Il ritorno di Gamani

Tre giorni erano trascorsi dalla partenza del corriere di Ghating-Gan

e del padre di Urada, senza che più alcuna notizia fosse giunta ai

due europei. Pareva che Geletè fosse troppo occupato nei preparativi

della festa dei costumi per pensare all’ambasciata dei capi del Borgu

e che il vecchio negro avesse trovato o dei grandi ostacoli, o nessun

messaggiero da fidarsi per mandare sue nuove.

Alfredo, le cui inquietudini aumentavano, non sapendo a che cosa

attribuire quei ritardi e temendo sempre una sorpresa da parte

dell’astuto Kalani, aveva proposto al cabecero di mandare degli

altri corrieri ad Abomey per indurre Geletè a decidersi a ricevere

l’ambasciata, ma senza alcun risultato.

Non era prudente irritare il feroce monarca, il quale avrebbe potuto

prendersela col _cabecero_ e far tagliare, senza tante cerimonie,

la testa ai messaggeri importuni. Era necessario attendere il suo

beneplacito ed armarsi di pazienza.

La sera del quarto giorno però, quando Alfredo ed Antao, dopo d’aver

cenato, si preparavano a coricarsi, videro un negro attraversare

rapidamente la piazza, come se avesse temuto di esser visto

dalle amazzoni che stavano di guardia dinanzi ai palazzi reali, e

precipitarsi sotto l’_apatam_.

Temendo che fosse qualche importuno, si erano alzati per farlo

allontanare, quando il negro si gettò impetuosamente dinanzi ad

Alfredo, dicendo con voce soffocata:

— Oh mio padrone!... —

Il cacciatore, stupito, lo aveva prontamente afferrato per guardarlo in

viso. Un grido, a malapena frenato, gli sfuggì:

— Gamani!... Tu!... Vivo ancora!...

— Sì, padrone, — rispose il negro, ridendo. — Il tuo fedele Gamani, che

tu credevi morto fra le foreste dell’Ouzmè, la notte che fu incendiata

la tua fattoria.

— Lave dell’Etna!... Gamani!... Ma chi ti ha mandato qui?... Come hai

saputo che noi ci troviamo a Kana?... Parla, spicciati!...

— Morte di Urano, Nettuno e di tutti i pianeti conosciuti ed ignoti!...

— esclamò Antao. — Gamani!... Sei vivo o sei un’ombra?...

— Sono in carne ed ossa, padron Antao, — rispose il negro.

— Ma parla!... — esclamò Alfredo. — Non vedi che io muoio

d’impazienza?... Chi ti ha mandato qui?...

— Un vecchio negro, padre d’una amazzone che è con voi.

— Il padre di Urada!... — esclamarono Antao ed il cacciatore.

— Sì, sua figlia si chiama Urada.

— Ma eri ad Abomey?... — chiese Alfredo.

— Sì, padrone.

— Schiavo di Kalani forse?...

— Sì, ma addetto al tempio dei serpenti e dei feticci.

— E di mio fratello, cos’è accaduto?... Parla, parla Gamani!

— È vivo e porto i suoi saluti a te ed al padrone Antao.

— Ah!... bravo piccino!... — esclamò il portoghese, che era vivamente

commosso. — Si è ancora ricordato di me!...

— Siedi Gamani, — disse Alfredo, spingendo innanzi una cassa. — Tu mi

sembri assai stanco.

— È vero, padrone. Ho percorso le tre leghe che separano Kana dalla

capitale, quasi tutte d’un fiato, per tema di venire ripreso e sono

sfinito. —

Antao sturò una bottiglia di ginepro, riempì una tazza e gliela porse,

dicendogli:

— Bevi questo, poi parlerai. —

Il negro tracannò d’un colpo solo il forte liquore, poi riprese:

— Ho molte cose da raccontare. Sappi innanzi a tutto, padrone, che

tuo fratello sta bene e che non corre alcun pericolo, essendo sotto

la protezione del re e dei sacerdoti. Egli è diventato una specie di

feticcio che lo mette al coperto dalle vendette di Kalani.

— Sa ormai che noi siamo qui?...

— Sì, padrone e vi aspetta presto ad Abomey. Il padroncino è ben

trattato, ma sospira il momento di abbandonare la sua prigione e di

poterti abbracciare.

— Povero Bruno, — mormorò Alfredo, con commozione. — Quali terribili

momenti avrà passati, nelle mani di quei barbari.

— E Kalani? — chiese Antao.

— È sempre potente e gode la fiducia di Geletè e di Behanzin, il futuro

re del Dahomey. Si può dire che tutti tremano dinanzi a lui.

— Si vede che nel Dahomey i bricconi fanno fortuna, — disse Antao. — Se

i miei affari andranno male, diverrò un furfante e verrò qui.

— Ma perchè Kalani ti ha risparmiato? — chiese Alfredo.

— Non lo so, padrone, ma forse per dare un compagno a tuo fratello.

Non è il padroncino che Kalani odia, ma te e lo ha rapito solamente per

poter averti nelle mani.

— Lo avevo sospettato. Quel miserabile era certo che io sarei venuto

nel Dahomey.

— Sì ed aveva mandato numerosi drappelli di soldati verso le frontiere

meridionali, per farti sorprendere ed imprigionare.

— Ed ora, spera ancora di vedermi giungere?...

— Lo teme sempre. Sente per istinto che un giorno o l’altro tu gli

piomberai addosso e vive in continue inquietudini. Sa che tu non sei un

uomo da lasciargli nelle mani il padroncino.

— I suoi soldati, la notte che ci tesero un agguato sulle rive

dell’Ouzmè, ti sorpresero sul sicomoro?...

— Sì, padrone. Avevano circondato l’albero in venti o trenta,

minacciando di fucilarmi come fossi un pappagallo. Ne ammazzai due, ma

poi dovetti discendere per non farmi fracassare le ossa.

Fui legato e condotto verso la laguna, da dove assistetti, impotente,

alla distruzione della tua fattoria ed al rapimento di tuo fratello.

— Ha fatto altri prigionieri Kalani?...

— Nessun altro.

— Ma come hai conosciuto il padre di Urada?...

— Avendo saputo che io ero un servo di tuo fratello, dopo d’aver

ottenuto il permesso di entrare nella casa dei feticci, ieri venne a

trovarmi e mi parlò di voi. Dapprima non lo credetti, anzi sospettai

un tranello, ma ben presto mi persuasi della verità delle sue parole e

tramammo la mia fuga.

Non essendo io strettamente sorvegliato come tuo fratello, potei uscire

dalla capanna dei feticci e abbandonare la città prima che i sacerdoti

se ne fossero accorti.

— E quali notizie rechi da parte del vecchio negro?

— Buone per noi. Domani mattina giungerà il _recade_ del re ed una

scorta per condurvi ad Abomey. Sembra che a Geletè prema di farvi

assistere alle _feste dei costumi_ e che accetti di buon grado le

vostre proposte.

— Cioè quelle dei capi del Borgu, — disse Antao, ridendo.

— Ancora poche domande, poi ti lascierò riposare, — disse Alfredo.

Poi incrociando le braccia e guardandolo fisso, gli chiese con voce

sibilante:

— Credi che io lo possa uccidere?...

— Kalani?... — chiese il negro.

— Sì, lui!...

— Bada, padrone, Kalani è potente quasi quanto Geletè.

— Ti dico che non lascierò il Dahomey se non l’avrò ucciso.

— Sarà una cosa difficile ma non impossibile.

— Potrò adunque vendicarmi di tutto il male che mi ha fatto e liberare

la terra da quel mostro sanguinario?

— Sì, ma bisognerebbe approfittare della _festa dei costumi_, quando

tutti sono ubriachi.

— Me lo ha detto anche il padre di Urada.

— So dove potremo sorprenderlo.

— E tu mi condurrai colà?...

— Sì, padrone; anch’io odio Kalani e sarei ben contento di ucciderlo,

come il popolo di Abomey sarebbe lieto di vederlo morto. Egli è l’anima

dannata di Geletè e di Behanzin.

— Sta bene: lo ucciderò, — disse Alfredo con accento terribile. — Ora

puoi riposarti. —

Gamani, che non si reggeva quasi più, sfinito dalla lunga e rapidissima

marcia, s’affrettò ad approfittare del permesso sdraiandosi su di una

cassa.

Alfredo ed Antao fecero il giro dell’_apatam_ per accertarsi che la

piazza era deserta, poi s’accomodarono anche loro fra le casse, vicini

ad Urada.

L’indomani, ai primi albori, venivano svegliati dalla banda di

Ghating-Gan, la quale si dirigeva verso la capanna facendo un fracasso

tale da svegliare anche un sordo.

Questa volta però era preceduta non da quattro sole amazzoni, ma da

una mezza compagnia ed era seguita dal _cabecero_, da un inviato reale

in alta tenuta, vestito di rosso e armato d’una spada coll’impugnatura

d’oro e adorna del sigillo reale e da otto vigorosi negri i quali

portavano due comode amache, riparate superiormente da una piccola

tenda di cotone azzurro ed infioccata.

Ghating-Gan salutò, con maggiore deferenza del solito, i due

ambasciatori, poi disse:

— È giunto un gran _moce_ col _recade_. Siete attesi ad Abomey, dove

verrete ricevuti cogli onori che spettano alla vostra posizione di

ambasciatori d’una nazione potente e guerresca. —

Il gran _moce_ od inviato del re si fece allora innanzi, s’inginocchiò

posando la fronte al suolo, dovendo parlare in nome del suo potente

signore, poi disse:

— Do ai due ambasciatori il buon giorno in nome di S. M. Geletè e reco

l’ordine di condurli tosto ad Abomey: attendo. —

Alfredo, per mezzo di Urada che serviva d’interprete, fece rispondere

che ringraziava il grande monarca della decisione di ricevere

l’ambasciata dei capi del Borgu, prima che avesse luogo la festa dei

costumi, ma che prima di partire chiedeva qualche ora di tempo per

preparare le sue casse, pregando il gran moce di attenderlo al palazzo

reale.

— Sono agli ordini degli ambasciatori del Borgu, — rispose il _moce_.

Ad un suo cenno le amazzoni, la banda musicale ed il seguito

abbandonarono l’_apatam_ per attendere l’ambasciata dinanzi al palazzo

reale.

— Ma perchè questo ritardo?... — chiese Antao ad Alfredo quando furono

soli.

— Dimentichi Gamani?... — rispose il cacciatore. — Se lo conduciamo

con noi sarebbe finita per l’ambasciata, poichè Kalani non tarderebbe a

riconoscerlo.

— Cosa vuoi farne di lui?...

— Trasformarlo in un magnifico borgano. Gamani ci è necessario,

conoscendo ormai le abitudini di Kalani e la capanna dei feticci

che serve di prigione al mio piccolo Bruno. Affrettiamoci, poi

partiremo. —

[Illustrazione: — .... Il padroncino è ben trattato, ma

sospira il momento di abbandonare la sua prigione.... (Pag.

206).]

Mentre i due dahomeni cominciavano a caricare le casse sui cavalli,

Alfredo prese i suoi vasetti di colore ed in pochi minuti depose sulla

pelle rossastra del suo servo un bello strato di nero intenso, poi

appiccicò sul viso del fedele servo una lunga barba nera.

Attese che la tinta fosse bene asciutta, poi ordinò a Gamani

d’indossare un paio di calzoni rossi fiammanti, di stringersi le

reni con una larga fascia di seta gialla e di gettarsi sulle spalle

un grande mantello bianco infioccato e adorno di rabeschi rossi. Un

ampio turbante che gli nascondeva mezzo viso, bastò per completare la

trasformazione.

— Credo che nessuno più lo riconoscerà, — disse ad Antao, guardando con

viva soddisfazione il negro.

— Stavo chiedendomi da dove era sbucato quest’uomo, — rispose il

portoghese. — È assolutamente irriconoscibile e potrà avvicinare Kalani

senza tema di venire riconosciuto. Ma tu sei un vero artista.

— Se non lo fossi non sarei italiano, — rispose Alfredo. — Siete

pronti?...

— È tutto caricato, — dissero Urada ed i due schiavi.

— Partiamo. —

Alfredo ed Antao salirono a cavallo, la giovane amazzone e Gamani

aprirono i due grandi ombrelli a smaglianti colori e la piccola

carovana si diresse verso il palazzo reale, destando, coi suoi costumi

pittoreschi, l’ammirazione della folla che gremiva la piazza.

L’orchestra diede fiato ai suoi istrumenti con un crescendo spaventoso,

mentre le amazzoni, schierate su due file, presentavano le armi

all’ambasciata, con un insieme ammirabile, facendo poscia due scariche

in aria.

Il gran _moce_ pregò gli ambasciatori di scendere dai loro cavalli e

di prendere posto nelle due amache inviate a loro dal re onde non si

affaticassero durante il viaggio, poi diede il segnale della partenza.

Il drappello, scortato da otto amazzoni e seguito da Urada, Gamani e

dai due schiavi che conducevano i cavalli, si pose in marcia fra le

grida della popolazione ed il fracasso dell’orchestra.

Attraversata la città fra due fitte ali di popolo plaudente, prese la

via reale di settentrione, la quale corre, quasi diritta, fino alla

capitale del regno.

Alfredo ed Antao, comodamente sdraiati nelle loro amache che i

portatori sostenevano, avevano accese le loro sigarette e fumavano

beatamente scambiando qualche parola con Urada o con Gamani che si

erano collocati ai loro fianchi.

La via reale era davvero bellissima, larga tanto da permettere il

passaggio a otto cavalli di fronte, ma composta d’una specie di

minerale granuloso e rossastro che doveva stancare straordinariamente i

portatori al pari dei terreni sabbiosi o ghiaiosi.

Una doppia fila di splendidi palmizii la ombreggiava, mentre al di là

si estendevano immense pianure coperte da un’erba alta assai e fitta

e da gruppi d’alberi, per lo più palme d’elais. Qualche volta però si

vedeva giganteggiare anche la mole imponente d’un baobab.

Il drappello procedeva rapido, malgrado la pessima qualità del terreno.

I portatori, uomini robustissimi ed abituati alle lunghe marcie, si

avanzavano quasi correndo, scambiandosi di mezz’ora in mezz’ora.

Ben presto la regione, che dopo Kana era ridiventata deserta, cominciò

ad apparire popolata. Sparsi sui pendii di quei grandi scaglioni o

sugli altipiani, si vedevano popolosi villaggi e di quando in quando

qualche forte costruito con grossi terrapieni e con alte e robuste

palizzate. Probabilmente quei recinti fortificati dovevano guardare le

vie che dall’est e dall’ovest mettevano capo alla capitale.

I portatori, giunti sull’ultimo altipiano, dopo una faticosa salita

durata quasi tre ore, segnalarono Abomey, i cui bastioni di terra

rossastra si disegnavano nettamente, a meno di due miglia. Urada, che

si trovava presso all’amaca d’Alfredo, mostrò a questi una costruzione

che doveva essere gigantesca e che s’alzava in mezzo alle cinte

bastionate.

— Cos’è, — chiese il cacciatore, con una certa emozione.

— Il palazzo del re, — rispose Urada.

— Credevo che fosse quello dell’uomo che odio.

— Non si troverà lontano, padrone.

— Credi Urada, che quell’uomo si troverà presente, quando verremo

ricevuti dal re?...

— Sì, purchè si trovi ancora in città.

— Temi che non vi sia?...

— L’alta sua carica lo avrà forse costretto ad occuparsi dei

prigionieri destinati alla _festa dei costumi_, e può aver lasciata

momentaneamente la capitale per radunarli.

— Sarei ben contento, per ora, di non trovarmi dinanzi a lui. L’idea

che possa riconoscermi, malgrado io sia pronto a tutto, mi fa gelare il

sangue nelle vene.

— Sei irriconoscibile padrone e poi sono alcuni anni che non ti ha più

veduto.

— È vero, Urada. —

I portatori ed il gran _moce_ acceleravano allora il passo per giungere

in città prima del pasto del mezzodì. La via reale era diventata

piana, essendo aperta sull’altipiano, in mezzo ad una immensa prateria

disseminata di gruppi considerevoli di capanne e di capannuccie, le

quali formavano i sobborghi della capitale.

Di tratto in tratto s’incontravano bande di soldati armati di

fucili e di coltellacci, che traevano in città qualche drappello di

schiavi destinati probabilmente alla _festa dei costumi_. Tutti quei

disgraziati tenevano in bocca il tormentoso bavaglio di legno ed

avevano gli occhi schizzanti dalle orbite. Certamente non ignoravano a

quale terribile sorte erano stati votati.

Di passo in passo che Antao ed Alfredo s’avvicinavano alla capitale del

temuto Geletè, le traccie della sue orrende carneficina diventavano

più numerose. Pareva che i dintorni della città fossero diventati un

immenso cimitero, messo sossopra da un esercito di iene.

Sotto i più grandi alberi si vedevano a dozzine teschi di morti, poi

stinchi, tibie e costole umane, poi scheletri interi non ancora ben

ripuliti dal becco degli uccelli da preda e che esalavano nauseabondi

odori. Erano gli avanzi dei poveri prigionieri sacrificati nelle feste

e poi colà trasportati a pasto delle belve feroci e degli avvoltoi.

Qualche scheletro si vedeva perfino inchiodato al tronco degli alberi

ed Alfredo ed Antao ne videro uno, di alta statura, crocifisso sul

tronco d’una palma con tre lunghe zagaglie e che teneva legato ai polsi

un ombrello di cotone, simile a quello che adoperavano i missionari

della costa, ed un paio di scarpe.

Probabilmente quel martire era stato sorpreso dalle guardie di Geletè

mentre cercava di convertire alcuni abitanti e trattato in quel barbaro

modo per ordine dello stesso re, facendogli appendere, per amara

derisione, le scarpe, distintivo degli uomini bianchi e dei liberi

negri della Repubblica di Liberia.

A duecento passi dalla capitale il drappello fu incontrato da un gran

_moce_ e da due _cabeceri_, scortati da due dozzine di amazzoni in

pieno assetto di guerra. Venivano a salutare gli ambasciatori a nome di

Geletè e per guidarli nell’abitazione a loro assegnata.

Cinque minuti dopo facevano la loro entrata nella capitale del

sanguinario monarca.

La Costa d'Avorio · 第 60 / 75 题