L'ASSEDIO.

"E tutto faceano per avere Pistoia, della quale forte

dubitavano; perocche la teneano i loro avversari, ed eravi

dentro messer Tolosato degli Uberti."

---- _Dino Compagni_, _Cronaca_, Lib. III.

Poche ore erano scorse dallo sciogliersi del Consiglio, che gia ogni

cittadino era stato informato della triste novella. Quali per le vie se

n'andavano inquieti l'uno con premura chiedendo all'altro; quali ne

tenevan proposito per le case in lunghi e segreti colloqui. Benche,

valutate le circostanze, prevalesse fra i piu il timore d'una disfatta,

stavan pero con l'opinione del Consiglio; perche rancori privati erano

in molti, e nel bollore di essi le moltitudini non vanno mai a

riflettere al pubblico danno. Non valevano i consigli dei moderati,

quando que' piu con diversi argomenti parlavan sempre a passione.

--Che siamo noi divenuti?--Con quel disdegno con cui ora si parlerebbe

d'un'aggressione straniera, diceva un popolano a' suoi vecchi compagni

d'arme di guardia al palazzo del capitano, e cui gia molti giovani

s'eran fatti d'attorno.--Che siamo noi divenuti, da dover cedere di

nuovo alle prepotenze dei Fiorentini? Non furono assai quelle che ci

tocco a soffrire ne' tre anni passati, fatti padroni di casa nostra?

Alla larga con tali amici, che vedete un po' ora quel che ci minacciano!

E il de Reali voleva che venissemo a patti con loro! Cittadini,

badate!... Eh! gia di voi non ne dubito, non puo esserci uno che non sia

pronto con l'armi a tenerli di nuovo in avviso! Perche sfido io se nol

dobbiamo!

E un di quelli coi soliti vanti, ma che eran pure un grande sprone a

serbarli gelosi dei dritti loro.

--Sicuramente!--rispose.--L'avviso l'avevamo loro gia dato a Campaldino.

Il Vergiolesi ben fece a ricordarlo al Consiglio, perche puo dirsi che

fummo noi che col nostro coraggio decidemmo della vittoria. Ma essi soli

par che l'abbian dimenticato!

E quel primo aggiungeva:--E si che allora eravamo in campo aperto! Oh!

sta a vedere se da una delle piu munite fortezze com'e davvero la nostra

citta, non sapremo respingerli! Voi giovani poi, viva Dio! spero che

sarete con noi!

--Si ora e sempre a difesa della patria!--gridarono essi ad una voce: e

pieni d'entusiasmo guerresco si mossero insieme per le vie della citta,

infervorandosi in quell'idea e facendo gente al loro partito.

Alcuni, financo gente di chiesa, e dei monaci stessi (che eran molti e

del paese, e in quei tempi anche in cose del Governo erano assai

consultati) a secondar piu che altro gli umori del popolo, predicavano:

de' Fiorentini non se ne avesse a temere, perche i gastighi di Dio da

qualche tempo piovevano a flagello sopra di loro. E fuvvi un frate che

in un di que' giorni alla plebe commossa, uomini e donne

indistintamente, nell'uscir dalla chiesa del suo convento, li sul getto,

richiesto del suo parere, aspetto che tutti gli fossero attorno, poi fe'

cenno che l'ascoltassero, e cosi disse loro:

--Dovete sapere che compiesi appunto un anno quando a Firenze fu gradito

un bando, che chi voleva veder le pene dell'inferno andasse ad Arno tra

'l ponte alla Carraia e quello di S. Trinita. Che credete voi che

immaginassero? In quel tratto di fiume vi avevan condotto di molte

barche, acconce per modo, che vi si fecero fuochi e vi si poser caldaie,

con uomini in forma di demoni e di anime di trapassati, cui facevan

subire ogni sorta di pene. Ed essendo il ponte alla Carraia di legname,

si carico per modo di gente, che non resse e cadde; e chi v'era su,

cadde nell'acqua e tra le fiamme: di che molta gente si guasto e mori. E

cosi (concludeva) in pena del sacrilego giuoco fu permissione divina che

molti veramente andassero a penar nell'inferno!

--Gesu e Maria! Proprio vero?--si domandaron le donne

raccapriccite.--Che Dio ne salvi, scampi e liberi!

--Ebbene, fratelli; qual opera piu iniqua potrebbe ora agguagliarsi a

questa, di venire ad assediare un'innocente citta? Oh! ma io ho fidanza

che i nostri nemici non ci avranno appena circondati d'assedio, che Dio

si levera contro loro, e dinanzi a queste mura li vedremo in fuga e

dispersi!

Il fatto di tale spettacolo dato in Arno, che fu a onore del cardinal

Niccolo da Prato, e d'invenzione di quel cervello balzano di Buffalmacco

pittore, e la triste rovina che vi sopravvenne, tutto, pur troppo, era

vero! Ma dovea riguardarsi come tant'altre pubbliche calamita: e

argomento siffatto sarebbe stato di niun valore sopra animi piu

tranquilli, e meno appassionati e superstiziosi.

Intanto di li a poco di giorno in giorno si vedevano arrivare in citta,

reduci dall'esiglio, quanti erano in Toscana del partito de' Bianchi.

Costoro (come suolsi per la piu parte dagli esuli esasperati dai

patimenti) dopo aver di lontano per lettere, con una troppo viva

narrazione dell'ire nemiche e di lor disagi, esagerati i fatti; non

valutando il mutamento dei casi e dei tempi, perduto anzi il vero

concetto dell'interna situazione del proprio paese; presenti ora

rifiammavan li sdegni, e non che voler sentire proposte d'assestamenti e

di pace, animavan tutti a resistere. Cosi Pistoia, ultimo rifugio de'

Bianchi, sola e con piccole forze, si preparava con indomito animo a

sostenere il piu terribile degli avvenimenti che possa colpire un'intera

popolazione!

E si che sebbene moltissimi fossero coloro che fomentavan guerre e

vendette, non mancava dall'altro lato chi dimostrasse al popolo la

grandezza del pericolo cui si esponeva, e come su certi alleati non

avesse piu a far conto.

Ed infatti uno de' fuorusciti, giunto allor da Bologna, e cui per brama

di fresche novelle per le vie facean pressa, andava narrando cio che

messer Cino di gia prevedeva: che, cioe, il giorno precedente al suo

lasciar la citta, oltre ad avere Fiorentini e Lucchesi comprato con

l'oro que' popolani, le calunnie loro contro de' Bianchi avevan finito

di sovvertire il pretore. Che il conte Tordino da Panico capitano de'

militi della montagna bolognese, andato con gente armata a Bologna, e la

fattosi capo dei rivoltosi, era venuto in piazza col popolo prezzolato;

e per di piu, fattosi forte di cavalieri e di fanti del vecchio partito

Guelfo de' Geremei, aveva gridato con essi:--Muoiano quanti sono i

Lambertazzi! muoiano i Bianchi Ghibellini, e vivano i Guelfi Neri!--Che

di gia si facevano molte confische; che i popolani discordi, e

parteggiando pur sempre chi per l'una chi per l'altra di quelle loro

potenti famiglie, s'erano accapigliati, avevano per le vie sguainato le

spade, e si parlava di molti feriti: ma che infine trionfavano i Neri; e

che egli, a stento potuto uscir di citta, per gran fortuna n'era

scampato.

Provocata a Bologna una tal riforma, e tolti a Pistoia anche questi

alleati, se ne stavano i Fiorentini ad osservare gli andamenti de'

Pistoiesi, ma frattanto non si movevano. E forse a tali estremi non

sarebber giunti o almeno si presto, se inaspettatamente non veniva a

morte in Perugia, avvelenato, come da molti si disse, il pontefice

Benedetto XI. Egli era di mite indole, e uomo puramente di chiesa; e

come sapeva le male intenzioni de' Fiorentini verso Pistoia, aveva

sempre interposto la sua autorita ed i suoi buoni uffici col mezzo del

cardinal da Prato, a metter pace fra le fazioni. E se non riusci a

comporle cotal pontefice di natura si buono, si deve, egli e vero,

attribuire ai corrucci de' cittadini in quel tempo giunti all'estremo;

ma molto anche alla forma di quel suo Governo, e infine alla debolezza

dello stesso pontefice, che lo rendeva facilmente cedevole agli astuti

artifici de' suoi ministri.

Non appena a Firenze s'intese da' Guelfi che il papa era morto, e che i

cardinali erano molto discordi per la nuova elezione; facendo

assegnamento sul tempo che, durante il conclave, avrebbero avuto, nel

quale sarebber tornati a intraversare i loro disegni; fu allora che

stabilirono insieme co' Lucchesi di portar la guerra a Pistoia, di porvi

l'assedio, ne dipartirsi finche in poter loro non fosse caduta. Disposer

frattanto che ciascun Comune per la sua parte s'affrettasse a fornirsi

delle milizie occorrenti.

Piccola, come abbiam detto, era la citta di Pistoia, perche il suo

cerchio, che era il secondo, a poco oltre un miglio poteva estendersi.

Movendo infatti dall'antico ponte di San Lorenzo (in prossimita della

qual chiesa scorreva allora il torrente Brana) seguitava a ponente, e

giungeva al Castello de' Conti Guidi a Ripalta. Quindi per la via, detta

ora del Corso Vittorio Emanuele, si protraeva fin presso S. Maria Nuova;

e di qui infine piegando a settentrione si richiudeva sul S. Lorenzo. Ma

benche di circonferenza si limitata, era pero notevole questo cerchio,

come lo descrive il Compagni, per le bellissime mura tutte merlate, con

torri e fortezze e porte da guerra; ponti-levatoi, e grandi fossi

d'acqua all'intorno, sicche per forza la citta non potea conquistarsi.

Le quattro porte che davano il nome ad altrettanti quartieri della

citta, erano: la Gaialdatica, ora Carratica, la porta Guidi, quella di

Ripalta, e la Lucchese. A queste se n'aggiungevano altre piccole di

soccorso, dette postierle.

Or sebbene i Fiorentini sapessero come la citta fosse ben munita e da

gente di gran valore, non si ristettero dall'impresa. I Pistoiesi dal

canto loro si dieder subito a raccogliere armi ed armati per tutto il

distretto: raddoppiarono d'operai le antiche officine d'armi, come di

celate, di alabarde e di spade; e molti poi assoldarono a rafforzare i

bastioni e le porte.

Sul bastione delle mura a tramontana, che dalla sua chiesuola fondata

nell'866, chiamasi ancora S. Jacopo in Castellare, ferveva gia il lavoro

fra molti operai, per gli opportuni restauri e per nuovi baluardi. Eravi

costassu un largo altopiano, che dalle torri contigue e dalla bertesca

di messer Baschiera de' Rossi, estendevasi in semicerchio fino alla

chiesa di S. Salvadore. Il qual bastione si vede tuttora sorretto da

muraglioni piu alti che altrove; essendo che la citta da questo lato

mantenga sempre in pendenza il sinistro fianco dell'ultimo sprone

dell'Appennino, sicche per accedere al centro della citta debba farsi da

questa parte una breve salita.

Una mattina a dirigere que' lavori se ne stava un tal giovane, sul cui

volto era impressa una profonda mestizia. Le nebbie della pianura spinte

verso i monti da una brezza leggera, si addensavano nelle convalli.

Alcune nubi nerastre sorgevano da ponente; i raggi del sole

riverberandosi su questo svariato orizzonte, ne componevano un quadro

magnifico. Il giovane era messer Fredi de' Vergiolesi. Non preso punto

da quello spettacolo, figgeva immobilmente lo sguardo sulle vicine

campagne che verzicavano ed eran fiorenti per ogni dove. Quel cuore si

nobile non poteva abbandonarsi a ricevere dolci impressioni, quando la

sua terra natale la vedea minacciata da si grave pericolo. Gli pareva di

scorgere di gia per que' vasti terreni abbattute le vigne, le semente

disperse, atterrati gli ulivi e ogni altro frutto: in fiamme poi i

casolari, fuggiaschi i poveri agricoltori, e, come sentirsi risuonare

alle orecchie i lamenti e le strida di quegl'infelici. E in questo

pensiero imprecando agli avversi vicini, per un subito moto di sdegno

portava la mano alla spada. La stringeva appunto nell'atto che tra

spensierato e baldanzoso gli veniva dinanzi Nello de' Fortebracci. Che

sorridendo del piglio severo del Vergiolesi, gli si volse e gli disse:

--Ohe, ohe! messer Fredi! Vuoi forse batterti meco? In verita che da

compito cavaliere come se' tu, non mi sarei aspettata una formale

disfida per isceglier luogo piu conveniente.

--Non parmi tempo questo da motti di scherzo per non dire

d'irritazione--replicavagli il Vergiolesi.--Ora che tu al pari di me

devi sapere che danno sovrasta a queste povere campagne, a' loro coloni,

a' loro abituri, che andranno distrutti, e in fine alla patria; e alla

quale, credo, non dovrebbe mancare il tuo braccio.

--No--ripigliava l'altro--benche io ancor non mi sappia se la patria

stia poi in queste tue capanne che gia deplori se saranno abbruciate.

Sono come la rena che il fiume depone e ritoglie; e se fosser distrutte,

oh! non mancheranno mascalzoni di villani che, per servire, e se voglion

mangiare, torneranno di nuovo a sementarci le terre; e allora le

capanne, non dubitare, le vedrai presto rifabbricate.

La prepotenza feudale si rivelava tutta in queste parole, come in quel

titolo di villani dato a quel modo a que' poveri agricoltori. La

inferiorita del contadino nelle gradazioni della societa, non era allora

che al terzo stadio per giungere allo stato di uomo libero. Prima

schiavo, poi servo alla gleba, infine villano; lo che voleva dire

libero, e vero, rimpetto alla legge e uguale al cittadino; ma moralmente

inferiore e servo. E se ancora degli agricoltori in qualche provincia

d'Italia in questa condizione se n'abbiano a deplorare, il lettore ne

giudichi.

--Ma e poi--seguitava il Fortebracci--tu mi parli di capanne distrutte!

Si per mia fe! Che forse noi stessi per furor di partiti, quando ci e

parso e piaciuto, non abbiam fatto altrettanto?

E a lui il Vergiolesi:

--Ti parvero forse tempi prosperi quelli al nostro paese? O non

piuttosto quando il Comune, in pace con tutti, ingrandiva il territorio

per via di trattati; apriva comunicazioni per nuove strade con Modena e

Bologna; e quando il commercio per le molte banche, e pe' lavori d'ogni

maniera vi prosperava, e al popol minuto assicurava i guadagni?

--Io non mi so troppo di questi tuoi mercatanti e bottegai, e di popol

minuto; e poco mi preme che meglio o peggio si vada in Lombardia. A me

basta che alle nostre famiglie non venga meno nobilta, potere e

ricchezza per conservarci quel lustro che ci lasciaron gli avi nostri, e

che in fondo e anch'esso un benefizio pel popolo. Sebbene, ci e mai

riuscito di placarla verso di noi cotesta gentaglia? Non ci ha forse

obbligati ad ascriversi alle arti? ad atterrare una parte delle nostre

torri? Non la vediamo di gia imparentarsi con noi, e vestire il lucco ed

il mazzocchio all'uso dei nobili? Ma che per questo? Ci vedessero

avviliti, miseri e sdruci come paltonieri, non verrebbe meno la loro

invidia e la loro insolenza! Questi tuoi banchieri poi un giorno o

l'altro speculeranno sulle nostre case e su' nostri averi se li

accarezziamo poi tanto. Disprezzali come me, e vi troverai il tuo

meglio.

--Disprezzarli! Ne ti e mai sovvenuto dell'apologo dello stomaco e della

testa?

--Ma io non so--riprendeva l'altro--ne di apologhi, ne d'altre storie:

parlami d'armi, di cavalli e di donne.

--Ecco--soggiunse il Vergiolesi--ecco la cagione delle nostre sciagure!

Un'indifferenza per quanto v'ha di piu nobile, di patriottico...., un

orgoglio egoista, e la sola soddisfazione del presente che ne fa

sacrificar l'avvenire! Ma meno male quando tutti seguivano una parte:

ora....

--Ora vuoi dirmi che alcuni teniamo dai Bianchi, altri dai Neri. E se

cio ti molesta, perche non andiamo tutti dalla parte Nera e scansiamo

quest'assedio? Io.... oh! io posso dirti che nol provocai!

Questi ultimi detti furon profferiti dal Fortebracci con tal sorriso di

scherno, da farne irritare non che un figlio del capitan Vergiolesi, ma

qualunque altro che sentisse il piu lieve pudore del nome di cittadino.

Tutta la bile che chiudeva quel maligno contro Cino ed i Vergiolesi

amici di lui, parve che in quel istante si riversasse sulle sue labbra.

Anco dal fisico, lungo della persona e di spalle alquanto ricurve; due

neri occhi affossati e cupi, tinti in giallo come la faccia; e questa

larga e schiacciata, e il naso egualmente depresso: all'udirlo poi tutto

volgere al ridicolo e tenere in dispregio, poteva ben designarsi per un

di coloro (de' quali a danno d'ogni paese in ogni tempo non v'e difetto)

che personificano il genio dissociatore, il genio del male. Piu dannosi

alla patria di que' tali che apertamente l'avversano: perche per quanto

scettici in tutto, non lasciano per ambizione di brigarne gli uffici; e

non appena ottenuti, per personali rancori acuiscono quel po' d'ingegno

che ebbero, per contraddire e opporre, ne vada pure il ben pubblico. Con

cavilli svisano i fatti agl'improvvidi; si fanno poi, con parole audaci

e con minacce se vuoi, un partito nella setta de' cattivi e de'

pusillanimi, e spesso per alcun tempo (perche i buoni per consueto

fidenti nelle rette loro intenzioni sono inattivi, e sovente, secondo il

dettato, val piu un cane che abbaia che un leone che dorme) riescono a

turbar gli animi dei cittadini e dividerli.

Messer Fredi a que' detti non fece che un atto di sdegnosa maraviglia e

di compassione sopra di lui che ben conosceva; e senza neppur degnarlo

d'un guardo, risoluto si mosse altrove.

Di cio seppe male al Fortebracci. Quel suo spirito inquieto e divorato

da prepotente passione e da gelosia, aveva bisogno d'erompere. S'aggiro

tutto il giorno per la citta, solo col suo pensiero, non udendo e

vedendo, in mezzo a un andare e un venire di popolo: qua di milizie a

portar sopra carri nuovi attrezzi di guerra; la a schierarsi per le

piazze sotto le armi, e addestrarsi agli ordini de' capitani.

Allorquando, senz'avere una direzione, si trovo quasi istintivamente di

faccia alla porta di casa sua, e faceva atto di entrarvi. Se non che lo

fermava uno sconosciuto, che diceva venire appunto in traccia di lui.

--Chi siete voi? Che volete da me? aspramente gli dimando.

--Messer Fortebracci, io vengo a nome del vostro zio, esule a Prato, per

favellarvi.

--Entrate allora.--Ed aperta la porta si avvio con lui nelle sue stanze.

Quivi giunti, l'incognito cosi prese a dirgli:

--Voi gia sapete che un formidabile assedio e per esser posto a questa

citta.

--Lo so.

--I cittadini nulla hanno fatto per rimuovere da se cosi grave sciagura.

--E mal s'abbia chi se la volle!

--Vostro zio, cui nonostante la diversita delle parti, sta a cuore un

nipote par vostro; che potrebbe, vedete bene, o messere! potrebbe un

giorno esser l'erede delle sue molte ricchezze! (e guardandolo fisso, di

queste parole batte lentamente a una a una le sillabe) vostro zio ha

sperato che ridotte a questi estremi le cose, suo nipote sara per far

senno; e se non altro, per provvedere alla sua sicurezza cerchera un

rifugio fuori di queste mura, e di questa gente destinata ad arrendersi.

Pensate dunque, messere!

E il Fortebracci, che solo nell'incontro si era degnato mirarlo in

faccia, lo affisso; scosse il capo, e, secco secco, rispose:

--Pensero.

--Tanto piu che... non vorrei dirvi, ma...

--Ma che?

--Che insomma qui in faccia vi lodano, ma dietro i Bianchi (io gli ho

sentiti!) non v'hanno fede, vi sbertano e vi deridono! Pensate dunque...

Ed ei con un ghigno dove gia spuntava il dispetto:--Oh! oh! pensero,

pensero!

E l'altro:--M'avrete a' vostri cenni quando v'occorra. Vado e torno

spesso in citta. E inutile il dirvi che vo' di nascosto, e sono a'

servigi de' fuorusciti, d'una buona causa, e di vostro zio in

particolare cui mi lega antica riconoscenza. A giorni, qui di prima sera

potro avere una vostra risposta?

--L'avrete.

--Bene sta.--E lo sconosciuto disparve.

Selvaggia de' Vergiolesi · 第 18 / 60 题