L’incendio del recinto sacro

I guardiani dei feticci, strappati alle loro libazioni dallo

spaventevole fracasso prodotto dal loro compagno, si erano affrettati

a lasciare la capanna per vedere di che cosa si trattava, ma non erano

usciti tutti. Cinque di loro, probabilmente incapaci di tenersi in

piedi per aver voluto fare troppo onore alle bottiglie del re, erano

rimasti sdraiati sulle stuoie e forse si erano subito riaddormentati.

D’altronde nemmeno quelli che si erano risoluti ad uscire, si trovavano

in migliori condizioni, poichè s’avanzavano attraverso i viali

puntellandosi gli uni cogli altri e descrivendo delle serpentine molto

accentuate. Qualcuno anzi era già caduto fracassando la lanterna che

portava e si arrabattava, ma invano, per rimettersi in piedi.

Alfredo, Antao e Gamani incontratisi con quei sette od otto ubriachi,

li caricarono con impeto irresistibile, tempestando a destra ed a manca

pugni formidabili che risuonavano come colpi di gran cassa su quelle

teste lanute.

Bastarono cinque secondi per mandare a gambe levate i sacerdoti di

Geletè; i pugni avevano completato gli effetti troppo alcoolici delle

bottiglie reali.

— Morte di Nettuno!... — esclamò Antao, quando li vide tutti a terra

e nell’assoluta impossibilità di fare un movimento, tanto li avevano

storditi quella scarica di scapaccioni. — Cosa facciamo ora di questi

ubriachi?... —

Alfredo, invece di rispondere, s’abbassò rapidamente su quell’ammasso

di corpi, afferrò un braccio e tirò fuori il più piccolo ed il più

magro di tutti. Era un negro assai giovane, poco più d’un ragazzo.

— Tieni questo, Gamani, — disse al servo — e non lasciarlo finchè te lo

dirò io. Deve venire con noi.

— Nessuno me lo strapperà di mano, padrone.

— Ora spogliamo questi sacerdoti e copriamoci coi loro mantelli.

— Noi?... — chiese Antao, stupito.

— Zitti!... Affrettiamoci, se vi preme la pelle. —

In meno di mezzo minuto i sacerdoti furono spogliati e le loro vesti ed

i loro orpelli furono indossati dai due bianchi e dai loro compagni.

Avevano appena terminato di camuffarsi, quando udirono picchiare

furiosamente al portone della cinta. Pareva che una vera folla

si pigiasse al di fuori, attirata dalla campana d’allarme di quel

malaugurato negro.

— Aprite!... — si urlava.

— Sono giunti i soldati!...

— Spicciatevi!...

— Sangue di Urano!... — esclamò Antao, impallidendo. — I soldati!...

Povere le nostre teste!...

— Silenzio, — ripetè Alfredo. — Agite senza perdere tempo!... —

Poi volgendosi verso il padre di Urada ed alla ragazza, disse

rapidamente:

— Entrate in qualcuna di quelle capanne e portate qui alcuni idoli, i

più venerati possibilmente. —

Poi mentre il vecchio e la giovane s’affrettavano ad obbedire senza

chiedere spiegazione, si volse verso Antao, dicendogli:

— Tu va’ ad incendiare quel gruppo di capanne. Sono costruite di

giunchi e arderanno come zolfanelli.

— E se vi sono dentro dei negri ubriachi?...

— Tanto peggio per loro. Affrettati: stanno per abbattere il portone.

Io intanto vado a mettere fuoco a quella capannuccia. —

Intanto che agivano, la folla, impaziente di non ricevere risposta

dai sacerdoti, temendo forse che fossero stati assassinati o che i

_feticci_ stessero per venire rubati, aveva assalito il portone per

irrompere nella cinta. Picchiava furiosamente, urlava e per spaventare

i supposti ladri o assassini, sparava colpi di fucile.

Fortunatamente il portone, costruito con grosse tavole e rinforzato da

traverse, teneva duro, ma non poteva però opporre una resistenza lunga

a quei continui urti.

Già alcune traverse erano cominciate a cadere, quando i due bianchi ed

i loro compagni si ritrovarono riuniti. Le capanne avevano preso subito

fuoco e le fiamme, trovando un buon elemento, divampavano rapidamente,

lanciando in aria i primi turbini di scintille.

Alfredo s’impadronì d’un _feticcio_, una specie di leone di creta

coperto di carta dorata, Antao d’un mostriciattolo metà uomo e metà

bestia pure coperto di carta dorata, Urada e suo padre di due strani

volatili colla testa da serpente e si slanciarono tutti verso il

portone seguiti da Gamani che teneva ben stretto il suo prigioniero, il

quale doveva figurare come un compagno ferito.

— Gridate più che potete che è scoppiato il fuoco, — disse Alfredo a

Urada ed a suo padre, — e seguitemi senza curarvi della folla. —

In quel momento il portone, sotto un’ultima e più vigorosa spinta,

cadeva al suolo sfasciato. Alfredo ed i suoi compagni si precipitarono

verso la folla atterrita, tenendosi stretti i feticci per nascondere il

viso, mentre Urada, il vecchio e Gamani urlavano a squarciagola:

— Al fuoco!... Al fuoco!... Salvate i _feticci_!... —

I negri, vedendo i loro sacerdoti si ritrassero prontamente da un

lato per lasciarli fuggire e porre in salvo le divinità, poi si

precipitarono confusamente nell’interno del recinto fra clamori

assordanti, cercando di combattere il fuoco che minacciava di

distruggere tutte le capanne sacre.

I falsi sacerdoti, che ridevano in cuore loro della splendida riuscita

della gherminella che li salvava dalle più terribili vendette, appena

si trovarono fuori dalla folla, la quale d’altronde non si occupava

più di loro, si cacciarono in mezzo ad un dedalo di oscure viuzze,

galoppando furiosamente.

Sull’angolo d’una via Antao si sbarazzò del suo mostriciattolo,

mandandolo a frantumarsi contro la porta d’una capanna, mentre Alfredo

faceva volare in un’ortaglia il suo leone, poi il vecchio e Urada si

liberarono pure dei loro volatili frantumandoli contro il tronco d’un

albero. Gamani però si teneva ben stretto il prigioniero, minacciando

di strangolarlo se mandava un solo grido.

Dopo mezz’ora di corsa attraverso a viuzze deserte, a ortaglie e

terrapieni, il vecchio negro, che si era messo alla testa per guidarli,

s’arrestava in un orticello abbandonato, cinto da un’alta siepe e dove

si trovava una capannuccia quasi sventrata, col tetto sfondato.

— Qui non correremo alcun pericolo, — disse. — Quest’abitazione e

quest’orto appartenevano ad un mio parente morto due anni or sono e più

nessuno è venuto ad abitarvi.

— Siamo lontani dal nostro _apatam_? — chiese Alfredo. — Sono inquieto

pei miei uomini.

— In un quarto d’ora possiamo giungervi.

— Desidererei che i due negri ed i cavalli si concentrassero qui.

— Perchè Alfredo? — chiese Antao.

— Per essere più pronti a lasciare la città.

— Ma Bruno?...

— Questa notte lo salveremo.

— E Kalani?...

— Questa notte lo ucciderò.

— Ma se non sappiamo ancora dove si trovano?...

— Ce lo dirà il prigioniero.

— Parlerà?...

— Ve lo costringeremo. Dopo quanto è accaduto questa notte, noi non

possiamo rimanere qui ad aspettare che Geletè si risolva a riceverci.

Un solo sospetto può costare la vita a tutti noi.

— L’ambasciata adunque ha finita la sua missione, — disse il

portoghese, ridendo. — Geletè andrà in furia di vedersi burlato dai

famosi principi del Borgu.

— E ci farà inseguire, Antao, ma mentre i suoi soldati ci cercheranno

verso il nord noi fuggiremo verso l’est e quando avremo attraversato

l’Okpa, potremo ridercene dei furori di Geletè.

— Padrone, se tu lo vuoi, io vado ad avvertire i due schiavi di venire

qui, — disse Gamani.

— No, andrò io, — disse il vecchio negro. — Conosco meglio di tutti

la via e certe scorciatoie deserte per le quali farò passare i cavalli

senza che alcuno s’accorga della fuga dell’ambasciata. Urada basta per

servire d’interprete nell’interrogatorio del sacerdote.

— Allora partite senza indugio, — disse Alfredo. — Sono già le undici e

vorrei, prima dell’alba, trovarmi lontano da Abomey. Questa notte tutti

sono in orgia e ci sarà facile lasciare la città inosservati.

— Fra mezz’ora sarò di ritorno, — concluse il vecchio negro.

Poi aggiunse, con aria misteriosa:

— Chissà?... Posso recare qualche notizia su Kalani. —

Mentre il negro si allontanava, Gamani aveva trascinato il prigioniero

sotto la capanna ed aveva accesa la lanterna che aveva portata con

sè. Il povero sacerdote era più morto che vivo, credendo che i suoi

rapitori si preparassero ad assassinarlo.

Urada, già istruita da Alfredo, aveva subito cominciato

l’interrogatorio.

— Se ti preme salvare la vita, tu parlerai, — gli aveva detto. — Questi

uomini, che sono nemici di Geletè, sono terribili e se ti ostinerai a

tacere ti scorticheranno vivo, mentre se parlerai ti regaleranno tanto

oro da comperare diecimila _cauris_. —

Il giovane sacerdote, udendo parlare d’oro, ebbe un sorriso da ebete,

ma i suoi occhi mandarono un lampo di cupidigia. Come tutti i suoi

compatrioti doveva essere venale.

— Guarda quest’uomo, — continuò Urada, indicando Alfredo che era

allora entrato assieme ad Antao. — È il fratello del ragazzo dalla

pelle bianca, che Kalani teneva prigioniero nel recinto sacro. Mi

comprendi?...

— Sì, — rispose il sacerdote.

— Quest’uomo che non è un negro come ti sembra, ma un bianco, vuole

riavere suo fratello che Kalani gli ha rapito e lo avrà, dovesse

uccidere Geletè e mandare un esercito di europei a distruggere il

Dahomey. Se tu ti ostinerai a tacere e ti rifiuterai ad aiutarlo, fra

un mese Abomey verrà presa d’assalto dagli uomini bianchi e data alle

fiamme.

— Ma sa il re del pericolo che corre il suo regno? — chiese il

sacerdote, con voce tremante.

— Lo saprà domani: intanto comincia tu a parlare, se vuoi risparmiare

al Dahomey questo disastro.

— Cosa devo fare?...

— Dire dove è stato condotto il fanciullo dalla pelle bianca, che fino

a ieri si trovava prigioniero nel sacro recinto.

— Ma io lo so.

— Allora ce lo dirai.

— Si trova nella casa di Kalani.

— Da quando?...

— Da stamane.

— Perchè l’ha condotto nella sua casa?...

— Aveva dei timori. Un negro che veniva dai paesi dei Krepi lo aveva

avvertito che degli uomini bianchi avevano lasciato il regno degli

Ascianti per venire qui a rapire il ragazzo. —

Udendo la traduzione di quelle parole, Antao e Alfredo si erano

guardati in viso con stupore e con inquietudine.

— Chi può averci traditi?... — chiese il portoghese. — Nessuno poteva

sapere che noi eravamo venuti dal paese degli Ascianti.

— Urada, — disse Alfredo, che era in preda ad una viva agitazione. —

Domanda spiegazioni su quel negro. Bisogna sapere chi è quel negro, per

metterci in guardia da questo nuovo e gravissimo pericolo. —

La risposta fu pronta.

— È un negro che aveva seguiti gli uomini bianchi da Porto Novo, —

aveva detto il sacerdote.

— Morte di Saturno!... Ora comprendo tutto!... — esclamò Antao. — È lo

spione che ci ha fatti imprigionare dai Krepi.

— Quello che è sfuggito ai soldati del giudice, — aggiunse Alfredo.

— Non credevo che quel briccone potesse giungere vivo fin qui. Amici

miei, il pericolo ingrossa e se restiamo qui ancora domani, non

risponderei più delle nostre teste. È necessario questa notte rapire

Bruno o nessuno di noi lascierà più mai la capitale del Dahomey.

— Ma ne avremo il tempo, Alfredo?

— Ora lo sapremo. —

Si rivolse verso Urada e la istruì su quanto doveva chiedere al

prigioniero. La brava ragazza s’affrettò a obbedire.

— Tu devi dirci altre cose ancora che ci preme di sapere, — disse al

prigioniero. — Bada di non ingannarci, poichè noi non ti lasceremo

libero, nè ti daremo l’oro promesso se non quando avremo le prove che

tu avrai detto la verità.

— Sono pronto a parlare, — rispose il sacerdote. — Sono troppo giovane

per morire ed amo l’oro.

— Dove sarà a quest’ora Kalani?...

— Dal re.

— Credi che si fermerà presso Geletè tutta la notte?...

— No, poichè prima dell’alba deve partire per Kana onde portare, sulle

tombe dei defunti monarchi, le teste recise quest’oggi.

— Quante persone vi sono nella casa di Kalani?...

— Due schiavi e due soldati.

— I quali avranno festeggiati i sacrifici di quest’oggi colle bottiglie

del padrone.

— Tutti bevono in tale occasione.

— Gamani, — disse Alfredo, — lega ed imbavaglia quest’uomo e se opporrà

resistenza accoppalo con due pugni. Lo porteremo con noi e se non avrà

mentito, riceverà il premio promesso. —

Avendo Urada tradotto quell’ordine, il prigioniero disse:

— Sono pronto a seguirvi, poichè so che gli uomini bianchi mantengono

sempre le loro promesse. Se vi avrò ingannati, mi ucciderete. —

In quell’istante, al di fuori, si udirono degli scalpitii che

s’avvicinavano rapidamente. Antao ed Alfredo si erano precipitati

nell’ortaglia temendo di venire sorpresi dai soldati di Geletè, ma

tosto emisero un grido di gioia.

Erano il vecchio negro e i due dahomeni coi cavalli.

— Ho mantenuto la parola, — disse il padre di Urada, muovendo

sollecitamente verso i due bianchi. Abbiamo abbandonato l’_apatam_

senza che alcuno se ne accorgesse.

— La popolazione bivacca sempre nelle vie? — chiese Alfredo.

— Non finirà l’orgia prima di domani. Tutti sono ubriachi, compresi

i soldati e le amazzoni, ma ho potuto sapere egualmente dove si trova

Kalani.

— Dal re, è vero!...

— Sì, ma prima dell’alba tornerà a casa, dovendo poi partire.

— Lo so e sarà là che noi lo aspetteremo. Sapreste guidarci, per vie

poco frequentate, alla casa di quel miserabile?...

— Sì, facendo il giro delle ortaglie.

— Allora partiamo subito. Quando il sole sorgerà, Kalani sarà morto e

noi saremo lontani da Abomey.

La Costa d'Avorio · 第 68 / 75 题