SPUNTI INEDITI. — POSTILLE.

Riguardo a Carlo Porta, l'autore ebbe la fortuna d'ottenere dal nipote

del grande poeta, dottor Carlo Porta, di Milano, tutte le carte

autografe, le antiche bozze di stampa, poesie, lettere, documenti

diversi: un insieme vitale. L'ingegnere Giuseppe Grossi gli affidò

le lettere del Porta a suo padre Tommaso. L'autore, inoltre, consultò

i manoscritti portiani della Biblioteca Ambrosiana, della Biblioteca

Trivulziana e della Biblioteca Nazionale di Parigi, nonchè le carte

dell'Archivio di Stato di Milano, per le poesie del Porta che conserva,

e pei dati ufficiali che porge, negli atti, sulla carriera d'impiegato

governativo di lui. Intorno alla vita del Porta gli tornarono preziosi

i ragguagli forniti dal dottor Porta e dalla matrigna, che sposò

Giuseppe, figlio di Carlo Porta; le notizie favoritegli dal comm.

Guglielmo Berchet, segretario perpetuo del R. Istituto Veneto di

scienze, lettere ed arti, nipote del celebre poeta nazionale (amico

del Porta) e marito d'una signora Londonio, nella cui famiglia Carlo

Porta praticava. Altre notizie, ancora, gli furono comunicate dal

venerato abate Adalberto Catena, di Milano, che dalla madre, amica del

Porta e della famiglia di lui, e dalle tradizioni orali della Diocesi

milanese apprese caratteristici particolari, fedelmente riferiti in

questo volume. A ciò si aggiunga l'esame di archivi ecclesiastici e

delle lettere del dottor Aquanio, morto vecchissimo, che lucidamente

ricordava assai cose del tempo e delle vicende del Porta. Furono

esplorati, ma invano, gli archivi di Venezia, dove il Porta passò parte

della sua giovinezza.

La prima edizione del Porta è quella che comprende il volume VII della

_Collezione delle migliori opere scelte in dialetto milanese_, curata

da Francesco Cherubini (Milano, G. Pirola, 1817). La prima edizione

critica del Porta, illustrata su carteggi inediti, storicamente, ecc.,

è quella curata dall'autore del presente volume (Firenze, G. Barbèra

editore) nel 1884, e della quale si è qui ora in parte servito.

CARLO PORTA SCOLARO E NOBILI BALLERINI (pag. 15). — Non sappiamo se il

Porta avesse, nel collegio di Monza, un soprannome ufficiale come era

uso d'altri collegi. I convittori del Collegio dei nobili lo avevano

tutti, e talora abbastanza comico. Alessandro Verri era chiamato

_l'industrioso_; Carlo Verri, _il voglioso_; Giovanni Borromeo,

_il composto_; Alessandro Rovida, _l'avventuroso_; Giambattista

Lampugnani, _l'indifferente_. Altri si chiamavano _il sollecito,

l'agile, il riflettente_.... perchè forse era il solo che rifletteva

(Miscellanea: _Ex laboribus_ del padre Benvenuto milanese, del convento

di Sant'Ambrogio _ad Nemus_, Biblioteca di Brera). Le accademie del

Collegio dei nobili comprendevano giuochi, partite d'armi, recitazioni,

danze. Il ballare era una passione. Il cavaliere Carlo Castiglioni,

figlio della marchesa Paola Litta-Castiglioni, la nobile amica del

Parini, vestì l'abito d'un mimo grottesco in un balletto del Ferlotti e

danzò alla Scala (_Memorie del tempo_).

UN SONETTO INEDITO O RARO DEL PORTA. — Si legge alla Trivulziana. Ma

è del Porta? Tutto fa credere di sì. Ê inedito? Non appare in nessuna

edizione portiana o foglio stampato volante.

_Hoo faa un sogn curios. S'eva in d'on praa._

_Dove tresent somar, de cent color,_

_Staven, segond i regol, radunaa,_

_Per daa alla società un Superior._

_Gh'eva un creusch[119] de trenta separaa:_

_El rest, intorna all'asen direttor,_

_Faseva, in quel degnissim convocaa,_

_Un bordell maladett, un gran sussor._[120]

_L'eva colù un bellissim somaron,_

_Intendevel al pari d'un pattan_[121]

_Avend con poch'ingegn gran presunzion:_

— _Tornée a caa vostra, el dis, o tannanan!_[122]

_Che nomina d'Egitt; sont mi el padron,_ —

_E tutti respondevan:_ Ih han, ih han![123]

Fu attribuita al Porta una boccaccesca novella, pubblicata circa

mezzo secolo fa col titolo: _I bragh del confessor salven la monega_,

in ottave; ma, invece, è del Grossi. Infatti, all'Ambrosiana, c'è

l'autografo. Nella Trivulziana si legge una copia manoscritta.

In dieci sestine italiane Carlo Porta compose un vivacissimo scherzo

osceno e volteriano, sulla creazione degli organi vitali dell'uomo.

Impossibile riferirlo. L'originale si conserva o, meglio, si nasconde

nel Museo Portiano nel Castello, a Milano.

LA RELIGIONE DEL PORTA. — I versi citati alla pag. 155 sul

negletto sentimento religioso del poeta, sono completati così in un

aggrovigliato autografo del Porta stesso, e che il compianto prof.

Carlo Salvioni potè trovare e decifrare:

_Religion santa di mee vicc de cà,_

_Che, in mez al cattabuj di mee passion._

_No t'ee faa olter che tiratt in là._

_In fond in fond, scrusciada in d'on canton:_

_A speccià i temp mior col to bell trà_

_De tornà voltra a repià reson._

_No te offend, no, se in sui vintiquattr'or,_

_Ghoo faccia anmò de fa di vers d'amor._

Ma codesti versi d'amore non si trovano (ved. _Lettere di Tommaso

Grossi e d'altri amici a Carlo Porta e del Porta a vari amici,

raccolte e illustrate da Carlo Salvioni_, in _Giornale storico della

Letteratura_, vol. XXXVII, pag. 273).

L'ODE «A SILVIA» DEL PARINI, fu tradotta, come abbiamo detto, pag.

29, dal Bellati, quando il Porta ne aveva già cominciata la versione.

Veramente, quella del Bellati è piuttosto una parafrasi; parafrasi

pittoresca. Il dialetto milanese presta al soggetto alcune espressioni

vivissime, che la lingua aulica contegnosa del grande poeta non offre.

L'ode del Parini ha trenta quartine settenarie; quella del Bellati ha

trenta sestine ottonarie. Fu stampata in un opuscoletto (conservato

all'Ambrosiana) con questo titolo, a uso _bosinada_:

_Ode a Silvia molto bella_

_D'on Autor de conclusion,_

_Staa tradotta in manch de quella_

_In lenguagg de buseccon (milanese)_

_Par amor de quella gent,_

_Che 'l Toscan ghe liga i dent._

E comincia:

_Cosse l'è sta novitaa,_

_La mia Sura Regolizia?_

_Gh'è pù vell inamedaa,_

_Coss'ett fa, brutta sporchizia?_

_T'ee scovert i spall, e 'l sen_

_Mostrand quell che no stà ben?_

. . . . . . . . . . . . . . .

_Con sta moda i tò bei grazi_

_Paren propri in man di strij (streghe):_

_No minaccien che disgrazi_

_Baronad, e porcarij;_

_E la toa figura bella_

_La deventa ona porscella._

La fine ha un tocco religioso, anzi cristiano, che l'abate poeta non ha:

_Sia modesta, e pensa a viv_

_Del guadagn di to fadigh:_

_Cerca d'ess graziosa e umana,_

_E ona bonna cristiana._

Ma, contro il Parini, un poeta anonimo milanese lanciò una satira

in 28 ottave, che si legge manoscritta all'Ambrosiana, unita a una

delle prime edizioni del Parini: _La Donzella_ (cameriera) _della Sura

Silvia che porta la resposta all'Autor della Canzon sora el vestij alla

Ghillottina_, 1795, Milan, _Con so permess_.

Le ottave hanno mosse portiane tali da crederle quasi del Porta....

Parla una giovane signora, infuriata, offesa, contro il Parini. Ella

manda all'abate la propria cameriera per insolentirlo e dirgli che

quella moda non è, no, _alla ghigliottina_ com'egli, ignorante di moda,

suppone e crede; ma bensì _alla greca_:

_Cominciarij peu a dì, ch'el me vestij_

_L'è a la Grèch, a la Grèch, e poeu a la Grèch._

_Gh'è che fina i fieu cont i dandinn_ (i bambini con le dande)

_Sann ch'hijn i Grecci, i Grecci, i primm autor_

_De quel vestij, che al dì d'incoeu se porta;_

_E se peu nol le creed, no me ne importa!_

E l'inviperita signora spiega perchè sia una moda alla «greca antica»

chiamando in ballo persino l'incisore Raffaele Morghen.

Pare che sia stato il generale austriaco, conte Stein, colui che una

sera, a un pranzo, chiamò per primo quella moda _alla ghigliottina_. A

Parigi, come abbiamo detto, si chiamava _à la victime_. Se non è zuppa,

è pan bagnato!

La suddetta Furia si scaglia contro il Parini anche per insegnargli che

le atrocità ch'egli teme, quali conseguenze di quella moda deplorata,

non possono nascere, no, da una moda femminile:

_Mussolina, nè vell no forma esempi_

_Per tajà el coo, per fà rovina e scempi._

A Milano, nel 1786, uscita _Il giornale delle Dame e delle mode

di Francia_. Era quindicinale, con figurini di mode. Il _Corriere

delle Dame_, uscì più tardi. Lo dirigeva, con la moglie Carolina,

il versipelle Giuseppe Lattanzi, nato a Nemi, condannato dal governo

pontificio a sette anni di galera (_Archivio di Stato_; protocolli di

governo del 1817, n. 3007; citati dal Cantù nel _Monti e l'età che fu

sua_). Il _Corriere delle Dame_ visse oltre la metà del secolo XIX;

in gioventù, lo diresse Carlo Tenca. Al famoso comizio di Lione un Ugo

Foscolo non potè andarvi! Vi andò il Lattanzi. L'_Orazione_ del Foscolo

fu quindi non _al_ ma _per il_ Comizio di Lione.

UNA PAGINA INEDITA DI VINCENZO MONTI. — Per illustrare i ricordi

del Manzoni sulle mutevolezze politiche del Monti (pag. 46), giova

quanto si legge fra i manoscritti della Braidense. Sotto la Repubblica

Cisalpina, il cantore di Bassville fu segretario di Giuseppe Luosi di

Mirandola, presidente del Direttorio della Repubblica Cisalpina, poi

Gran Giudice e Ministro di grazia e giustizia del Regno italico, fatto

conte da Napoleone che gli pagava i debiti contratti per l'amor dei

piaceri e del lusso che lo dominava. Il Luosi compilò un regolamento

organico della giustizia civile e punitiva, diresse i lavori pel Codice

penale del Regno italico e un progetto di Codice di commercio. Morì

a Milano nel 1830. Il Monti lo serviva, scrivendo per lui indirizzi

e relazioni. Ne compose una sui padri di famiglia, che abbandonavano

spose e figli per lanciarsi nelle avventure delle guerre. Una

«relazione» letta dal Luosi ai colleghi del Direttorio, il 29 piovoso,

anno V, e scritta appunto dal Monti, è questa:

«Eccovi, cittadini legislatori, un nuovo tratto di sublime eroismo

repubblicano, che noi presentiamo alla vostra tenerezza ed ammirazione.

»Avete gli scorsi giorni veduto nel cittadino Tiraboschi l'amor della

patria trionfare dell'amor paterno, e staccarsi dal seno tre figli

per sacrificarli tutti alla salute della Repubblica. Vedrete ora

questo amor medesimo della patria strappare un intrepido cittadino

dalle braccia d'una dolce sposa e d'una tenera figlia, e trionfare

tutti ad un tempo dei due più sacri e irresistibili sentimenti che la

natura abbia posti nel cuor dell'uomo. Ciò non è tutto. Questo sforzo

magnanimo di virtù è stato coronato dall'imitazione di altri sei

generosi repubblicani.

»Ma voi sospendete, cittadini legislatori, la vostra esultanza sino

all'intiera lettura dell'annesso rapporto del quale si è da noi fatta

nei nostri atti la dovuta menzione onorevole. Noi non faremmo che

scemarvene l'effetto coll'anticiparvene il contenuto».

È firmata dal Luosi «presidente» e dal Monti «segretario». L'«annesso

rapporto» non c'è.

I DIRITTI DELL'UOMO E I GIORNALI (pag. 35). — Non era certo una novità

il bandire e il proclamare tutti eguali i diritti degli uomini! Nella

parte letteraria del n. 23 del dicembre 1786 del giornale _Il Corriere

di gabinetto, Gazzetta di Milano_, che usciva dai torchi dei fratelli

Pirola, erano già state bandite quelle stesse novità contraddicendo a

un marchese di Chastellux, il quale in quell'anno a Parigi pretendeva

di sostenere che «la dignità dell'uomo era una cosa comparativa»

e quasi approvava la schiavitù dei negri. L'anonimo contraddittore

conchiudeva: «Gli uomini son tutti eguali. Son le virtù quelle che li

distinguono». E continuava:

«La dignità dell'uomo è riposta nella sua uguaglianza di diritto,

nella sua indipendenza, nel potere sviluppare le sue facoltà morali

e intellettuali, negli sforzi ch'egli fa per iscoprire la verità,

nelle sue grandi idee, in un voler fermo, costante, indeclinabile. Se

vuolsi con energia tutto ciò ch'è buono, tutto quello ch'è sublime,

ecco la dignità dell'uomo in teoria. Volete vederla nei fatti?» (E

qui si citano fatti e personaggi della storia, come il cancelliere

d'Inghilterra, Tommaso Moro).

L'ALBERO DELLA LIBERTÀ IN PIAZZA DEL DUOMO (pag. 43). — La piazza

del Duomo fu campo, in epoca antecedente, a ben altre costruzioni di

giubilo. Va notato.... un monte! Nel 1618, per festeggiare la nascita

del «Serenissimo Principe di Spagna Filippo Prospero», secondogenito

del re Filippo IV, si eresse un mostruoso monte ed impasti di figure

allegoriche, aquile, chimere, cinto da una balaustrata circolare, dalla

quale si ergevano contorte figure pure simboliche e urne dalle quali

s'innalzavano nuvole di fumo (Miscellanea _ex laboribus_ del padre

Benvenuto del convento di Sant'Ambrogio _ad Nemus_, nella Biblioteca

nazionale di Brera).

Il primo che piantò un albero della libertà in piazza del Duomo

s'ignora chi fosse: il secondo fu un prete côrso: lo piantò vicino al

caffè detto del Veronese «a vista del palazzo ove abitava il tiranno»

(giornale _Il termometro politico_ di Carlo Salvador, n. 1, giugno

1796)

I TRE COLORI NAZIONALI (pag. 90). — In una lettera del 1796 al

Direttorio della Cisalpina, Bonaparte scrive: «Les couleurs nationales,

que les patriotes ont adoptées, sont le vert, le blanc et le rouge».

Quest'è il primo cenno ufficiale della bandiera italiana. Poi,

Napoleone, nel gennaio del 1797, ordinò che la guardia nazionale

milanese portasse i colori nazionali _verde, bianco, rosso_ (Cantù,

_Monti e l'età che fu sua_, Milano, 1879, pag. 8).

CAPOLAVORI RUBATI E MAI RESTITUITI (pag. 91). — I demagoghi francesi

di Napoleone rubarono dalla chiesa delle Grazie l'_Incoronazione di

spine_, stupenda opera di Tiziano, e il _San Paolo_ di Gaudenzio;

da San Celso il _San Sebastiano_ del Procaccini, ecc. Non furono mai

restituiti. Non fu reso un vaso etrusco antichissimo e dipinto, e via

via.

CANTORI EVIRATI. — Oltre quelli, famosi, citati alle pagine 129 e 130,

a Milano cantavano altri evirati soprani. Nelle funzioni religiose,

si ammiravano le voci dei disgraziati Francesco Bonagazzi, Giovanni

Berardi, Antonio Pirona, Luigi Del Moro (da _Memorie del tempo_ e dal

_Milano Sacro_ del 1792).

LA REPUBBLICA ITALIANA (pag. 201). — L'Archivio lombardo di Stato

conserva l'atto della Costituzione della Repubblica Italiana, con le

correzioni e la firma del Bonaparte.

È curiosa l'enfatica circolare con la quale il «cittadino» Pelagatti,

commissario del governo presso i tribunali e giudici del dipartimento

dell'Olona, comunicava il grande avvenimento della Repubblica Italiana.

Dice fra l'altro: «Era riservato ad un Italiano (_Napoleone allora

era considerato italiano_), ad un Uom straordinario e nato per fissare

il Destino delle Nazioni e l'ammirazione dell'Europa, il sorprendere

la comune aspettazione coll'estrarre dalla Cisalpina la Repubblica

Italiana, proclamandola tale sotto il giorno 6 corrente piovoso, nella

Dieta di Lione» (_Biblioteca Ambrosiana_).

Vedi anche: F. MELZI, «Proclama ai concittadini in occasione

dell'installamento del Governo della Repubblica Italiana» (16 febbraio

1802).

IL DIRETTORE DEL TEATRO ALLA SCALA, durante il periodo rivoluzionario

repubblicano era il filosofo Francesco Salfi, calabrese, al quale

abbiamo accennato. Suo merito maggiore è d'avere continuata la _Storia

della letteratura italiana_ del Ginguené. Nacque a Cosenza, nel 1759;

nel 1814 esulò a Parigi; morì nel 1832. Egli ritrasse assai bene

Napoleone in un sonetto. Fu egli, il Salfi, l'ispiratore e l'autore

del soggetto della sconcia pantomima _Il ballo del papa_, del quale si

è parlato a più riprese in questo libro. Dal palcoscenico salì a una

cattedra pubblica: insegnò diritto pubblico e commerciale.

IL DEMAGOGO CONTE PORRO (pag. 152). — Nel teatro alla Scala, la sera

del 23 maggio 1796, il furibondo Porro (ch'era detto il Porrino) al

vedere sull'imposta d'un palco chiuso, nella prima fila, lo stemma del

proprietario, balzò per abbatterlo, chiamando con quanta voce aveva in

corpo i repubblicani in aiuto della distruzione. Un ufficiale francese,

ch'era seduto nel palco attiguo a quello incriminato, si fece incontro

all'esaltato «cittadino» e, non giovando le parole, snudò la sciabola,

lo fermò. Nella platea si levò tumulto: il disordine continuò e si

sfogò nel _Caffè Cambiagio_, ch'era di fronte al teatro alla Scala (da

_Memorie del tempo_).

EUGENIO BEAUHARNAIS. — Su questo principe, vicerè del Regno d'Italia,

che aspirava alla corona, tanto protetto quanto strapazzato dal potente

padrigno, v. A. DU CASSET, _Mémoires et correspondance politique et

militaire du Prince Eugène_ (Paris, 1860).

LEOPOLDO CICOGNARA. — Si difese dall'accusa d'avere dileggiati i

Milanesi esponendo all'Accademia di Belle Arti a Venezia un quadretto

rappresentante _un asino davanti al Duomo_; quadretto per il quale

Carlo Porta gli lanciò contro un sonetto acerbo. Questo fu pubblicato

dal Cantù insieme con l'auto-difesa del Cicognara al Ministro

dell'interno del Regno italico, conte di Brême, nel 2º fascicolo (pag.

65), delle _Corrispondenze di diplomatici della Repubblica e del Regno

d'Italia_ (Milano, 1884), collezione preziosa e interessantissima,

rimasta incompiuta, perchè il pubblico leggente non ne volle sapere.

IL CONTE FEDERICO CONFALONIERI (pag. 288). — Il capo della cospirazione

contro il governo d'Austria nel '21, come già in quella contro

il governo di Napoleone nel 1814, è additato nel conte Federico

Confalonieri. Ma la mente più equilibrata, più vasta, più ricca di

cultura, più atta al governo non era quella del Confalonieri. No.

Bisogna affermarlo una buona volta! Era il conte Luigi Porro, che fu

poi l'anima del _Conciliatore_ e delle innovazioni civili escogitate

per dimostrare come l'Austria fosse alla coda della civiltà e non

sapesse governare; come fu provato dall'autore di questo volume, coi

documenti alla mano, nel suo libro _Voci e volti del passato_ (Milano,

1920, Treves, ed.). Il Confalonieri, col suo orgoglio di Lucifero,

col suo temperamento impulsivo, eccessivo in tutto, avrebbe guastato

ogni cosa. Lo immaginiamo, per esempio, ministro degli affari esteri?

Eppure, come tale, appariva in quell'abbozzo di governo provvisorio,

che i magnanimi ribelli del '21 avevano ideato. La gloria verace

del Confalonieri è il suo martirio, fieramente sopportato; figura di

Plutarco in questo! Il suo monumento è lo Spielberg.

PER STENDHAL (Henry Beyle), troppo oggi esaltato, come ieri troppo

negletto, oltre il libro aneddotico citato, vedi: _Revue de Paris_

dell'11 marzo 1832, dove egli tratta della _Prineide_ del Grossi;

poichè l'articolo è indubbiamente suo; come ben nota C. Stryienski,

nelle _Soirées du Stendhal_, la più lodevole di tutte le pubblicazioni

stendhaliane uscite sinora. A C. Stryienski e a R. Colomb dobbiamo

le opere postume di colui che voleva chiamarsi «milanese». Quelle

opere lo rivelano meglio, benchè non si deva trascurare ciò che delle

volgari beffe irreligiose e anti-italiane dello Stendhal scrive la Sand

nell'_Histoire de ma vie_ (vol. IX, cap. III, Lipsia, 1855): «Il se

moqua de mes illusions sur l'Italie.... Il railla, d'une manière très

amusant, le type italien, qu'il ne pouvait souffrir et envers lequel

il était fort injuste». Così la Sand. Eppure, a Milano, gli abbiamo

dedicata una via!

GUERRA DI RUSSIA. — Il citato libro del medico descrittore delle stragi

e delle malattie nella campagna di Russia nel 1812 e di Germania nel

1813 s'intitola: _Storia delle malattie osservate alla Grande Armata

francese_, del dott. G. R. L. de Kerckhove (detto Kirkhoff). Ne uscì

una versione italiana, con note, di O. B. Fontanetti (Milano, 1834),

presso la Società degli Annali di medicina. Il Kirkhoff, che studiò

sopratutto il tifo diffuso in quella orribile spedizione, godeva di

gran fama. Superfluo ripetere le altre fonti autorevoli: Laugier,

Zanòli, ecc.

ECCIDIO DEL MINISTRO PRINA (pag. 298). — Fra le molte pubblicazioni su

codesto nefando delitto, che il general Pino, per le torve sue mire,

scelleratamente lasciò compiere, mentre avrebbe potuto con un solo suo

ordine impedirlo, veggansi le più recenti: LEMMI, _La restaurazione

austriaca a Milano nel 1816_ (Bologna, 1902); PELLINI, _Il general

Pino e l'eccidio del ministro Prina_ (Novara, 1906). Fra le memorie

contemporanee non vanno dimenticate le pagine del Maroncelli nelle

_Addizioni_ alle _Mie prigioni_ di Silvio Pellico.

CARTEGGIO DI ALESSANDRO MANZONI, a cura di G. Sforza e G. Gallavresi

(Milano). — Il sommo scrittore, che, com'è notissimo, prima di

pubblicare una riga ci pensava su cento volte, e poi novantanove

su cento non ne faceva nulla, che dirà mai nella «Città superna» di

questa raccolta che raduna tutto ciò che scrisse per l'intimità e pel

silenzio? La riluttanza, persino morbosa, nell'espandersi, propria

del Manzoni, ci rende questo carteggio (con ogni rispetto verso il

sommo) spesso poco interessante: è talora esangue. Il raccoglitore, G.

Gallavresi, badi a non accusare altri di ciò che non si è mai sognato

di scrivere (vol. I, pag. 74), e, prima di sentenziare su qualche

libro, lo apra, almeno! (_passim_) Egli pone la lariana Torno sul Lago

Maggiore (_Carteggio Confalonieri_, vol. II, pag. 36); fa morire il

Manzoni verso il 1870 (_Ricerche intorno alla rivoluzione milanese del

1814_, pag. 1); codeste, e altre ancora, sono sviste che facilmente si

correggono. Non così si sorvola facilmente sulla omissione di qualche

lettera del Manzoni, rilevantissima, ben nota, pubblicata per la prima

volta dall'autografo nelle _Passioni del Risorgimento_ di Raffaello

Barbiera (Milano, Treves, pag. 41).

ALMANACCHI MILANESI (pag. 65). — Ricco e amante del lieto vivere era il

nobile Giuseppe Brentano Grianta, che, ogni anno, stampava un almanacco

in quartine settenarie, passando in rassegna casi bizzarri. Morì a 65

anni, il 4 ottobre 1819, lasciando erede l'Ospedale Maggiore di Milano

(CUSANI, _Benefattori dell'Ospedale di Milano_).

NOBILI STRAVAGANTI suscitavano anche nel Settecento viva ilarità nella

Lombardia. Il più buffo era forse il marchese Francesco Origoni. Costui

faceva venire i tacchini carichi di lumache e, sempre a piedi, niente

meno che dalla sua villa di Valmadrera (Lecco) fino a Milano, per

gustarne poi la carne frollata dalla stanchezza e perciò più prelibata.

Il peggio è che si stancavano, sino a caderne spossati e infermi,

i poveri pazienti conduttori. Quel bel matto era nonno della eroica

contessa Teresa Casati, moglie di Federico Confalonieri.

ARA BELL'ARA, DISCESA CORNARA, ecc. (pag. 25). — Su questa antica nenia

infantile, tuttora popolarissima a Milano, parla Tullo Massarani nei

_Ricordi cittadini e patriottici_, raccolti e postillati da Raffaello

Barbiera (Firenze, Succ. Le Monnier, 1908, pag. 320 a 325). Ne parla su

quanto reca un manoscritto genovese di Giacomo Giscardi: _Dell'origine

e fasti delle nobili famiglie di Genova_. Il conte Tommaso Marino,

genovese, venuto a Milano nel 1525 e arricchitosi rapidamente con le

_ferme_ (pubblici appalti) del sale, e divenuto potentissimo, aveva

un figlio, Niccolosio, e costui uccise per gelosia la propria moglie

ch'era d'alto lignaggio spagnuolo. Questo appartiene alla storia; il

resto appartiene alla leggenda. Il palazzo Marino a Milano, dove ha

sede il Municipio, fu eretto per ordine del conte Marino predetto.

MENEGHINO. — Dopo due secoli di sua vita (pag. 173), manca d'una

compiuta monografia. Dopo i disastri del '48, Meneghino, per bocca del

suo popolo, cantava di notte per le vie ben altre parole che quelle

messegli in bocca dal Maggi:

_E nun semm semper nun;_

_E s'emm ciappaa la ciocca_ (ubriacatura)

_Se l'emm pagada nun!_

Siamo, dunque, lontani dal tempo nel quale il contadino lombardo,

quando incontrava il cane del padrone, si levava il berretto

curvandosi, e gli diceva premuroso: _Reverissi, sur can!_

LA TRAGEDIA «ARISTODEMO», del Monti (pag. 121), fu rappresentata per la

prima volta a Roma (teatro Valle), nel gennaio del 1786: fu ispirata da

quelle omonime di Carlo Dottori e dell'Arnaud.

MOTTO SUPERBO (pag. 152). — Invece di: «Un altro Porro, l'illustre

Pietro, disse....», leggi: «Un altro patrizio, l'illustre Pietro Verri,

disse....».

ABITANTI DI MILANO (pag. 245). — La cifra è così indicata nel _Milano

Sacro_ del 1810, e comprende la popolazione di tutte le parrocchie,

porte e sobborghi. Porta Orientale (ora Venezia) comprendeva da sola

35,950 abitanti. Le altre porte si chiamavano Romana, Marengo (ora

Ticinese), Vercellina, Comàsina e Nuova.

LAPIDE DELLA TOMBA DI V. MONTI (pag. 364). — Fu trasportata e

collocata, in segno di onore, nella cripta della nuova chiesa di San

Gregorio.

ORTOGRAFIA MILANESE. — È la più arbitraria e incerta. Non solo varia da

secolo a secolo, da autore ad autore, ma anche nello stesso poeta, come

nel Porta. Quando sarà autorevolmente fissata? Sarebbe ora.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 42 / 46 题