Dicono che la scienza della vita s’impara stando tra gli uomini;
ed è opinione così universalmente accolta che io non mi proverò a
confutarla. Forse anche quella sentenza dice la verità, ma, per lo
meno, non la dice tutta. A quella guisa che leggendo, leggendo senza
mai pensare da sè, s’imparano i fatti della storia, ma non le leggi che
li guidano; così quando i documenti della nostra vita sieno raccolti
nell’archivio della memoria, bisogna, a volerne dedurre qualche
criterio, esaminarli partitamente, meditarli; lavorìo lungo, il quale
non si fa che stando soli. Sotto questo aspetto la solitudine è una
grande maestra.
E di ciò era prova il Conte di San Vittore. Egli non era più tornato a
Firenze. Nella solitudine della sua villa delle Poggiola, aveva molto
pensato, molto ricordato, molto dedotto. In diciotto mesi era divenuto
un altro uomo; e se avesse potuto tornare indietro, il suo contegno
verso Rina sarebbe stato diverso. Il Conte non era uomo da tollerare
che altri si ridesse di lui; dopo la fuga di Rina aveva facilmente
inteso che non poteva più stare a Firenze, senza andare incontro a
mille guai e suscitare dispute e provocare scandali, che gli avrebbero
fatto più torto che altro. Aveva preso il suo partito da uomo, senza
perplessità, e da uomo aveva saputo mantenerlo, senza rammarico.
E il mutamento operatosi in lui non era effetto della mancanza di
compagnia o di qualsiasi desiderio non sodisfatto, ma di riflessione
lunga e pacata intorno a quanto era successo. Passato l’impeto primo
della collera, il Conte aveva saputo fare a ciascuno la parte che gli
spettava e, caso raro, non s’era preso per sè la migliore.
Del rimanente, queste nuove idee del Conte non si distinsero, non
si ordinarono se non per caso, un giorno in cui ricevè una visita
inaspettata.
Quel giorno egli stava sul piazzale davanti alla villa, passeggiando e
fumando; udì un chioccare di frusta e un tintinnìo di sonagli. Aggrottò
le ciglia e guardò verso la strada, facendo brusca cera, come se quel
rumore gli annunziasse una visita e quella visita lo seccasse di molto.
— Chi è? — domandò ad alta voce; ma nessuno gli rispose per la gran
ragione che non aveva nessuno intorno a sè che potesse rispondergli.
In quel punto una carrozza sboccava nell’ultima parte del viale e
saliva piano piano verso la villa. Il Conte le andò incontro per vedere
chi fosse il seccatore che veniva a disturbarlo; nè ebbe gran cammino
da fare, perchè riconobbe subito affacciata allo sportello la testa
canuta, cartilaginosa, sardonica dello zio Varalli.
Subito che la carrozza si fu fermata sul piazzale, il Conte aprì
lo sportello ed offrì il braccio allo zio; ma questi, senza curarsi
dell’appoggio, saltò a terra in un attimo.
— Lei qui, zio? — disse allora il Conte.
— Eh sfido! Vi ho scritto di venire a Firenze, voi non mi avete nemmeno
risposto; m’è toccato a ripetere il miracolo di Maometto.
— Scusi, zio.
— Sì... e un’altra volta non lo farò più, — riprese con una spallata il
Marchese.
Il Conte non rispose; salendo lo scalone che metteva nella sala
terrena, fece strada allo zio il quale lo seguiva in silenzio.
Giunti che furono nella sala, il Marchese depose sul biliardo il
cappello e la cappa, e volgendosi al nipote:
— Non vi dirò che l’accoglienza sia molto affettuosa.... questo no....
vi dirò, invece, che non me ne ho per male; io non vengo qui come zio,
ma come uomo d’affari.
— Cioè? — domandò il Conte turbato.
— Oh! Non vi mettete in apprensione.... Vi porto trecentocinquantamila
lire. Le volete?
— Si spieghi, zio, la prego.
— Volete vendere il vostro palazzo?
— Il palazzo San Vittore!
— Eh! già! Se non fosse dei San Vittore non sarebbe vostro, e se
non fosse vostro non potreste venderlo. Andiamo per le spiccie. Il
conte Suardi di Macerata, che voi conoscete benissimo, è stato fatto
senatore....
— Senatore! Come mai?
— In primo luogo ha mezzo milione d’entrata.... e questo è un gran
merito, in uno Stato indebitato come il Regno d’Italia.... e poi non
s’è mai occupato di nulla, e s’è acquistata la nomèa d’uomo d’ordine.
Ma tutte queste cose non hanno nulla che fare col contratto che vi
propongo. Veniamo al grano. Il conte Suardi, dunque, vuol sedere in
Senato.... giacchè non ci può far altro; e siccome non è uomo da andar
a stare a dozzina, vuol comprare un palazzo a Firenze. Mi ha domandato
se vendevate il vostro. È pronto a pagarvelo trecentocinquantamila
lire. Se guardate le carte dell’eredità lasciatavi da vostro padre,
vedrete che nel 1854 quel palazzo era stimato centoquarantatremila
lire. Il trasferimento della capitale vi fa dunque guadagnare.... sette
e tre dieci.... dugentosettemila lire, se non sbaglio; dugentosettemila
lire nette, perchè le spese di contratto e di registro saranno
pagate dal compratore. Combinando io la faccenda, risparmierete
anche la senseria; quando mai, vi permetto di regalarmi uno spillo
da cinque luigi in segno d’affetto e di riconoscenza. Dicevo dunque:
dugentosettemila lire di guadagno. Io venderei subito, ma con voi, io
non faccio testo. Pensateci bene e risolvete.... Ma risolvete presto,
perchè il Suardi è partito ieri; non vuol tornare a Firenze prima di
avere una casa e d’altra parte il pover’uomo ha una grande smania
d’andare a parlare al Senato.... con qualcuno dei suoi colleghi.
Dunque, sì o no?
— Ma....
— Se l’offerta non vi quadra, ditelo; diecimila lire più, diecimila
lire meno, non credo che vi saranno difficoltà....
— Oh! non è per questo! — disse il Conte con la stizza di chi fu capito
a rovescio.
— Ah no? Per diecimila lire non vi scrollate? Siete più ricco o più...
giovane di quel che credevo.
— Ma così.... subito....
— Avete bisogno di tempo? Vi concedo un’ora; intanto — e in così dire
ripigliava il cappello — intanto farò una girata per il giardino. Sta
bene?
— Sta bene. Fra un’ora le darò la risposta.
— _Amen_ — soggiunse il Marchese.
Il Conte salì al primo piano e si chiuse nella sua camera; il Marchese
uscì; per lo scalone trovò Giacomo, il cameriere del nipote, con un
fascio di carte in mano.
— Che hai costì?
— I giornali del signor Conte. Se li vuole....
— Dio me ne guardi! — rispose il vecchio.
E continuò a scendere lo scalone. Andando verso il parco pensava:
“È proprio vero che questi ragazzi spendono molto male il loro tempo.
Perdio! verrà il giorno che se ne pentiranno. Questo qui, a voi,
s’ingurgita quotidianamente una mezza dozzina di giornali, per saper
che, poi? Che c’è una rivoluzione in Grecia, un’altra in Ungheria,
un’altra a casa del diavolo che se li porti tutti.... Che cosa me ne
viene a me delle rivoluzioni? Se cominciassero come nel 48 la storia
del comunismo, tanto tanto.... ma se aspettano un altro po’, li concio
io per il dì delle feste anche i comunisti. Basta, speriamo bene; ora
che hanno fatto senatore il conte Suardi....„
Quando ebbe compiuto dentro di sè questo monologo singolare, il
Marchese si fermò in mezzo a un viale, dette intorno un’occhiata e
continuò:
“Che villa! Che giardino! Se l’avessi io, vi do parola, mio caro, che
me ne saprei servire un po’ più di voi.... Che belle villeggiature
ci ho fatto cinquant’anni fa! Ah! son nato troppo tardi.... Eh! quel
benedett’uomo del signor padre.... tutti i gusti son gusti... ma
anche aspettare di essere arrivato alla fresca età di settant’anni
per mettere un figliolo al mondo!... Già, ogni medaglia ha il suo
rovescio; forse se fossi nato prima, a quest’ora sarei morto....
Uhm! Già, poi alla fine, che importa? Almeno avrei vissuto un po’
meglio; e mi tocca a passare il tempo tra’ vecchi rimbambiti e i bimbi
decrepiti.... Eccolo là.... quel famoso boschetto.... ci ho dato il mio
primo bacio all’Emilia. Che spalle aveva quella fattoressa! Pensare che
ero arrivato a vent’anni senza dare un bacio ad una donna. Ma.... ho
rimesso il tempo perduto.„
E si fregò le mani.
“Che divario! mi par d’essere in un deserto.... Ma allora si veniva in
campagna per divertirsi, ora ci si viene per guardare alle cose sue....
Come è divertente questa generazione di Cincinnati! A me già è sempre
parso che Cincinnato avesse meno giudizio del suo figliolo.... Come si
chiamava? Quinzio.... Quinzio.... Eh! vattel’a pesca! Lui sì che se li
sapeva godere. Dicono fosse una birba; più ci penso e meno mi pare....
Ma ora è di moda guardare alle cosidette proprie terre. Ma, dico io,
se s’ha a fare i contadini, che vantaggio c’è ad esser nati signori?
Potate, ragazzi, seminate e divertitevi. Coraggio, e andate fino in
fondo.... attaccatevi addirittura all’aratro, e buon pro vi faccia.„
Mentre così pensava, gli dètte nell’occhio, lungo un viale, un
alberello. Vi avevano inchiodato un cartellino di porcellana bianca su
cui stavano alcune parole di colore turchino lucido. S’accostò e lesse:
_Oesculus hippocastanum_.
“_Oesculus hippocastanum!_ che diavolo d’albero sia?„
Guardò e riguardò, esaminò la corteccia, i rami e le foglie, poi ad un
tratto dètte in un grande e sonoro scoppio di risa.
“Oh! perdio! è un marrone d’India!... _Oesculus hippocastanum!_ Oh!
buffoni!... maledetto secolaccio, che non vuol mai chiamare le cose col
nome più semplice! Dio sa che cosa gli par di fare a quel mio nipote
quando mette questi cartelli!....„
Sghignazzando guardò l’oriolo; l’ora era passata di qualche minuto e
con passo frettoloso si diresse verso la villa.
Il Conte era novamente sceso nella sala terrena e aspettava. Il Varalli
entrò, depose al solito il cappello sul biliardo, e vôlto al nipote
domandò serio:
— Qual è il nome botanico del melo cotogno?
— _Cydonia vulgaris_, secondo Linneo.
— Me ne rallegro con voi e con lui. Quanta scienza, caro nipote!... e
quanti cartellini di porcellana!
Il Conte capì di essere canzonato; ma non se ne curò e tacque
aspettando che lo zio riportasse il discorso sull’argomento del
palazzo.
— Avete risoluto?
— Sì.
— Vendete?
— Vendo.
— A porte chiuse?
— A porte chiuse; ma desidero che alcuni oggetti non facciano parte
della vendita.
— Sta bene; venite a prenderli.
— No; mi faccia il piacere di mandarmeli lei, zio.... io non ci rimetto
piede.
— E questi oggetti sono...?
— I ritratti di famiglia.... s’intende.... la mia scrivania e....
— E?...
— E tutti i mobili della camera celeste.
— Della camera di vostra moglie?...
— Sì.
Il Marchese sgranò gli occhi e li fissò verso il nipote. E questi:
— Capirà che non voglio vendere il letto di mia moglie....
— Volete avere la consolazione di dormirci voi.... si capisce.
— Zio, parliamo del contratto e non d’altro — soggiunse il Conte.
Ma fu come dire al muro; l’altro non gli badò, si mise a passeggiare su
e giù per la stanza, poi ad un tratto, fermandosi, domandò:
— Non vi frullerebbe mica pel capo l’idea di ripigliar Rina con voi?
— No.
— Ah!
— Perchè Rina non consentirebbe a tornarci.
È impossibile dire l’aspetto che prese la faccia del Marchese; forse
l’ironia e lo stupore non s’accoppiarono mai siffattamente sopra volto
umano. Non rispose nulla e si mise a passeggiare daccapo in lungo e
in largo la stanza. A un tratto, trovandosi innanzi fermo il nipote,
si fermò egli stesso e lo guardò. Il Conte era pallidissimo; i suoi
occhi grigi sfavillavano; aveva fisonomia serena ed altera, il piglio
dell’uomo risoluto. Con tutto il suo cinismo, lo zio fu costretto ad
abbassare gli occhi innanzi al nipote.
— Zio, — prese a dire Emilio di San Vittore, — non avevo l’intenzione
di toccar questo tasto.... anzi.... Lei ha voluto toccarlo, stia dunque
a sentire il suono che manda. Rina è colpevole, lo so; ma possiamo noi,
lei ed io, possiamo condannarla?
— Mi pare che voi l’abbiate condannata il giorno in cui vi siete
separato da lei.
— Non n’esca per il rotto della cuffia; mi risponda a tono. Lei, a buon
conto, non può. Le colpe di Rina sono di quelle verso le quali lei
mi è parso sempre molto indulgente. Tanto è vero, che se Rina fosse
stata più esperta nell’arte d’ingannare o io avessi figurato di non
accorgermi dell’inganno, lei, zio, avrebbe chiuso un occhio e lasciato
che l’acqua corresse alla china. I suoi tempi... que’ famosi tempi che
ricorda sempre con tanto compiacimento, ne hanno vedute di molte delle
donne colpevoli come Rina....
Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese, ripigliando la solita cera
dell’uomo spregiudicato:
— Volete — disse — che vi risponda a tono? Sarete servito. A’ miei
tempi, sicuro, le mogli erano... mogli, ma i mariti erano rassegnati.
Da una parte e dall’altra c’era infedeltà, sicuro; ma non c’era
inganno. In materia di morale c’è molto del relativo. Quelli della
Nuova Orléans offrono la moglie all’ospite, ma non la bastonano il
giorno dopo perchè li ha traditi. A’ miei tempi in queste faccende non
si metteva importanza. Ve l’ho già detto: si chiamavano galanterie e
ci si rideva su. Ma poichè voialtri le stimate colpe e colpe gravi,
bisogna che siate logici, anche se l’esser logici vi secca, e alla
colpa facciate seguire la condanna.
— Ma e io?...
— Lasciatemi finire. Sapete un po’ che cos’ha fatto quel bel secolo
colle sue innovazioni e co’ suoi progressi? Ha sciupato la macchina del
mondo e ora non si sa più come farla andare. Avete un bel presumere;
a fare che il mondo diventi un vivaio di Catoni, non ci arriverete
mai. Di questo a’ miei tempi s’era tanto persuasi, che il fiume delle
passioni si scavava perchè non traboccasse. Voi, invece, colla vostra
sapiente austerità, avete ristretti gli argini. Siete una massa di
buffoni. Ecco fatto.
— Mi permetta dirle, che Ella conosce tanto il matrimonio quanto io
l’Abissinia, che ho veduta solamente sulla carta geografica e non è
competente a giudicare nè di me nè di Rina, nè del mio contegno di
ieri, nè delle mie idee d’oggi. Ella ha guardato certe cose distratto,
da lontano, e non vi ha mai riflettuto sul serio; ma sempre con quel
suo animo un po’ scettico, e, scusi, un po’ corrotto da’ tempi e dagli
usi. Vede che parlo franco....
— Tirate avanti....
— La donna è lasciata più dell’uomo in balìa del male, perchè nella
vita ha meno cose da fare. Il lavoro è un grande preservativo.
Per questo io credo che il matrimonio ci faccia o molto felici, o
disgraziati senza rimedio. A Rina e a me è toccata questa sorte.... Chi
ne ha colpa? Io. Che ho fatto di Rina? Perchè avrebbe ella dovuto darmi
il suo affetto, quando le negavo il mio? È rimasta vedova il giorno in
cui s’è maritata. Io non ho mai capito quella donna, altro che quando
l’ho perduta. Aveva bisogno di essere amata, ed io non sapevo ancora,
come ancora non lo sa lei, zio, che cosa fosse l’amore. Non trovandolo
in me, l’ha cercato altrove. Ha mancato? Forse. A ogni modo, io che ho
colpe tanto più numerose e tanto maggiori, posso condannarla?
— E allora fate l’ultima corbelleria e perdonate.
— Se il perdonare è uno sbaglio, peggio per quelli che non sbagliano
mai.
— Bravo! dunque ripigliatela con voi e che il Signore vi benedica. Lei
mi è parsa sempre un po’ esaltata, voi siete ammattito addirittura,
farete una coppia numero uno.
— Zio, la prego, non scherzi. Ho passato due anni qui, solo, con un
pensiero solo. Sono nel fiore della vita, e mi sento morire; non so
se morrò, nè come vivrò. Con me si estingue la mia famiglia. Mi sento
fiacco, annoiato; desidero gli affetti che non ho saputo acquistarmi,
desidero d’amare e di essere amato davvero, e sono innamorato
di un’ombra che si è dileguata. Sono un disgraziato, zio, e co’
disgraziati non si scherza.
Il Conte portò il fazzoletto agli occhi gonfi ed umidi. Il Marchese
si avvicinò a una parete della sala e tirò forte il cordone del
campanello.
Giacomo comparve.
— Dite al cocchiere che attacchi.
Quando Giacomo fu uscito dalla stanza, il Marchese s’avvicinò al
nipote, e stesagli la mano:
— Dunque sul contratto siamo intesi. A rivederci, Emilio.... o addio
forse, perchè voi non mi parete intenzionato di venire a Firenze, ed
io non ho punta voglia di tornare quassù. Non vi prometto neanche di
chiamarvi al mio letto quando sarò al lumicino, perchè ho proibito al
mio medico di avvertirmi.... Oh! a proposito, lo sapete eh? quale è
stato il contegno di Rina dal giorno che partì da casa vostra?
— Lo so.
E il Marchese, accompagnato dal nipote, scese lo scalone; nel
piazzale montò in carrozza e di là, salutato un’ultima volta il Conte,
sdraiandosi sui guanciali borbottò tra sè:
— Lo sa ed avrebbe il coraggio civile di ripigliarla? Già, in che
consiste po’ poi questo coraggio civile? Nel fare uno sproposito e
nell’avere il fegato di confessarlo.
E passando di pensiero in pensiero, guardando gli alberi, i prati,
i boschetti che gli ricordavano i suoi primi amori, incominciò a
cantarellare:
Cari luoghi io vi trovai
Ma quei dì non trovo più.
Mentre il Marchese si godeva e si torturava ad un tempo con questi
ricordi della gioventù, il Conte saliva nella propria camera.
E per una settimana non fu più veduto uscirne.