Produced by Piero Vianelli

***

[T0] = Titolo di livello 0 = Level 0 Title.

[T1] = Titolo di livello 1 = Level 1 Title.

[I[ = Inizio corsivo = Beginning of italic.

]I] = Fine corsivo = End of italic.

[SC[ = Inizio maiuscoletto = Beginning of small caps.

]SC] = Fine maiuscoletto = End of small caps.

[Gr[ = Inizio alfabeto greco. = Beginning of Greek alphabet.

]Gr] = Fine alfabeto greco. = End of Greek alphabet.

***

Errata...Corrige

Paolo Renier, ultima riga del paragrafo. Paolo Renier, last line of

the paragraph.

errata

... dell'anno mille settecento e sessanta ...

corrige

... dell'anno mille settecento e settanta ...

***

Uniformità nel trattamento degli spazi dopo gli apostrofi: legamento

con la parola successiva in caso di elisione, spazio nel caso di

troncamento.

***

Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo

originale tutti acuti.

***

[Copertina]

[T0] ILLUSTRAZIONE DELLE MEDAGLIE DEI DOGI DI VENEZIA DENOMINATE

OSELLE.

Edizione seconda con correzioni ed aggiunte.

Venezia, co' tipi di Pietro Naratovich.

1847.

[Dedica]

Al Nobile Signore Andrea Giovanelli, Patrizio veneto, Conte

dell'impero, membro onorario del Veneto Ateneo e presidente della IX

Riunione degli Scienziati in Venezia.

[Prefazione]

Carissimo Cognato!

Se nell'anno 1834, nell'occasione per me di letizia del collocamento

di una mia Figlia, la vostra gentilezza ha voluto pubblicare colla

stampa una mia memoria, non vi dispiaccia che per dimostrarvi la viva

mia compiacenza nella circostanza per voi onorevolissima, qual è

quella di vedervi meritatamente destinato a presedere al Nono

Congresso degli Scienziati Italiani, io ne pubblichi una seconda

edizione fregiandola del nome vostro.

Il mio lavoro richiama antiche cose patrie, e so quanto vi sta a cuore

tutto ciò che riguarda l'amatissima nostra patria. Mi lusingo quindi,

che se altra volta accoglieste graziosamente quel lavoro, non vi

riesca discaro, nell'esaurimento dei primi esemplari, di vederlo

pubblicato di nuovo. Aggradite la mia intenzione, e ritenetela come un

piccolo contrassegno dell'affetto, della stima e della sincera

gratitudine che vi si professa.

Venezia, il 10 settembre 1847.

Il vostro amorosissimo cognato Leonardo Manin.

[Testo]

La Storia dell'antico Governo de' Veneziani, con solerte cura ne'

passati anni dettata da ragguardevoli stranieri, abbenché col suo

cadere la importanza ne scemasse, non venne accompagnata giammai, che

io mi sappia, dallo esame delle medaglie relative ai fatti Storici

della Veneziana Repubblica. Lo studio e la ricerca delle medaglie in

generale sempre piacevole riuscì e vantaggioso, e perché in pochi

segni i più importanti avvenimenti delle nazioni raccolgonsi, e perché

alcune volte i costumi de' popoli quasi in compendio ci rappresentano.

Le medaglie, nel mentre che il tempo, il ferro ed il fuoco logorano,

rovinano e distruggono la magnificenza dei templi, la bellezza degli

archi e delle colonne, l'altezza delle piramidi e de' monumenti, le

medaglie, io diceva, ci conservano perenni le memorie delle nazioni

rimote, e sulla celebrità de' loro fasti con franco piede passeggiano.

Di questo studio a' giorni nostri si onorano i principi, si fregiano i

ricchi, e gli stessi dotti e letterati uomini ad esso in gran parte

delle proprie cognizioni si confessano debitori. Siccome sugli

accaduti avvenimenti l'origine loro è fondata, così le molte volte

sono la base principale ai racconti degli storici. Simili

considerazioni me invogliarono a tessere la storia delle veneziane

medaglie, la quale con le epoche successive dei tempi e dei Dogi fino

al termine di quell'aristocratico Governo ci conduca; né mi aggirerò

perciò fra le tenebre de' prischi tempi a mendicare tavole o monete

che dilucidino troppo vetusti avvenimenti: altri il tentarono, e tornò

ad essi vergogna e disdegno. La serie delle medaglie, delle quali io

sono per esporre le illustrazioni, conta la sua origine da pubblico

decreto del Consiglio Maggiore. La importanza di questa illustrazione

fu pur anche riconosciuta dal celeberrimo Bibliotecario che fu della

Marciana, Cavaliere Giacopo Morelli, nell'appendice al catalogo della

libreria raccolta dal sig. Maffio Pinelli, nella quale ragionando

della pregevole serie delle monete veneziane dallo stesso raccolte e

possedute, vi annovera pur anche quella delle Oselle, la quale, per

l'uso che eravi annualmente di mettervi nei rovesci le memorie di

qualche fatto della Repubblica in quell'anno accaduto, presenta una

idea storica delle cose più memorabili di quel Governo. E di fatti,

dai più dotti scrittori ci viene commendata la utilità di queste

parziali illustrazioni, e su di esse si occuparono le penne di Bizot

per la storia metallica della Olandese Repubblica, di De-Bie per la

sua Francia metallica, del Bonanni per le medaglie dei Romani

Pontefici, senza enumerare tanti altri, che i secoli dei particolari

monarchi illustrarono, o che di singole medaglie o monete trattarono.

La stessa serie di queste nostre fu in parte fino a' suoi giorni

dall'ab. Palazzi illustrata ne' suoi Fasti Ducali, accompagnando le

Vite dei Dogi da esso lui dettate con la impronta delle loro medaglie.

Dietro a lui ne' posteriori tempi succedettero ed il padre Cassinense

don Silvestro Rovere nello estendere la vita del Doge Silvestro

Valier, e Domenico Pasqualigo nella sua Notizia giornale storica per

la morte di Luigi Sebastiano Mocenigo. Trovansi pure impresse le

Oselle dall'anno 1700 fino all'anno 1787 nell'opera di M. Michele

Benaven che porta per titolo: [I[Le Caissier Italien]I], vol. 2, Lione

1787. Ma niuno dalla epoca della loro istituzione fino alla caduta

dell'aristocratica dominazione di tutte fece parola; benché di simili

raccolte di veneziane medaglie molti de' nostri musei forniti fossero,

e di alcuni di essi il catalogo si pubblicasse, fra i quali il Pisano,

il Naniano ed altri, nonché quello dell'abate Bottari di Chioggia, dal

Rubbi inserito ne' diversi tomi de' suoi elogi.

La serie delle veneziane medaglie distinte col nome di Oselle, non

ancora per intiero pubblicata, col cessare dell'antico Veneziano

Governo ebbe il suo compimento. Né di altre medaglie di famigerati

uomini ragionare intendo, né delle famigliari degli stessi Dogi, le

quali tutte ci condurrebbero a troppo lunga diceria. Queste

generalmente le particolari circostanze de' cittadini riguardano, o

illustri per reggimenti e governi, o celeberrimi per imprese

guerresche, o famosi per coltura di lettere, e la serie di esse forse

interminabile si riconosce. Le illustrazioni dunque delle Oselle, cioè

di quelle medaglie che per decreto del Supremo Maggior Consiglio dai

Dogi per ciaschedun anno a' nobili in dono distribuivansi, alla

pubblica luce presento, affine di riconoscere a quale avvenimento più

ragionevolmente nel corso degli anni l'impronta di cadauna attribuire

si debba; e sperar voglio, che non disaggradevole ed inutile impresa

questa debba riuscire, che le gloriose geste dei nostri maggiori con

verità rammenta. Prima di entrare in materia, a questo luogo osservare

mi piace, che anche la vicina Città di Murano per antico privilegio

ogni anno nella Zecca di Venezia coniare una moneta d'oro o d'argento

faceva, al peso della veneta Osella, con la epigrafe [I[Munus

Comunitatis Muriani]I], delle quali ogni anno dispensa facevasi al

Doge, al Podestà del luogo, al proprio Consiglio dei XXV, ed alle

primarie cariche interne. Sovra questa incise sul diritto vedevansi le

armi del Comune, del Doge, del Podestà e del Camerlengo proprio, e nel

rovescio i nomi di quattro deputati del Comune; senza che vi si faccia

memoria di fatti particolari.

Dalla prima istituzione di queste medaglie fino al termine della

Veneziana Signoria, duecento e settantacinque ne furono coniate.

Siccome però molte di esse pel corso di alcuni anni l'impronta

medesima conservano, o almeno il diritto loro non cangia, così,

imaginando di accompagnarne la interpretazione con le tavole relative,

ho creduto più opportuno, anche dietro il parere di dotti e scienziati

uomini, di farvi collocare quelle sole di cadaun Doge, che importanti

variazioni mostrassero, talché eziandio ai non fortunati posseditori

di ricchi musei, più agevole riesca di questa serie godere, e si

avveri il detto dell'Allighieri nel quindicesimo canto del Purgatorio:

"Com'esser puote, che un ben distributo

"I più posseditor faccia più ricchi

"Di sé, che se da pochi è posseduto?"

Vi sono però alcuni amatori di archeologia, che fanno caso di certe

lautezze, e gridano a lor talento, che molte e molte varietà si

omisero nella prima edizione, da loro possedute: a questi io dirò che

le variazioni accadute per falli di conio, per pulimenti avvenuti dopo

le prime impressioni o per mutazione dei massari, non alterando la

storica narrazione, non furono da me calcolate, non trascurandone però

alcune che potrebbero dare un vario senso alle epigrafi espresse.

Una parte delle rendite dal Governo assegnata alla dignità ducale

dalla cacciagione e dalla pesca nelle circonvicine valli ritraevasi,

quindi fino dall'anno 1275 il Consiglio Maggiore decretato aveva, che

a cadauno de' suoi membri il dono di cinque uccelli di valle nel mese

di dicembre dal Doge si facesse. Di quale specie questi uccellami

fossero, non bene gli ornitologi nelle opinioni loro convennero, e

sembra solo che dai cronisti si spiegasse, che il valsente di questa

regalia di mezza redonda di oro fosse. Il decreto però non fa parola

che del valore di un quarto di ducato d'oro, e dalle memorie della

Zecca si sa che questa moneta fino dalla sua istituzione avea di

peggio 60, pesava grani 480, avea di fino grani 470 5/8 ed era

valutata soldi trentuno, ch'era appunto il valore appropriato al

quarto di ducato d'oro, che s'incominciò a coniare nel 1517 sotto

l'antecessore Doge Leonardo Loredano. Benché il decreto del Veneziano

Governo la natura di questi uccelli non istabilisca, alcuni fra'

cronisti soggiungono, che femmine esser dovessero coi calzari rossi, e

quindi a buon diritto presupponendo che il dono del capo della

repubblica dovesse essere composto dal migliore selvaggiume che nelle

lagune nostre si pigliasse, e questo calzato di rosso, si dee

conchiudere che i soli mazzorini, dal Linneo nel suo Sistema della

natura chiamati [I[anas-boschas]I], il presente costituissero. Nel

codice antico [I[Publicorum]I] sono ricordati come i migliori uccelli

da valle i mazzorini femmine dai piedi rossi: [I[De bonis aucellis

majoribus russis pedibus]I] ([I[Sententiae n.° LXX]I]), e nella

promissione ducale del Doge Pietro Loredano all'anno 1567 si nominano

[I[bonarum aucellarum magnarum]I]. Riconosciutosi però, nella serie

successiva degli anni, che nell'autunnale stagione, le burrasche e

l'aggiramento variato de' venti imperversando, il più delle volte

impedivano, che la cacciagione così fortunata riuscisse da poter

raccogliere tanto numero di uccelli, quanto era d'uopo per l'annuo

regalo del Doge, a' ventotto di giugno dell'anno 1521 nella sede

vacante lasciata da Leonardo Loredano dal Consiglio Maggiore si prese

il partito e la deliberazione, [I[che in luogo degli uccelli, che

cadaun gentiluomo nostro aver suole dal Principe, per l'avvenire aver

debba una moneta della forma che parerà alla Signoria nostra, che sia

di valuta di un quarto di ducato, e li Camerlenghi del Comune siano

obbligati delli denari deputati al Principe di dare agli Officiali

nostri delle ragioni vecchie quella somma fissata per detta regalia,

da essere distribuita alli nobili nostri nel tempo, modo e forma, come

osservare solevasi nella dispensazione degli uccelli]I]. Ecco la

derivazione del nome di questa moneta, ed ecco la epoca certa della

sua origine.

Il Prevosto Lodovico Antonio Muratori, nella sua dissertazione

ventesimasettima, dà il nome di Osella ad una moneta di Andrea

Vendramin del 1476 al n.° XVIII, che non è che una moneta comune, del

valore di soldi venti, con la inscrizione [I[Jesus Christus Tibi soli

gloria]I], e crede pure che sia un'Osella la lira nuova di Cristoforo

Moro al n.° XXIII, la quale altro non era se non una novità introdotta

nel conio delle lire, novità che fu susseguitata anche dal Doge Nicolò

Tron, ma che fu poi tolta da un decreto del Maggior Consiglio vacante

ducatu all'anno 1473, 11 agosto, con queste parole: [I[Ad Capitulum XI

de moneta auri et argenti tenenda in culmine addatur, quod in omni

sorte monetae, quae fiant in Zecca Nostra, imago Ducis fiat flexis

genibus ante imaginem Sancti Marci in illa forma, quae imago ipsius

Ducis est posita super ducatum, nec imago Ducis in moneta nostra fieri

possit per istud M. C. declaretur. Soldini autem et ceterae monetae

stampetur cum consuetis figuris. (Promissio ducalis)]I].

Potrebbe forse taluno desiderare, che alcune parole si impiegassero

nel render conto nell'arte dai nostri incisori adoperata nella

fabbricazione di queste medaglie. Tali però essi fino dal suo

principio si dimostrarono da non farne alcun calcolo per la storia

dell'arte dell'incisione, ed anzi sembra che molti quella trascuranza

vi ponessero, che nel conio delle monete in corso adoperavano. Quindi

le imagini vi sono piuttosto schiacciate, che incise; nessuna varietà

nei lavori, ed in conseguenza nissuno effetto; i tratti della

fisionomia e le fattezze del volto sono senza verità e senza grazia;

la bocca è segnata per mezzo di una linea retta, e tutto insieme il

disegno alcun poco grecizzando, non dimostra che la decadenza

dell'arte, la quale tanto si era dagli antichi modelli discostata. È

bensì vero che al tempo di Andrea Gritti certo Vettor Gambello o

Camello intagliatore fioriva, del quale si fa parola dal fu

Bibliotecario Cav. Giacopo Morelli nella notizia di opere di disegno

del secolo XVI esistenti in Cremona, in Padova ecc., e nel Museo

Gradenigo si conservava una piccola medaglia bellissima, nella quale

era la di lui effigie colla leggenda [I[Victor Camelius sui ipsius

effigiator MDVIII]I], siccome pure dal Zanetti nella sua memoria sulla

origine di alcune arti principali appresso i Veneziani è detto d'una

medaglia di Marco Sesto, che mostra di essere coniata nell'anno 1393.

Quelle medaglie però che più a' tempi nostri si avvicinano, deposta

l'antica rozzezza, offrono maggiore interesse dal lato della

composizione e minore goffezza de' tempi bassi nella esecuzione.

Devesi pur anco riconoscere, che le lettere, conservando quasi

l'antica purezza del romano carattere, sono espresse chiare ed

intelligibili, e non quali s'incontrano negli altri stati d'Italia,

nei quali le stesse forme degli alfabeti sempre più trascurate si

veggono nelle inscrizioni e leggende, o quali furono imaginate

dall'autore delle antiche memorie delle monete veneziane, nelle quali

niun segno alfabetico si riconosce.

Prima però di entrare nella illustrazione delle Oselle sembrami utile

di fare una dichiarazione generale di que' segni che in esse impressi

negli eserghi si veggono. Abbiamo dal Conte Carli nella sua opera

delle Zecche, che ne' diversi stati d'Italia, allorché i principi si

prevalevano del diritto della moneta, davano ad impresa la fabbrica

del loro argento da monetarsi. Gl'impresarii, mastri di zecca

appellavansi; questi duravano nel ministero uno o due anni, e più o

meno a norma delle contrattazioni, e nelle monete le loro iniziali

ponevano a guarentigia della buona qualità loro. Non cosi nella

Repubblica di Venezia facevasi, ove l'azienda della Zecca per

amministrazione maneggiavasi, e di essa un magistrato cura e governo

teneva. Si legge infatti, che fino dall'anno 1269 erano già instituiti

gli uffiziali all'argento, che in appresso massari s'intitolavano, i

quali de' fatti tutti, che la monetazione dell'argento risguardavano,

occupavansi. La nomina di questo magistrato dall'autorità del

Consiglio Maggiore proveniva. Ne' tempi posteriori la materia della

monetazione affidata venne al Senato il quale una nuova magistratura

creò col titolo di Provveditori di Zecca. Gli antichi massari

continuarono tuttavia quasi senz'alcuna autorità, perciocché

subordinati a questa senatoria magistratura. Siccome però eglino erano

dal Maggior Consiglio prescelti, così ad essi la prerogativa di

firmare le monete d'argento con le iniziali del più anziano fra loro

venne conservata, prerogativa la quale alcune volte si omise, senza

però che da alcun decreto sia stato in contrario stabilito. Vedrassi

quindi successivamente, che quasi ad ogni Osella nelle incise sigle si

riconoscono i nomi dei massari di Zecca dell'argento, sotto i quali

esse furono coniate. I massari percepivano ad ogni marca di argento

bollato quattro piccoli per ciascuno oltre al mensuale assegno di

ducati settanta. Questa magistratura era coperta da due nobili, che

s'intitolavano massari all'argento, ed altra ve n'era di massari

all'oro, e due anni nella magistratura duravano; alcune volte però

accadeva, che all'epoca della fabbricazione delle Oselle si cangiasse

l'individuo nel magistrato, ed ecco perché in alcune si trovano le

sigle variate da quelle che si riportano nelle presenti illustrazioni.

Vogliono alcuni, che debbasi la serie delle Oselle incominciare da un

getto di bronzo, senza indicazione di nome alcuno di Doge, quasi alle

altre modello; su di che non conviene il succitato Co. Carli, il quale

lo giudica piuttosto una delle monete, che dai Dogi nel giorno della

incoronazione distribuivansi, il che non sembra probabile, mancando il

nome dell'eletto. Ciò non ostante, a soddisfazione di alcuni, ho fatto

da prima incidere questo getto senza nome alcuno di Doge (Tav. I).

Rappresenta esso nel diritto la Vergine seduta coronata dal divin

Figliuolo, che, seduto egli pure, ed egualmente coronato, tiene nella

sinistra mano lo scettro, e sulla soglia de' troni siedono due

Angioletti, e dall'alto si vede la colomba, e sei teste di Cherubini,

ed intorno il motto [SC[REDENTORI]SC] ([I[sic]I]) [SC[MUNDI]SC],

[SC[REGINA]SC] ([I[sic]I]) [SC[CELI]SC] ([I[sic]I]); e sul rovescio nel

mezzo una figura coronata in piedi con la spada nella dritta, e la

bilancia in bilico nella sinistra, al cui lato destro avvi la Pace col

ramo d'ulivo, ed al sinistro l'Abbondanza che tiene la mano destra

stesa sulla spalla della coronata figura, e nella sinistra il

cornucopia con la inscrizione intorno [SC[MUNUS. DATUR. NOBILIBUS.

VENETIS.]SC]: la quale rappresentanza rammenta il giuramento che

prestavano i Dogi nell'assumere la suprema dignità. A corroborare

maggiormente questa opinione concorre la medaglia di Andrea Gritti,

rarissima medaglia, annoverata fra quelle del museo Pinelli, nella

quale evvi il diritto con la testa di lui (il che prova essere essa

una medaglia privata di questo Doge, giacché le effigie dei Dogi erano

nelle monete fino dall'anno 1473 vietate) e con la inscrizione

[I[Andreas Griti Dux Venet]I]. Nel rovescio poi san Marco sedente, che

scrive il Vangelo sopra un leggio, ed all'intorno: [I[Munus datur

nobilibus Venet. S. M. V.]I] di quarta grandezza. Che si facessero

questi donativi alla nobiltà nel giorno della incoronazione, nel

mentre che largizioni al popolo distribuivansi, dalle storie il

sappiamo, né queste con gli annui regali confondere si dovevano. Le

largizioni popolari, che dicesi aver avuto tra noi principio alla

epoca del Doge Sebastiano Ziani all'anno 1173, il quale ricchissimo

uomo qual era, volle che la moltitudine della pubblica gioia ed

allegrezza godesse, e non già, come asserisce il sig. Daru nella sua

romantica istoria di Venezia, per affezionarsi la plebe, la quale

aveasi dal governo alienata perché resa priva del diritto di elezione;

queste popolari largizioni, ripeto, anticamente sotto i romani e i

greci imperatori costumavansi, e quelle sono che più propriamente

sotto il nome di [I[congiarie]I] chiamavansi, ed erano ordinate per

accrescere la gioia popolare. Il citato Co. Carli, in opposizione al

surriferito abate Palazzi, vuole con lo stesso nome distinguere

l'annuo donativo del Doge, adducendone in prova, che, sotto tal nome,

tutti gli antichi donativi pubblici negli altri stati si ritenevano.

[T1] ANTONIO GRIMANI.

Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle Edizione seconda con correzioni ed aggiunte · 第 1 / 43 题