Un colle, anticamente selvaggio, ed ora reso fertile dal lavoro di
monaci industriosi. Una chiesa semplice, ma vasta, tutta candore, con
un grande coro ed un altare coperto di veli; attorno a quella alcuni
piccoli edifizi: il dormitorio dei monaci, la biblioteca ricca di
volumi, da loro pazientemente copiati, la scuola, la troppo modesta
cucina. E tra quegli edifizî si aggirano parecchi monaci, vestiti di
bianco, provetti alcuni negli anni e quasi cadenti, altri ancora
giovani e quasi fanciulli, ma tutti spiranti la stessa pace di
paradiso.
I goti ne sono colpiti. Chinano rispettosi il capo avanti a tanta pace
e non osano venir meno alla parola data.
L'abbate rompe i vasi sacri e dà loro quell'oro, quelle gemme. Lo fa
senza alcun rimpianto, abbenchè quei vasi fossero la sua delizia. Ne
era tanto fiero. Li aveva fatti fondere coi gioielli della sua defunta
madre, lieto di poter offrire un calice, degno di ricever il
sacrosanto sangue del Signore. Ma avrebbe dato non solo quei calici,
ma tutto se stesso, la propria libertà, la propria vita, per
riscattare anche uno solo di loro.