XVII.

Dicono che la scienza della vita s’impara stando tra gli uomini;

ed è opinione così universalmente accolta che io non mi proverò a

confutarla. Forse anche quella sentenza dice la verità, ma, per lo

meno, non la dice tutta. A quella guisa che leggendo, leggendo senza

mai pensare da sè, s’imparano i fatti della storia, ma non le leggi che

li guidano; così quando i documenti della nostra vita sieno raccolti

nell’archivio della memoria, bisogna, a volerne dedurre qualche

criterio, esaminarli partitamente, meditarli; lavorìo lungo, il quale

non si fa che stando soli. Sotto questo aspetto la solitudine è una

grande maestra.

E di ciò era prova il Conte di San Vittore. Egli non era più tornato a

Firenze. Nella solitudine della sua villa delle Poggiola, aveva molto

pensato, molto ricordato, molto dedotto. In diciotto mesi era divenuto

un altro uomo; e se avesse potuto tornare indietro, il suo contegno

verso Rina sarebbe stato diverso. Il Conte non era uomo da tollerare

che altri si ridesse di lui; dopo la fuga di Rina aveva facilmente

inteso che non poteva più stare a Firenze, senza andare incontro a

mille guai e suscitare dispute e provocare scandali, che gli avrebbero

fatto più torto che altro. Aveva preso il suo partito da uomo, senza

perplessità, e da uomo aveva saputo mantenerlo, senza rammarico.

E il mutamento operatosi in lui non era effetto della mancanza di

compagnia o di qualsiasi desiderio non sodisfatto, ma di riflessione

lunga e pacata intorno a quanto era successo. Passato l’impeto primo

della collera, il Conte aveva saputo fare a ciascuno la parte che gli

spettava e, caso raro, non s’era preso per sè la migliore.

Del rimanente, queste nuove idee del Conte non si distinsero, non

si ordinarono se non per caso, un giorno in cui ricevè una visita

inaspettata.

Quel giorno egli stava sul piazzale davanti alla villa, passeggiando e

fumando; udì un chioccare di frusta e un tintinnìo di sonagli. Aggrottò

le ciglia e guardò verso la strada, facendo brusca cera, come se quel

rumore gli annunziasse una visita e quella visita lo seccasse di molto.

— Chi è? — domandò ad alta voce; ma nessuno gli rispose per la gran

ragione che non aveva nessuno intorno a sè che potesse rispondergli.

In quel punto una carrozza sboccava nell’ultima parte del viale e

saliva piano piano verso la villa. Il Conte le andò incontro per vedere

chi fosse il seccatore che veniva a disturbarlo; nè ebbe gran cammino

da fare, perchè riconobbe subito affacciata allo sportello la testa

canuta, cartilaginosa, sardonica dello zio Varalli.

Subito che la carrozza si fu fermata sul piazzale, il Conte aprì

lo sportello ed offrì il braccio allo zio; ma questi, senza curarsi

dell’appoggio, saltò a terra in un attimo.

— Lei qui, zio? — disse allora il Conte.

— Eh sfido! Vi ho scritto di venire a Firenze, voi non mi avete nemmeno

risposto; m’è toccato a ripetere il miracolo di Maometto.

— Scusi, zio.

— Sì... e un’altra volta non lo farò più, — riprese con una spallata il

Marchese.

Il Conte non rispose; salendo lo scalone che metteva nella sala

terrena, fece strada allo zio il quale lo seguiva in silenzio.

Giunti che furono nella sala, il Marchese depose sul biliardo il

cappello e la cappa, e volgendosi al nipote:

— Non vi dirò che l’accoglienza sia molto affettuosa.... questo no....

vi dirò, invece, che non me ne ho per male; io non vengo qui come zio,

ma come uomo d’affari.

— Cioè? — domandò il Conte turbato.

— Oh! Non vi mettete in apprensione.... Vi porto trecentocinquantamila

lire. Le volete?

— Si spieghi, zio, la prego.

— Volete vendere il vostro palazzo?

— Il palazzo San Vittore!

— Eh! già! Se non fosse dei San Vittore non sarebbe vostro, e se

non fosse vostro non potreste venderlo. Andiamo per le spiccie. Il

conte Suardi di Macerata, che voi conoscete benissimo, è stato fatto

senatore....

— Senatore! Come mai?

— In primo luogo ha mezzo milione d’entrata.... e questo è un gran

merito, in uno Stato indebitato come il Regno d’Italia.... e poi non

s’è mai occupato di nulla, e s’è acquistata la nomèa d’uomo d’ordine.

Ma tutte queste cose non hanno nulla che fare col contratto che vi

propongo. Veniamo al grano. Il conte Suardi, dunque, vuol sedere in

Senato.... giacchè non ci può far altro; e siccome non è uomo da andar

a stare a dozzina, vuol comprare un palazzo a Firenze. Mi ha domandato

se vendevate il vostro. È pronto a pagarvelo trecentocinquantamila

lire. Se guardate le carte dell’eredità lasciatavi da vostro padre,

vedrete che nel 1854 quel palazzo era stimato centoquarantatremila

lire. Il trasferimento della capitale vi fa dunque guadagnare.... sette

e tre dieci.... dugentosettemila lire, se non sbaglio; dugentosettemila

lire nette, perchè le spese di contratto e di registro saranno

pagate dal compratore. Combinando io la faccenda, risparmierete

anche la senseria; quando mai, vi permetto di regalarmi uno spillo

da cinque luigi in segno d’affetto e di riconoscenza. Dicevo dunque:

dugentosettemila lire di guadagno. Io venderei subito, ma con voi, io

non faccio testo. Pensateci bene e risolvete.... Ma risolvete presto,

perchè il Suardi è partito ieri; non vuol tornare a Firenze prima di

avere una casa e d’altra parte il pover’uomo ha una grande smania

d’andare a parlare al Senato.... con qualcuno dei suoi colleghi.

Dunque, sì o no?

— Ma....

— Se l’offerta non vi quadra, ditelo; diecimila lire più, diecimila

lire meno, non credo che vi saranno difficoltà....

— Oh! non è per questo! — disse il Conte con la stizza di chi fu capito

a rovescio.

— Ah no? Per diecimila lire non vi scrollate? Siete più ricco o più...

giovane di quel che credevo.

— Ma così.... subito....

— Avete bisogno di tempo? Vi concedo un’ora; intanto — e in così dire

ripigliava il cappello — intanto farò una girata per il giardino. Sta

bene?

— Sta bene. Fra un’ora le darò la risposta.

— _Amen_ — soggiunse il Marchese.

Il Conte salì al primo piano e si chiuse nella sua camera; il Marchese

uscì; per lo scalone trovò Giacomo, il cameriere del nipote, con un

fascio di carte in mano.

— Che hai costì?

— I giornali del signor Conte. Se li vuole....

— Dio me ne guardi! — rispose il vecchio.

E continuò a scendere lo scalone. Andando verso il parco pensava:

“È proprio vero che questi ragazzi spendono molto male il loro tempo.

Perdio! verrà il giorno che se ne pentiranno. Questo qui, a voi,

s’ingurgita quotidianamente una mezza dozzina di giornali, per saper

che, poi? Che c’è una rivoluzione in Grecia, un’altra in Ungheria,

un’altra a casa del diavolo che se li porti tutti.... Che cosa me ne

viene a me delle rivoluzioni? Se cominciassero come nel 48 la storia

del comunismo, tanto tanto.... ma se aspettano un altro po’, li concio

io per il dì delle feste anche i comunisti. Basta, speriamo bene; ora

che hanno fatto senatore il conte Suardi....„

Quando ebbe compiuto dentro di sè questo monologo singolare, il

Marchese si fermò in mezzo a un viale, dette intorno un’occhiata e

continuò:

“Che villa! Che giardino! Se l’avessi io, vi do parola, mio caro, che

me ne saprei servire un po’ più di voi.... Che belle villeggiature

ci ho fatto cinquant’anni fa! Ah! son nato troppo tardi.... Eh! quel

benedett’uomo del signor padre.... tutti i gusti son gusti... ma

anche aspettare di essere arrivato alla fresca età di settant’anni

per mettere un figliolo al mondo!... Già, ogni medaglia ha il suo

rovescio; forse se fossi nato prima, a quest’ora sarei morto....

Uhm! Già, poi alla fine, che importa? Almeno avrei vissuto un po’

meglio; e mi tocca a passare il tempo tra’ vecchi rimbambiti e i bimbi

decrepiti.... Eccolo là.... quel famoso boschetto.... ci ho dato il mio

primo bacio all’Emilia. Che spalle aveva quella fattoressa! Pensare che

ero arrivato a vent’anni senza dare un bacio ad una donna. Ma.... ho

rimesso il tempo perduto.„

E si fregò le mani.

“Che divario! mi par d’essere in un deserto.... Ma allora si veniva in

campagna per divertirsi, ora ci si viene per guardare alle cose sue....

Come è divertente questa generazione di Cincinnati! A me già è sempre

parso che Cincinnato avesse meno giudizio del suo figliolo.... Come si

chiamava? Quinzio.... Quinzio.... Eh! vattel’a pesca! Lui sì che se li

sapeva godere. Dicono fosse una birba; più ci penso e meno mi pare....

Ma ora è di moda guardare alle cosidette proprie terre. Ma, dico io,

se s’ha a fare i contadini, che vantaggio c’è ad esser nati signori?

Potate, ragazzi, seminate e divertitevi. Coraggio, e andate fino in

fondo.... attaccatevi addirittura all’aratro, e buon pro vi faccia.„

Mentre così pensava, gli dètte nell’occhio, lungo un viale, un

alberello. Vi avevano inchiodato un cartellino di porcellana bianca su

cui stavano alcune parole di colore turchino lucido. S’accostò e lesse:

_Oesculus hippocastanum_.

“_Oesculus hippocastanum!_ che diavolo d’albero sia?„

Guardò e riguardò, esaminò la corteccia, i rami e le foglie, poi ad un

tratto dètte in un grande e sonoro scoppio di risa.

“Oh! perdio! è un marrone d’India!... _Oesculus hippocastanum!_ Oh!

buffoni!... maledetto secolaccio, che non vuol mai chiamare le cose col

nome più semplice! Dio sa che cosa gli par di fare a quel mio nipote

quando mette questi cartelli!....„

Sghignazzando guardò l’oriolo; l’ora era passata di qualche minuto e

con passo frettoloso si diresse verso la villa.

Il Conte era novamente sceso nella sala terrena e aspettava. Il Varalli

entrò, depose al solito il cappello sul biliardo, e vôlto al nipote

domandò serio:

— Qual è il nome botanico del melo cotogno?

— _Cydonia vulgaris_, secondo Linneo.

— Me ne rallegro con voi e con lui. Quanta scienza, caro nipote!... e

quanti cartellini di porcellana!

Il Conte capì di essere canzonato; ma non se ne curò e tacque

aspettando che lo zio riportasse il discorso sull’argomento del

palazzo.

— Avete risoluto?

— Sì.

— Vendete?

— Vendo.

— A porte chiuse?

— A porte chiuse; ma desidero che alcuni oggetti non facciano parte

della vendita.

— Sta bene; venite a prenderli.

— No; mi faccia il piacere di mandarmeli lei, zio.... io non ci rimetto

piede.

— E questi oggetti sono...?

— I ritratti di famiglia.... s’intende.... la mia scrivania e....

— E?...

— E tutti i mobili della camera celeste.

— Della camera di vostra moglie?...

— Sì.

Il Marchese sgranò gli occhi e li fissò verso il nipote. E questi:

— Capirà che non voglio vendere il letto di mia moglie....

— Volete avere la consolazione di dormirci voi.... si capisce.

— Zio, parliamo del contratto e non d’altro — soggiunse il Conte.

Ma fu come dire al muro; l’altro non gli badò, si mise a passeggiare su

e giù per la stanza, poi ad un tratto, fermandosi, domandò:

— Non vi frullerebbe mica pel capo l’idea di ripigliar Rina con voi?

— No.

— Ah!

— Perchè Rina non consentirebbe a tornarci.

È impossibile dire l’aspetto che prese la faccia del Marchese; forse

l’ironia e lo stupore non s’accoppiarono mai siffattamente sopra volto

umano. Non rispose nulla e si mise a passeggiare daccapo in lungo e

in largo la stanza. A un tratto, trovandosi innanzi fermo il nipote,

si fermò egli stesso e lo guardò. Il Conte era pallidissimo; i suoi

occhi grigi sfavillavano; aveva fisonomia serena ed altera, il piglio

dell’uomo risoluto. Con tutto il suo cinismo, lo zio fu costretto ad

abbassare gli occhi innanzi al nipote.

— Zio, — prese a dire Emilio di San Vittore, — non avevo l’intenzione

di toccar questo tasto.... anzi.... Lei ha voluto toccarlo, stia dunque

a sentire il suono che manda. Rina è colpevole, lo so; ma possiamo noi,

lei ed io, possiamo condannarla?

— Mi pare che voi l’abbiate condannata il giorno in cui vi siete

separato da lei.

— Non n’esca per il rotto della cuffia; mi risponda a tono. Lei, a buon

conto, non può. Le colpe di Rina sono di quelle verso le quali lei

mi è parso sempre molto indulgente. Tanto è vero, che se Rina fosse

stata più esperta nell’arte d’ingannare o io avessi figurato di non

accorgermi dell’inganno, lei, zio, avrebbe chiuso un occhio e lasciato

che l’acqua corresse alla china. I suoi tempi... que’ famosi tempi che

ricorda sempre con tanto compiacimento, ne hanno vedute di molte delle

donne colpevoli come Rina....

Vi fu un momento di pausa; poi il Marchese, ripigliando la solita cera

dell’uomo spregiudicato:

— Volete — disse — che vi risponda a tono? Sarete servito. A’ miei

tempi, sicuro, le mogli erano... mogli, ma i mariti erano rassegnati.

Da una parte e dall’altra c’era infedeltà, sicuro; ma non c’era

inganno. In materia di morale c’è molto del relativo. Quelli della

Nuova Orléans offrono la moglie all’ospite, ma non la bastonano il

giorno dopo perchè li ha traditi. A’ miei tempi in queste faccende non

si metteva importanza. Ve l’ho già detto: si chiamavano galanterie e

ci si rideva su. Ma poichè voialtri le stimate colpe e colpe gravi,

bisogna che siate logici, anche se l’esser logici vi secca, e alla

colpa facciate seguire la condanna.

— Ma e io?...

— Lasciatemi finire. Sapete un po’ che cos’ha fatto quel bel secolo

colle sue innovazioni e co’ suoi progressi? Ha sciupato la macchina del

mondo e ora non si sa più come farla andare. Avete un bel presumere;

a fare che il mondo diventi un vivaio di Catoni, non ci arriverete

mai. Di questo a’ miei tempi s’era tanto persuasi, che il fiume delle

passioni si scavava perchè non traboccasse. Voi, invece, colla vostra

sapiente austerità, avete ristretti gli argini. Siete una massa di

buffoni. Ecco fatto.

— Mi permetta dirle, che Ella conosce tanto il matrimonio quanto io

l’Abissinia, che ho veduta solamente sulla carta geografica e non è

competente a giudicare nè di me nè di Rina, nè del mio contegno di

ieri, nè delle mie idee d’oggi. Ella ha guardato certe cose distratto,

da lontano, e non vi ha mai riflettuto sul serio; ma sempre con quel

suo animo un po’ scettico, e, scusi, un po’ corrotto da’ tempi e dagli

usi. Vede che parlo franco....

— Tirate avanti....

— La donna è lasciata più dell’uomo in balìa del male, perchè nella

vita ha meno cose da fare. Il lavoro è un grande preservativo.

Per questo io credo che il matrimonio ci faccia o molto felici, o

disgraziati senza rimedio. A Rina e a me è toccata questa sorte.... Chi

ne ha colpa? Io. Che ho fatto di Rina? Perchè avrebbe ella dovuto darmi

il suo affetto, quando le negavo il mio? È rimasta vedova il giorno in

cui s’è maritata. Io non ho mai capito quella donna, altro che quando

l’ho perduta. Aveva bisogno di essere amata, ed io non sapevo ancora,

come ancora non lo sa lei, zio, che cosa fosse l’amore. Non trovandolo

in me, l’ha cercato altrove. Ha mancato? Forse. A ogni modo, io che ho

colpe tanto più numerose e tanto maggiori, posso condannarla?

— E allora fate l’ultima corbelleria e perdonate.

— Se il perdonare è uno sbaglio, peggio per quelli che non sbagliano

mai.

— Bravo! dunque ripigliatela con voi e che il Signore vi benedica. Lei

mi è parsa sempre un po’ esaltata, voi siete ammattito addirittura,

farete una coppia numero uno.

— Zio, la prego, non scherzi. Ho passato due anni qui, solo, con un

pensiero solo. Sono nel fiore della vita, e mi sento morire; non so

se morrò, nè come vivrò. Con me si estingue la mia famiglia. Mi sento

fiacco, annoiato; desidero gli affetti che non ho saputo acquistarmi,

desidero d’amare e di essere amato davvero, e sono innamorato

di un’ombra che si è dileguata. Sono un disgraziato, zio, e co’

disgraziati non si scherza.

Il Conte portò il fazzoletto agli occhi gonfi ed umidi. Il Marchese

si avvicinò a una parete della sala e tirò forte il cordone del

campanello.

Giacomo comparve.

— Dite al cocchiere che attacchi.

Quando Giacomo fu uscito dalla stanza, il Marchese s’avvicinò al

nipote, e stesagli la mano:

— Dunque sul contratto siamo intesi. A rivederci, Emilio.... o addio

forse, perchè voi non mi parete intenzionato di venire a Firenze, ed

io non ho punta voglia di tornare quassù. Non vi prometto neanche di

chiamarvi al mio letto quando sarò al lumicino, perchè ho proibito al

mio medico di avvertirmi.... Oh! a proposito, lo sapete eh? quale è

stato il contegno di Rina dal giorno che partì da casa vostra?

— Lo so.

E il Marchese, accompagnato dal nipote, scese lo scalone; nel

piazzale montò in carrozza e di là, salutato un’ultima volta il Conte,

sdraiandosi sui guanciali borbottò tra sè:

— Lo sa ed avrebbe il coraggio civile di ripigliarla? Già, in che

consiste po’ poi questo coraggio civile? Nel fare uno sproposito e

nell’avere il fegato di confessarlo.

E passando di pensiero in pensiero, guardando gli alberi, i prati,

i boschetti che gli ricordavano i suoi primi amori, incominciò a

cantarellare:

Cari luoghi io vi trovai

Ma quei dì non trovo più.

Mentre il Marchese si godeva e si torturava ad un tempo con questi

ricordi della gioventù, il Conte saliva nella propria camera.

E per una settimana non fu più veduto uscirne.

Racconti(#75764) · 第 29 / 69 题