"Quando va fuori adorna, par che 'l mondo
Sia tutto pien di spiriti d'Amore,
Si che ogni gentil cor divien giocondo".
---- _Sonetto di_ Messer _Cino_.
"Ridendo, par che s'allegri ogni loco;
Per via passando, angelico diporto,
Nobil negli atti, ed umil ne' sembianti".
---- _Altro Sonetto di_ Messer _Cino_.
Da antico tempo costumava a Pistoia, come a Firenze, di festeggiarsi dal
popolo nel primo giorno di maggio il ritorno di primavera. Cio si faceva
sulle pubbliche vie e nelle case, con trionfi di fiori, con giuochi, con
balli, e con sollazzi di varie guise. Dopo gli ultimi eccidi per le
civili discordie, e dopo gli esili di tante famiglie, i tempi a dir vero
in Pistoia per pubbliche feste non pareano opportuni. Nondimeno da circa
tre anni che vi fu creato il consiglio de' Posati, e per la tutela che
ebbe di quel governo il Comune di Firenze, vedendo i rettori restituita
alquanto di quiete alla citta e al distretto, essi medesimi vollero in
questo giorno ripristinare in modo straordinario pubblici rallegramenti,
e far cosi obliare per qualche istante le passate sciagure. E il popolo,
che agli spettacoli per propria indole si sente allettato; quello poi di
si forti tempre, e vivace ad un tempo, che facilmente passava dalle
danze agli assalti, ignaro al tutto della nuova sventura che al di fuori
gli si apprestava, n'ebbe caro l'invito, e concorse desioso a prendervi
parte.
Ed ecco che fino dall'alba i sacri bronzi suonavano a festa. Da
quell'ora, del piu bel mattino d'un primo di maggio, la cattedrale
riboccava di popolo, perche era solito che anche co' sacri riti si
festeggiasse questo bel giorno. Li in quella piazza maggiore avresti
veduto giungere ogni momento giovani donne, per lo piu dal contado,
farsi largo fra 'l popolo con volti belli e giulivi, e con a braccio ed
in capo gran canestri di rose, avvicinarsi alla chiesa, e alla porta di
essa presentarle a un sacerdote che le benediva. Antico costume che in
Pistoia, e in questo mese, tuttora si mantiene, e che forse si volle
sostituire alle pagane feste floreali. Que' fiori si vendevano poi per
le vie, a mazzi e a ghirlande come un li volesse. Le rose in tal giorno
avevan pel popolo un che di mistico, di lieto augurio, di benedizione,
tanto che non v'era alcuno che ricusasse di farne acquisto. Al cessare
del suono a doppio di cattedrale, la campana della torre grande di sul
palazzo del capitano continuava a gran tocchi: e al tempo stesso le
trombe marziali, rispondendo per ciascuno de' quattro quartieri della
citta, appellavano gli uomini d'arme alle insegne.
--Che e questo?--si dimandavano, imbattendosi per la via di S. Prospero,
due vecchi cittadini.
--Calen di maggio, messeri: forse Dio! nol sapete?--replicava loro un
altro sopravveniente.--Oh! alla fine mi s'apre il cuore: un po' di
festa, un po' d'allegria!...
E un di quelli:
--Ma dove va' tu col capo? Oggi che han che fare i fiori con l'armi?
E porgendo l'orecchio:
--Sta'! sta'! non senti? Qui, non ti pare? si fa appello agli armigeri;
il campanone suona a rintocchi.
Usciva allora dal suo palazzo li presso, tutto chiuso nell'armatura,
messer Fredi de' Vergiolesi, che avendo udito quel dialogo:--Buoni
popolani!--avvicinandosi disse loro--col buon di buona ventura gli e
questa che vuo' contarvi. Sappiate che agli anziani del Comune giungeva
da pochi giorni un messaggio del cardinal da Prato molto amico nostro,
pel quale si pregava il Consiglio di non voler porre indugio a confermar
nelle cariche di potesta e di capitano generale delle nostre genti il
valoroso messer Tolosato degli Uberti. E questo atto solenne, in armi
tutte le compagnie, si compira questa mane.
--Ah! ecco! cosi va bene! benissimo!--esclamarono i tre vecchi con la
massima gioia.--Viva il nostro gran capitano!
Queste esclamazioni facevan soffermare intorno ad essi alcuni giovanetti
loro parenti, che per caso passavano con altri amici! e:--Come,
come--dissero incuriositi--rieletto proprio il dell'Uberti?
A' quali il piu vecchio poggiato ad un bastoncello, fendendo l'aria con
una mano, con gravita rispondeva:
--Si, si. Eh figliuoli! Se non era lui! Prima col suo valore: e badate,
ci vuole! poi con la nomea che si e conservato d'un'illustre famiglia:
che, vedete, non ha mai mutato parte: ghibellino sempre! Lui, e lui
proprio qui fra noi ci voleva, che non del paese: perche.... uhm! Dio ne
guardi! Ma egli nobile, egli imparziale, mettesse ordine e pace; e
temuto da' nostri vicini, ci desse anche con loro quel po' di riposo che
da un anno e' si puo dir che godiamo.
Queste giuste parole le approvavano tutti. Ma intanto avevano inteso una
certa nuova, che li affrettava a separarsi: parte per proseguire verso
la piazza; i piu svelti poi prendendo a fretta pe' vicoli, chi da un
lato, chi da un altro, per esser de' primi a informarne gli amici. E gia
i cittadini d'ogni eta e d'ogni ceto erano accorsi al proprio
armamentario o loggia, che era il corpo di guardia d'ogni quartiere
della citta; e fornitisi delle armi, ciascuna compagnia co' lor capitani
moveva alla piazza maggiore a porsi sotto il comando del capitan
generale.
In Pistoia, fino dai tempi de' Consoli, dodici erano le compagnie del
popolo, divise tre per quartiere, e di tutte le persone che dalla prima
gioventu alla vecchiezza erano atte alle armi, fossero nobili o
popolani. Volevan con cio che fosse dovere di tutti di custodir la
citta, perche i cittadini non si dividessero fra loro in due classi
troppo diverse; l'una, la nobilesca, agguerrita, operosa, ma fiera e
arrogante, e ministra di tirannie come spesso avveniva: l'altra, la
popolare, oziosa ed inerme, e troppo inclinata a una pazienza servile.
Perche infine, dicevano, nissun cittadino dev'essere agli altri
terribile, ma tutti insieme farsi temibili ai nemici della patria.
Esercito stanziale, siccome adesso, in questo, come negli altri Comuni,
in Italia non v'era. Le compagnie armate ne facevan le veci. Potrebbe
dirsi che quasi col medesimo ordine e intendimento vedemmo istituita la
guardia nazionale mobile nel nostro regno. Che anzi alcuni scrittori, e
principalmente inglesi e alemanni, hanno notato, esser la moderna
landwehr della Prussia imitata dall'antica Ordinanza della milizia nelle
repubbliche italiane; cioe dal tempo della Lega Lombarda fino
all'Ordinanza del Macchiavelli, perfezionatore delle passate costumanze.
Or mentre la campana del capitano aveva appena cessato, e gia la citta
brulicava di gente che avviavasi in piazza da ogni strada, annunziate
dai trombettieri vi si vedevano entrare con bell'ordine e con belle
armature le tre compagnie del quartiere di Porta Lucchese, che andavano
a schierarsi fra 'l palazzo del capitano e il fianco destro del Duomo. E
vi entravano quasi ad un tempo dal lato di mezzodi, e facendosi eco con
uno squillo uguale di trombe, quelle del quartiere di Porta Gaialdatica.
Dalla ripida via di levante, fiancheggiando il nuovo palazzo della
Signoria, poco appresso salivano in piazza i militi del quartiere di
Porta Guidi. Dal quartiere infine dell'antica porta di S. Andrea, allor
di Ripalta, vi convenivano le ultime tre compagnie: e tutte e dodici
portavan diverse e bellissime insegne; e co' santi protettori della
parrocchia da cui si traevano; e con animali e fiori simbolici, ricamati
in lana, in seta o in oro a colori vivissimi: tali come i cronisti ce le
descrissero e come si vedon dipinte nel magnifico cortile dell'antico
palazzo pretorio, ora del tribunale di questa citta.
In ogni quartiere aveavi una compagnia di arcieri: le altre portavano
picche e lance, e alabarde di varie forme e scudi rispondenti alle armi,
dalla forma dei quali i militi prendevano nome di tavolaccini o di
palvesari. V'erano pure in citta un trecento cavalieri coi loro capitani
ed alfieri. La ristrettezza del luogo non offriva pero assai spazio per
ischierarveli e far di se bella mostra. Infatti la piazza del Duomo, sul
lato di ponente, era limitata da una fila di case che a distanza di
poche braccia sorgevano parallele ad altre; e dove, dopo 80 anni circa,
fu fabbricato il Pretorio con quella semplice architettura che vi si
vide fino al 1842; prima che, come di presente, fosse accresciuto d'un
piano, e cosi perdesse in parte del primitivo carattere. Quelle case poi
non furono demolite che nel 1311 per ampliare come adesso la piazza. A
settentrione, dove ora si vede un'altra fabbrica non finita, detta il
Palazzaccio, sorgeva il palazzo del capitano del popolo con l'alta sua
torre: ad oriente la chiesa di Santa Maria Cavaliera, e un lato (il
sinistro) dell'attuale palazzo del Comune che solo da pochi anni si
costruiva: infine, a mezzodi, il lato destro del Duomo. Cosi la piazza
non aveva che quest'unico dei grandiosi monumenti che ora l'abbellano; e
come nelle vie principali, in luogo di pietre non v'erano che grossi
mattoni a coltello.
La cavalleria o cavallata, come allora la chiamavano, era sotto gli
ordini del capitano Filippo Vergiolesi. Per mancanza di spazio l'aveva
schierata lungo la via di San Giovanni, e solo ne distaccava alcuni
cavalieri per far ala e contenere la folla. Gli altri capitani si erano
gia disposti col Vergiolesi presso al palazzo del capitano generale,
Tolosato degli Uberti, ed attendevano che egli giungesse.
Non furono che pochi istanti e se ne usciva sopra un bel palafreno,
bardato di lucenti brocchieri; egli poi splendido per le armi.
Cominciando dall'elmo, con alti e bianchi pennoncelli; usbergo,
braccialetti, cosciali e schinieri erano tutti a lamine e squamme di
forbitissimo acciaio, con sopra rabeschi d'oro mirabili: il petto poi
coperto d'una cotta bianca tessuta d'argento con in mezzo la nera aquila
ghibellina. Al suono degli oricalchi, al levarsi in alto dei bei
gonfaloni ed agli evviva del popolo affollatosi di ogni intorno, moveva
dalla piazza e coi principali dei militi s'avviava al palazzo del
Comune. Non gia a quel palazzo maestoso del Municipio, d'architettura
gotico-italiana, che ora veggiamo, del quale non piu che da 10 anni
(1295) aveva posta la prima pietra il famoso Giano della Bella, quando,
bandito da Firenze e qui riparatosi, piacque ai rettori di eleggerlo a
potesta. Era invece l'altro antichissimo che in parte fiancheggia il
lato destro di quel bel Battistero che allora da Cellino di Nese da
Siena sul disegno d'Andrea Pisano da tre anni si costruiva. Il detto
palazzo, che a settentrione non aveva case dinanzi, si estendeva alla
piazzetta contigua, or del mercato; dal qual palazzo per certo le venne
il nome di _Sala_. Questo nome, che serba ancora, riscontrasi le fosse
dato prima del mille e forse all'epoca dei Longobardi: perche in questa
piazza era una statua di Luitprando XVIII, re loro: e questa di _sala_,
e pur voce longobarda che significa palazzo, corte principale e resedio
d'autorita.
Qui adunque su quella sua torre, di cui non restan che i ruderi,
sventolava a quell'ora il gonfalone del popolo; e nella sala maggiore di
detto palazzo, adunati, il gonfaloniere di giustizia coi dodici anziani
e i dugento consiglieri del popolo, al capitan degli Uberti, in merito
de' suoi grandi servigi, erano per confermarsi i due maggiori uffici, di
capitano e di potesta. Com'egli infatti vi giunse e ando ad assidersi al
banco del potesta in mezzo a suoi ufficiali, due damigelli riccamente
vestiti recarono in un vassoio d'argento al gonfalonier di giustizia la
bacchetta del comando, ch'ei di nuovo consegno all'eletto. Fu un momento
solenne, quando gli astanti, fatto silenzio, udirono, il gonfaloniere
rivolgergli gravi parole nell'atto della consegna; essendo che anche
questa volta, fuor del costume, si riunissero in lui tre grandi poteri;
il civile, il giudiciario e il militare. Allora il degli Uberti si alzo,
e con lui tutti; e distesa la destra sul libro degli evangeli che gli
stava dinanzi: "giuro (pronunzio a voce alta) di difendere e mantenere
la citta di Pistoia e il suo distretto secondo che gli Statuti
comandano: particolarmente di tutelare gli orfani e le vedove; le chiese
e gli spedali e tutte le altre ragioni di religiosi, di pellegrini, di
mercatanti, rimosso odio e prego, e tutte malizie da questo di a un
anno." Quindi i giudici e tutti i suoi ufficiali che gli facevano
corona, distese le destre, ripeterono a una voce: "giuriamo!"
Dopo cio, il nuovo eletto disceso col seguito nella piazza, a piede, fra
la folla plaudente, si diresse alla cattedrale. Le trombe del Comune
squillavano: le campane suonavano a festa. Lo accompagnavano gli
anziani, vestiti in lucco di color rosa e ricami in oro, calzatura di
scarlatto, e berretta di velluto chermisi guernito di perle e di una
candida piuma. Appresso gli ufficiali suoi ed i consiglieri; aggiuntivi
ora gli operai di Sant'Jacopo. Procedevano i tavolaccini del Comune
vestiti di verde, che, accennando con un'insegna, sgombravano la via.
Seguivano i trombettieri, le cui lunghe trombe d'argento erano adorne di
una banderuola bianca con in mezzo l'insegna del Comune, la scacchiera
bianca e rossa, con fregi e nappe d'oro: ed essi pure in abito di gala,
e con in petto una larga piastra d'argento incisavi la detta insegna. Un
buon numero di mazzieri con mazze d'argento, vestiti di rosso e di
bianco, ne chiudeva il corteggio.
Alla porta del tempio, il degli Uberti, ricevuto dal clero, fu da esso
accompagnato all'altare di Sant'Jacopo. La, il venerando vescovo della
diocesi, messer Bartolomeo Simibuldi, orando, attendevalo. Un altro
giuramento, secondo, gli Statuti, doveva profferire dinanzi a lui.
L'opera di Sant'Jacopo custoditrice della celebre _sagrestia de' belli
arredi_, per le molte ricchezze da amministrare e per la sua dignita,
era allora in Pistoia una nuova magistratura. Giunto appena il degli
Uberti alla cancellata della cappella, il vescovo lo invitava ad
entrarvi. E li, a pie dell'altare del grande patrono, presenti i detti
operai, posta la destra sugli Statuti di detta opera, i quali un
chierico sopra un guanciale gli presentava, "giuro, egli disse, di
offerire all'altare del messer baron Santo Jacopo un pallio di lire
dodici di pisani, il giorno di sua festivita." Allora il prelato
solennemente lo benedisse.
Uscito di cattedrale, era di nuovo a cavallo in mezzo agli altri
cavalieri nella piazza maggiore. Arrestatosi dinanzi al proprio palazzo
fra le cittadine milizie che gli facevano ala, un banditore, dati tre
squilli di tromba, a gran voce annunzio al popolo che, per volere dei
magnifici signori e consiglieri del Comune, messer Tolosato degli Uberti
era stato confermato negli uffici di potesta e di capitano generale
delle armi. Un grido universale di lieti evviva scoppio allora da ogni
lato. I cittadini erano omai assuefatti a scorgere in lui la propria
gloria e la propria difesa!
All'uscire d'ufficio di ogni capitano del popolo costumavasi che, quando
avesse egli ben meritato della repubblica, il Comune lo presentasse di
un ricco dono. Ora, sebbene l'Uberti sull'uscire vi fosse subito
confermato, il Consiglio del popolo non volle passarsi di far
quest'offerta a un personaggio si degno. Quand'ecco, com'era dell'uso,
venire a lui due giovani delle primarie famiglie sopra bei palafreni,
portando in alto l'insegna del Comune. I quali, come gli furono
rimpetto, prima agitarono i gonfaloni e li piegarono dinanzi a lui: poi,
accostatisi, gli presentarono a nome della citta, in due vassoi
d'argento che i donzelli del Comune porgevano loro; l'uno un pennone,
una targa, una barbuta ed un cappelletto con la corona d'oro; l'altro un
mesciroba con otto tazze d'argento; il tutto, come narrano le cronache,
della valuta di trecento fiorini. In questo mentre gli alfieri agitarono
le insegne, i capitani brandirono le spade, e ogni milite levo in alto
le lance e gli scudi, facendo cosi un saluto d'onore al valoroso lor
duce. Rispose egli al saluto; e passate in rivista le schiere, con
nobili parole le congedava.
Bello e gradito spettacolo fu allora a vedere il marciare animoso di
quei militi cittadini nell'uscir dalla piazza fra i lieti suoni delle
trombe, e il dividersi come raggi dal centro per tante file, e il
luccicar di quegli elmi e di quelle armi, fatte ora piu splendide pel
sole gia alto e promettitore di una bella giornata.
Non appena infatti avevano i baldi giovani depositato alle proprie
loggie l'armatura e le armi, che i piu, ripreso il saio e la cappa, si
davano a raccorre le apprestate corone; e ciascuno alla casa della
fanciulla che piu gli aggradiva, dove non l'avesse fatto sull'alba, si
recava ad appendervi il maio fiorito. Nelle famiglie gelosi riguardi per
le proprie figliuole, o pregiudizi fra 'l popolo in quel giorno non
v'erano. Cotesta si aveva per un'usanza cavalleresca, e come un culto
che ogni giovine dabbene intendeva di rendere al gentil sesso. Il
costume era pubblico, e nessuno per certo avrebbe avuto a ridirvi.
Ma gia un maio piu bello richiamava su quella piazza l'ammirazione di
tutti. Era questo un alberello fronzuto di foglia lucida e sempre verde,
che ha nome fra noi d'albatro corbezzolo, e che soleva prescegliersi
perche appariva come simbolo di una continua fecondita, portando a un
tempo bianchi fiorellini e picce di rosse frutta. Tagliato al mattino
sulla collina presso Vergiole, e sfrondato in basso per circa tre
braccia a fine di poterlo portare, era stato pensiero di alcuni giovani
di adornarne la chioma con piccole corone e molti mazzetti di fiori,
legati con nastri color di rosa dei quali avevano cinto anche il fusto.
Si sapeva pero che l'apprestamento veniva tutto dalle Compagnie delle
arti maggiori e minori; dei medici e degli speziali, ecc.; come de'
cimatori, degli armaioli e degli artigiani della seta e della lana: di
questi in particolare in maggior numero nella citta. Tutti quelli che vi
appartenevano, cotesta mattina gli avresti veduti con vesti di vari
colori e di foggie assai strane, e tutti a far capo intorno a bel maio
coi lor gonfaloni. Si era deliberato doversi andare a piantare con gran
corteggio fuor della porta di Ripalta, sul prato grande di Santa Maria
Maddalena, ora di S. Francesco. E infatti come si furono radunati, vi si
condussero con quest'ordine.
Andavano innanzi, aprendo il corteggio, gli araldi delle Compagnie di
ciascun'arte, sopra cavalli bardati in foggie tutte bizzarre, come le
vesti loro; parte suonando le trombe, parte i tamburelli; e ciascuno con
una piccola banderuola in asta che sorpassavagli il capo, portante
l'insegna dell'arte propria. Seguivano poi a piede, riccamente vestiti,
i rettori delle arti maggiori coi loro componenti e coi loro gonfaloni,
tutti intorniati di fiorite ghirlande. Nel centro appariva il gran maio
portato in alto da un nerboruto garzone vestito di rosso, cui facevan
corona giullari saltanti che percotevano nacchere e sistri: quindi una
schiera di senatori di pifferi, di flauti, di nacchere (una specie di
timpani), di cenamelle (stromenti a fiato) e di mandolini. Poi un'altra
di sonatori di cembali, di crotali, di viole, di arpicordi, di trombe,
di cornamuse, che dividevano il gruppo dei cantori delle ballate. Si
chiudeva il corteggio coi rettori delle arti minori, loro consorti e
gonfaloni; cui dietro faceva pressa una festante popolazione. Lungo la
strada non era tabernacolo sacro che non avesse accesi piu lampadari, e
non fosse attorniato da festoni di freschi fiori. Costume che in questo
giorno nella citta si continua sino a' di nostri, coi cosi detti
_altarini di maggio_. Non v'erano balconi che non si vedessero adorni di
tappeti e di ghirlande, e gremiti di spettatori. Fra i quali vi facevano
bella mostra le gentili donne, che coi loro sorrisi davan segno di
saluto e di compiacenza alla sollazzevol brigata.
Inoltratisi poco fuor della porta, verso il mezzo di un'ampia e verde
prateria tutta fiori di primavera, ivi come in suo degno luogo
stabilmente collocarono il maio. Subito un gran cerchio vi si formo
torno torno dalle genti delle Compagnie. E allora i suonatori, che vi
stavano in prima fila, diedero principio ai concerti. Una schiera poi di
giovinetti, con vesti a vita e a striscie bianche e rosse e berretti
piumati, incomincio su quei suoni a modulare questa graziosa canzone.
Era di Guido Cavalcanti, e diceva cosi:
Ben venga maggio
E il gonfalon selvaggio!
E a me consenta Amore
Di primavera mia
Goder l'almo colore,
Goder la leggiadria
Quanto l'occhio il desia,
Quanto piu splende il maggio.
Or mentre fra gli evviva i piu lieti, era ripetuta e avvicendata con
altre strofe e coi ritornelli degli strumenti, ognuno, ascritto alla
Compagnia delle arti, profittava del privilegio di staccare dall'albero
un mazzetto di fiori, lasciandovi le corone che v'erano poste per
ornamento. E allora avresti veduto quei giovani penetrar fra la folla
per adocchiar le fanciulle piu loro simpatiche e piu avvenenti (in quel
giorno tutte ben messe in abito da festa e cinte il capo di fiori) e
offrir loro il mazzetto.
Bisogna dire che chi fosse stato in quell'ora su i bastioni delle mura
vicine, vi avrebbe goduto del piu bello spettacolo. Per quella gran
prateria primieramente un brulichio di gente infinita; ma un agitarsi
senza disordine; come un cantare e gridare, e qua un suon di trombe, la
di tamburi; ma quei canti e quei suoni e tutto quel movimento non essere
infine che una viva espressione di gioia.
Sarebbe stato un vedervi sorgere qua e la banderuole infiorate, quasi
tanti punti di centro: e trabacche di venditori di vino e di
commestibili, dove il popol minuto gia s'accalcava; perche d'ogni parte
e di continuo andava crescendo, tanto piu per que' che giungevano dalle
vicine campagne. Non vi sarebbe stato dentro le mura un luogo si ampio
per raccogliervi tanta gente, benche allora anche piu vasto di quel che
adesso. Perche questa storica piazza non aveva in quel tempo per confine
a sinistra che la gran chiesa di S. Francesco, pero non compiuta,
essendo in costruzione da soli 10 anni (1294). Sul lato destro non eravi
alcuna casa, tranne una chiesetta di S. M. Maddalena giu in basso, con
poche case del sobborgo, racchiuse poi nel terzo cerchio. Non aveva, gli
e vero, ne un terrapieno arborato, ne la regolarita che adesso;
acquistava pero una certa vaghezza dalla sua maggiore estensione, e
dalla cura che si aveva, che, destinata fin da antico a' tornei, alle
giostre e a' pubblici diporti, vi fosse il prato ben mantenuto; e gli
alberi, sebbene in gruppi irregolari dai lati ed in fondo dove il
terreno piu rialto si prestava al riposo, gelosamente vi si
conservassero. Non essendo poi limitata, come ora, dalle mura urbane,
era bello potervi scorgere fra mezzo le piante le piu fronzute l'aperta
campagna fino alle circostanti colline, e godervi cosi il vario e quasi
sempre sorprendente spettacolo del sole al tramonto.
Era gia oltre il mezzo del giorno e il cielo non poteva esser piu
limpido e l'aria temperata di piu mite calore. La gente raccoltasi a
gruppi qual sotto gli alberi o sotto le tende, omai posava sull'erbe e
su i fiori, e si rallegrava al sorriso delle sue donne e al comune
tripudio. Era questa, puo dirsi, la festa piu popolare di quella stessa,
benche piu solenne, ma piu nobilesca, del loro patrono il messer barone
Santo Jacopo. Cola tutti mangiavano e bevevano insieme, e intonavano le
piu allegre canzoni.
Dalle Corti, come gia in Sicilia, la poesia in Toscana era passata fra
'l popolo. Il suo carattere, in ispecie qui, fu un commisto d'arte
pudica e di naturalezza, finche il reggimento fu democratico, e geloso
del buon costume. Solo i poeti che succedettero, imitando servilmente il
Petrarca, impoveriron d'assai l'espression dell'affetto. Ne solo
prevalse lo spirito pedantesco; ma alle caste canzoni di Dante, di Cino,
e del Cavalcanti, cui s'informarono certi canti popolari toscani, tenner
dietro le spensierate ed epicuree di Lorenzo il Magnifico, e di altri
nell'epoche posteriori. Ne e meraviglia; se si rifletta che prevalenza
fino dal quattrocento ebbe in Toscana la letteratura greca e romana; e
piu che al buono ed al bello che vi splendeva, si tenesse dietro al
licenzioso costume del paganesimo. Ma poi, perche anche questa delle
straniere signorie era arte di regno;--corrompere per dominare!--e la
corruzione delle lettere e de' costumi preparo allora, e preparera
sempre la servitu! Invece, al tempo di che parliamo, fra un popolo
libero e di nobili sensi, non udivansi intonare che canzoni gentili. Qua
un drappello di giovinette cinte il capo di fresche rose, adagiate in
famiglia su molle strato e alle bell'ombre, cantava sul liuto una
ballata di messer Cino; la un'altra di Guitton d'Arezzo. E d'appresso,
sopra un pratello rialto ed ombrato, amorosi garzoni rispondevan loro
con quelle dell'Alighieri:
"Donne che avete intelletto d'amore".
Tutto spirava serena giocondita. In cielo e in terra, dovunque parea
festa e contento.
In varie parti accanto alle trabacche de' venditori de' commestibili, o
d'ornamenti e gingilli, si faceva un largo di persone, dentro del quale
avresti veduto un saltimbanco dar prova d'agilita delle membra; ora
piegandosi in strane guise, ora saltando e facendo lazzi per destare
l'ilarita.
Qua un conduttore di cani, che ritti su due piedi li tenea giocolando, e
un'accorta scimmia in farsetto rosso buffoneggiava proprio d'intorno. La
una gran gabbia dove si facevan veder pappagalli di vari colori, che sia
con l'aspetto o con li strani lor gridi (a male agguagliare come certi
uomini) facilmente per poco danaro pascevano la curiosita de' piu gonzi.
Di gia era l'ora che al suono allegro degli stromenti, e per una piccola
moneta ai sonatori, si concedeva a ciascun popolano di fare cinque o sei
giri di frullana o di veneziana, di moresca o di trescone intorno al
maio con la propria donzella. La cerchia degli astanti soleva ogni tanto
far plauso ai piu agili danzatori: in specie quando in quest'ultimo
ballo precipitoso si vedevan confondersi vesti di mille colori, e volti
di grazia e di colore modesto, e chiome brune e bionde all'aura sparse,
e occhi vispi e lucenti apparire e sparire in que' vortici.
E a godere di queste danze soleva intervenire negli anni lieti anche la
classe de' nobili. Ne questa volta mancarono. Importava loro, or piu che
mai, per quanto l'abituale orgoglio in molti pur sempre vi ripugnasse,
di mostrarsi al possibile piu popolari: si perche era stata lor
contrapposta, per conseguire gli uffici, la istituzione delle arti: si
infine per mantenersi il popolo sempre piu fermo e fedele al loro
partito. Per lo che a quell'ora vespertina li avresti veduti
incamminarsi a brigate fuor della porta; e per cortesi modi e parole,
via via farsi largo di mezzo alla folla.
In una di tai brigate era anche il gentil poeta Guittoncino, poi detto
sempre Cino de' Sinibuldi. Inoltratosi fra la gente insiem con gli
amici, si trovo dinanzi a un gran circolo di persone; dove, in mezzo e
presso un'asta piantata in terra con la insegna della scacchiera (lo
stemma del Comune, come abbiam detto), vedevasi un giullare, vestito a
scacchi per far piu breccia nel popolo; con strana berretta rossa, ed in
piu colori la veste; con la viola da tre corde che gli pendeva dal
collo, ed il bossolo della questua dalla cintura.
Cotesta razza di buffoni e di cantastorie brulicava per tutta Europa.
Campavano generalmente alle spalle dei gran signori, o dei Comuni (e
anche quel di Pistoia ne aveva allora uno suo, denominato Gazzino) ed
erano il trastullo di tutte le Corti bandite. Recavano da un paese
all'altro novelle di pubblici casi e privati, in mancanza di gazzette e
di chiacchiere a stampa; e per questo, e perche con arguti motti
pungevano e destavano il riso, erano, si sa, accarezzati da tutti. Nelle
parti pero di Toscana, dove il feudalismo, piu che altrove, andava
scemando, e Corti non v'erano, se ne contavano pochissimi. Costui
infatti era venuto di Lombardia e dimorava da qualche tempo in Firenze.
Il quale, come seppe di questo straordinario concorso, vi venne subito
per tentare un guadagno. Eccolo la infatti, che, dopo aver raccontato le
novelle ed i romanzi piu strani della Tavola Rotonda e di Guerrin
meschino, si aggirava col bossolo fra gli astanti, e, dandosi a
questuare con lazzi e parole le piu scimunite, aveva raccolto di gia
buona messe; ma qualche altro tornagusto gli bisognava per alletare. E
credette di averlo trovato col cantare alcuni versi di Lemmo da Pistoia,
uno degli ultimi e piu amabili trovatori che allora vivessero.
Annunziava con magnifiche parole, e per far piu colpo, essere questi
versi di un pistoiese, e messi in musica da quel Casella, eccellente
cantore e maestro in quest'arte, e l'amico del famoso poeta Alighieri.
E la canzone, ch'ei stava cantando, incominciava cosi:
"Lontana dimoranza
Doglia m'ha dato al cor lunga stagione."
Ma, come messer Cino l'ebbe udito alcun poco, preso da sdegno di
sentirsi guastare con un accento il piu strano e con indicibili
storpiature quelle belle melodie e que' versi di Lemmo amico suo, non
pote regger piu oltre. Si fece innanzi al tristo giullare, lo riprese
aspramente, e gl'impose silenzio. Non e a dire se plaudissero tutti, in
particolare le nobili donne a questa difesa del buon trovatore! Quando
poco discosto un altro spettacolo attraeva la loro attenzione.
Trattavasi di un astrologo, che si spacciava anche per alchimista e gran
fisico. Montato sopra una tavola ingombra di barattoli, era appariscente
per la sua nera veste talare, listata di rosso col campo a stelle d'oro,
pel suo alto cappello nero a guisa di cono, e per una gran barba che gli
scendeva fino al petto. Con una bacchetta, che dicea misteriosa,
accennava da prima un gran libro tenuto aperto nella sinistra, che
vantava contenere i piu rari segreti di quel celebre Zoroastro,
inventore dell'arte magica. Ivi, secondo il sistema di Tolomeo, erano
delineati i pianeti: ed ei ne dava ad intendere le virtu e gl'influssi
sopra il globo terraqueo (immobile, com'ei diceva) e sopra gli uomini:
potere ed influssi comunemente creduti anche dai piu colti di quell'eta.
Certo che per vane ed ampollose promesse non avrebbe ceduto in
ciarlataneria ai prestigiatori, ed ai _medium_ dello _spiritismo_ dei
nostri tempi.
Ma quel che aveva da destare una certa curiosita, era una cassetta con
una gran collezione di pietre preziose e di gemme, delle quali come
amuleti gia fino ab antico fu fatto grande uso in Oriente, d'onde la
gran quantita di pietre incise, che ancora ci avanzano, della China,
dell'Assiria e di Babilonia, e che egli poi di tutte queste, secondo la
teoria, che in allora correva, del provenzale Pietro de' Bonifazi, ne
indicava le particolari virtu.
Or via via additando con la bacchetta ciascuna, cosi comincio a dire:
--Vedete! Il diamante ha virtu di render l'uomo invincibile; l'agata
d'India o di Creta lo fa buon parlatore; l'ametista resiste alla
ubriachezza; la corniola pacifica l'ira e le pubbliche liti; il giacinto
provoca il sonno; la perla reca allegrezza nel cuore; il cammeo vale
contro l'idropisia quand'e intagliato; il lapislazzuli posto al collo
de' fanciulli li rende arditi; l'onice d'Arabia e d'India rintuzza la
collera; il rubino, sospeso al collo quando si dorme, caccia i pensieri
fantastici e noiosi. Affermava che se l'uomo sara casto avra
sperimentato la virtu del zafiro e del sardonico: lo smeraldo tien viva
la memoria e rende l'uomo giocondo; il topazio (chiamato da Plinio
crisolito o pietra d'oro) raffrena l'ira e la lussuria; la turchina ci
guarda dalle cadute. Ti vuoi rendere invisibile? hai l'elitropia;
preservarti dai pericoli? hai l'aqua marina. Il corallo si oppone alle
folgori, e l'asbesto al fuoco. Aggiungeva che il berillo fa innamorare;
il cristallo estingue le sete dei febbricitanti: la calamita attrae il
ferro, e finalmente il granato reca gioia e contento.
Dopo questa gran filastrocca di prodigiosi trovati per raccogliere
intorno a se gli avventori, veniva alla parte per lui piu stringente,
offrendo in vendita a ciascuno certi suoi particolari specifici. Si
sbracciava a narrare quanti mai ne avesse spacciati a Firenze; tanto che
si augurava in Pistoia un esito non men fortunato. Ma il vero volpone
per guadagnarsi denari e partigiani era giunto in mal tempo. La turba
de' gonzi, in specie della campagna, che potea dargli ascolto e comprare
in suoi farmachi, era quasi tutta avvinazzata; e tranne che di liquori e
di canti, a quell'ora potevi sgolarti, non volea saper d'altro. Sicche
deluso del suo guadagno, irritato che i piu attendessero al giullare
vicino, si rivolse al circolo del rivale, e a quell'insegna del Comune
di Pistoia (la scacchiera) che eravi eretta, e come in tono profetico in
questa guisa esclamo:
--Bene sta! gioite, gioite! Ma io leggo gia nelle stelle; e su quella
scacchiera in luogo di un cavallo e d'una torre, vi scorgo un leone e
una pantera; (voleva alludere al Leone di Firenze, e alla Pantera di
Lucca) e i giuocatori azzuffarsi e venire al sangue, e... e...
--E che vuoi dirci con questo, eh?--interruppelo un popolano che s'era
accorto dell'infausta metafora.
--Venisti forse a portarci il malanno? Fuori di qua, brutto uccello di
tristo augurio.
--Fuori, si, fuori!--un dopo l'altro, e poi un grido di tutti.
--Fuori, e t'affretta!--soggiunse un nobil messere--o ti faremo far la
fine del tuo insatanassato Guido Bonatti. Qui non si vuol Guelfi a
insultarci!
--Non si vuol, non si vuole! ammazza, ammazza!--da' piu risoluti si
comincio a gridare.
E gia qualche stile era uscito dalla cintura, quando a un tratto s'udi
esclamare:
--Eccoli! eccoli!
--Dove? chi sono?--si ripete in un subito da mille voci: e non
altrimenti che in un campo di grano le spighe sommosse dal vento, fu un
piegarsi di mille teste da' berretti rossi o dalli scuri piumati, e
andar tutti verso una parte. Distratta cosi l'attenzione di costoro per
altro lato, basto l'incidente per dar tempo al mal capitato impostore
per chiuder la cassetta, porre tutto in un sacco, e svignarsela a gambe.
Intanto quell'onda imponente di popolo spingendosi in giu per consenso
fino dall'alto della prateria, come trovasse una diga venne ad
arrestarsi allo sbocco della via del sobborgo.
Ma chi eran coloro che potevano cosi all'improvviso richiamar
l'attenzione e gli sguardi di tutti?
Lasciato il proprio castello per tornare in citta, appunto in quel
momento v'entrava a cavallo, e passavasi in fondo del gran piazzale la
famiglia de' Vergiolesi. Una vera dimostrazione di general gradimento
l'accoglieva sul suo passaggio. Ell'era amata e reverita generalmente:
perche fra le pistoiesi, se non delle prime per larghezza di censo,
certo era delle piu nobili per blasone, in que' tempi di qualche
prestigio; ma poi insieme delle piu popolari per affetto operoso alla
testa del partito de' Bianchi, quello dell'intera citta.
Procedeva la cavalcata con innanzi i tre figli: di seguito il capitan
messer Lippo, e a sinistra sua moglie, su due magnifici morelli: dietro,
in due coppie, i quattro loro scudieri. Nell'inoltrarsi fra tanta gente,
e fra le voci di giubilo che s'udivano d'ogni parte, anche i cavalli si
mettevano in brio: e a stento si sarebbero frenati, massime quelli dei
giovani, due vivacissimi baio-fuocati, se non avessero avuto cosi validi
cavalieri. Ma popolo e nobili che li attendevano, la gioventu in
particolare tutt'accorsa sul loro passaggio, non rifinivano di salutare
que' che venivano in prima fila, cioe a dire, gli amabili cavalieri
messer Fredi, e messer Orlandetto, e in mezzo loro Selvaggia, la gentile
sorella. Cavalcava essa con baldezza e leggiadria singolare un generoso
destriero bianco come la neve, che quasi consapevole del pregio di colei
che portava, caracollando, scoteva altera la testa, ma senza darle ombra
di minor sicurezza. Un semplice abito di tessuto in lana color di
rubino, stretto alla vita, dalla cui cintura di cuoio lucido con borchie
dorate pendeva una borsa di velluto verde trapunta in oro: in testa poi
una berrettina di velluto nero con bianca piuma da un lato, da dove un
velo bianco le scendeva sugli omeri e in balia dell'aria si sollevava,
davano maggior risalto alla bella persona. Inchinavasi ella in passando
agli amici della famiglia, e insiem co' fratelli pareva dicesse loro con
gioia: "A rivederci a questa sera." E fu notato come il saluto fra
Selvaggia e messer Cino fosse ricambiato vivissimo, e quale fra chi con
gran desiderio si cerca e s'incontra. Che molti omai si erano accorti
dell'affetto particolare del giovine verso di lei: e certi anche amici,
o per invidia, o per poter dire di aver interpretato alcuni suoi versi,
lo reputavano il fortunato amatore.
Or mentre una si lieta accoglienza li accompagnava fino alla porta della
citta, il baccano, il tripudio e i canti del popolo crescevano a
dismisura. E gia, fatta sera, si vedevano accendere qua e la per
l'estensione di quel vasto terreno alcuni falo, e i briosi ragazzi porvi
su delle stipe, attizzarne il fuoco, e schiamazzarvi d'attorno.
Intanto poco a poco la gente abbandonava il piazzale e tornavasi alle
sue case: molti poi della campagna in grande allegria tenevan dietro a
brigate di cantamaggi e di sonatori. I quali, durante cotesta notte e
fino alla prima alba come in quella decorsa, andando per la pianura o
scavalcando poggi e colline, si recavano a far serenate, e a piantar
maggi di casolare in casolare, d'un villaggio ad un altro, innanzi alle
case di vaghe fanciulle: per parte, s'intende, de' loro dami, che
solevano guidarveli, e che al poeta improvvisatore indicavano il nome di
esse, e il tema di lode per la famiglia. Quegli stessi falo come segni
di gioia si vedevano giro giro pel territorio, in piano ed in poggio. E
fra tante castella che tenevano parti diverse, benche il contado molto
dipendesse dalla citta, poteva dedursi da quelle baldorie la indicazione
de' luoghi dove abitava la famiglia od un popolo del partito de' Bianchi
e de' Ghibellini.