_Clamoroso supplizio a Milano quando nacque Carlo Porta. —
Masnadieri in campagna e _fermieri_ in città. — Pietro Verri
combatte le ribalderie dei _fermieri_. — Nuovi nobili. — Come si
comperavano i titoli nobiliari. — Qual era Milano quando nacque
Carlo Porta. — Le vie, le tenebre, le torcie dei lacchè. — L'atto
autentico di nascita di Carlo Porta. — I genitori e gli antenati
del Porta in case di nobili. — Presso i Gesuiti di Monza. —
Usi barbari nelle scuole. — Prime prove poetiche del Porta. —
È mandato ad Augusta. — Diventa giuocatore. — Sue lettere alla
madre. — Il padre lo richiama a Milano._
Nell'anno stesso, 1775, in cui Carlo Porta nacque a Milano, venne
soppressa, per volontà assoluta dell'imperatrice Maria Teresa, la
Inquisizione, già cara a san Carlo Borromeo, e seguì un supplizio che
commosse a lungo Milano. Fu giustiziato un frate sfratato e suddiacono,
Carlo Sala di Casletto, già scrivano del Voltaire, reo di furti
in sette chiese campestri. Fu condannato alla tortura, a tre colpi
di tanaglia arroventata, al taglio della mano destra, perchè ladro
sacrilego: quindi fu impiccato e sepolto in terra sconsacrata, sul
bastione. Non aveva voluto confessarsi, nè comunicarsi, nè pentirsi.
Non è possibile dir quanto e preti e frati e prelati e la sacra
compagnia che assisteva i condannati a morte, e autorità e cittadini
fecero e tentarono per costringerlo a pentirsi alla fine! Tutto fiato
sprecato, tutti passi perduti.
Quando nacque Carlo Porta, tutta la campagna era infestata da
masnadieri. Si trattava di disertori delle guerre.... non amnistiati.
Ma altri masnadieri, e tollerati e legali, imperversavano entro
Milano: i così detti _fermieri_, appaltatori del sale, tabacchi,
poste, polveri, dazii, persino dei giuochi che si facevano nelle sere
di spettacoli entro i camerini dei teatri. I _fermieri_ esercitavano
sopraffazioni, truffe. Essi facevano gettare dalla strada, nelle case
private di galantuomini, merci di contrabbando, e poi ordinavano ai
loro cagnotti d'invadere le case, in nome della legge, ed esigevano
multe ingenti. Il popolo imprecava. Ma il Governo proteggeva quei
masnadieri delle _ferme_, per amor del grosso denaro, che ne ritraeva
negli appalti, e di cui aveva bisogno, con quel po' po' di guerre,
nelle quali Maria Teresa era ingolfata. Pietro Verri, a viso aperto, li
combattè.
Carichi dei milioni ammassati con quei metodi, i _fermieri_ domandavano
a Maria Teresa un blasone per essere più potenti in una terra in cui
la nobiltà era la terza dominatrice. Così continuavano l'uso antico;
per il quale, i Silva, panattieri, gli Andreoli, cavallanti, e altri di
simili origini, diventarono marchesi. Gl'Imbonati (cognome immortalato
dal carme del Manzoni), Piantanida, Lattuada, acquistarono il blasone
salendo dal volgo. Un Perini, oste _alli tre scagni_, diventò conte
di Bresso. Gli Omodei ebbero per antenato un _pastaro di grosso_ nel
plebeissimo Carrobbio, a Porta Ticinese. L'elenco sarebbe lungo e
potrebbe recare inutili dispiaceri.[1]
Con duemilacinquecento fiorini, si otteneva il blasone di marchese; con
duemila, quello di conte; con mille e seicento, quello di barone; con
mille e trecento quello di cavaliere; con mille quello di nobile; con
cinquecento si otteneva il semplice _don_.
Quando nacque Carlo Porta, Milano non assomigliava nemmeno a uno
de' suoi inferiori sobborghi d'oggi. La numerazione delle vie non
era ancora cominciata; non erano ancora battezzate con precisione le
strade, le piazze. Le vie assumevano nell'uso il nome da un oratorio,
da una chiesa, da un pantano, da un colatoio d'acque piovane, da un
albero: onde _Via Pantano, Poslaghetto, Via Olmetto_; oppure prendevano
il nome dalle numerose botteghe di questi e quegli artefici e mercanti:
_Via Orefici, Via Spadari, Via Armorari_, o da insegne di osterie:
_Croce Rossa, Tre Re_....
Qualche strada prese il nome da qualcuno dei piccoli villaggi
scomparsi, come _Via Quadronno_; dove vedremo svolgersi il dramma
amoroso dello sventurato _Marchionn di gamb avert_, il capolavoro del
Porta.[2]
Le strade non selciate, o mal selciate, con ciottoli di torrente. Se
ne vedono ancora fra le vecchie vie di Milano, tortuose, semibuie,
malinconiche.
Non avevano fanali, cominciati, a olio, nel novembre del 1788, e che
facilmente si spegnevano; le tenebre più fitte avvolgevano allora
case e mortali, con piacere dei ladri e delle coppie amorose. Chi
voleva camminare con qualche sicurezza, quando dal mezzo del cielo
non risplendeva la compiacente luna, doveva munirsi d'un fanaletto a
mano. Le carrozze dei nobili andavano di volo, accompagnate da lacchè
con torcie fumose; lacchè che erano obbligati a perdere il fiato nella
corsa affannosa a piedi, seguendo la carrozza sino al palazzo, al cui
scalone capovolgevano e spegnevano le torcie entro buchi praticati in
dadi di marmo, come se ne trovano anche oggi in qualche casa di via
Borgonuovo e altrove.
Il Parini, nel _Giorno_, descrive le carrozze patrizie correnti di
notte, nel buio. Al suo «giovin signor» egli rammenta ironico la scena
notturna:
Tu, tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco, oltre più assai
Producesti la notte; e, stanco, alfine,
In aureo cocchio, col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio
Di volanti corsier, lunge agitasti
Il queto aere notturno; e le tenèbre
Con fiaccole superbe intorno apristi;
Siccome allor che il siculo paese
Dall'uno all'altro mar rimbombar feo
Pluto col carro, a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.
Gli alberghi obbligavano il forestiere che vi prendeva alloggio a
pazienze supreme, per tollerare la sporcizia e gli insetti. L'Albergo
del Pozzo (soppresso solo in questi mesi) accoglieva ospiti cospicui.
Appena una banda di filarmonici erranti lo sapeva, dedicava ai nuovi
arrivati, sotto le finestre dell'albergo privilegiato, un concerto:
chi sa che musica! Carlo Goldoni vi alloggiò, quando venne a Milano: ne
tocca nelle sue _Memorie_. Più antico era forse l'Albergo del Falcone,
e sussiste tuttora. Quali fetori nelle vie, certo non sparse di rose
di Gerico! Nell'ode _La salubrità dell'aria_, il Parini deplora il
fimo che fermentava «fra le alte case». Era il fimo delle stalle che si
usava tener accumulato, con quanta delizia delle nari e dell'igiene si
immagini. Il Parini parla anche di «vaganti latrine». Tiriamo un velo.
Carlo Porta nacque a Milano il 15 giugno 1775. Oltre il nome di Carlo,
gli furono imposti quelli di Antonio, Melchiorre, Filippo.
In un sonetto incompiuto (del quale non mi riuscì di vedere
l'autografo) Carlo Porta si dichiara nato nella parrocchia di San
Bartolommeo il 15 agosto del 1776. Dice precisamente così:
Sont nassuu sott a Sant Bartolamee,
In del mila sett cent settanta ses,
A mezz dì, del dì quindes de quell mes,
Ch'el sô (_sole_) el riva a quel pont ch'el volta indree
(_indietro_).
Ebbene: il registro delle nascite di quella parrocchia di San
Bartolommeo (registro passato a San Francesco da Paola, perchè quella
antica parrocchia fu soppressa) reca invece ben chiaramente quello che
abbiamo riferito.
Come combinare date così differenti? A chi credere? È vero che non
pochi svarioni si trovano nei libri delle nascite, dei matrimoni e
delle morti, tenuti dai parroci che godevano funzione e autorità di
ufficiali dello stato civile; ma è possibile che l'attestato ufficiale
di nascita di Carlo Porta fosse sbagliato così? Non è da escludersi
l'abbaglio, l'amnesia nel poeta, che soffriva di nevrosi: non diremo la
lieve vanità di togliersi un anno.
Il padre si chiamava Giuseppe. Gl'inferiori, salutando per via
quell'integro cittadino, e i preti, ne' libri delle loro parrocchie,
gli regalavano tanto di _don_, spagnolesco indizio di nobiltà; ma la
famiglia di Carlo Porta non era nobile.
In uno sferzante sonetto contro un marchese villano che non lo salutava
per via, Carlo Porta si dichiara «senza nanch on strasc (straccio) d'on
don»:
Sissignur, sur marches, lù l'è marches,
Marchesazz, marcheson, marchesonon
E mì sont Carlo Porta milanes,
E bott lì, senza nanch on strasc d'on _don_.
Come abbiamo visto, il _don_ (che fra i poeti di Milano andava di
diritto al solo Manzoni), era l'ultimo grado di nobiltà. Il _don_
sottentrò nel secolo XVII all'antico _dominus_. Ma ai soli nobili (e
_don_) d'antica data era permesso d'adornare di fiocchi la testa dei
propri cavalli.[3]
Riguardo poi al saluto dei nobili ai non nobili, avveniva questo bel
casetto: che nobili, i quali avessero trattato, pur famigliarmente
in campagna e in villa coi non nobili, non li salutavano quando li
incontravano in città. La villa, adunque, faceva diventare educati, e
la città villani.
Un ritratto dipinto a olio di Giuseppe Porta lo mostra con l'aspetto
d'un pacifico galantuomo, d'uno di quei felici che vivono a lungo fra
il lavoro ordinato e la quiete domestica. Visse la vita de' patriarchi,
morendo nonagenario il 17 febbraio 1822 in mezzo ai fratelli, figli,
nuore, nipoti intorno al suo letto. Fu pubblico impiegato, ragioniere e
amministratore di aziende private. Ai frati della storica chiesa di San
Simpliciano, teneva in ordine i conti. Avea mano nell'amministrazione
della chiesa di San Pietro in Gessate, prima uffiziata già dagli
operosi Umiliati, poi dai Somaschi. Amministrava il collegio di Brera,
dove era stato docile e diligente scolaro. La tesoreria dello Stato
di Milano (si chiamava così) lo ebbe sottocassiere e poi cassiere
generale.
Chi più di Carlo Porta disprezzò i nobili e li derise? Non è senza
curiosità lo scoprire nell'archivio civico di Milano che i suoi avi,
milanesi tutti, servirono in casa di nobili. Suo nonno, Defendente, fu
maestro di casa d'un principe Rasini, che lasciò il proprio nome al
vicolo dove dimorava in sontuoso palazzo: passò al servizio di certi
marchesi Bussetti; quindi si ritrasse in Romagnano, nel Novarese, a
vivere, con le proprie rendite, gli ultimi anni. Il bisnonno Carlo
Francesco, morto il 1737, cassiere dei così detti _perticati_ (tassa
sui valori fondiari), fu anch'esso maggiordomo in una casa piena di
stemmi e di parrucche.
Il domenicano Porta, orientalista, che si occupò d'una Bibbia
poliglotta, non apparteneva alla famiglia del poeta.
C'era bensì a Milano una nobile famiglia Porta. Possedeva il palazzo,
che fu poi degli arricchiti appaltatori, diventati nobili, si sa,
Pezzòli, sulla _Corsia del Giardino_, ora via Alessandro Manzoni. Un
viaggiatore straniero, Carlo De Brosses, che nulla capì del San Marco
di Venezia, nelle sue _Lettres historiques et critiques sur l'Italie_,
pubblicate a Parigi nel 1799, magnificava il giardino di quel palazzo,
ora pubblico museo, perchè quel piccolo giardino aveva una muraglia
dipinta a uso scenario.... Nè quella famiglia Porta ha fila gentilizie
con quella di Carlo Porta, salita dal popolo.
Il cognome Porta è antico. Secondo lo storico Giulini, si diè ad
alcune famiglie che, nel periodo effimero della Repubblica ambrosiana,
abitavano presso qualche _porta_ della città e vi avevano qualche
giurisdizione. Così _Pusterla_, porta minore della città. Tutte
indagini che, scommetterei, Carlo Porta, spregiudicato, non si è mai
sognato di fare.
La madre di Carlo Porta si chiamava Violante Guttieri. Da lettere
giovanili del poeta si rileva quante cure ella prodigasse ai figliuoli,
non ostante che, al pari del marito, fosse travagliata dalla gotta,
malattia passata in eredità a Carlo. Ella ci appare il buon genio, la
consigliera, il conforto di lui.
Carlo fu mandato dal padre al collegio dei Gesuiti di Monza; poi, al
seminario di Milano. Pochi sanno oggi come si educassero i giovani
da quei maestri tabaccosi, pronti a gonfiare con le nerbate le mani
degli alunni, attanagliarli con pizzicotti e obbligarli a pane e acqua,
quando non comandavano loro di tracciare con la lingua ripetute croci
sul pavimento. I maestri dormivano spesso come ghiri, sulla cattedra,
lasciando la scolaresca all'arbitrio di alcuni prediletti discepoli
servili, che non mancavano di denunciare per le inevitabili punizioni
i compagni più vivaci e più odiati. Le aule scolastiche risonavano
di voci irose, di colpi, di strilli; certe camerette anguste, basse,
che il Porta descrive in un sonetto italiano inedito, si aprivano ai
delinquenti come carceri. «Le cose andavano alla pecoresca (narra
Francesco Cherubini). Vorrei pur dire di certi biglietti fattimi
portare talora da chi non doveva a chi non si doveva, profittando della
mia innocenza.»
Alessandro Manzoni, mentre serbava venerazione per il mite padre
Francesco Soave, inorridisce al ricordo d'essere stato discepolo di
tale
Cui mi saria vergogna esser maestro,
confessava egli nel carme _In morte di Carlo Imbonati_.
Eppure, non ostante i sonni pomeridiani sulle cattedre e il resto,
non s'insegnava male il latino, se devesi giudicare dagli esametri
che Carlo Porta, fra una prigionia e l'altra, confortate dalla madre,
scriveva nella lingua di Virgilio. In un fascicolo di versi latini
composti da lui quand'era scolaro, trovo carmi su città d'Italia,
ch'egli non avea mai visitate e che pur doveva descrivere; sono elegie
al sonno, ad Andromaca, epigrammi sulla madre di Nerone, su Narciso
alla fonte; temi rettorici, alcuni sciocchi addirittura. Fra i temi
imposti dal padre maestro e svolti con ampiezza, trovo persino una
descrizione del pudore, composta appunto dal _Carlin_, che scriverà un
giorno la _Ninetta del Verzee_. Una delle primissime poesie italiane
del Porta è _La penna in mano delle donne_, canzonetta in quartine.
L'alunno dovette recitarla in una pubblica accademia, in cospetto degli
accigliati maestri, de' genitori giubilanti e d'altri invitati in gala.
Non c'erano scrittrici.
A studii severi, il Porta non si sentiva nato, e nemmeno, pare, alla
poesia che trattava alla peggio, di quando in quando, per passatempo.
Il padre, uomo pratico, voleva fare di lui un negoziante. A sedici
anni lo mandò ad Augusta, affidandolo a certo Weith, col desiderio che
v'imparasse la mercatura e il tedesco. Ma le sue previsioni errarono.
Se vi fu soggiorno fuori di patria increscioso per Carlo, fu quello.
Si accese in lui la passione del giuoco; bazzicava, di nascosto,
in qualche caffè di giocatori. Soprattutto, detestava le pratiche
religiose alle quali il Weith voleva condannarlo. Se il mentore lo
vedeva uscire solo di casa, erano sgridate.
Il ragazzo si sfoga con la madre lontana in lettere calde di tenerezza.
«Ho ricevuta la tua carissima (le scrive), dalla quale, con sommo
mio rammarico, ho dovuto rilevare che, per causa mia, la tua gotta
ha notabilmente peggiorato in modo che tu non hai nemmeno di proprio
pugno potuto scrivermi; ma quando sarà che tu mi scriverai d'essere
perfettamente guarita?» E si lagna con lei di malattia che patisce a
un occhio, di tremito ai denti, ed esclama desolato, piccolo Leopardi:
«Pazienza! la natura mi ha destinato ad essere infelice!»
Sono queste le lettere nelle quali vedi come quel cuore materno fosse
buono. Ella gli raccomandava di scrivere con più garbo l'italiano e
d'imparare bene il tedesco. Ed egli: «Non posso impararlo bene, perchè
non ho ancora maestro. Figùrati qual negligenza hanno questi signori!
Sono già più di tre mesi che sono qui, e non ho imparato niente; anzi
no, disimparato.» E finisce: «Addio. Amami, se lo merito.»
Quando il padre venne a conoscere che il figlio giovinetto non
voleva saperne di pratiche religiose e giocava d'azzardo in un caffè
d'Augusta, invece di imparare il commercio del cotone e della lana e
il tedesco, gli tolse l'assegno mensile. E allora il figliuolo ricorre
al grembo materno: «La deve scrivere a mio padre che mi sono adattato
con buona volontà alle cose di Chiesa, che ho abbandonato intieramente
quel caffè che loro non volevano che io ivi andassi, che ho abbandonato
decisamente il giuoco, che io faccio il mio dovere nello scrittorio».
Ma Carlo perdeva il tempo lo stesso, e il padre lo richiamò a Milano.