Nella tana del leone

Abomey era la città più popolosa del Dahomey ed anche la più

fortificata, essendo la sede dei monarchi e delle principali forze

dello stato.

Un grande bastione di terra battuta, capace di far fronte a qualsiasi

assalto di soldati negri, ma non di opporre una lunga resistenza ad

una batteria di cannoni europei, la circondava. Alcune breccie, aperte

sopra dei ponti gettati attraverso il fossato, servivano di porte.

La città nulla però aveva d’attraente. Era un ammasso di tuguri dalle

pareti di terra e coi tetti di stoppia, divise in parecchi _salam_,

ossia quartieri con vie strette, sudicie, puzzolenti, dove marcivano

carogne d’animali ed anche gran numero di corpi umani dopo le feste

delle _grandi usanze_ o dei _costumi_.

La sola cosa notevole era la grande piazza del Mercato, un quadrilatero

immenso in gran parte occupato dalla reggia formata da un palazzo di

dimensioni enormi, la cui facciata misurava oltre seicento metri, tutto

traforato da un numero immenso di finestre senza imposte e dall’aspetto

minaccioso. Due vaste terrazze che servivano pei sacrifici umani,

guardate da parecchi pezzi d’artiglieria, lo fiancheggiavano, mentre un

alto e solido muro lo proteggeva ai lati e nella parte posteriore.

Due sole porte, difese da enormi battenti in legno ed in ferro e

guardate giorno e notte da una compagnia di amazzoni, permettevano

l’accesso.

Pure su quell’ampia piazza sorgeva il tempio dedicato ai serpenti e

quello dei feticci, contenente questo un gran numero di divinità le une

più barocche delle altre, mostri informi di terra cotta dorata, o di

legno malamente scolpito, o di avorio, o di rame.

La sua popolazione, comprese le tremila amazzoni che formavano la

guardia reale, ordinariamente non superava le ventimila anime, ma

durante le feste delle _grandi usanze_ si triplicava, accorrendo

curiosi da tutte le vicine borgate, quantunque un non piccolo numero di

quei poveri sudditi del barbaro re più non dovesse tornare alle natìe

capanne.

Alfredo ed Antao a cavallo, fiancheggiati dai loro porta-ombrelli

e preceduti dal gran _moce_, dai _cabeceri_ e dalla scorta armata e

seguìti dai loro uomini, attraversarono la capitale destando fra la

popolazione la più viva curiosità e furono condotti in una grande

capanna circolare, colle pareti di mattoni cotti al sole ed il tetto di

foglie di palma, situata quasi di fronte al palazzo reale.

Per ordine del re vi erano state portate delle sedie, due brande,

un tavolo, dei viveri, delle legna, del vasellame e mandati quattro

schiavi per servire i due ambasciatori.

Il gran _moce_ osservò se nulla mancava, ordinò agli schiavi di tenersi

agli ordini dei due grandi personaggi ospiti del re, minacciando di

far loro troncare il capo alla più piccola disobbedienza, poi salutati

Alfredo ed Antao, fece cenno di volersi ritirare per recarsi ad

informare il suo potente signore.

Alfredo con un gesto lo trattenne, e da Urada gli fece chiedere quando

gli ambasciatori del Borgu avrebbero potuto vedere il re.

— S. M. è troppo occupato per ora per trattare cose tanto importanti,

— rispose il gran _moce_, — ma credo che si degnerà ricevere ben presto

i saluti dei guerrieri del Borgu. Dopo le grandi _feste dei costumi_ si

potrà discutere il trattato d’alleanza.

— Sta bene, — rispose Alfredo. — I rappresentanti del Borgu

attenderanno pazientemente le decisioni del potente monarca del

Dahomey, intanto manderanno a lui i regali dei principi borgani. —

Ciò detto mise nelle mani del gran _moce_ e dei due _cabeceri_ tre

cofanetti di metallo lavorato, che aveva fatto estrarre dalle sue

casse.

I tre dignitari li ricevettero con una specie di venerazione e

s’affrettarono a lasciare la capanna, ringraziando i due ambasciatori.

— Morte di Giove, Marte, Venere, Sat....

— Basta, — disse Alfredo, vedendo che il portoghese stava per

continuare. — Mi hai detto che erano proprio morti pel Dahomey.

— È vero, — disse Antao, ridendo, — ma non ne potevo più. Pensa che

sono muto dalle cinque di stamane e che la mia lingua minacciava di

atrofizzarsi per sempre, se il mio supplizio continuava. Il diavolo

si porti gli ambasciatori, il Borgu, i _moci_, i _cabeceri_ ed anche

quell’animalaccio di Geletè!... Tutte queste cerimonie mi fanno

venire l’emicrania e ti confesso che sarei ben più felice di trovarmi

ancora sulle rive dell’Ouzmè, a cacciare gli ippopotami. Almeno là

avrei potuto far crepare tutti i pianeti mille volte al giorno, a mio

piacimento.

— Sii paziente per un po’ di giorni ancora, mio povero amico, — rispose

Alfredo. — Ormai il più è fatto e in breve rivedremo ancora le rive

dell’Ouzmè.

— Spero che quei ciarlatani dalle code di cavallo ci lascieranno in

pace qualche giorno.

— Sono troppo occupati nelle loro feste, per badare a noi per ora.

— Ma a quell’antropofago di Geletè, cos’hai mandato?...

— Delle collane d’oro, dei braccialetti, degli anelli ed una corona da

re d’argento dorato. Bisogna essere un po’ generosi con Geletè.

— Purchè non paghi la tua generosità tagliando il collo a noi?... Quel

furfante sarebbe capace, ma.... che questi schiavi comprendano ciò che

diciamo?...

— Non aver questo timore, Antao. Puoi parlare a tuo bell’agio, poichè

non comprendono il portoghese e tanto meno l’italiano.

— Sarei più contento che tornassero da Geletè!

— Se li rimandassimo, il re sarebbe capace di farli decapitare.

— Padrone, — disse in quel momento Urada, avvicinandosi ad Alfredo. —

Ho veduto mio padre passeggiare dinanzi al palazzo reale.

— Fallo venire, — disse Antao.

— No, — rispose Alfredo. — Il vecchio è prudente e aspetterà che tutti

questi curiosi che ci spiano si siano allontanati, per venire qui.

— Cacciamoli via, Alfredo. Giacchè Geletè ha messo a nostra

disposizione i suoi schiavi, facciamoli un po’ lavorare.

— L’idea non è cattiva, Antao. —

Urada avvertì gli schiavi del desiderio dei loro nuovi padroni.

Non aveva ancora terminato di parlare che i quattro negri, armatisi

rapidamente di canne lunghe e flessibili, si scagliarono contro la

folla urlando a squarciagola e bastonando senza misericordia.

Bastarono pochi istanti perchè quei curiosi si dileguassero in tutte

le direzioni come un branco di cervi spaventati, anzi Antao ed Alfredo

dovettero intervenire per moderare l’eccessivo zelo dei quattro

schiavi, i quali minacciavano di accoppare due o tre disgraziati che

erano stati travolti dai fuggiaschi.

— Calma, bollenti diavoli, — disse Antao. — Sta bene che percuotiate in

nome del re, ma non vogliamo che storpiate nessuno. Morte di Marte!...

Che gragnuola e che fuga!...

— Ma è stata una gragnuola provvidenziale, — disse Alfredo. — Ecco il

padre di Urada che si avvicina alla nostra dimora.

— Facciamo rientrare i negri o lo accopperanno, Alfredo. —

Il vecchio dahomeno, fingendo di guardare ora il palazzo reale, ora la

vasta piazza ed ora le capanne come un tranquillo curioso, s’avvicinava

lentamente alla dimora degli ambasciatori.

Dopo d’aver girato e rigirato per dieci minuti, sempre più

avvicinandosi, passò dietro la grande capanna e guizzò celeremente

entro la porta, senza quasi essere stato veduto dai curiosi che si

tenevano sugli angoli delle vie.

— Finalmente! — esclamò Alfredo, prendendolo per una mano e

conducendolo entro la dimora.

Il vecchio negro salutò i due bianchi con un amabile sorriso, abbracciò

Urada, poi accomodatosi su di una cassa, accennò a voler parlare.

L’amazzone gli si sedette accanto per tradurre le sue parole.

— Come già avrete saputo, non ho perduto il mio tempo, — diss’egli,

guardando Gamani. — Quel vostro negro vi avrà già detto che io ho

visitato il tempio dei serpenti, dove si trova prigioniero il fanciullo

che cercate.

— Sì, lo sappiamo, — rispose Alfredo. — L’hai riveduto mio fratello?

— Sì, stamane. Volevo bene imprimermi nel cervello la topografia del

tempio, per poter agire con sicurezza quando noi tenteremo il colpo.

— Sta bene il fanciullo?...

— Gode ottima salute e vi aspetta.

— Ah!... Mio povero Bruno!... — esclamò Alfredo, con un sospiro. —

Come gli sembreranno lunghe le ultime ore della sua prigionìa. Credete

possibile la sua liberazione?...

— Sì....

— E troverò colà anche Kalani?...

— So che qualche volta dorme nel recinto sacro, ma non sempre però.

— Si trova in città ora?

— È tornato quest’oggi, dopo d’aver raccolti gli schiavi destinati alla

festa di domani.

— Di domani hai detto?

— Sì, Geletè ha paura ad indugiare. Anche ieri notte la terra ha

tremato e ciò indica che i suoi avi sono malcontenti di lui e che

reclamano nuove offerte di vittime umane. Questa sera si prepareranno

le grandi piattaforme pel getto delle ceste.

— Canaglie, — brontolò Antao.

— Ma dove potrò assalire Kalani?... — chiese Alfredo.

— Ti consiglierei di sorprenderlo a casa sua. Domani sera tutti

saranno ubriachi, anche le sue guardie e potremo introdurci nella sua

abitazione con maggior facilità e ucciderlo.

— È lontana la casa di Kalani?...

— È situata nel _salam_ vicino.

— Allora è necessario che tu non ci abbandoni più per poterci guidare.

— Rimarrò qui e vi attenderò.

— Padrone, — disse in quel momento Gamani, che vegliava presso la porta

della capanna. — Un gran _moce_, scortato da un drappello d’amazzoni,

si dirige a questa volta.

— Cosa vorrà il re da noi?... — chiese Alfredo, aggrottando la fronte.

— Vi manderà l’invito per le feste di domani, — disse il vecchio negro.

Il gran _moce_, giunto dinanzi alla capanna, ordinò alle amazzoni di

salutare militarmente i due ambasciatori che si erano affrettati ad

uscire, poi disse:

— In nome di S. M. Geletè e del principe Behanzin-Aidjeri, invito gli

ambasciatori della potente nazione del Borgu alla festa dei _grandi

costumi_ che avrà luogo domani, dopo i sacrifici notturni. I principi

del Borgu avranno un posto d’onore.

— Grazie, — rispose asciuttamente Alfredo, mentre Antao, dopo udita la

traduzione, aggiungeva:

— Che il diavolo impicchi quell’antropofago di Geletè e tutti i suoi

abominevoli satelliti, per tutti i pianeti del cielo! Se qualcuno vi

piombasse sul cranio, sarebbe un gran bravo pianeta!... —

La Costa d'Avorio · 第 62 / 75 题