Il padre di Urada

Kanna o, meglio ancora Kana, come la chiamano gl’indigeni, per numero

di abitanti è la terza città del regno avendone meno di Widah, ma

viene considerata come la seconda pel titolo che gode, cioè di essere

chiamata la Santa.

È situata sullo stesso altipiano ove giace Abomey da cui dista

solamente tre leghe ed è composta di case dalle mura bianche, e

raggruppate in diverse sezioni formanti altrettanti _salam_, ossia

quartieri.

In questa città i re possedevano due vasti palazzi, distrutti più tardi

dai francesi, di dimensioni colossali, ma più rassomiglianti ad immense

caserme che a vere abitazioni reali e occupati ordinariamente da un

corpo di trecento amazzoni, essendo esse sole destinate a vegliare

sulla sicurezza della Città Santa.

Contava inoltre parecchi templi pieni di _feticci_, informi statue di

legno alle quali gli abitanti offrivano collane di _cauris_, ossia di

conchigliette bianche aventi valore come le nostre monete e bottiglie

di liquori, ma il più celebre era il tempio destinato ai serpenti,

dove si tenevano parecchie centinaia di ributtanti rettili che venivano

nutriti colle carni di poveri schiavi o di prigionieri di guerra.

Il titolo di Città Santa le spettava perchè entro le sue mura si

facevano ogni anno delle _feste dei costumi_, onde placare le collere

dei _feticci_ o dei re defunti.

Il re non vi si recava che in quell’occasione per dirigere in persona

quei massacri spaventevoli, i quali si compivano innanzi alla capanna

sacra, una piccola casetta quadrangolare, costruita con fango secco,

colle muraglie imbiancate e adorne di grossolane pitture di color

rosso, rappresentanti animali fantastici e paurosi.

La carovana, mercè la guida che gridava a piena gola:

«Largo!... Ordine del re!...» fece la sua entrata in città senza

subire alcun ritardo da parte delle amazzoni che vegliavano dinanzi

ai malandati terrapieni circondanti la città, e si accampò sotto un

_apatam_, specie di tettoia, situata di fronte ad uno dei palazzi reali

e destinata ai forestieri d’alta distinzione.

Alfredo, dopo d’aver fatto disporre ogni cosa per passare alla

meglio la notte, essendo troppo tardi per recarsi in persona dal gran

_cabecero_ che funzionava da governatore, chiamò il soldato che stava

respingendo, con vigorose bastonate, alcuni negri che erano accorsi

attirati dalla curiosità e postogli in mano uno stipo che doveva

contenere dei regali, lo pregò di portarlo al capo della città, come

primo presente dell’ambasciata.

— Credi che lo accetterà anche senza il consenso del re? — chiese Antao.

— Non dubitare, — rispose Alfredo. — Quel cofanetto contiene una

grossa collana d’argento che mi costa un migliaio di lire ed il gran

_cabecero_ sarà ben lieto del regalo. In questi paesi sono tutti avidi.

— Conti di fartelo amico?...

— È necessario o dovremo attendere l’ordine del re per chissà quante

settimane. Aggiungi poi che quel soldato ci era di troppo per questa

notte.

— Cosa vuoi dire?...

— Che mi premeva sbarazzarmi di lui fino a domani.

— Per quale motivo?...

— Perchè voglio vedere il padre di Urada. Se egli è vissuto alla corte

di Geletè, può darmi dei preziosi consigli e narrarmi molte cose sul

conto di Kalani.

— E ti fiderai di lui?...

— Urada dirà a lui chi siamo noi e cosa abbiamo fatto per sua figlia

e poi, se è caduto in disgrazia, sarà ben contento di aiutarci contro

Geletè e Kalani.

— Hai ragione Alfredo, io però non oserei recarmi da lui. Se si

accorgono che noi abbiamo delle relazioni con un uomo caduto in

disgrazia, questi negri sospettosi potrebbero allarmarsi.

— Non saremo noi che andremo da lui, Antao. Urada è già partita ed a

mezzanotte lo condurrà qui colle dovute cautele.

— Morte di Nettuno!... Sei più astuto d’un diplomatico!...

— Bisogna esserlo, specialmente in questo paese.

— E domani andremo a visitare il gran _cabecero_?...

— Sì, Antao.

— Speriamo di sbrigarci presto. L’aria del Dahomey è troppo pericolosa

per noi.

— Appena fatto il colpo, fuggiremo senza più arrestarci.

— E da qual parte?...

— Attraverseremo il regno per raggiungere le frontiere orientali che

sono le meno popolate e quasi sempre sprovviste di truppe. Più saremo

lontani dalla capitale, meno avremo da temere e oltrepassato il fiume

Sou potremo riderci dei furori di Geletè.

— E di Kalani.

— Oh!... Kalani allora non sarà più vivo, — disse Alfredo, con voce

cupa. — Quell’uomo morrà presto.

— Ed io ti aiuterò a torcergli il collo, amico mio.

— Silenzio, Antao, non è prudente parlare qui di Kalani. Corichiamoci

fra le nostre casse ed attendiamo il padre di Urada. —

Alfredo ed il portoghese stavano per coricarsi, quando videro tornare

il soldato seguito da quattro amazzoni armate di fucile e da sei negri

quasi nudi che portavano dei grandi canestri.

Venivano da parte del grande _cabecero_, il quale, lietissimo del

regalo ricevuto, mandava agli ambasciatori del Borgu una copiosa cena e

due schiavi per servirli.

Alfredo fece deporre le ceste sotto la tettoia, regalò ad ognuna delle

quattro amazzoni un fazzoletto di seta rossa, poi rimandò tutti dal

_cabecero_ dicendo di non aver bisogno di schiavi avendo i proprii, ed

incaricandoli di ringraziarlo della sua generosità.

Il soldato che li aveva guidati, desiderando forse di prendere parte

alla cena, tentava di rimanere coi due ambasciatori, ma Alfredo, che

voleva sbarazzarsi di quel pericoloso testimone, lo incaricò di portare

al gran _cabecero_ un altro regalo consistente in una fascia di seta

verde ricamata in oro e per consolarlo della perdita del pasto, regalò

a lui una cartucciera di pelle azzurra ed una libbra di polvere da

sparo, ingiungendogli però non ritornare che al mattino seguente.

Il capo della Città Santa si era mostrato generoso verso i due

ambasciatori, segno evidente che la collana d’argento era stata assai

gradita ed apprezzata.

Le ceste infatti contenevano tanti viveri da nutrire quaranta persone.

Vi erano due pentole di _canalu_, dei polli, del bue arrostito, dei

legumi, delle noci di kalla, delle frutta, due bottiglie di ginepro

d’importazione europea, delle zucche ripiene d’una specie di birra

ottenuta col miglio fermentato e parecchie candele di sego.

In una cesta scoprirono perfino due scatole di sardine di Nantes,

acquistate certamente dai negozianti francesi di Widdah, ma il caldo

aveva ridotto il contenuto in tale stato, da riuscire sgradevolissimo

ai palati europei.

Alfredo ed Antao fecero onore ai polli, al bue, alle frutta ed alla

birra, ma abbandonarono il _canalu_ ai due dahomeni, essendo talmente

condito di pimento da non potersi inghiottire.

Vuotato un bicchiere di ginepro e accese le sigarette, si sdraiarono

sulle casse in attesa di Urada e di suo padre.

La piazza era diventata deserta. Gli abitanti che dapprima ronzavano

attorno alla tettoia attirati dalla curiosità, si erano tutti ritirati

nelle loro case, forse dietro ordine del grande cabecero. Solamente

dinanzi ai due palazzi del re vegliavano alcune amazzoni armate di

fucili e di coltellacci, ma erano così lontane da non poter scorgere

una persona che si fosse avvicinata alla dimora degli ambasciatori.

Verso la mezzanotte, Alfredo che si alzava di frequente guardando verso

tutti gli sbocchi delle vie, scorse due ombre umane che si avanzavano

lentamente e con precauzione, tenendosi presso le pareti delle capanne.

[Illustrazione: — Al re! — esclamò il negro spaventato. — Sì,

a Geletè! (Pag. 183).]

— Sono Urada e suo padre, — disse ad Antao.

— Benone! — mormorò il portoghese. — La notte è oscura e potremo

riceverli senza che vengano scorti. —

Urada e suo padre si erano arrestati presso l’ultima capanna,

come se avessero voluto prima accertarsi di non essere spiati, poi

attraversarono velocemente la piazza e si cacciarono sotto la tettoia.

Alfredo mosse loro incontro e strinse ad entrambi la mano, poi li

condusse fra le casse che erano state disposte in modo da formare

un piccolo recinto, mentre i due schiavi dahomeni, dietro ordine

del portoghese, si mettevano alle due estremità dell’_apatam_, onde

impedire a qualsiasi persona d’avvicinarsi.

Il padre dell’amazzone era un bel negro d’alta statura, dai lineamenti

quasi regolari, dalla pelle non nera ma abbronzata con certe sfumature

rossastre. Gli anni e forse anche il cruccio della sua disgrazia, gli

avevano incanutiti i capelli e la rada barba che coprivagli il mento e

coperta la fronte di profonde rughe.

I suoi occhi però, intelligentissimi e assai espressivi, erano ancora

vivaci e ripieni di fuoco.

Appena sedutosi diede ad Alfredo e ad Antao il tradizionale saluto

nella lingua del paese, _Yevo oku_, che significa: bianco buon giorno,

saluto usato in qualunque ora, sia pure in piena notte, poi strinse

nuovamente la mano ad entrambi, alla moda europea.

Ciò fatto si sbarazzò dell’ampio mantello di cotonina bianca che lo

copriva dalle spalle ai piedi e offrì ai due europei del tabacco ed una

bottiglia di ginepro, dicendo con una certa malinconia:

— Tiefo Nieneguè è povero, avendo tutto perduto nella sua disgrazia, ma

gli uomini bianchi accettino di buon cuore l’offerta del vecchio padre

di Urada, insieme ai ringraziamenti per tutto quello che hanno fatto

per la sua unica figlia.

— Grazie, — risposero Alfredo ed Antao, dopo che Urada ebbe tradotte

quelle parole, non conoscendo il vecchio negro la lingua _uegbè_.

La giovane amazzone prese poi la parola.

— Ho narrato tutto a mio padre ed abbiamo parlato a lungo del vostro

progetto. Quantunque sia caduto in disgrazia, conta ancora degli amici

ad Abomey e può esservi molto utile coi suoi consigli e coi suoi aiuti.

Egli mi ha giurato che non tradirà il segreto degli uomini bianchi,

anzi che mette la sua vita e le sue forze a disposizione dei salvatori

di sua figlia. Geletè e Kalani sono ormai suoi nemici e sarà ben lieto

di vendicarsi contro di loro della sua immeritata disgrazia.

— Eravamo certi di poter contare su tuo padre, Urada, — rispose

Alfredo. — Noi accetteremo i suoi consigli ed i suoi aiuti, ma

cercheremo di non comprometterlo. Cosa dice del nostro progetto?...

— Che è assai pericoloso ma che con dell’audacia e dell’astuzia si può

riuscire.

— Conosce Kalani?...

— Sì, padrone.

— Sa del fanciullo rapito?...

— Lo ha saputo.

— Dove lo custodiscono?....

— Nella casa dei feticci di Abomey.

— Non correrà alcun pericolo?...

— Nessuno padrone, poichè ormai è considerato come persona sacra.

Se Kalani volesse ucciderlo, Geletè glielo impedirebbe e tu sai che

nessuno oserebbe disobbedire al re.

— Crede tuo padre che Geletè ci riceverà?...

— Sì, ma prima di lasciare Kana dovrete attendere il _recade_ del re.

— Cos’è questo _recade_?...

— L’ordine verbale di Geletè.

— Incaricheremo il gran _cabecero_ di annunziarci al re.

— Vi avverto però che giungeremo ad Abomey in brutto momento.

— Perchè?...

— Perchè in questo mese hanno luogo le _feste dei costumi_.

— Così dovremo assistere a quegli atroci macelli di schiavi. Preferirei

ritardare la nostra partenza per Abomey.

— E faresti male, padrone.

— Cosa vuoi dire?...

— Mio padre mi ha detto che non potresti trovare una occasione migliore

per mettere in esecuzione il tuo audace progetto. Durante le _feste dei

costumi_, se si sparge molto sangue si beve molto ginepro ed in quei

terribili giorni, re, principi, _cabeceri_, sacerdoti, soldati e popolo

sono tutti ubriachi e la sorveglianza è quasi nulla.

— È vero, Urada, — disse Alfredo, colpito da quelle osservazioni. Ho

udito narrare anch’io che durante quei macelli il ginepro scorre a

fiumi e che l’ubriachezza diventa generale.

Chiedi a tuo padre se crede possibile, durante quella confusione,

entrare inosservati nel tempio sacro dei feticci e rapire il fanciullo.

— Lo crede, — rispose Urada, dopo d’aver interrogato il vecchio, — e

aggiunge che potresti vendicarti, con maggiore probabilità, di Kalani.

— Un’ultima domanda. Verrà con noi ad Abomey, tuo padre?

— Sì, ma si fingerà un tuo schiavo e bisognerà che tu lo renda

irriconoscibile. Mio padre vuole aiutarti ed esserti vicino per

consigliarti su quanto dovrai fare.

— È deciso ad abbandonare il Dahomey?...

— Ti seguirà dove tu vorrai condurlo. Ormai più nulla lo trattiene in

questo paese e rinuncia ben volentieri alla sua patria, avendo più da

temere per la propria vita, che la speranza di tornare nelle grazie di

Geletè.

— Verrà adunque con noi e ti prometto, Urada, che non si pentirà di

aver abbandonato il suo tristo paese. Riconducilo nella sua capanna,

premendomi che non lo si veda qui. Uno dei due schiavi vi scorterà, poi

tu ritornerai, avendo bisogno dei tuoi consigli. —

Alfredo regalò al vecchio negro alcune bottiglie di ginepro mandategli

dal gran _cabecero_ della Città Santa, una rivoltella con una scatola

di cartuccie ed ottanta piastre di _caures_, somma non lieve nel

Dahomey, pregandolo di accettare tuttociò per amicizia, poi lo congedò

promettendogli di recarsi, l’indomani notte, a visitarlo.

— Ed ora, — disse, quando padre e figlia si furono allontanati col

dahomeno, — possiamo riposare Antao. Domani andremo a visitare il gran

_cabecero_, per ottenere il permesso del re di recarci ad Abomey.

— Morte di Urano e di tutti gli altri pianeti!... — esclamò il

portoghese. — Ecco avvicinarsi il terribile momento!...

— Ormai non possiamo più tornare indietro e giocheremo risolutamente le

nostre ultime carte.

— Lo credo. Si tratta di salvare il fanciullo e anche la nostra pelle

e ci guarderemo bene di non lasciarla a quell’antropofago di Geletè.

Sarebbe capace di farne dei tamburi per le sue amazzoni. Diavolo!...

Dei tamburi colla pelle di uomini bianchi!... Che onore pei suoi

reggimenti in sottane!...

— Speriamo di farli fare colla pelle di Kalani, Antao.

— Sarà più resistente. Buona notte, Alfredo. —

I due bianchi si ricoricarono fra le casse e malgrado le loro

apprensioni s’addormentarono tranquillamente, come se si trovassero

ancora nel paese dei Krepi o dei Togo.

L’indomani furono svegliati, verso l’alba, da un fracasso indiavolato

che s’avvicinava. Era un insieme di suoni strani, di flauti,

d’istrumenti a corda, di cembali e di voci umane con accompagnamento di

gran cassa.

Antao ed Alfredo, svegliati di soprassalto, s’affrettarono a balzare

fuori per vedere di cosa si trattava. Urada, che era già tornata e che

si trovava in piedi, s’affrettò ad informarli che la banda musicale di

Geletè veniva a prenderli per condurli dal gran _cabecero_.

— Morte di Giove! — esclamò Antao, messo in buon umore da quel

concerto assordante. — Che onore!... Si manda a prenderci colla banda

reale!... Che lusso!... Vediamo almeno questi bravi ma formidabili

musicanti. —

Urada non si era ingannata. Era veramente la banda reale di Kana che si

dirigeva verso l’_apatam_ per condurre, coi dovuti onori, l’ambasciata

dal gran _cabecero_.

Quella banda che formava l’orgoglio del sanguinario re, era composta

d’una cinquantina di artisti negri, preceduti da quattro amazzoni in

assetto di guerra e dal soldato che aveva guidati gli ambasciatori[7].

Venivano primi dieci o dodici _ahpolos_, ossia poeti erranti che

cantavano le lodi di Geletè e che declamavano dei proverbi o le

leggende relative alle gesta eroiche degli antichi monarchi, di Guagiah

Truda fondatore delle dinastie, di Doherthy e di Bahadu; poi seguivano

una dozzina di ragazzi che agitavano delle frutta secche ripiene di

sabbia e di sassolini, quindi dei suonatori di flauti di bambù che

cavavano dai loro istrumenti delle note atrocemente strazianti, di

_dovron_, specie di chitarre formate con mezze noci di cocco ricoperte

con pelle di serpenti e finalmente veniva un negro gigantesco il quale

picchiava furiosamente un _ghedon_ enorme, specie di tamburo formato

d’un pezzo di tronco d’albero scavato ed ornato di sculture di genere

bizzarro.

Quell’orchestra fragorosa fece due volte il giro dell’_apatam_ sempre

preceduta dagli _ahpolos_ che cantavano e danzavano come se fossero

stati colti da un improvviso accesso d’alienazione mentale, poi si

arrestò dinanzi ai due ambasciatori, raddoppiando il fracasso.

Il soldato s’avvicinò ad Alfredo, gli diede il tradizionale buon

giorno, poi lo invitò, assieme ai compagni, a recarsi dal gran

_cabecero_ il quale desiderava vederlo prima di mandare dei corrieri a

Geletè per informarlo dell’ambasciata.

— Andiamo, Antao, — disse il cacciatore. — Sangue freddo ed audacia e

lascia in pace tutti i pianeti del cielo.

— Dirai che sono muto, — rispose il portoghese.

Si fecero condurre i loro cavalli, fecero aprire gli ombrelli, ma

incaricarono uno dei due dahomeni di vegliare sulle loro casse, non

fidandosi troppo dell’onestà molto dubbia della popolazione.

Saliti in sella, si misero in marcia preceduti dai poeti erranti e

dalle amazzoni che gridavano a piena gola: _ago!... ago!_... (largo!...

largo!...) e seguiti dai musicisti.... che si sfiatavano per dare un

saggio della robustezza dei loro polmoni.

Attraversarono la piazza fra due fitte ali di popolo, il quale guardava

con viva curiosità i due ambasciatori, ammirando soprattutto la

ricchezza delle loro vesti e le bardature infioccate, e giunsero in

breve dinanzi ad uno dei palazzi reali, alla cui porta, circondato da

una compagnia di amazzoni, li attendeva Ghathing-Gan, gran _cabecero_

della Città Santa e confidente di Geletè, riparato sotto un monumentale

ombrello verde decorato d’un mostruoso coccodrillo.

La Costa d'Avorio · 第 56 / 75 题