--Vile! mormorò Giovanni Giunti quando l'amico fu uscito.
Egli disprezzava tutti questi uomini dalle mezze misure, che non la
sapevano rompere a pieno col passato, che non sapevano farla finita
colla loro antica esistenza; e quanto maggiore era l'eroismo che essi
mostravano nelle cose grandi, tanto maggiore era il suo disprezzo, se
essi non sapevano sacrificare certe cose da nulla.
La vigilia del Natale.
La osservavano molti, molti, anche indifferenti, anche miscredenti. Le
famiglie si radunavano per il cenone; accendevano l'albero del Natale;
attendevano la mezzanotte, andavano forse in chiesa e passavano
l'indomani in letizia: il pranzo di famiglia, forse la visita a
qualche presepio; le campane suonavano, sostava il lavoro, le
fabbriche erano chiuse, la gente girava per le vie colla letizia sul
volto; dovunque entusiasmo, dovunque allegria, perchè era Natale, era
Natale.
Maledetto il Natale! Molti non ci pensavano alla nascita del Cristo;
non intendevano di solennizzare una festa cristiana; ma pure
festeggiavano il Natale, e davano così una speciale impronta a quella
giornata; il forestiero che fosse arrivato in quel giorno nella città
avrebbe detto: Il sentimento religioso deve essere ancora fortemente
radicato in questo popolo, chè oggi tutti celebrano il Natale. Eppoi
perchè solennizzare una data così indifferente; la problematica
nascita di quel Gesù, del quale non si sapeva neppure se fosse
esistito? Ma anche se davvero visse, perchè tante feste per la nascita
di un fanciullo ebreo, e di un ebreo per giunta, del quale la
superstizione si era impossessato, per celebrare le sue orgie?
Il Natale? Bisognava toglierlo dal calendario. Il 25 dicembre doveva
diventare giorno lavorativo, ed in quel giorno venir dato al popolo un
altro giorno festivo; p. e. il Natale dell'anarchia. La data era
indovinata. Attorno al Natale nasce il sole, il quale incomincia la
sua ascesa e festeggia il suo trionfo sopra le tenebre. E non trionfa
anche il sole dell'anarchia sulle tenebre dell'autoritarismo ieratico,
civile e militare?
Odiava le feste dell'anno ecclesiastico. Esse concorrevano a
perpetuare l'errore. Chiesa e feste religiose, ecco le due cose, che
andavano cancellate, per rendere laica la società.
Domani.
Il popolo si ostinava a celebrare ancora il Natale; le autorità vi
aderivano vilmente e, quello che era peggio, molti che la pensavano
come lui bruciavano il loro incenso alla superstiziosa costumanza.
Ebbene. Non avevano da lamentarsi, se verrebbero coinvolti, domani,
nella giusta punizione, nella grande vendetta.
Nemesi! Vendetta! Egli era il vendicatore! Voleva lanciare la bomba.
Era quella l'ultima conseguenza della sua evoluzione.
Una evoluzione magnifica, perchè egli si vantava grande pensatore; una
rapida evoluzione da ragazzo credente, da socio di un circolo
cattolico all'anarchia.
Era stato pieno di fede e di entusiasmo per il cristianesimo. Ma a
scuola gli avevano aperto gli occhi; là aveva compreso che il
cattolicismo, ed in genere tutte le religioni, sono un grande cancro,
che logora la vita dell'umanità. La storia, maestra della vita, gli
aveva insegnato, che la Chiesa fu sempre funesta alle nazioni, il
maggior puntello del trono, la grande fautrice della tirannide più
atroce, e che tutto il male nel mondo viene soltanto da lei.
Comprese. La Chiesa è come un palcoscenico. Sulla scena gli attori
recitano la parte dei grandi eroi, degli uomini disinteressati,
spremono le lagrime e destano entusiasmo. Dietro le scene invece sono
di spesso volgari, il rifiuto della società. Tali i Papi, i vescovi,
il clero, nessuno eccettuato.
La filosofia, la fisica, la teologia gli avevano dimostrato che Dio
non esiste, la materia è eterna e colla morte tutto è finito. L'uomo è
un animale, infelice da secoli, perchè lo hanno privato di quell'unica
dote che lo distingue dagli altri animali, il suo amore smisurato alla
libertà.
Sognò libertà; rottura di tutti i ceppi, di tutti i vincoli e perciò
anarchia.
Nessuno doveva comandare, nessuno stare soggetto: esclusa la
formazione di qualsiasi associazione, perchè l'associazione suppone
statuti, suppone un presidente e perciò limitazione di libertà; non
più leggi, non più consigli, non più Chiesa, non più stato, nulla,
nulla. Uomo libero, conservati libero; difendi la tua libertà.
Oppressi del mondo intero scuotetevi, organizzatevi, alla difesa del
comune ideale!
Il pensiero, che bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra
gli anarchici estremi e fu estremo tra di loro. Non condivideva le
idee dei più. Essi volevano propagandarle colla parola, colla stampa,
coi giornali. Egli non trovava questi mezzi sufficienti; voleva che si
passasse alle vie di fatto, alle bombe, al pugnale, alla rivoluzione.
Bisognava spazzare chi la pensava diversamente; mettere rapida fine
all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili, la libertà.
Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente grandi
non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e
tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La
morte genera la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto
imporre le proprie vedute a chi non la pensava come lui? Chi non la
pensava a modo suo non era degno di vivere; era un microbo dannoso
alla società e doveva venire perciò soppresso. Parlò ed agitò in
questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano
anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto
ancora il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della
massoneria e doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la
massoneria, guidata essa pure dall'alta finanza internazionale
giudaica, non riteneva opportuno di procedere. Sarebbe stata la sua
rovina. Un po' di anarchismo stava bene per tener domi i capi dello
stato, per incutere un po' di spavento alle autorità; ma _ne quid
nimis_.
Giovanni Giunti non trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal
partito. Era un elemento pericoloso, focoso, il quale, in omaggio
all'anarchia, non voleva seguire nessuno nè ubbidire a nessuno; voleva
procedere colla violenza; ma era una tempra focosa, che entusiasmava,
pronto a qualunque sacrificio. Molto ricco, profondeva il danaro a
piene mani, per sostenere i vari periodici, per la diffusione di
stampati sovversivi, per la propaganda; aiutava i consenzienti poveri,
era disposto a qualsiasi lavoro, a qualsiasi fatica, e quanto maggiore
il pericolo tanto più volentieri lo affrontava. Non faceva alcun conto
della propria esistenza.
Era ricco. Suo padre non aveva voluto altri figli, pago del suo primo
ed unico, per concentrare nelle mani di lui tutte le dovizie della sua
casa commerciale di primo rango, ed averlo continuatore della propria
ditta, accumulatore di ricchezze sempre maggiori.
Il figlio non solo non seguì le idee paterne ma le ostacolò con
energia. Il padre ne vide spaventato la discesa; l'ascrisse
all'educazione religiosa datagli dalla madre. Questa morì di
crepacuore al vedere il figlio ateo ed anarchico, all'udirlo parlare
di bombe e di pugnali, ed al notare in lui un odio particolarmente
intenso e fanatico contro il pensiero cristiano e la Chiesa, un odio
tanto più inesplicabile quanto più grande era stata la sua antica
fede. Il padre aveva deciso di diseredare il figlio e di farlo
dichiarare discolo, per potergli negare financo la legittima; ma non
arrivò a farlo. Uomo dal collo corto, collerico, sanguigno,
autoritario; carattere dominatore, che voleva tenere tutti soggetti e
non ammetteva neppur possibile un pensiero, diverso dal suo, si adirò
una volta col figlio al segno, da venir colpito da paralisi.
Visse ancora qualche settimana, paralizzato, schizzando, coll'unico
occhio che poteva muovere, fuoco contro il figlio; voleva parlare, ma
non riusciva; mostrava di voler scrivere, ma la matita non disegnava
che ghirigori senza senso. Morì, disperato di non poter manifestare la
propria volontà. Giovanni ne fu l'erede. Liquidò subito l'azienda; si
ridusse ad un appartamento piccolo ma elegante, dove viveva solo, e fu
lieto di aver molto danaro, per poter spendere molto per la propaganda
anarchica.
Metodisti, avventisti, valdesi cercarono di avvicinarlo; volevano
sfruttare il suo odio contro la Chiesa; speravano di averlo alleato;
ma vennero respinti. Egli non odiava soltanto il cattolicismo ma ogni
specie di religione, perchè tutte dicevano abuso di libertà e
servaggio di coscienza; perchè tutte cercavano di asservire lo spirito
dell'uomo, favorivano la tirannide, puntellavano l'autorità,
benedivano il pugnale; odiava la Chiesa cattolica sopra tutte, perchè
la più potente, la meglio organizzata, la più logica, una Chiesa, la
quale esercita tuttora sulle coscienze un fascino che egli non sapeva
spiegare, ma che doveva constatare e ne aumentava l'odio. Quanto più
agguerrito il nemico tanto maggiore l'avversione che gli si deve
portare.
Passarono gli anni. L'anarchia era diventata accademica. Qua e là
qualche singola alzata di scudi, dovuta all'energia di stranieri e
d'italiani educati all'estero, in America; qualche sovrano pugnalato;
ma non si andava più di là. Gli antichi ideali svanivano; non si
parlava più di bombe, di pugnali, di rivoluzioni.
Il tempo passava; tempo perduto, secondo lui. Cercò invano di destare
le coscienze dei suoi consenzienti; di spronarli ad un'azione
energica. Non riuscì.
Allora decise di agire da solo, e costruì quattro bombe.
Voleva gettarle, possibilmente tutte quattro, terribile ammonimento ai
tiranni. Non dovevano illudersi. L'anarchia non era spenta; lo spirito
anarchico era tuttora desto in Italia; ammonimento pure ai
consenzienti e sprone ad imitarlo.
Sarebbe morto lui pure. Ciò non lo turbava. Non faceva nessun conto
della propria vita. Non valeva la pena di vivere, schiavo tra schiavi;
e se il sacrifizio della sua vita avrebbe potuto accelerare alquanto
il gran momento della redenzione, era lieto di farlo.
Forse l'avrebbero arrestato. In tal caso i giudici avrebbero udito la
sua franca parola; uno scatto fiero e sincero dell'anima italiana,
ribelle ad ogni giogo e stanca di ubbidire a mille tiranni.
La sola scelta del luogo gli era difficile. Dove lanciare le bombe?
In chiesa? Avrebbe colpito i tiranni della teocrazia, ma la borghese
non si sarebbe scossa. Avrebbero ascritto il tentativo ad uno sfogo di
anticlericalismo. Sulla via? In tal caso i preti si sarebbero fregate
le mani e creduti indisturbati nel luogo santo.
Dove dunque?
Ora aveva trovato una soluzione. In Chiesa e nella via, purchè Narciso
Rossi avesse mantenuto la promessa. L'avrebbe mantenuta. Era idealista
e perciò fedele.
Lo chiamarono al telefono. Dalla trattoria, donde gli portavano la
cena, gli domandavano se la voleva di grasso o di magro. Era la
vigilia del Natale.
--Di grasso! gridò indispettito, offeso, sdegnato che si osasse anche
sol sospettare che egli poteva fare il magro nella vigilia del Natale.
Coprì d'improperi il cameriere, che gli portò la cena.
Cenò e bevette qualche gotto di vino. Durante la cena gli ritornarono
alla memoria le parole di Narciso Rossi, che gli sembravano così
paradossali. L'anima non misura gli spazi del pensiero colla misura
del tempo.
L'anima!
L'uomo non ha anima!
La neve aveva ripreso la sua discesa. Le vie erano deserte. I rari
passanti si affrettavano a raggiungere le loro case. Egli vide le
finestre di fronte alle sue illuminate; vide gli strani bagliori di
alberi di Natale, ricchi di candele e di lampadine elettriche: gli
sembrava di udire il riso argentino di bambini e fanciulle, che
danzavano felici attorno all'albergo, grate al Bambino Gesù per i bei
doni.
Natale.
La gioia di quella famiglia gli dava sui nervi; lo riempiva di sdegno.
Nel Natale ebbe principio la più terribile tra le tirannidi, la
teocratica. Un uomo colto deve maledire il Natale.
Eppoi udì il suono delle campane. Erano le ventidue; esse invitavano
ai sacri uffici nelle varie chiese.
Quel suono, così solenne nella notte fredda, piena di neve, ne aumentò
lo sdegno.
Maledetto! Ma domani..... domani...
Vuotò rapidamente un altro gotto e poi si abbandonò nella sua sedia a
bracciuoli e guardò distratto l'allegro fuoco, che schioppettava nel
caminetto: una sua singolarità. Odiava le stufe. Voleva vedere il
fuoco, quel fuoco che avrebbe purgato un giorno l'umanità.
E mentre guardava quelle fiamme pensava ai delitti della chiesa, al danno
infinito che il cristianesimo ha recato all'Italia, ad ogni singolo
italiano ed anzi ad ogni uomo; ed il suo odio giganteggiava......
Domani!
Si spogliò rapidamente e si cacciò sotto le coltri.
Domani!