Alle 4 del pomeriggio, la carovana si metteva in marcia verso il
nord-est, direzione che doveva condurla nella borgata di Toune e quindi
nella città santa del Dahomey.
La traversata dell’ultimo tratto della grande boscaglia si effettuò
senza incidenti e prima che il sole declinasse, giungeva sul margine
della grande pianura la quale si estendeva a perdita d’occhio verso il
nord e verso l’est, coperta da un’erba assai fitta, alta da un metro a
due, ma già mezza disseccata dagli implacabili raggi dell’astro diurno.
Guardando verso il nord-est, Alfredo ed Antao scorsero distintamente
una serie di altipiani che s’innalzavano in grandi scaglioni o
piattaforme immense, cosparsi di gruppi di punti biancastri indicanti
attruppamenti di capanne. Sui fianchi di quelle alture dovevano esservi
numerosi villaggi.
Anche nella pianura si vedevano sorgere, fra le alte erbe, le punte
aguzze di molti casolari, ma pareva fossero disabitati, poichè nessuna
colonna di fumo si vedeva innalzarsi, quantunque fosse l’ora del pasto
serale.
— È la guerra che qui ferve quasi sempre, che ha scacciati i
proprietari, — disse Alfredo. — Triste paese questo, condannato a
diventare un cimitero immenso, se le nazioni civili non imporranno a
questi re sanguinari di abolire le orrende _feste dei costumi_.
— Credi che le bande del Dahomey abbiano fatto delle scorrerie su
queste terre?...
— Lo temo, Antao. Quando non riescono a sorprendere le popolazioni dei
regni vicini ed a raccogliere schiavi pei sacrifici, si gettano contro
i loro stessi compatriotti delle frontiere. Sono negri al pari degli
altri, uomini eguali agli altri e basta.
— Ma distruggono la popolazione del regno.
— Che importa a Geletè?... Si rifarà più tardi rubando altri schiavi
ai Krepi ed ai Togo, agli Yoruba del Benin, al povero Tofa, alle
repubbliche del Piccolo e Grande Popo o agli Egbas di Abeokuta.
— Che sia capace di fare schiavi anche noi?...
— Non l’oserà, Antao. Geletè è sanguinario, ma non è così barbaro come
si crede e rispetterà gli ambasciatori che appartengono ad una nazione
bellicosa, che potrebbe creargli dei gravi imbarazzi sulle lontane ed
indifese frontiere del settentrione.
— Credi che ti riceverà cortesemente adunque?...
— Porto a lui dei regali che mi costano una somma non lieve, Antao.
— A quel furfante!...
— Ed anche a Kalani ne porto.
— Anche a lui?...
— È necessario per rendercelo propizio. È lui che custodisce mio
fratello e solo da lui potremo avere il permesso di vederlo.
— Ed hai quei regali nelle tue misteriose casse?...
— Sì, Antao.
— Ora comprendo perchè ti premeva acciuffare i ladri.
— Se non riuscivo a riaverle, saremmo stati costretti a tornare a Porto
Novo per ricorrere ai magazzini delle fattorie europee. Nemmeno nella
capitale degli Ascianti sarebbe stato possibile trovare ciò che ci era
necessario. —
Mentre chiacchieravano, Asseybo ed i dahomeni avevano rizzate le tende
sul margine della foresta ed allestita la cena.
I due cacciatori, avvertiti che tutto era pronto, scesero dalle
cavalcature e s’accomodarono presso i fuochi accesi, trattenendosi
molto tardi con l’amazzone e coi tre negri a discorrere dei loro futuri
progetti.
Alle quattro antimeridiane, dopo un sonno di sei ore, non interrotto da
alcun avvenimento, si avventurarono, sulla grande pianura, impazienti
di giungere a Toune ed a Tado.
S’accorsero ben presto di calpestare quella terra inaffiata dal sangue
di tante migliaia di vittime. Ogni qual tratto, in mezzo alle folte
erbe, vedevano alzarsi stormi immensi di corvi e di avvoltoi e vedevano
fuggire branchi di sciacalli e di iene, occupate a spolpare numerosi
cadaveri umani, già imputriditi dall’intenso calore.
Incontravano poi capanne mezze distrutte, alcune abbattute ed altre
semi-divorate dal fuoco, palizzate sfondate, poi altri scheletri
d’uomini ed anche non pochi d’animali.
Pareva che le feroci bande di Geletè avessero fatto delle razzìe in
quei luoghi ed in un’epoca molto recente, forse qualche settimana
prima.
Temendo d’incontrare i razziatori, la carovana evitò di accostarsi
a Toune, grossa borgata che si trova quasi ad eguale distanza fra
i fiumi Mono e Koufo, e cominciò ad avanzarsi con grande prudenza.
Quella seconda notte non accese fuochi, per non attirare l’attenzione
di quelle bande di predoni che potevano catturarla, e saccheggiarla.
Essendo però gli animali feroci numerosi fra quelle alte erbe, e non
potendo tenerle lontane coi fuochi, dovette rifugiarsi in una capanna.
Non ostante quelle precauzioni, il terzo giorno, a quattro o cinque
miglia da Tado, altro popoloso borgo che si trova più al nord di Toune,
fecero improvvisamente l’incontro d’una truppa di dahomeni, la quale
formava forse la retroguardia delle colonne predatrici.
Si erano inoltrati in una boscaglia, quando si videro circondare da
una cinquantina di guerrieri che pareva si fossero fino allora tenuti
nascosti in mezzo ai più fitti cespugli, per piombare addosso alla
carovana all’improvviso.
Erano tutti bei pezzi di negri dalla tinta bronzina a riflessi
rossastri, dai lineamenti più regolari degli abitanti della Costa,
vestiti con una giacca bianca e sottanino dell’egual colore e col capo
coperto da uno stravagante berretto che si rialzava ai lati, in forma
di due corna.
Erano tutti armati di fucili di varii calibri, alcuni moderni ma altri
assai antiquati e di larghi coltellacci dalla lama assai pesante, ma
tagliente come un rasoio.
— Morte di Nettuno!... — esclamò Antao. — Ecco i lupi di Geletè!...
— O meglio i leopardi del Dahomey, — disse Alfredo, arrestando i
suoi uomini che si preparavano ad armare le carabine ed a disporre in
circolo gli animali, onde servissero di barriera ai loro padroni.
I guerrieri dahomeni, quantunque dieci volte superiori di numero e
coraggiosissimi, invece di gettarsi impetuosamente sulla carovana come
insegna la loro tattica, si erano arrestati, guardando con un certo
stupore Alfredo ed Antao, i cui ricchi costumi dovevano produrre un
certo effetto su di loro, e soprattutto i due ombrelli, distintivi di
persone altolocate o di famiglia principesca.
Il loro comandante, un negro di statura gigantesca, che indossava una
lunga camicia di color verde, stretta alla cintura da una larga fascia
rossa, dopo una lunga esitazione si fece innanzi avvicinandosi ad
Alfredo, il quale guardava alteramente tutti quegli armati, senza fare
alcun gesto.
— Chi siete voi e dove vi recate?... — chiese il capo.
— Chi sei tu, innanzi a tutto?... — domandò Alfredo, con tono imperioso.
— Un capo banda delle truppe del re.
— Non è con te adunque che io ho da fare.
— Ma tu non sei del paese.
— E cosa intendi di dire?...
— Che io posso catturarti ed anche ucciderti, se ciò mi aggrada.
— Tu!... — esclamò Alfredo, fissandolo con due occhi pieni di
disprezzo. — I principi del Borgu non sono schiavi tuoi.
— Ah!... Voi siete principi?... — disse il capo, con tuono più umile. —
Ma cosa fate qui, sulle terre del mio re?...
— È a Geletè che vedrò fra due giorni, che devo dirlo.
— Al re!... — esclamò il negro, spaventato.
— Sì, a Geletè.
— E tu ti rechi da lui?...
— E mi attende.
— Potevi dirlo prima ed io non avrei osato arrestare degli uomini che
il re aspetta.
— È sgombra la via che conduce a Kana?... — continuò Alfredo,
coll’egual tono altero.
— Troverai altre bande.
— Che mi fermeranno e che mi costringeranno a lamentarmi con Geletè.
— Non farlo, principe, od il re farà tagliare la testa a tutti noi
della retroguardia. Io ti darò una scorta che ti farà largo.
— Basterà uno dei tuoi uomini. Una scorta numerosa mi sarebbe
d’imbarazzo. —
Il capo si volse verso i suoi guerrieri e fece cenno ad uno di loro di
avvicinarsi:
— Tu condurrai questi uomini a Kana, — gli disse. — Il re li aspetta e
mi risponderai di loro colla tua testa.
— Sta bene capo, — rispose il soldato.
— Buon viaggio, — disse poi, rivolgendosi verso i due ambasciatori. —
Più nessuno vi susciterà ostacoli. —
Ad un suo ordine la truppa si divise e la carovana sfilò fra quei
feroci negri che le presentavano le armi come i soldati europei.
— Morte di Giove!... — esclamò Antao, respirando a pieni polmoni. —
Non credevo che questo incontro terminasse così felicemente; sei un
diplomatico da dare dei punti ai più astuti.
— Ho voluto prendere sul serio la mia parte, — disse Alfredo, ridendo,
— ed ho voluto cominciare con un felice colpo di testa. Non era
d’altronde una cosa così difficile come sembrava, sbarazzarci da quelle
canaglie. In questo paese basta pronunciare il nome del re, per far
tremare grandi e piccoli.
— Ma tu hai detto a quel capo che il re t’aspetta, mentre non è vero.
— Che importa?...
— Se Geletè sapesse che tu hai mentito?...
— Nessuno oserebbe andarglielo a dire, Antao.
— Ma cosa faremo ora di quella mignatta, che il capo ci ha appiccicato
ai fianchi?...
— Del negro che ci serve di salvacondotto?... Quando saremo a Kana, lo
manderemo indietro con qualche regalo pel capo.
— Temo che tu giuochi delle carte pericolose, Alfredo.
— Lo so anch’io, ma non possiamo fare diversamente. È giunto il momento
di giuocare d’audacia per salvare la nostra pelle e mio fratello.
— Quando saremo a Kana, farai avvertire il re del nostro arrivo?...
— Certo, Antao.
— Speri di venire ricevuto?...
— Lo credo.
— Sai che mi sento venire la pelle d’oca, pensando che dovremo
trovarci con quel barbaro sanguinario, a cui un solo sospetto sarebbe
sufficiente per mandarci all’altro mondo?...
— Non temere, Antao. Nessuno potrà sospettare in noi degli europei,
purchè non ti lasci sfuggire uno dei tuoi pianeti morti o vivi.
— Comincerò da quest’oggi a sopprimerli tutti, — disse il portoghese.
— Morte di Net.... Diavolo! Bisognerà che mi tagli la lingua o mi
scapperà fuori sempre qualche pianeta.
— O renderla muta, Antao.
— Bella trovata!... Dinanzi a Geletè fingerò di essere muto.
— E credo che farai bene. —
Mentre così chiacchieravano, cavalcando l’uno vicino all’altro, il
soldato dahomeno, un giovane negro, ma dall’aspetto marziale e dagli
sguardi assai intelligenti, marciava con passo rapido attraverso a dei
sentieri aperti fra la foresta e forse a lui solo noti.
Giunti sulla vetta d’una piccola collina, la carovana raggiunse
un’altra banda di soldati composta d’un centinaio d’uomini tutti
armati, i quali si spingevano innanzi due dozzine di prigionieri fra
maschi e femmine.
Questi disgraziati, destinati molto probabilmente a venire sacrificati
nella prima _festa dei costumi_, procedevano su due file, legati
gli uni agli altri con solide corde e sotto una continua pioggia di
bastonate, date senza misericordia e ricevute con una rassegnazione
inaudita.
Per impedire loro di gridare, i feroci guardiani avevano messo sulle
bocche di quelle future vittime dei bavagli di legno in forma di croci,
che dovevano farli anche crudelmente soffrire, poichè l’estremità
a punta era applicata sulla lingua, in modo che questa non potevano
muoverla in modo alcuno, nè articolare qualsiasi suono.
Alcuni soldati, vedendo la carovana, armarono precipitosamente i
fucili, ma una parola della guida bastò per arrestarli, anzi tutti
si ritrassero precipitosamente per far largo ad Alfredo ed al suo
compagno, i quali tenevano ben alti i loro ombrelli per dimostrare la
loro alta posizione sociale.
— Canaglie!... — borbottò Antao, gettando uno sguardo compassionevole
sui prigionieri. — Se non vi fosse da salvare il ragazzo, vorrei
trattare come si meritano questi soldatacci.
— E credi che io non frema, — disse Alfredo, — che allungava
involontariamente le mani verso la carabina sospesa all’arcione. Ma un
allarme perderebbe noi ed anche il mio Bruno e non dobbiamo commettere
una tale imprudenza. —
Aizzando i cavalli per tema di non sapersi frenare, i due bianchi
sorpassarono ben presto quella colonna ridiscendendo nella pianura, in
mezzo alle cui erbe si scorgevano dei piccoli villaggi.
Ma anche laggiù altri drappelli di soldati s’incontravano di frequente
e quasi tutti avevano dei prigionieri. La guida però apriva dovunque
il passo alla carovana, pronunciando semplicemente il temuto nome di
Geletè.
Alla sera i viaggiatori fecero alto a Tado, un villaggio popoloso
che si trova a dieci miglia dai fiume Koufe. All’intorno si erano
accampate altre bande armate, le quali fecero tutta la notte un baccano
infernale, impedendo ai due bianchi di chiudere gli occhi. Urlavano
a squarciagola, bevevano grandi quantità di liquori per festeggiare
il felice esito della loro triste spedizione, ma anche altercavano di
frequente, adoperando le armi da fuoco.
Quando Alfredo ed i suoi compagni ripresero la marcia, numerosi
cadaveri erano sparsi per gli accampamenti. Alcuni forse erano di
schiavi, ma molti di soldati, uccisi durante quelle risse.
— Auff!... — esclamò Antao. — Ne ho abbastanza di queste canaglie e
sarei contento di giungere a Kana senza la loro pericolosa compagnia.
Finirò per perdere la calma e commettere qualche imprudenza.
— Saremmo costretti ad inerpicarci sugli altipiani attraverso a
boscaglie pullulanti di serpenti, — rispose Urada, che cavalcava presso
di loro, — mentre in breve possiamo giungere sulla via reale che è una
delle più belle di tutto il paese e la più comoda.
— È vero, — disse Alfredo. — Ho udito parlare della bellezza della
strada reale.
— Ma sarà piena di soldati, Antao.
— È probabile, ma cercheremo di lasciarceli dietro.
— Ed assisteremo ad altri orrori.
— Pur troppo, Antao, la prudenza però ci consiglia di chiudere gli
occhi e di non intervenire. Quegli orrori si commettono per volere di
Geletè, e non possiamo suscitare sospetti su di noi. Siamo ambasciatori
e come tali dobbiamo conservare la più stretta neutralità. D’altronde
prima del tramonto giungeremo forse a Kana, è vero Urada?...
— Sì, padrone, — rispose la giovane negra, — e là potrò offrirvi un
comodo alloggio nella casa di mio padre.
— Sei di Kana adunque?...
— Sì, padrone.
— E tuo padre vive ancora?...
— Lo spero.
— Ma chi è tuo padre?...
— Un tempo era un _cabecero_ addetto alla vigilanza delle tombe reali
e che godeva la fiducia del re, ma intrighi di corte e gelosie d’altri
aspiranti a quel posto importante, lo fecero cadere in disgrazia.
— Ah!... Tuo padre era un _cabecero!_... — esclamarono i due bianchi.
— Sì, — rispose Urada, con tristezza.
— Ma tu, figlia d’un capo, perchè sei diventata una semplice
amazzone?... — chiese Alfredo, con sorpresa.
— Per calmare il re la cui collera poteva tornare fatale a mio padre.
Le amazzoni del nostro paese non sono ragazze appartenenti a famiglie
di bassa condizione, come da taluni si crede.
Si reclutano fra le fanciulle rimaste orfane, ma appartenenti alla
classe dominante, fra le ragazze che per malvagità s’imputano di offese
alla casa reale e che s’intende di punire coll’arruolamento e fra le
figlie di coloro che sono caduti in disgrazia. Questo è il miglior modo
per stornare le collere feroci di Geletè e salvare i genitori da una
morte certa.
— È numeroso il corpo delle amazzoni?...
— Conta tremila ragazze, padrone.
— E formano una guardia destinata esclusivamente pel servizio del re?...
— Sì,... ma guarda lassù, padrone, — disse in quell’istante Urada,
indicandogli un attruppamento di punti biancastri, appollaiati sul
margine d’un altipiano che s’alzava al di là del Koufo.
— Kana forse?... — chiese Alfredo.
— Sì, la Città Santa padrone, la mia città natìa, — rispose Urada, con
una viva emozione.
— La rivedrai volentieri?
— Per mio padre.
— E poi ci lascerai, — disse Antao, con un tono di voce che aveva
qualche cosa di triste.
— No, — disse la ragazza, con accento risoluto. — Urada non abbandonerà
gli uomini bianchi, ai quali deve la vita e la libertà.
— Lasceresti il tuo paese senza rimpianti?... — chiese Alfredo.
— Sì, ma con mio padre. Il nostro paese è cattivo, dovunque si
uccide e mio padre, un dì o l’altro, potrebbe venire sacrificato come
tanti altri caduti in disgrazia. Qui non si è sicuri di poter vivere
ventiquattro ore, senza tremare.
— Ebbene Urada, rimani con noi, — disse Antao. — Conto di acquistare
anch’io sulla Costa d’Avorio una fattoria e tuo padre non avrà da
lamentarsi di noi, è vero Alfredo?...
— Sì, Antao, rispose l’amico. Ti abbiamo salvata la vita, Urada, e
penseremo noi al tuo avvenire. —
La conversazione fu interrotta dall’incontro di nuove bande di
guerrieri che conducevano lunghe colonne di schiavi incatenati e gran
copia di bottino, consistente in un numero considerevole di buoi,
destinati forse, al pari di quei disgraziati prigionieri, a cadere
sotto i coltelli dei sacrificatori nelle _feste dei costumi_.
La guida, come già altre volte, aprì il passo ai due ambasciatori,
quantunque quei feroci soldati avessero già preparate le armi per
gettarsi sulla carovana, malgrado gli ombrelli protettori.
Alfredo ed Antao, nauseati dal modo con cui quei bruti percuotevano
a sangue i prigionieri per farli marciare rapidamente, quantunque
quei miseri fossero enormemente carichi di grandi panieri ricolmi di
provvigioni rubate nei loro villaggi, spinsero i cavalli al galoppo per
lasciarsi alle spalle quelle bande di predoni.
Alle 10 del mattino, dopo una marcia rapidissima di quattro ore, la
carovana, che aveva già passato a guado il Koufo, il quale è uno dei
più importanti fiumi del Dahomey, incrociava la strada reale che dalla
capitale del regno mette capo a Widah sulla costa.
Questa strada, che ha una lunghezza di circa ottanta miglia è una delle
migliori, ombreggiata per un grande tratto da splendidi palmizii, ma
è anche una delle più faticose, essendo aperta fra terreni composti,
specialmente sugli altipiani, d’una specie di minerale granuloso che
stanca assai uomini ed animali.
Alfredo, che non voleva affaticare troppo i cavalli, i quali potevano
diventare preziosissimi nel caso che il colpo di mano ideato non
dovesse riuscire e che una rapida fuga diventasse necessaria per
salvare la vita di tutti, concesse un riposo di parecchie ore.
Alle 3 pom., la carovana però ripartiva, volendo giungere a Kana prima
del tramonto, avendo detto Urada che era vietato l’ingresso nella città
dopo calate le tenebre.
Attraversata la palude di Co, allora asciutta, la guida si diresse
verso Vodu, altro grosso villaggio, poi verso le sei della sera faceva
salire ai cavalieri l’ultimo altipiano, su cui si eleva la Città Santa.
Un’ora più tardi, quando il sole cominciava a tramontare dietro gli
altipiani dell’ovest, Alfredo ed i suoi compagni entravano nella città
natìa dell’amazzone.