Neri. Sol dopo un poco il Guazzalotri riprese a
parlare; e frattanto per una lettera che li pervenivagli, annunziava con
compiacenza l'arrivo a Firenze d'una parte delle milizie straniere.
Ma il Cancellieri, sospettoso di tutto e di tutti, non sapeva darsi
ragione dell'assenza, verificatasi anche altra volta, di Baschiera de'
Rossi, e richiamava alla mente qualche dubbio discorso proferito dai
suoi consorti.
--No--disse egli,--qui sotto qualche trama v'e ascosa! Messeri, io vi
propongo che non piu per lettera ma per persone che gli favellino, la
sua fede ci sia manifesta. Ne meglio a tal uopo io crederei, se vi
piace, che affidarne l'ambasceria a questi nostri consorti, Loste e
Nello de' Fortebracci.
Non fu appena detto, che tutti gliel consentirono.
--Cosi--sorse a dire il Tedici--se alcuno de' Bianchi (che a Firenze ve
n'ha pur troppo anche adesso) gli avesse rappresentato a malizia lo
stato di nostra citta, ei da Nello in special modo ne sara informato a
dovere.
--E sapra--soggiungeva il Panciatichi,--che e necessario ogni sforzo, e
il piu formidabile perche piu presto la citta debba arrendersi.
E il Cancellieri--A noi poi a provvedere, venuta che sia in poter
nostro! Voi dunque--voltosi ai Fortebracci--partirete subitamente. E
direte al De' Rossi di che volere ci abbiate trovati, e che il suo
apertamente vogliamo conoscere, o che venga qui ad un nuovo consiglio, o
che lo affidi a voi stessi. Non e cosi che farete?
--Sibbene--risposero i Fortebracci,--e presto n'avrete la sua risposta.
Nello intanto non volle lasciarli senza chieder loro se i fuorusciti
armata mano si sarebbero avvicinati a Pistoia. Rinegata omai la propria
parte, sentiva il bisogno d'esser ad ogni evento tutelato dall'altra:
tanto piu che covava in seno tante vendette. Essi pero l'accertarono che
non solo gli sarebber venuti in soccorso, ma che avevan disposto segnali
e modi per avvicinarsi ed intendersi. Giunti poi al potere, dell'opera
sua, stesse certo, avrebbe avuto il guiderdone condegno.
La mattina seguente i due Fortebracci a sole alto cavalcavano gia per le
vie di Firenze. Lasciati dietro a se i forti castelli di Brozzi, di
Peretola e di S. Donnino, v'entravan per la porta detta della Carraia
del secondo cerchio, che solo da pochi anni costruivasi il terzo; e pel
borgo antico di Parione si avviavan nel centro. Non passavano allora per
mezzo ad alti palagi ne a pubblici edifizi maravigliosi, che pochi anni
dopo dovean rendere Firenze fra le citta italiane, per isfoggio di arti
belle, singolare da tutte. Non cupole ancora, non templi pregiati per
opere architettoniche; ma brune altissime torri sorgevano intorno alle
mura, e sulle case de' grandi. I piu de' quali pero le avevano in
anguste vie, e umili e semplici tanto, che alle finestre molte ancora
serbavano le impannate. Ma cotesti cittadini di nobili e di grandi
avevan nome, non gia da un palazzo piu elevato e sfarzoso, ma dalle
patrie virtu e dalle molte ricchezze, che procacciavano a se ed al
popolo coi commerci e l'industrie d'ogni maniera. In mezzo alle civili
discordie, sicche molti eran morti o banditi, e il Comune troppo spesso
de' suoi migliori s'assottigliava, pareva che la virtu e il genio de'
pochi superstiti ogni di piu si afforzasse a dar prove d'affetto alla
patria, tali da trovarsi in questo concordi e unanimi a farla ricca,
forte e gloriosa. Le arti e le industrie vi s'eran costituite in
altrettante corporazioni con propri statuti e comuni legami, e cui le
leggi accordavano privilegi speciali, perche altri non si vantaggiasse
di cio che la pratica e il genio de' suoi cultori sapeva inventare.
Questi ordinamenti, opposti del tutto alle liberta delle odierne
nazioni, erano per quei tempi i piu appropriati; non potendo l'individuo
isolato esser protetto da que' governi troppo piccoli ed imperfetti, e
solo nelle corporazioni trovando quella forza e quell'incremento di che
abbisognavano. Oltre che il lavoro fu elevato per esse a tal grado di
nobilta, che mentre nei mercati esteri fruttava loro grandi ricchezze,
nell'interno poi a ciascun cittadino apriva l'adito a' pubblici
impieghi.
A convincersi di tanta operosita bastava percorrere certe vie di
Firenze, come per Por Santa Maria, per Vacchereccia, per Calimala, per
Or' S. Michele, e udirvi un fragore continuo d'officine: dove le molte
arti, che diedero fino il nome alle dette vie, in ispecie quelle della
lana e della seta, tenevano occupate migliaia d'artieri; i cui tessuti a
comprare ne' giorni di fiera, e in quello di San Martino, venivan
mercanti d'ogni parte d'Europa. Di soli tessuti di lana e di tintorie si
noveravano in questo tempo da dugento botteghe, che impannavano ogni
anno da settanta in ottantamila pezze di panni lani pel valore di un
milione e dugentomila fiorini d'oro, dando lavoro e sussistenza a piu di
trentamila persone.
Non e pero meraviglia se in tanta prosperita di commerci, d'industrie, e
di banche (sui primi del secolo _XIV_ circa ottanta) che prestavano a
principi, e gia davano idea di prestiti dello Stato, come fra le altre
le banche ricchissime degli Scali, de' Peruzzi e de' Bardi; se infine
fra tanta grandezza di vita politica; in breve per opera del Comune,
degli artieri e de' ricchi privati, si vedessero sorgere monumenti i piu
portentosi.
A porre in comunicazione i cittadini d'oltr'Arno esistevano gia vari
ponti, dal primo presso la porta della Carraia nel decorso anno
distrutto, e che adesso l'architetto Giovanni da Campi ricostruiva: ed
eran gli altri, di Santa Trinita, del Pontevecchio, e l'ultimo di
Rubaconte, che con piu fausto e caro nome s'appella or delle Grazie. Era
allora che Arnolfo aveva gittato le fondamenta di Santa Maria del Fiore,
che poi il Brunellesco doveva abbellir della Cupola: e sorgevano quasi a
un tempo quelle del palazzo della Signoria e del tempio di Santa Croce:
e per opera di tali architetti, il cui nome durera celebrato quanto quei
monumenti! E questi, come poi la torre di Santa Maria del Fiore; la
torre e la chiesa d'Or' San Michele col disegno di Giotto; e quella di
Santo Spirito e di San Lorenzo dove risplende il genio del Brunellesco;
mentre rimangono ad attestare quale e quanto fosse il valor di coloro
che gli idearono, appalesano per egual modo il pensiero religioso e la
grandezza del popolo che li commetteva. Tale apparve allora Firenze,
cuna di liberta, delle arti belle e industriali, e della letteratura
nazionale; denominata a ragione la _nobil figlia di Roma_, e che fin da
quel tempo opinavasi dovesse raccogliere la eredita di sua madre e
vincerne lo splendore.
Nondimeno la caduta, nell'anno decorso, del ponte alla Carraia, e
l'incendio doloso dei Guelfi di parte Nera, per mano di Neri Abati,
sicche dal Duomo a Or' San Michele e di seguito fino al Pontevecchio,
circa a 1700 case e fra queste molte officine e mercanzie furon
distrutte, allo sguardo de' nostri viaggiatori facevano apparir la citta
in un manifesto squallore. Se non che i Fiorentini per quanto molto
danno n'avesser patito, animati adesso da un solo pensiero, e giunto
l'aiuto delle straniere milizie, non pensarono piu che ad allestire le
proprie, per trarne su i Bianchi la bramata vendetta. Basti dire che per
raccoglier soldati (narra lo Stefani nelle Storie fiorentine) fecero
iscrivere i Guelfi dai 15 ai 70 anni, tanto magnati che popolani, della
citta e del distretto e li provvidero d'armi e di soldo. La citta aveva
allora piu di dugentomila abitanti, e poteva contare sopra oltre
trentamila cittadini atti alle armi. E infatti i cavalieri pistoiesi
traversando le vie e le piazze non vedevano che militi andare e tornar
dal campo di fuor delle mura dov'era il duca di Calabria allora
arrivato. Presso del quale, come insignito del supremo comando, tutti i
cittadini assoldavansi e si addestravano al maneggio delle armi: e quali
al corso, quali altri al tiro della balestra, all'uso della lancia, e in
simili altre esercitazioni. Ma qual differenza di propositi in quelli
apprestamenti guerreschi, da citta a citta, e in si breve distanza!
Udivano anche i Fortebracci suonare a distesa quella grossa campana che
a Firenze chiamavasi la Martinella, per avvertire i cittadini di
apparecchiarsi alle armi. E a che altro tante schiere d'armigeri se non
per irrompere sopra Pistoia? Eppure a questo spettacolo che, per carita
del loco natio, avrebbe dovuto di subito destare in essi un fremito e
uno sgomento, i due cavalieri non si commossero! Tanto furore di parti
ottenebrava quelli animi!
Nello infatti di null'altro si era occupato per via che di trasfondere
nel parente il proprio rancore. Gli faceva sentir tutta l'onta
riversatasi sulla famiglia per la repulsa della mano della Vergiolesi, e
conchiudeva doverlo aiutare ad averne vendetta; non foss'altro, diceva,
per essere stato a lui preferito un Sinibuldi, consanguineo di coloro
che s'erano macchiati del sangue del fratel suo.
Frattanto, secondo le avute ingiunzioni scavalcarono al palagio de'
Frescobaldi a capo del ponte S. Trinita oltr'Arno; perche costoro in
Firenze eran caporali di parte Nera, tanto che avevan ospitato li stessi
baroni del Valois. Conferirono brevemente col principale di essi; che,
confortatili di grandi speranze, li volle accompagnare fino alla casa di
messer Baschiera de' Rossi.
Questi, avvisato che Nello de' Fortebracci voleva parlargli, molto si
rallegro nella certezza di aver nuove sicure della sua citta.
Nella sala dove il de' Rossi accoglievali v'eran pure quattro giovinetti
suoi figli, e la nobil consorte. Baschiera stava gia per licenziar la
famiglia all'entrare de' nuovi venuti; quando invece essi medesimi la
pregarono di rimanere. Nello allora espose a Baschiera la sua missione;
e con la speranza di essergli accetto, e con tutto il livore d'un
rinnegato, lo prego a nome de' partigiani d'intervenire a Prato al nuovo
consiglio: dicendo che fra coloro che ve l'attendevano, ricordasse che
v'era quel messer Simone de' Cancellieri, nella cui fortezza a Pistoia i
de' Rossi scamparon da morte, sottratti alle ire de' Ghibellini e de'
Bianchi.--Ma voi, messer Nello,--affissandolo bene, riprese meravigliato
il de' Rossi,--non m'inganno io, no! siete pur quegli che fino al di
d'oggi tenevate il partito de' Bianchi! E venite ora a chiedere a me che
unisca al vostro il mio braccio per distrugger quella citta che voi
stesso abitate? Ricevetti, e vero, dalla parte avversa de' concittadini
insulti e danni infiniti! Pur troppo! Mi hanno arse le case... me e la
mia famiglia han cacciato in esilio! Ma, che per questo? Sara lecito
adunque vendicar le ingiurie private con le pubbliche? Si esigerebbe dal
Cancellieri che mi sdebitassi con lui d'una mia particolar gratitudine,
prostituendogli cio che ho piu di sacro, l'affetto pel mio paese? Non
giudico io, no, da questo incrudelir delle parti dell'indole d'una
intera citta. Alla famiglia che meco trassi, e ai parenti che vi
lasciava, ho consigliato pazienza finche le furibonde ire non cessino. E
ora!... quando vedo che genti spietate, sospinte solo da private
vendette, voglion distrugger la terra che i padri nostri fecero nobile e
prosperosa; che chiude le ceneri degli avi miei; la terra ove nacqui,
che ho amato ed amo purtanto! quando a metterla a fuoco e fiamme, oltre
ad usare le destre lor parricide, hanno invocato contro di lei e di qui
stesso vi guidano soldatesche straniere: oh! non sara mai che si dica
che Baschiera de' Rossi porse il braccio a costoro e impugno le armi a
distruggerla! Un fremito anzi m'assale al solo udirne la minacciata
sciagura! E mentre carita di lei mi consiglia a reprimere i privati
rancori, ira e indignazione cotanta mi han destato le vostre proposte e
quelle de' pari vostri, ch'io non esito a rigettarle con orrore e
disprezzo. Messer Nello de' Fortebracci mi avete inteso!
E cio detto gli volgeva le spalle, ed entrava dignitoso nella stanza
contigua, e con lui la moglie ed i figli; dolenti e come atterriti per
simile incontro. Fremente all'opposto e svergognato il Fortebracci,
senz'aver alito di dir parola se n'usciva insiem col parente: e di
subito lasciata Firenze, a spron battuto riprendevan la via per Prato e
Pistoia.