Il vento soffia impetuoso, e sbatte la neve contro le lastre,
scuotendo i telai delle finestre; passa sibilando per le vie, agita i
fili del telegrafo e del telefono, che corrono sulle case, producendo
certi suoni, i quali sembrano melanconici lamenti, che scendono
dall'alto; e poi le campane di tutte le chiese incominciano a suonare
a gran festa. Annunziano che il Verbo si è fatto carne ed abitò tra di
noi; annunziano la grande Natività.
In una povera stalla, nel rigore dell'inverno, nelle tenebre della
mezzanotte, viene alla luce un piccolo fanciullo ebreo; la giovanetta
madre lo avvolge in un pannolino e lo reclina nel presepio. Questo
Bambino è il Verbo incarnato, e attorno a questa culla gravitano i
destini dell'umanità.
Il suono giulivo delle campane supera il sibilare del vento, che per
qualche tempo non viene udito, supera il gemito lamentoso delle
condutture aeree, e sembra voce di angeli che nelle tenebre di un
secolo, nel quale imperversano i venti delle passioni, trionfa il gelo
dell'egoismo più brutale e l'umanità si lamenta per inaudite
sofferenze, annunziano il grande mistero dell'amore di Dio e auspicano
pace agli uomini di buon volere.
Il suono festivo delle campane giunge ai fedeli che si pigiano nelle
chiese, vagamente illuminate, e fissano lo sguardo sull'altare della
vita, al quale il sacerdote celebra i divini misteri e dove egli evoca
quello stesso divino Infante che è nato a Betlemme. Essi uniscono la
loro voce a quella del celebrante. Cantano: Gloria a Dio nel più alto
dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!, professano in
mezzo alle tenebre di un ateismo profondo: «Tu sei il solo santo, tu
il solo Signore, tu il solo Altissimo, Gesù Cristo» e sono così lieti
di questa franca professione della loro fede e della loro convinzione,
che lungi dal piccolo bambino ebreo non havvi salvezza.
Il suono delle campane giunge nelle case, dove le famiglie sono ancora
deste, in attesa della mezzanotte. Mezzanotte!
Buon Natale! Lo dicono tutti. In molte case il genitore credente
racconta ai figli il grande avvenimento, e li trasporta colla
navicella della fantasia a Betlemme, nella stalletta: in altre, dove
la fede è svanita, il suono delle campane evoca lontani ricordi, così
dolci, così soavi; il ricordo dei defunti genitori, dei nonni, che
avevano creduto; toccano certe corde nell'anima, che da anni danno
suono lontano in quella notte fortunata e destano la nostalgia di un
passato che non ritorna, di un futuro, al quale non vogliono tendere e
che pure sentono così desiderabile; desta la nostalgia di un raggio di
fede nella notte della loro vita mondana; di un grande raggio di fede,
che illumini la loro esistenza così egoistica e faccia luce sul
mistero della morte.
Entra in certe osterie, in certi luoghi di peccato, dove il Natale
viene festeggiato nell'orgia e nell'ebbrezza dei sensi; ed è simile ad
un rimorso dì coscienza, grande, che non viene ascoltato, ma che li
avrebbe resi poi non scusabili.
Entra nella stanza, dove sotto soffici coltri riposa un uomo.
Egli ha avuto fino allora un sonno molto irrequieto. Deve soffrire nel
sonno, perchè sudori affannosi gl'imperlano la fronte; le braccia si
agitano convulsive, la mano stringe il pugno, e voci di lamento escon
di quando in quando dalle sue labbra; di un'angoscia grande, infinita.
Il suono delle campane non lo desta, ma gli procura un po' di calma.
Egli si tranquilla per un momento. I solchi della fronte si spianano,
il volto perde l'antica espressione di grande angoscia, di un infinito
affanno; i pugni si chiudono; sembra che la calma sia ritornata in
quel cuore.
È questo l'effetto delle campane; la loro voce benedetta ha donato la
pace a quel poveretto, quella pace che esse annunziavano in quella
sacratissima notte all'umanità credente, oppure, per un processo
fisiologico qualunque, i terribili sogni, che forse agitavano quello
spirito sono cessati ed il sonno è diventato più tranquillo?
Chi lo può dire?
Fatto sta, che nello stesso istante, nel quale le campane cessano di
suonare, il volto del dormiente prende l'antica espressione di terrore
e le sue labbra si schiudono all'antico gemito doloroso, fugato dal
suono dei sacri bronzi.
Un infermo? No, che sul comodino non ci sono boccette di medicine,
scatole con pillole, polverine.
Ed allora?
Gli affanni di una cattiva coscienza, calmata da quel suono dolce,
maestoso, sereno?
Chi lo sa?