Ghating-Gan era un uomo sulla quarantina, di forme robuste, quasi
atletiche, dalla fisonomia dura, arcigna, quasi feroce, ma anche
astuta, con gli occhi piccoli, neri, penetranti[8].
Per la circostanza aveva indossato una specie d’ampio mantello di
cotonina rossa, annodato alla spalla sinistra e che gli scendeva fino
ai piedi e si era adorni i polsi di braccialetti d’oro e d’argento,
mentre al collo si era appesa la grossa collana regalatagli da Alfredo.
Alla cintura di lana rossa portava quattro code di cavallo, distintivo
di grande importanza nel Dahomey, e che solo il re può concedere ai
suoi più fidati e più grandi personaggi del regno.
Vedendo gli ambasciatori mosse loro incontro, li salutò con molta
grazia, giungendo dapprima le mani, poi avvicinandole al viso e
finalmente allungandole sul petto; Alfredo ed Antao credettero bene
d’imitarlo, guardandosi dallo stendergli la mano per non tradirsi.
Scambiato così il saluto, Ghating-Gan li invitò a seguirlo nel palazzo
reale e li condusse in una vasta sala, certamente in quella del trono,
decorata di grandi parasoli di tutti i colori e di tutte le specie,
adorna di idoli strani rappresentanti mostri d’ogni forma e dinanzi
ai quali erano state deposte delle offerte consistenti in bottiglie
di liquore ed in collane di cauris. In un angolo vi era il trono di
Geletè, un seggiolone enorme che un tempo doveva aver servito a qualche
teatro europeo, ricco di fregi e di dorature e collocato su di un’alta
piattaforma coperta di vecchi tappeti scoloriti.
Ghating-Gan invitò gli ambasciatori a sedersi su alcuni sgabelli che
erano allineati dinanzi alla piattaforma, poi fece servire loro una
bottiglia di un certo liquore limpido e spumante che portava la marca
dello champagne, ma che doveva essere invece abbominevole miscela di
gin, di sidro e di vetriolo. Il gran _cabecero_ però doveva trovarlo
squisitissimo, poichè ne tracannò lui solo più di mezza bottiglia.
Bagnata la gola, Alfredo ebbe la parola ed espose, in lingua uegbè, lo
scopo dell’ambasciata. Si trattava di proporre a Geletè, da parte dei
capi del Borgu, una alleanza offensiva e difensiva contro i bellicosi
Yoruba che devastavano incessantemente le frontiere dei due Stati con
disastrose scorrerie, unitamente ad un trattato di commercio. Alfredo,
che parlava come un vecchio diplomatico, asseriva che un simile
trattato sarebbe stato d’immenso giovamento ai due Stati confinanti
e che i Borgani avrebbero prestato man forte a Geletè anche contro le
incessanti invasioni della razza bianca, marea pericolosa che poteva,
col tempo, compromettere l’indipendenza del Dahomey.
Aggiungeva poi che era incaricato di portare doni di molto valore
al re Geletè da parte dei più cospicui capi del Borgu ed altri
doni pei grandi _cabeceri_, onde cooperassero alla buona riuscita
dell’ambasciata.
Quand’ebbe terminato di esporgli lo scopo della sua missione,
Ghating-Gan fece portare una bottiglia di ginepro, avendo l’abitudine
gli africani di non cominciare le loro _palabre_, ossia conversazioni
d’importanza, se prima non si sono ben bagnati l’ugola, poi disse:
— Ciò che chiedono i capi del Borgu è giusto e lo credo un buon affare
anche pel nostro re, il quale conta più nemici che amici. Le genti del
Dahomey sono fiere e non temono alcuno, ma sanno pure che sono fiere
anche le popolazioni del Borgu e saranno liete di combattere insieme i
Yoruba del Benin, tanto più che noi siamo già scarsi di prigionieri di
guerra da sacrificare nelle _feste dei costumi_.
Gli antenati di Geletè diventano sempre più esigenti e chiedono più
vittime e siamo ora costretti a sacrificare anche i nostri stessi
sudditi per placare le loro ire. Già tre volte quest’anno la terra
tremò, scuotendo perfino le tombe reali, e due volte il fulmine celeste
è caduto sulle capanne di Abomey e ciò significa che i monarchi passati
nell’altra vita, non sono soddisfatti.
I capi del Borgu possono quindi essere certi di poter concludere il
trattato d’alleanza che propongono, ma i loro ambasciatori dovranno
attendere la fine della _festa dei costumi_, non potendo il nostro
re occuparsi per ora di un così importante affare. In questi giorni è
occupato, coi sacerdoti, nei preparativi e nelle preghiere.
— Sia pure, — rispose prontamente Alfredo, — ma noi vorremmo venire
presentati a S. M. Geletè prima che le grandi feste comincino,
rimandando ben volentieri la conclusione del trattato a più tardi.
— Ah!... — esclamò Ghatin-Gan, sorridendo. — Voi siete curiosi di
assistere alle nostre grandi feste!
— È vero, — disse Alfredo.
— Io credo che il nostro re avrà piacere di avervi al suo fianco.
— Lo farete avvertire del nostro arrivo a Kana?...
— Quest’oggi stesso gli manderò uno dei miei corrieri, onde farvi
ottenere un recade che vi permetta di proseguire il cammino per la
capitale.
— Dovremo attendere molto?...
— Il re non prende mai, lì per lì, alcuna decisione. Trattandosi di
ricevere un’ambasciata, farà prima radunare i grandi del regno ed i
principi di sangue reale per consigliarsi, quindi io credo che non
potrete partire prima di otto giorni. In questo frattempo però sarete
miei ospiti nel palazzo reale.
— Grazie, gran _cabecero_, — disse Alfredo, — ma noi preferiamo
alloggiare sotto l’_apatam_. Io e mio fratello siamo assai amanti della
caccia e sapendo che i dintorni di Kana sono ricchi di selvaggina,
rimarremo sotto la tettoia onde poter alzarci a qualunque ora della
notte, senza importunare le vostre genti.
— Fate come volete, ma non rifiuterete i miei viveri ed alcuni schiavi
per servirvi.
— Accettiamo di cuore i viveri, ma per gli schiavi sono inutili
avendo i nostri, i quali conoscono meglio le abitudini dei loro
padroni. —
Ciò detto prese dalle mani di Urada un cofanetto d’acciaio cesellato e
lo porse al gran _cabecero_, dicendo:
— È per S. M. Geletè e contiene i regali dei capi del Borgu.
— Ghating-Gan impegna la sua parola che saranno consegnati al re a nome
dell’ambasciata, — rispose il _cabecero_.
Offrì ancora da bere, poi si alzò. Alfredo comprese che la _palabra_
era terminata e si affrettò ad imitarlo. Scambiarono nuovamente il
saluto, poi l’ambasciata uscì e fece ritorno all’_apatam_, sempre
preceduta dalla banda musicale e da una folla di curiosi.
Appena entrati, le quattro amazzoni intimarono minacciosamente alla
popolazione di allontanarsi, tale essendo l’ordine del gran _cabecero_,
poi ricondussero l’orchestra ed i poeti nel palazzo reale.
— Auff!... — esclamò Antao, appena si trovarono soli. — Ero arcistucco
di dover fare la parte del muto e se la durava ancora un po’, mi
sfuggivano di bocca tutti i pianeti del firmamento.
— Per farci tradire, — disse Alfredo. — Guardati dal commettere simili
imprudenze, in questo regno di barbari.
— Cosa vuoi?... I pianeti sono la mia passione.
— Sì, burlone.
— Ora però spero di poter mettere in opera la mia lingua.
— Parla finchè vuoi.
— Allora permettimi una domanda.
— Venti se vuoi.
— Perchè hai rifiutato l’ospitalità del gran _cabecero_?... Saremmo
stati più comodi nel palazzo reale che sotto questa catapecchia.
— È vero, Antao, ma non avremmo potuto più ricevere il padre di Urada.
Se l’avessimo fatto, il gran _cabecero_ avrebbe potuto nutrire dei
sospetti verso di noi.
— Hai ragione, Alfredo. Io sono sempre stato uno sventato, mentre
tu eri nato per diventare un furbo diplomatico. Hai delle attitudini
veramente meravigliose.
— Sviluppate col continuo contatto dei negri.
— Possibile che i negri siano diplomatici.
— E di gran lunga più astuti di quelli europei, Antao, te lo dico io.
Toh!... Ecco delle provviste che giungono.
— È la colazione che c’invia il _cabecero_, — disse il portoghese. —
Sia la benvenuta. —
Quattro schiavi preceduti da un’amazzone, s’avvicinavano all’_apatam_
portando sul capo delle grandi ceste di vimini che sembravano molto
pesanti.
Le deposero dinanzi alla capanna, poi s’allontanarono frettolosamente.
— Che lusso!... — esclamò Antao, che aveva fatto aprire i canestri.
Oggi abbiamo anche del montone, del capretto e del tabacco. Lasceremo
il _canalu_ ai negri ma attaccheremo questa carne tenera e deliziosa
che sembra arrostita a puntino. Cosa ne dici, Alfredo?...
— Dico che tu cominci a diventare un ghiottone, Antao, — rispose il
cacciatore.
— Pensa, amico, che durante la nostra lunga marcia non abbiamo mangiato
che del pesce secco e del biscotto.
— E la tromba d’elefante, ed i pappagalli, e le scimmie?...
Briccone! Il profumo di questo quarto di montone arrostito ti atrofizza
la memoria.
— Può essere, — rispose il portoghese con aria grave, accomodandosi
davanti ad una cesta. — Orsù attacchiamo!... —
Mentre i due dahomeni assalivano ingordamente il canalu, i due bianchi
e Urada misero a sacco le ceste, facendo onore al montone, alle
_atrapas_, ed alle frutta che inaffiarono con alcuni sorsi di ginepro.
Durante la giornata i due ambasciatori, o meglio Alfredo poichè Antao
doveva fingersi muto dinanzi ai dahomeni, in causa dei suoi pianeti
diventati eccessivamente pericolosi in quel regno, ricevette la visita
di parecchi dignitari, di _cabeceri_ e di _moce_ ossia di funzionari
del re, i quali non miravano altro che a spillare cortesemente regali
ai supposti principi del Borgu e possibilmente a vuotare le loro casse.
Portavano in regalo qualche bottiglia di ginepro o di rhum imbevibile
o qualche capretto, ma se ne tornavano con dei bei fazzoletti di seta
rossa, o con delle cartucciere, o con dei braccialetti di rame dorato.
Fortunatamente le casse di Alfredo contenevano una grande quantità
di quegli oggetti, ma doveva pensare anche ai capi, ai _cabeceri_, ai
_moce_, ai corrieri reali di Abomey e più d’uno lo rimandava colla sua
bottiglia, fingendo di non comprenderlo o facendo dire dai suoi uomini
che dormiva o che stava pranzando.
Alla mezzanotte il padre di Urada, come aveva promesso, fece ritorno
all’_apatam_. Recava la notizia che il corriere del _cabecero_
era partito per la capitale, onde avvertire Geletè dell’arrivo
dell’ambasciata.
— Sono contento di questa notizia ma sono anche inquieto, — disse
Alfredo.
— E per quale motivo? — chiese Antao, stupito.
— Sono parecchie ore che un timore mi tormenta.
— Quale?...
— Che Kalani sospetti dell’ambasciata.
— È impossibile, Alfredo.
— Egli mi attende ad Abomey. Sa che io non sono uomo da lasciargli
nelle mani mio fratello.
— Diavolo!... — mormorò il portoghese. — Ciò può essere vero, ma ormai
è troppo tardi per tornare indietro. Penso però che siamo così bene
dipinti, che nessuno potrebbe sospettare in noi degli europei. Tu poi,
sei assolutamente irriconoscibile.
— Padrone, — disse Urada, — Vuoi un consiglio?...
— Parla, ragazza, — disse Alfredo.
— Manda mio padre ad Abomey ad esplorare il terreno e ad informarsi di
ciò che si dice su questa ambasciata.
— L’idea è bellissima, Urada, ma può tuo padre lasciare Kana?
— È libero e può andare dove gli piace senza chiedere il permesso a
chicchessia.
— Io gli darò uno dei nostri cavalli e dell’oro. Può esserci molto
utile nella capitale, farci avvertire se Kalani ha dei sospetti su di
noi e darmi anche notizie di mio fratello.
— E preparare ogni cosa per poterlo rapire, — aggiunse Urada. — Mio
padre ha conservato delle amicizie in Abomey, può avvicinare dei
dignitari del re e può quindi avere delle informazioni che possono
esserti preziose.
— Accetterà il difficile incarico?...
— Mio padre farà tutto quello che desiderano i salvatori di sua figlia.
— Grazie, brava ragazza. Non ci eravamo ingannati sulla tua
affezione. —
Urada espose al vecchio negro il desiderio degli uomini bianchi.
— Domani all’alba, parto, — rispose egli. — Gli uomini bianchi possono
contare interamente su di me. —
Alfredo, lieto di quella risposta, fece bardare uno dei cavalli,
consegnò al negro un gruzzolo d’oro che poteva scambiare in kauri
ed una rivoltella con cinquanta cariche, arma che poteva essergli di
grande aiuto nella sua pericolosa missione.
Alle due del mattino il negro, dopo d’aver abbracciata Urada e stretta
la mano ai due bianchi e d’aver promesso di far giungere ben presto sue
notizie, lasciava l’_apatam_ per recarsi nella capitale del Dahomey.