Era calata la notte da qualche ora, ma la capitale del Dahomey era
ancora in orgia.
Sulla grande piazza ove erano state scannate tante vittime, e nelle vie
adiacenti, la folla beveva e danzava furiosamente attorno a dei falò
giganteschi, al suono dei più barbari e più strani istrumenti che si
possa immaginare.
La birra di sorgo, il ginepro ed il rhum di tratta scorrevano a fiumi,
ma quegli insaziabili bevitori non ne avevamo mai abbastanza. Vuotati
dei barili, altri se ne portavano accanto ai fuochi, e danzatori e
suonatori ricominciavano la gazzarra.
Dovunque si udivano a echeggiare urla, spari d’armi da fuoco e dovunque
scoppiavano risse furibonde che terminavano a colpi di coltello, di
lancia o di fucile, ma chi si occupava dei morti?... Era molto se
lasciavano ancora in vita i feriti.
Nell’ampio palazzo reale l’orgia doveva aver raggiunto il colmo.
Tutte le strette finestre, che avevano l’aspetto di feritoie, erano
illuminate e da quelle uscivano pure urla e canti di gente già ebbra
e spari d’armi. Di tratto in tratto delle palle uscivano e sibilavano
per la piazza abbattendo qualche negro e qualcuna delle amazzoni che
intrecciavano danze dinanzi alle piattaforme.
Era Geletè che si divertiva a mandare quei pericolosi regali ai suoi
fedelissimi sudditi o che provava qualche nuovo fucile, ricevuto in
regalo dai capi della costa.
Mentre la popolazione tutta della capitale, il re, i ministri,
i soldati e le amazzoni continuavano la gazzarra con crescente
animazione, una piccola truppa d’uomini, che era uscita quasi di
nascosto dall’_apatam_ dell’ambasciata, attraversava rapidamente le vie
meno frequentate e meno illuminate, tenendosi rasente le pareti delle
capanne.
Era composta d’Alfredo, d’Antao, di Gamani, dell’amazzone e di suo
padre. Nessuno portava lo splendido costume dei borgani, ma tutti erano
armati di fucili.
Chi li avesse veduti, avrebbe potuto crederli un piccolo gruppo di
soldati del re incaricati di mantenere l’ordine nei quartieri più
lontani della città o di eseguire qualche segreta missione.
Passarono dinanzi a parecchi falò, senza rispondere all’invito dei
bevitori e delle danzatrici di arrestarsi per vuotare un bicchierino
e scomparvero fra un dedalo di viuzze oscure e assolutamente deserte,
arrestandosi in una piccola piazza coperta da sette od otto gigantesche
palme.
— Ci siamo, — aveva detto il padre di Urada, arrestandosi, in un luogo
dove maggiore era l’oscurità.
— Dove si trova?... — chiese Alfredo, con una viva emozione.
— Dietro a quella muraglia, — rispose il dahomeno, indicando un’alta
e massiccia parete che univa le grandi capanne occupanti i due angoli
della piazza.
— Sei certo di non ingannarti?
— Oh!... Certissimo.
— I sacerdoti veglieranno però nella stanza del mio Bruno!...
— Stanno gozzovigliando nella capanna centrale che contiene i feticci
più pregiati ed a quest’ora saranno tutti ubriachi, avendo io veduto
introdurre nel recinto due casse piene di bottiglie di ginepro mandate
dal re.
— Sì, — disse Gamani, che aveva osservata attentamente la muraglia.
— Il padroncino deve trovarsi dietro a questa cinta, nella piccola
capanna sacra.
— Allora andiamo a torcere il collo ai sacerdoti ed a liberare il
ragazzo, — disse Antao. — Mi vendicherò su quelle canaglie delle
terribili emozioni fattemi provare quest’oggi dal gran macellaio Geletè
I.
— Sì, affrettiamoci, — rispose Alfredo. — Finchè dura l’orgia della
popolazione non abbiamo da temere di venire importunati, ma è meglio
sbrigarsi presto. Hai la fune, Gamani?...
— Sì, padrone.
— Sei capace di giungere sulle muraglia?...
— Sì, purchè abbia un punto d’appoggio qualunque.
— L’avrai. —
Si appoggiò contro la parete piantandosi per bene sulle gambe e
inarcando la robusta schiena, poi disse ad Antao:
— Sali che io non cederò. —
Il portoghese, con un solo slancio, si trovò sulle spalle dell’amico.
— Ci sono, — disse.
— Manca molto alla cima?...
— Meno di due metri, Alfredo.
— Tocca a te, Gamani. —
Il negro, agile e lesto come tutti quelli della sua razza, s’arrampicò
rapidamente su quei due corpi, posò i piedi sulle spalle del
portoghese, poi si slanciò in alto aggrappandosi all’orlo superiore
della muraglia.
Issarvisi sopra, mettersi a cavalcioni, sciogliere la fune a nodi che
portava stretta attorno al corpo e gettare un capo ai compagni, fu
l’affare di un solo momento.
Alfredo fu pronto a salire ed a raggiungerlo, gettando uno sguardo
nell’interno della cinta.
Quantunque l’oscurità fosse profonda, vide delle palme che formavano
dei grandi gruppi, parecchie grandi capanne disposte in semi-cerchio ed
alcune più piccole che stavano disseminate lungo le muraglie.
Tutte quelle abitazioni erano oscure e parevano disabitate, ma una, la
più vasta e la più lontana, era illuminata ed anche abitata, poichè vi
si sentivano voci rauche, grida, scrosci di risa e canti.
— Sono i sacerdoti che vuotano le bottiglie del re, — disse Gamani ad
Alfredo. — Credo che non ci daranno alcun disturbo.
— E la capanna abitata da Bruno?... La vedi, Gamani?... — chiese
Alfredo, con ansietà.
— È quella laggiù, — rispose il negro, indicandogli una piccola
costruzione, col tetto piatto, che si rizzava fra quattro grandi
sicomori. — La riconoscerei fra mille.
— Ah!... È là, il povero ragazzo!... E forse ci aspetta da
parecchie notti e chissà fra quali ansie!... Ma noi questa notte lo
salveremo. —
Intanto Antao, Urada e suo padre, dopo d’aver fatto il giro della
piazza per essere certi di non essere stati spiati, li avevano
raggiunti.
Gamani lanciò la fune dall’altra parte della muraglia e pel primo si
calò nel recinto, nascondendosi sotto la cupa ombra d’un albero di
dimensioni gigantesche. Alfredo e tutti gli altri, nel più profondo
silenzio, lo seguirono.
— Finalmente!... — mormorò Antao, che non poteva stare zitto due
minuti. — Se quei beoni non lasciano le bottiglie, rapiremo il nostro
piccolo Bruno. Che bella sorpresa per Kalani!... Creperà di rabbia.
— Non gli rimarrà il tempo, — disse Alfredo, con voce sorda. — Dopo
Bruno mi occuperò di lui. Guidaci, Gamani.
— Perlustriamo prima i dintorni, — consigliò il padre di Urada. — Se
qualche sacerdote ci scorge darà l’allarme ed allora più nessuno di noi
uscirebbe vivo di qui.
— Quanti sacerdoti vi sono nel recinto?... — chiese Alfredo.
— Ordinariamente ve n’erano dodici, — rispose Gamani.
— Anche se ci sorprendono, non saranno tanti da darci dei fastidi.
— Tanto più che saranno ubriachi, — aggiunse Antao.
— Andiamo a perlustrare il recinto, Gamani, — disse Alfredo. — Questo
luogo ti è famigliare?
— Sì, padrone, — rispose il negro.
— Voi ci aspetterete qui, — continuò il cacciatore, rivolgendosi ad
Antao, Urada ed al vecchio. — Sorveglierete la fune affinchè non ci
venga tagliata la ritirata.
— Nessuno si avvicinerà senza il mio consenso, — disse il portoghese. —
Morte di Giove!... Il primo che mi capita fra i piedi lo mando a tener
compagnia ai defunti monarchi di questa grande macelleria.
— Silenzio ed aprite gli occhi. —
Alfredo e Gamani abbandonarono l’ombra cupa delle palme e tenendosi
nascosti dietro ad un filare di cespugli, si diressero verso la capanna
principale, dalle cui finestre, che erano assai basse, si poteva vedere
comodamente quanto succedeva nell’interno.
Procedevano cauti, tenendosi curvi verso terra e girando dovunque gli
sguardi per timore che vi fosse qualche sacerdote in sentinella dinanzi
alle capanne contenenti i _feticci_, ma pareva che per quella notte
i guardiani del sacro recinto si occupassero più delle bottiglie di
ginepro regalate dal re che delle divinità protettrici del regno.
Giunti presso la grande capanna, Alfredo e Gamani, dopo essersi
assicurati che al di fuori non vi era alcuno, guardarono cautamente
attraverso una finestra. Alla luce d’una lampada fumosa, che spandeva
all’intorno dei riflessi sanguigni, scorsero sette od otto negri adorni
d’orpelli d’ogni specie, sdraiati attorno ad una stuoia, mentre altri
tre o quattro, probabilmente ubriachi, russavano in un angolo della
stanza.
Quei sacerdoti trincavano allegramente le bottiglie del re, ridendo
e schiamazzando. Dovevano averne bevute già parecchie, poichè non
erano più in grado di mantenersi ritti e di quando in quando cadevano
sconciamente a terra, non risollevandosi che dopo molte fatiche.
— Bah!... — disse Alfredo a Gamani. — Questi ubriachi non sono più
in caso di opporre resistenza e non ci saranno d’impiccio. Ci sono
tutti?...
— Mi sembra che non manchi alcuno, — rispose il negro.
— Allora affrettiamoci a salvare il mio Bruno. —
Tornarono rapidamente verso i compagni informandoli del felice esito
della loro perlustrazione e certi di non venire inquietati da quegli
ubriaconi, si diressero senz’altro verso una piccola capanna, entro la
quale doveva trovarsi il ragazzo.
La capannuccia era chiusa da una specie di cancello coperto da stuoie,
che impediva di vedere nell’interno, ma Alfredo, che in quel momento
decisivo si sentiva tanto forte da sfondare una parete, con uno strappo
violento lo scardinò, gettandolo a terra.
Senza attendere che Gamani accendesse la lanterna che aveva portato con
sè, il cacciatore si slanciò nell’interno, chiamando:
— Bruno!... Bruno!... Svegliati!... Siamo noi!... —
Invece di udire la ben nota voce del fratello, udì una voce minacciosa
che chiedeva:
— Chi viene a disturbare Ahantu?...
— Morte di Urano e di Nettuno!... — esclamò Antao. — Chi è che ha
parlato?... —
Alfredo si era arrestato come fosse stato fulminato, ma il suo stupore
fu però di breve durata. Strappò a Gamani la lanterna, impugnò una
pistola e s’avanzò risolutamente nella capanna coll’arma tesa, pronto
ad abbattere qualsiasi ostacolo.
Un negro, col capo coperto di penne d’uccelli di rapina ed il corpo
avvolto in un ampio mantello di cotonina rossa a disegni strani che
somigliavano a teschi di morto incrociati con ossa umane, si era
bruscamente alzato da un lettuccio formato da stuoie sovrapposte.
Nella destra teneva uno di quei lunghi e larghi coltellacci usati dai
dahomeni.
Vedendo entrare quegli sconosciuti, con un balzo repentino si gettò in
fondo alla capanna sfondando, con un urto irresistibile, la leggiera
parete di vimini e si slanciò all’aperto fuggendo attraverso i viali
del recinto e urlando con quanta voce aveva.
Alfredo, Antao e Gamani, passato il primo istante di stupore, gli si
erano lanciati dietro minacciando di ucciderlo se non si arrestava,
ma il negro, che pareva fosse impazzito per lo spavento, continuava a
fuggire come un cervo, girando e rigirando attorno alle capanne ed ai
tronchi degli alberi.
— Fermati, non vogliamo farti male!... — gridavano Alfredo e Gamani,
mentre il portoghese, furibondo, giurava su tutti i pianeti di
scorticarlo vivo se non cessava dall’urlare.
Finalmente, dopo una lunga corsa, il sacerdote si cacciò in una
capanna. I due bianchi e Gamani credettero di poterlo raggiungere
e costringerlo al silenzio, ma si erano ingannati, poichè
quell’indemoniato aveva già dato l’allarme e che allarme fragoroso!...
Armatosi d’una specie di mazza, si era messo a percuotere, con una foga
diabolica, una grande lastra di metallo che pendeva dal tetto della
capanna, facendo un tale fracasso da svegliare anche un ubriaco. Pareva
che tuonassero dei piccoli pezzi d’artiglieria.
Gamani, con un pugno poderoso, aveva mandato a gambe levate
quell’ostinato, ma ormai tutti gli abitanti del recinto e dei dintorni
dovevano aver udito quella campana di nuova specie.
— Siamo presi!... — aveva esclamato Antao, impallidendo. — Ma prima
scorticherò vivo questo birbante!...
— Non ci hanno ancora in mano, — disse Alfredo. — Prima che gli
abitanti siano qui, noi avremo superata la muraglia. Gamani, lega ben
bene quest’uomo.
— È già legato, padrone, — rispose il negro. — Credo anzi che non si
muoverà per un bel po’, poichè non dà segno di vita.
— Meglio così: orsù, in ritirata.
— E Bruno?... — chiese Antao.
— Andiamo a frugare le capanne prima, ma temo che non si trovi più
qui. Forse Kalani l’avrà condotto seco, ma lo ritroveremo Antao, non
dubitare o meglio li troveremo tutti e due. —
Abbandonarono precipitosamente la capanna e si slanciarono attraverso
ai viali. Avevano veduti alcuni lumi dalla parte opposta del recinto e
s’affrettavano, per tema di venire sorpresi dai sacerdoti che stavano
vuotando le bottiglie del re.
Ai piedi della muraglia s’incontrarono con Urada e suo padre. Un breve
e rapido dialogo s’impegnò fra il vecchio ed Alfredo.
— Nulla?...
— Nulla; il ragazzo è scomparso. Credi che si trovi da Kalani?
— Lo sospetto, — rispose il vecchio.
— Come potremo saperlo?...
— Interrogando uno dei sacerdoti.
— Ma è stato dato l’allarme.
— Portiamone via uno e andiamo ad interrogarlo in un posto sicuro.
— Hai ragione: a me Gamani!... Vieni Antao!... Voialtri salite intanto
sulla muraglia. —
Stava per slanciarsi attraverso ai viali per piombare addosso ai
sacerdoti che erano già usciti dalla capanna e che s’avanzavano fra le
piante, tentennando e sorreggendosi l’un l’altro per mantenersi un po’
ritti, quando Urada lo trattenne, dicendogli:
— Odi, padrone?... —
Alfredo ed i suoi compagni si erano arrestati. Al di là della muraglia
si udivano delle persone a schiamazzare ed interrogarsi reciprocamente.
— Hanno dato l’allarme, — dicevano alcune voci.
— Che sia scoppiato il fuoco?...
— Che i sacerdoti corrano qualche pericolo?...
— Che i feticci sieno sdegnati pei sacrifici di quest’oggi?...
— Bisogna andare a vedere.
— Andate ad avvertire i soldati.
— Morte di papà Giove e di tutti i suoi figli!... — esclamò Antao,
rabbrividendo. — Vedo la mia testa nelle mani dei macellai di
Geletè!...
— Non è ancora perduta la nostra testa, — disse Alfredo, con voce
risoluta. — Nè Kalani, nè Geletè ci avranno così facilmente nelle loro
mani. —
Poi volgendosi verso Gamani:
— È tutto chiuso il recinto?...
— Vi è una sola porta che di notte si chiude.
— Ebbene, seguitemi.
— Ma cosa vuoi fare, Alfredo? — chiese Antao.
— Lo saprai. Per ora sgominiamo i sacerdoti. —