Ciò che Alberto facesse dopo la partenza di Mario anche i lettori
meno sagaci indovineranno facilmente. Aspettò che sonassero le nove,
ora in cui doveva vedere Clara; aspettando, si provò a leggere uno
de’ suoi autori favoriti e scorsa, distratto, una pagina, buttò via
il volume; ebbe dei momenti di profonda malinconia e delle ore di una
letizia quasi infantile. A pranzo non mangiò; bevve una mezza bottiglia
di vecchio vino di Borgogna; avanti d’alzarsi da tavola riempì il
bicchiere, e porgendolo a Stefano, suo cameriere,
— Bevi anche tu — gli disse.
Stefano, stupefatto da quell’offerta del padrone, non s’attentò sulle
prime a pigliare il bicchiere; e Alberto:
— T’ho detto che tu beva.
L’obbediente Stefano si rassegnò ad assaporare il Borgogna e lo sentì
così robusto, che ripensandoci giudicò la robustezza sua essere la
cagione sola della confidenza insolita datagli dal padrone.
E finalmente alle otto e mezzo, Alberto uscì e s’avviò verso casa
Villareale.
Era giunto in prossimità del palazzo quando s’udì chiamare
ripetutamente per nome; non rispose; sentì una mano posarglisi sulla
spalla, si voltò e riconobbe Alfredo Ferreri, una delle sue conoscenze.
— Dove vai?
— Ma.... — rispose Alberto — in nessun luogo.... passeggio per far del
moto....
— E dove la passi la serata?
— Non lo so, sono stanco del ballo di stanotte; ho una gran voglia
d’andarmene a letto presto.
— Perchè non vieni dalla Marchesa?
— Da chi?
— Dalla Villareale.
— Ma.... — balbettò Alberto — è sabato oggi, e la Marchesa riceve il
mercoledì.
— Lo so; ma stasera fa un’eccezione alla regola.
— Chi te lo ha detto?
— Me l’ha detto Claudio Piccardi che le presenta stasera l’Olivares...
Sai? quell’addetto alla legazione di Portogallo che è arrivato giorni
sono.... Dunque vieni?
— No.
— Vieni, vieni, dammi retta. Si piglia una tazza di thè e si fa
l’undici. Non foss’altro si guarda la padrona di casa. Hai visto
com’era bella stanotte? Che occhi, che spalle! Vieni, vieni, lasciati
persuadere.
Intanto erano giunti innanzi alla porta di casa Villareale. Alberto,
per quanto avesse dapprima negato, moriva di voglia, come ognuno
capisce, di veder Clara; si fece pregare un altro po’ dal Ferreri, poi
salì risoluto le scale.
Non era nell’animo suo ombra di rancore verso Clara; anzi più che della
pena provata da lui, si doleva in cuor suo del rammarico che Clara
anch’ella aveva dovuto provare. E sperava che glielo avrebbe dimostrato
questo rammarico, con un sorriso, con un’occhiata, con una di quelle
strette di mano che dicono più di qualunque parola.
Quando entrò con Alfredo nel salottino della Marchesa v’erano già
Claudio Piccardi, il conte Olivares e due o tre altri individui
di sesso mascolino, solite comparse delle quali non giova neppure
ricordare il nome. Clara, seduta sopra un sofà vicino al caminetto,
seguitava col diplomatico una conversazione animatissima sulla
Germania, che l’Olivares conosceva bene e dove Clara aveva, prima del
suo matrimonio, dimorato qualche tempo. Alberto le s’accostò e le stese
la mano.
— Buona sera, Marchesa.
— Buona sera, Valmarana.
Non battè palpebra. Alberto che aspettava lo sguardo, il sorriso, la
stretta di mano, fu deluso compiutamente nella sua aspettativa.
Che tumulto di pensieri si suscitasse allora nella mente di lui, che
pena crudele gli stringesse il cuore, sarà, penso, inutile dire. Si
sedè sopra una poltrona senza aprir bocca; poi si alzò, osservò con
molta attenzione le figurine di vecchia porcellana di Sassonia, che
guarnivano le _étagères_ del salotto; si fermò dieci minuti innanzi a
due battaglie del Borgognone che aveva veduto le mille volte; apri gli
_albums_ delle fotografie, sfogliò i giornali.... e soffrì.
Sarebbe rimasto zitto chi sa per quanto; ma quando venne l’ora del thè
Clara lo chiamò:
— Valmarana vuole una tazza?
— Grazie.
— Grazie sì o grazie no? Non può fare nemmeno lo sforzo di dire un
monosillabo di più? Prenda, prenda una tazza di thè, le farà bene; è
stanco e si vede. Piccardi, vuol farmi il piacere di passargliela?
Alberto prese la tazza dalle mani di Claudio e non rispose, Clara
continuò a discorrere cogli altri che le stavano attorno e a guidare
abilmente la conversazione. Di lì a poco fece cadere il discorso
sopra un paravento di lacca comprato il giorno innanzi e richiese il
Piccardi del suo giudizio. Questi che era un di quegli uomini i quali
sanno un po’ di tutto e hanno una gran smania di sfoggiare la loro
erudizioncella, lodò il paravento: ma una volta preso l’aire s’ingolfò
in una specie di dissertazione intorno alle differenze per le quali le
vecchie vernici del Giappone si distinguono dalle recenti. Intanto che
gli altri lo stavano a sentire, Clara s’accostò ad Alberto che s’era
rincantucciato presso al camino figurandosi di leggere un giornale
della mattina, il quale aveva la data di due mesi innanzi, e intavolò
ad alta voce con lui una conversazione sul quartiere del principe
Dolgoruki. Alberto la ascoltava trasecolato.
— Così è — seguitava il Piccardi. — Ne volete una prova? Nel 1874 il
_Nilo_ che portava le casse contenenti gli oggetti spediti dal Giappone
all’Esposizione di Vienna affondò ne’ pressi di Yokohama e le casse
rimasero più di un anno in fondo al mare. Le recuperarono. Sapete
che cos’era successo? Le lacche antiche erano rimaste tali e quali; i
prodotti moderni di Kioto e di Yeddo tutti quanti distrutti.
Si udirono esclamazioni di sorpresa, e in quel gruppo il dialogo al
quale oramai prendevano parte in tre, in quattro nel medesimo tempo, si
fece rapido, alto e confuso.
Clara allora con voce sommessa ad Alberto:
— Hai torto, era un impegno antecedente di cui non mi rammentavo;
scusa... ti spiegherò, sii buono.
Poi, lasciandolo e dirigendosi verso l’altro lato della stanza:
— Che racconta di bello Piccardi? Voglio sentire anch’io.
Dopo quelle parole, le collere adunate nell’animo d’Alberto si
dileguarono; egli non soltanto si adirò seco stesso di aver potuto
dubitare di Clara ma ne stupì. Alle undici il conte Olivares s’alzò
e gli altri con lui. Alberto si tenne indietro procurando di uscir
l’ultimo dalla stanza, tanto per aver tempo di dire una parola di
soppiatto alla Marchesa; ma il suo piano strategico bene meditato e
meglio eseguito non ebbe successo felice. Clara subito che si trovò
sola nel salotto, donde Claudio era uscito in quel punto,
— Piccardi — chiamò.
Claudio rientrò nella stanza.
— Non si dimentichi della mia commissione.
— Non dubiti, Marchesa, le pare?...
Claudio salutò daccapo, e Alberto fu giocoforza uscisse dal salotto con
lui.
Quando furono nella strada:
— Vi siete divertito? — domandò Claudio al diplomatico.
— Molto.
— Io no; — e levando di tasca l’orologio, — a voi; con queste piccole
riunioni si sciupa la serata senza costrutto; son le undici, poco più.
Che cosa si fa ora?
— Pare che tu ti creda un uomo necessario, caro mio, — soggiunse
Alfredo; — se t’annoi, perchè ci vieni?
— Sei curioso, sai? Oggi alle Cascine la Marchesa mi ha tanto pregato
di condurle gente, come si fa a dir di no? Avevo promesso al conte di
presentarlo, ho colto l’occasione.
Passava per l’appunto un _fiacre_.
— Ferma! — gridò Alberto al cocchiere; poi congedandosi dagli amici:
— Buona notte.
E senz’aggiungere parola aprì lo sportello della carrozza e v’entrò.
Solo, lo colse la smania; gli parve che una mano di ferro gli premesse
il cuore e gl’impedisse il respiro. Non c’era più dubbio possibile;
l’impegno precedente era una solenne bugia, Clara aveva mentito.
Perchè? Per non fargli capire che non voleva star sola con lui quella
sera. E allora perchè dargli l’appuntamento? Che cos’era accaduto?
S’era pentita... perchè? O aveva promesso coll’intenzione di non
mantenere? Di certo doveva esser così; la menzogna della sera spiegava
l’inganno della mattina. E con che tono carezzevole, con che aperta
confidenza gli aveva detto “scusa, sii buono.„ Oltre la menzogna, la
simulazione. Ma si mentisce, si simula con un uomo a cui si vuol bene?
Quanti e quanto tristi quesiti!
Entrò in casa, si sdraiò sopra una poltrona e la smania gli si fece
più intensa. Sentì destarsi il coro delle memorie che cantavano le
gioie dei giorni fuggiti, e gli passarono innanzi agli occhi tutti gli
episodi del suo poema d’amore.
Molti degli oggetti che guernivano la sua scrivania, muti per altri,
avevano per lui una voce.
— Ti ricordi, — diceva un piccolo vaso di vetro di Murano, — ti
ricordi quando mi confidasti il primo fiore che ti era riuscito carpire
dalle sue mani? Era una viola di maggio! La custodii per tre giorni
gelosamente; ahimè! dai petali riarsi più non s’innalzano olezzi!
breve come la vita di quel povero fiore è stato il sorriso della tua
gioventù!...
— Ti ricordi, — ripigliava un portafogli in cuoio di Russia, — ti
ricordi del giorno in cui ti fui regalato da lei? Come ti tremava la
mano quando la stendesti per prendermi! ti ricordi come corresti a
nasconderti nel folto degli alberi per baciarmi e ribaciarmi? E la
notte, svegliandoti, ti ricordi come balzasti dal letto, per pormi
sotto il tuo capezzale?... E ora? Ora io conservo le corolle scolorite
di quella viola di maggio e una ciocca di capelli biondi; in me si
chiudono, come in una tomba, i resti delle tue morte speranze!
Intanto, il conte Olivares, Claudio Piccardi e Alfredo Ferreri cenavano
al Caffè di Parigi. Il conte Olivares domandava agli altri notizie
delle persone che aveva conosciuto nei pochi giorni dacchè era arrivato
a Firenze. Quando venne la volta d’Alberto:
— A proposito: e quel signor Valmarana?
— Lo avete conosciuto in una cattiva serata; ha dogli alti e bassi,
certe volte è piacevolissimo, certe altre funebre.
— Mi era venuto in testa..., — riprese l’Olivares, — basta, non mi
arrischio a dirlo....
— Dite, dite pure.
— Posso sbagliare.... m’era venuto in testa che fosse innamorato della
Marchesa.
Claudio e Alfredo dettero in un gran scoppio di risa. Poi il Piccardi:
— Povero Alberto! caso mai l’avrebbe fatta buona!
— Perchè?
— Eh! il perchè sarebbe lungo a spiegare.
— Poco male; io non ho fretta e poi ricordatevi che avete assunto
l’impegno di farmi da guida nei laberinti della società fiorentina.
— Sta bene ma... vedete? Per quanto mi conosciate da poco, spero
che non mi avrete preso per un collegiale. Eppure che volete che vi
dica?... Ho una certa repugnanza a parlare della Marchesa qui a cena al
Caffè....
— Eh! perdio! — interruppe l’Olivares, — che cos’è questa Marchesa, una
santa?
— Ci corre poco. È una di quelle creature, caro mio, che noi gente
corrotta abbiamo bisogno di trovare ogni tanto nel mondo per non
perdere addirittura la fede nell’umanità. Se sapeste la sua vita!
— Raccontatemela; chi ve lo impedisce?
— Sì, ma prima lasciatemi bere il caffè.
Claudio sorseggiò la tazza poi riprese:
— Badiamo, bisogna andar d’accordo su certi principii. O ci s’intende
sull’ufficio che la donna ha nel mondo e va bene; o altrimenti....
— Bagattelle, — osservò il Conte, — la prendiamo larga. L’ufficio della
donna!...
— Ma — interruppe il Ferreri — non saprei.... Accompagnare gli uomini
all’inferno facendoli passare per il paradiso.
— Se cominciamo coi paradossi è inutile. Studiate la storia cominciando
dall’India.
Il Conte fece per alzarsi. E Claudio:
— Se mi state a sentire, bene, se no....
— Caro Piccardi, io sto a Firenze e voi partite per l’India; mi avete
promesso una biografia e mi preparate una teorica. Seguitate pure,
io intanto andrò ad accendere il sigaro. Teoriche non ne voglio. Gli
uomini... notate bene che non ho detto i maschi. Cameriere, fuoco. Vi
concedo tre uomini ogni cento maschi e credo di essere generoso; gli
uomini se ne fabbricano una per giorno di coteste teoriche sugli uffici
della donna, e via via la mutano secondo i casi e gli anni, io non so
quale sia la vostra; ma quanti anni di esperienza vi costa? Mettiamo
venti. Purchè una donna voglia, ve la farà rinnegare in una settimana.
È la solita storia dei capelli bruni e dei capelli biondi. Per un gran
pezzo ho detto e ripetuto che soltanto le donne brune erano belle;
non mi capacitavo come ci si potesse innamorare d’una bionda. Trovai
una bionda che me lo fece capire. Fra le donne che un uomo giovane
frequenta ce n’è sempre una che gli piace più delle altre. Quella donna
è per lui in quel momento “la donna ideale.„ E quindi la sua brava
teoria. Cartesio affermò una volta che lo strabismo aggiunge dolcezza
alla fisonomia femminile; segno che in quel tempo era innamorato
d’una guercia. Mi fate il piacere di dirmi quale fosse per esempio la
teorica di Luigi XIV? Prima s’innamora della La Vallière che diceva:
“Ah! se non fosse re!„ e non voleva del principe che l’amante; poi
della Montespan che sospirava: “Ah! se fossi regina!„ e nell’amante non
cercava che il principe.
— E forse aveva ragione, — soggiunse Claudio, — ai tempi della
Montespan non sopravviveva che il re; l’amante s’era perduto
nell’ultimo abbraccio della La Vallière.
— Mi pare che si divaghi — osservò il Ferreri.
— Torniamo alla Marchesa, Piccardi.
— Torniamo alla Marchesa. La sua vita non è stata altro, caro Conte,
che un continuo succedersi di sacrifizi compiuti senza titubanze e
senza rammarico. È una Sangiorgi, credo che lo sappiate.
— No.
— È figliola del barone Sangiorgi, un veneto che fu amico intimo del
marchese Piero di Villareale, suocero della Marchesa, morto cinque anni
fa. Si compromise nel 1848 e gli sequestrarono i beni. Venne in Toscana
e insieme col Villareale si dette alle speculazioni; siccome se ne
intendeva, gli riescirono bene e in poco tempo mise assieme qualcosa
più di un milione di parte sua. Nel 1859, al tempo della guerra,
i due nobili soci conchiusero non so che contratto coll’intendenza
deil’esercito francese; per via di questo contratto nacque tra di loro
una lite, che durò parecchi anni, costò parecchie diecine di migliaia
di lire, e, avrebbe da ultimo messo sul lastrico quello dei due
contendenti a cui fosse toccato il torto. Gli amici si erano intromessi
più volte per un accomodamento; il Barone era disposto, ma il Marchese
montava sulle furie solamente a sentirne parlare. Nel sessantadue il
Marchese morì, lasciando un figliolo, Guglielmo che voi conoscete. Gli
amici si interposero di nuovo; uno di loro ebbe anzi tanta malizia da
accorgersi che Guglielmo era unico erede del Marchese; Clara unica
erede del Barone; e che il mezzo più semplice per mettere in pace
le due famiglie era di farne una sola. Pochi mesi dopo fu concluso
il matrimonio. La signorina Sangiorgi Guglielmo non l’aveva mai nè
visto nè conosciuto; lo sposò temendo che la lite conducesse il padre
alla rovina, o riducesse alla miseria un povero ragazzo, il quale in
fondo non aveva nessuna colpa in tutto quel tramestìo di giudici e
d’avvocati. E il suo sacrifizio fu tanto più grande in quanto che ella
sapeva benissimo che Guglielmo a venticinque anni era un libertino
numero uno.
— Ah! davvero? — domandò l’Olivares.
— E di che tinta! — rispose il Ferreri. — Qualità sopraffine: ditta
Ozio e figli.
— Guglielmo condusse la moglie in campagna e seguitò nella vita di
prima. Giocò, perdè spesso e molto; in una sera sola settantacinquemila
lire; e la Marchesa, che non era stata ancora ad un ballo, dovè, per
pagare, impegnare la sua collana di diamanti.
— Perchè — soggiunse Alfredo — ci sono ancora a Firenze dei diamanti
veri. Non molti, ma ce ne sono.
— Voi l’avete avvicinata stasera per la prima volta; giudicherete in
seguito quanto valga la sua intelligenza; ma gli occhi, la persona
tutta imperiosa e seducente, basta vederli per capire che passioni
può destare e provare quella donna. Se avesse voluto, imaginatevi!...
Ma non ha mai voluto; non ha pensato che a una cosa sola: a tentare
di correggere il marito. Non dico di farsi voler bene da lui; non lo
ha mai ottenuto, e non può averlo neanche sperato. Senza lamentarsi è
rimasta chiusa per tre anni in villa; da due soltanto è entrata nel bel
mondo e v’è stata accolta come meritava; gli uomini l’adorano....
— Come una Dea, badate, — disse il Ferreri, — ma non s’arrischiano ad
amarla come una donna.
— Le donne, persino le donne, che le invidiano la bellezza, l’ingegno,
la virtù, non s’attentano a dire sul conto suo la più piccola
cattiveria. E lei, che superiore a tutte per ogni verso potrebbe
giudicare e mandare, non ha che silenzi indulgenti, o parole di scusa.
Non può credere al male; e quando è costretta a crederci, si sforza
di compatirlo. Ecco perchè, caro conte, il vostro sospetto sull’amore
d’Alberto ci ha fatto ridere; non credo che Alberto sia innamorato
della Marchesa; se fosse, ve lo ripeto, la farebbe buona!
— Quand’è così, — rispose il Conte Olivares, — mi pento e mi dolgo di
avere supposto, anche per un momento, una cosa tanto inverosimile. E
quando presenterò i miei ossequi a S. M. il re Luigi, lo ringrazierò
d’avermi mandato a Firenze e offertomi l’occasione di conoscere questo
miracolo di donna, saggia, forte, pura.... c’è altro?
— Voi scherzate, ma io vi dico...
— Non scherzo, mio caro; noto solamente che la Marchesa ha ventotto
anni; aspettate, in nome di Dio, a darle questi certificati di
donna-modello.... non ho mai visto distribuire ai soldati le medaglie
del valor militare, prima che partano per la guerra. E poi non potrebbe
darsi il caso che questa virtù celestiale fosse un fantasma creato e
temuto dalla vostra superstizione? Sicuro, se vi contentate di adorarla
come una Dea, senza arrischiarvi ad amarla come una donna, non sarà lei
che si affaccerà alla finestra e getterà il fazzoletto al primo uomo
che passa.
— Ma quando tutti tutti vi ripetono la stessa cosa, tutti pronunziano
lo stesso giudizio?... Avevo ragione di dire dianzi che bisognava
intendersi su certi principii. Se voi a priori non credete all’onestà
delle donne....
— Ah! un momento, caro mio, all’onestà sì. Che la Marchesa non abbia
avuto e non abbia amanti, sarà verissimo.
— Sarà?
— È, è verissimo; siete contento?
— E allora?
— E allora dico che è onesta, virtuosa non lo so e non lo dico. Un
bel merito a non peccare quando non si provano le tentazioni! Se non
c’è battaglia non ci può esser vittoria. A questo modo tutte le donne
deformi sarebbero virtuose. Voi stesso credete la Marchesa capace di
sentire la passione. Aspettiamo dunque; se la vedessi, adorata un po’
meno e amata un po’ più, correre pericolo, combattere la grande, la
formidabile battaglia nella quale non c’è neppure parità di forze,
perchè la passione ha sempre per alleati la gioventù, il senso, l’amor
proprio, la fantasia, l’incitamento stesso che viene dagli ostacoli, se
la vedessi combattere e trovare in sè stessa tanto vigore da resistere
e da vincere, oh! allora....
— Allora, — interruppe Alfredo, — il Conte scriverebbe tra i ricordi
del suo viaggio in Toscana: “Ho visto a Pisa un campanile e a Firenze
una donna che pencolano sempre e non cascano mai.„
— Ma finchè tutto ciò non sia dimostrato, abbiate pazienza, caro
Piccardi, rispetto le vostre opinioni e serbo le mie.
— Sta bene. Siete arrivato da poco e non è probabile che ve ne andiate
da Firenze presto. Ci riparleremo. La Marchesa è la _femme loyale_ come
se la figuravano certi scrittori del secolo XVI. Sapete che cosa dice
Olivier de la Marche, biografo di Carlo il Temerario? Che la donna
virtuosa deve avere _ceinture de chasteté, tablier de diligence et
pantoufles d’honnesteté_.
— Ahi! ahi! — gridò Alfredo, — gli ripiglia l’accesso dell’erudizione.
Cameriere, il conto.
Pagarono e uscirono.