Quella notte i due europei ed i loro uomini, non furono capaci di
chiudere gli occhi un solo momento.
Bande di soldati giungevano ad ogni istante sulla vasta piazza,
spingendosi innanzi, fra grida, minaccie e bastonate gli schiavi
destinati ai sacrifici orrendi dell’indomani e facendo salve a polvere
per annunciare agli spiriti irritati dei monarchi, che Geletè si
preparava a mantenere la promessa.
Dietro ai soldati venivano turbe di negri accorsi da tutti i vicini
villaggi, per prendere parte alla distribuzione di vesti e di liquori
che suole fare la corte reale in quelle atroci circostanze.
Quei negri chiassosi, già mezzi ebbri di birra di sorgo, si accalcavano
dinanzi alle due enormi piattaforme che sorgevano ai due lati della
porta principale del palazzo del re, onde essere i primi a decapitare
le sciagurate vittime che dovevano essere gettate sulla piazza.
Prima della mezzanotte fra soldati, amazzoni e abitanti vi erano almeno
ventimila persone stipate sulla piazza, in attesa dello spuntare del
sole, momento indicato pel principio delle esecuzioni pubbliche.
Diciamo pubbliche, poichè nel palazzo reale dovevano essere già
cominciate quelle private che si fanno ordinariamente di notte.
Infatti, fra tutti quei clamori, dalle numerose finestre dell’enorme
palazzo, di quando in quando uscivano delle urla acute, strazianti,
che facevano fremere di sdegno Alfredo e andare in furia l’ottimo
portoghese, il quale si sfogava distribuendo legnate all’impazzata ai
negri che si pigiavano contro le pareti della capanna.
— Stupidi!... — gridava il brav’uomo, dimenticandosi di dover fingersi
muto. — Scannano i vostri fratelli e voi applaudite!... Meritereste la
forca degli schiavi, canaglie!... —
Fortunatamente la sua voce veniva coperta da quei clamori sempre più
assordanti e ben pochi facevano caso a lui. Tutt’al più si tiravano da
una parte guardando, con stupore, quell’indemoniato che picchiava con
un vigore non comune e con un’abbondanza straordinaria.
Alfredo, suo malgrado, dovette intervenire per frenare il bollente
amico, temendo che nei dintorni della capanna si aggirasse qualche spia
del re incaricata di sorvegliare il contegno degli ambasciatori.
Quando l’alba spuntò, la vasta piazza era completamente stipata. Una
moltitudine di braccia armate di coltellacci i quali dovevano servire
per decapitare le povere vittime della superstizione, si agitava
burrascosamente.
Quei negri sanguinari chiedevano, con urla formidabili, con scoppi di
veri ruggiti, il principio delle esecuzioni.
— Morte di tutti i pianeti!... — esclamò Antao, che dall’alto d’una
cassa, spingeva gli sguardi su quelle masse tumultuanti. — Ma questi
non sono esseri umani, sono dei leoni in furore assetati di sangue!...
Ci vorrebbe qui il mio amico Conshelloz con la sua batteria di cannoni
per mitragliare a dovere questi negracci. Ma dov’è quel gaglioffo di
Geletè, il gran beccaio ed i suoi aiutanti?...
— Comparirà presto, — rispose Alfredo che si teneva al suo fianco.
— Vedo che le amazzoni si sono disposte in forma d’immenso triangolo
dinanzi al palazzo e ciò indica che Geletè sta per venire.
— E noi, rimarremo qui?...
— Verranno ad offrirci un posto d’onore.
— Io lo rifiuterò. Non posso assistere tranquillo a questi massacri.
— Ti guarderai bene dal rifiutare un invito del re, Antao. Una risposta
negativa o scortese, equivarrebbe alla perdita della nostra vita.
— Siamo ambasciatori.
— Ma nelle mani del più feroce e del meno scrupoloso dei monarchi
africani. Guarda!...
— Cosa vedi?...
— Un drappello d’amazzoni guidato da un corriere del re, che si avanza
verso la nostra capanna.
— Vengono a prenderci?
— Sì, Antao.
— E dovremo accettare l’invito!
— È necessario, Antao, — rispose Alfredo, con voce grave.
— E Kalani?...
— Spero che non ci riconoscerà.
— Lo troveremo presso Geletè?...
— Lo temo. Hai le pistole?.
— Le ho nascoste sotto la giacca.
— Sii pronto a tutto: stiamo per giuocare una carta terribile.
— Morte di Nettuno!...
— Sii calmo, amico.
— Lo sarò, te lo prometto, Alfredo.
— Te lo domando pel mio Bruno, — disse il cacciatore, con voce commossa.
Il portoghese gli prese la destra e gliela strinse in silenzio.
In quel momento il corriere del re e le amazzoni erano giunti dinanzi
alla capanna. Come Alfredo aveva previsto, venivano ad invitare i
principi del Borgu, in nome del re, affinchè assistessero alla grande
cerimonia in onore dei defunti monarchi del Dahomey.
Ad un cenno del cacciatore, Urada e Gamani aprirono i due grandi
ombrelli, mentre i due dahomeni si collocavano dietro i due
ambasciatori portando in ispalla i fucili, ma col calcio in aria e la
bocca verso terra.
Le amazzoni formarono un cerchio attorno a loro e l’ambasciata
attraversò la piazza lentamente, aprendosi faticosamente il passo fra
la folla che si accalcava sul suo passaggio.
Giunta dinanzi ad una delle due grandi piattaforme, il corriere del re
condusse Alfredo ed il seguito sulla più elevata, facendoli accomodare
su di alcuni scanni che erano coperti di pelli di leone, poi si coricò
dinanzi a loro come per far comprendere alla folla che quelle persone
erano sotto la protezione del potente e temuto monarca.
Intorno ai due ambasciatori ed ai loro servi si erano intanto seduti,
ma ad una certa distanza, i grandi dignitari del regno, cabeceri
insigniti di una, due, tre e perfino quattro code di cavallo, gran moci
e comandanti di truppe.
Alfredo ed il portoghese avevano gettato un rapido sguardo su tutti
quei negri impettiti e orgogliosi, che si pavoneggiavano nelle loro
larghe e variopinte vesti ricamate d’oro, credendo di scorgere fra di
loro Kalani, ma non lo videro.
— Meglio così, — disse Alfredo a voce bassa, rivolgendosi ad Antao.
— Che sia col re? — chiese questi.
— Lo credo.
— Allora ci sarà lontano.
— Lo vedremo sull’altra piattaforma. Il posto del re è là, poichè vedo
che stanno aprendo il grande parasole reale.
— È una vera cupola; i nostri fanno una ben meschina figura nel
paragone. —
Alcuni _cabeceri_, aiutati da una mezza dozzina di negri, avevano
portato l’ombrello reale e l’avevano aperto per riparare dagli ardenti
raggi del sole S. M. negra.
Era di dimensioni veramente gigantesche, di stoffa rossa con frange
bianche e su di un lato si vedeva dipinto un mostruoso coccodrillo
colle mascelle aperte, lo stemma della casa reale del Dahomey.
Quasi subito i clamori della folla si spensero ed un silenzio profondo,
che aveva un non so che di pauroso, successe come per incanto.
— Cosa sta per succedere? — chiese Antao ad Alfredo.
— Sta per comparire il re, — rispose il cacciatore.
— Il gran macellaio!...
— Taci, imprudente. —
Una porta aperta nella grossa parete della cinta e che comunicava colla
piattaforma si era aperta e S. M. negra era comparsa, seguìta da una
dozzina di _cabeceri_ e di _gran moci_ e da uno stuolo di stregoni e
di guardiani dei templi, recanti i feticci prediletti di Geletè, dei
mostri di creta dorata che avevano le bocche aperte, dei serpenti pure
di creta dorata di dimensioni enormi e certi fantocci che volevano
rassomigliare ad esseri umani ma che invece del capo avevano dei becchi
d’uccelli di rapina.
Il feroce monarca aveva il viso quasi interamente nascosto da una
specie di turbante di seta verde ricamata in oro ed il corpo avvolto in
un ampio mantello di seta bianca, stretto alla cintura da una fascia di
lamine d’oro.
Si tenne un momento ritto in mezzo alla piattaforma, guardando la folla
che stipava la piazza, poi si sedette su di un gran seggiolone coperto
da un arazzo giallo, mentre ai suoi piedi, si sdraiava, su di un
cuscino, Behanzin, il futuro re del Dahomey ed anche l’ultimo.
Ad un tratto Alfredo, che teneva gli sguardi fissi sul palco reale,
strinse fortemente un braccio d’Antao.
— Cos’hai? — gli chiese il portoghese, stupito.
— Guardalo!...
— Chi?... Il re?...
— No, Kalani!... — rispose Alfredo, coi denti stretti.
Un negro d’alta statura, coperto da un ampio mantello di cotone
bianco adorno di serpentelli dipinti in rosso e col capo irto di penne
d’uccelli di rapina, si era avanzato fino all’orlo della piattaforma.
Era un uomo dai lineamenti arditi, dallo sguardo vivo, penetrante,
intelligente e dalla carnagione assai cupa. Si capiva anche a prima
vista che non apparteneva alla razza dahomena, ma si capiva pure che
quel negro doveva possedere una energia ben superiore ai suoi snervati
compatrioti delle regioni del sud. La sua voce, potente come quella
d’un leone, echeggiò nella vasta piazza, dominando il fracasso della
banda reale e le grida degli _ahpolos_ celebranti le truci imprese del
sanguinario monarca.
Kalani invitava i capi tribù ed i capi dei _salam_, ossia dei quartieri
delle varie città dei Dahomey, a deporre ai piedi del re il dono cui
erano obbligati ad offrire in segno di sudditanza.
Tosto Alfredo ed Antao, dal loro elevato posto, videro avanzarsi
attraverso la piazza, strisciando nella polvere come tanti serpenti,
oltre cento negri, ognuno dei quali portava seco un sacchetto di tela
contenente il dono.
Salirono, sempre strisciando e tenendo la testa china al suolo, come se
fosse loro vietato di guardare in viso il monarca, le gradinate della
vasta piattaforma e andarono a deporre le offerte dinanzi al trono,
ritirandosi poi dietro ai _cabeceri_, ai _moci_ ed ai guardiani del
tempio.
Kalani aveva ripresa la parola, rivolgendosi alla popolazione ed alle
amazzoni schierate dinanzi alle due piattaforme. Parlava con aria
da ispirato, cogli sguardi fissi sul sole che allora si mostrava, in
tutto il suo splendore, sugli ultimi altipiani. Avvertiva gli abitanti
dei Dahomey delle lagnanze dei defunti monarchi per la scarsità dei
sacrifici umani, delle loro tremende minaccie di mandare a soqquadro il
regno e della decisione presa dal potentissimo Geletè di raddoppiare
il numero delle vittime onde calmare gli sdegni dei fondatori della
dinastia, e quindi la necessità d’intraprendere altre guerre coi popoli
vicini per avere un gran numero di prigionieri da macellare. Terminò
promettendo, in nome del re, una grande spedizione guerresca nei paesi
dei Krepi e dei Togo e contro gli Jesa di Ckiadan, da intraprendersi
dopo i raccolti.
Poco dopo, mentre il sanguinario capo dei sacerdoti si rinvigoriva lo
stomaco tracannando una mezza bottiglia di ginepro, datagli dal re, le
amazzoni allargavano le loro file per lasciare uno spazio sufficiente
alle esecuzioni.
Venti schiavi, tutti uomini, colla testa adorna di penne d’uccelli
e le braccia e le gambe coperte di numerosissimi anelli di rame,
furono condotti sulla piazza. Quei disgraziati erano tutti capi di
tribù, fatti prigionieri un mese innanzi al di là del Mono. Parevano
rassegnati al loro triste destino, poichè non opponevano alcuna
resistenza ai soldati che li spingevano verso la piattaforma reale,
anzi mostravano una calma ammirabile.
Quei venti capi erano destinati a recarsi dai defunti monarchi del
Dahomey per avvertirli, che d’ora innanzi, Geletè avrebbe meglio
osservate le feste dei _grandi costumi_ e che avrebbe sacrificato un
maggior numero di vittime.
Prima che se ne andassero all’altro mondo a trovare i defunti, il
re ordinò che si rinvigorissero con un bicchiere di ginepro e che
si consegnasse a loro una fila di _cauris_ (circa lire 2,50) per
provvedersi di che mangiare lungo il viaggio ed una bottiglia di _rhum_
di tratta per dissetarsi, poi fece cenno al carnefice di cominciare le
esecuzioni.
Fu l’affare di pochi istanti. Il gran giustiziere del re, un negro
gigantesco che doveva essere dotato d’una forza prodigiosa, in pochi
istanti, colla sua larga e affilatissima sciabola, aveva fatto cadere
al suolo le venti teste.
Antao nauseato, aveva fatto atto d’alzarsi per prorompere forse in
invettive contro il sanguinario re, a rischio di compromettere la
propria vita e quella dei compagni, ma Alfredo, con un gesto imperioso,
l’aveva costretto a riprendere subito il suo posto.
— Un gesto solo basta per perderci tutti, — gli mormorò all’orecchio. —
Se vuoi farci assassinare, alzati e parla.
— Non commetterò mai simile imprudenza, Alfredo, — rispose il
portoghese, — ma queste atroci esecuzioni mi fanno diventare idrofobo.
— E credi che io sia tranquillo?... Darei dieci anni di vita per
balzare alla gola di Geletè e di quella canaglia di Kalani. Queste
scene mi fanno orrore, eppure sono costretto a frenarmi per salvare la
nostra vita e quella del piccolo Bruno.
— Non mi muoverò, Alfredo. —
Intanto i sacrifici in grande erano cominciati dinanzi alla piattaforma
reale. Dopo la decapitazione di quei venti capi, erano stati
sacrificati sessanta buoi, dodici cavalli ed un coccodrillo, poi una
banda di sessanta negri fra uomini e donne.
Il sangue che usciva da quell’ammasso di corpi, scorreva per la piazza,
arrossando i piedi di quelle migliaia di spettatori, mentre un odore
nauseante si espandeva in aria, quell’acre odore che si sente nei
macelli.
Il popolaccio ed i soldati applaudivano freneticamente l’abilità
del gigantesco carnefice e guazzavano in mezzo a quel sangue come
se fossero diventati tigri. Con urla spaventevoli, reclamavano nuovi
sacrifici per placare gli spiriti irritati dei defunti monarchi.
Geletè non si faceva pregare. Ad un suo ordine nuove truppe di schiavi
terrorizzati venivano spinti, a legnate, a pugni, a calci, in mezzo
al vasto triangolo formato dalle amazzoni e nuove teste rotolavano a
destra ed a manca.
Al grande giustiziere del re si erano uniti altri due carnefici e le
pesanti ed affilate lame cadevano senza misericordia, mietendo le file
di quei disgraziati prigionieri di guerra, mentre altri, forse gli
aiutanti, raccoglievano le teste formando ai due lati della piattaforma
due orribili piramidi.
Ad un tratto si fece un profondo silenzio. Sulla cima delle muraglie
del palazzo reale erano saliti dei robusti soldati portando delle
grandi ceste, specie di panieri che avevano una sola apertura dalla
quale si vedeva uscire una testa umana.
In ognuna di quelle ceste era stato rinchiuso un povero negro,
destinato a soddisfare le brame sanguinarie del popolo.
— Gran Dio?... — esclamò Antao, inorridito. Cosa sta per succedere?...
— Il re sta per lanciare i suoi regali al popolaccio, — rispose Alfredo.
— Dei regali viventi che quelle canaglie si affretteranno a fare a
brani.
— A decapitare, Antao, poichè ogni testa si può cambiare con una
bottiglia di rhum o di ginepro o una fila di cauris. Sarà l’ultimo
sacrificio per oggi. —
I soldati intanto avevano deposti sul margine del muraglione quelle
cinquanta o sessanta ceste. Le vittime che vi stavano rinchiuse
dimenavano disperatamente la testa e mandavano urla di terrore, ma si
trovavano nell’assoluta impossibilità di reagire, avendo le braccia e
le gambe strettamente imprigionate.
Ad un cenno di Kalani tutti quei panieri furono precipitati nel vuoto,
schiacciandosi contro le pietre della piazza. Allora accadde una scena
mostruosa. La folla, come se fosse improvvisamente impazzita, si era
scagliata con impeto irresistibile su quelle ceste. Quei truci negri
avevano impugnati i loro coltellacci e si disputavano ferocemente
le teste delle vittime che per loro rappresentavano una solenne
ubriacatura.
In pochi istanti i panieri furono sventrati, i poveri schiavi, vivi
o moribondi o morti in causa della caduta, furono strappati fuori e
decapitati e le teste sanguinanti furono tosto cambiate contro file di
cauris e bottiglie di ginepro o di rhum di tratta.
Era il segnale dell’orgia. Dalla piattaforma reale Geletè, Kalani, i
_cabeceri_ ed i _moci_ gettavano sul popolo, per vedersele disputare,
pezze di tela, file di cauris e bottiglie di liquori, mentre sulle
piattaforme venivano portate casse di bottiglie di ginepro.
Il re, i suoi ministri, i cortigiani, i soldati ed il popolo si
ubriacavano per chiudere solennemente la prima giornata della _festa
dei costumi_, mentre sulla piazza sanguinante si dibattevano, fra le
ultime convulsioni, le vittime.....
[Illustrazione: Il carnefice aveva fatto cadere al suolo le
venti teste. (Pag. 222).]