Quando il povero Antao, inzaccherato di fango dai piedi ai capelli, si
rialzò per scuotersi di dosso quel sudiciume, invece dell’elefante,
vide sull’orlo della trappola Alfredo ed Asseybo, che tenevano nelle
mani due rami resinosi accesi.
— Morte di tutti gli elefanti dell’Africa!... — urlò. — Tu Alfredo?...
Un momento di ritardo e ti giuro, amico, che Antao non avrebbe mai
veduto il muso di quel furfante di Kalani, nè quello di Geletè!...
— Ma cosa fai in quella trappola!... — esclamò Alfredo, abbassando il
ramo per vederlo.
— Cosa faccio?... — rispose Antao, che aveva riacquistato subito il suo
buon umore. — Lo vedi, tengo compagnia ai morti.
— Ai morti?... Sei pazzo, Antao?
— Non mi sembra che l’elefante abbia guastato il mio cervello,
quantunque m’abbia fatto provare un così cattivo momento, che non lo
augurerei nemmeno ad un antropofago. Non vedi che sono in compagnia di
tre cadaveri?...
— Ma chi ti ha gettato lì dentro?...
— I facucheri.
— I facocheri!...
— Sì, i facocheri, come li vuoi chiamare.
— E sei lì dentro da ieri sera?...
— E ci sarei rimasto chissà fino a quando, senza di voi.
— Oh!... Disgraziato amico!...
— Lascia andare i compianti e gettami una corda. Sono imbrattato
di fango peggio d’un maiale. Quell’indiavolato elefante aveva una
tonnellata di zavorraccia nello stomaco e mi meraviglio che non
mi abbia accoppato con quella scarica. Auff! Pareva una tromba
marina!... —
Asseybo ed Alfredo si erano affrettati a levarsi le cinture di cotone
che portavano ai fianchi, lasciandole pendere nella trappola. Il
portoghese stava per aggrapparvisi, ma le lasciò subito andare.
— Non sali?... — chiese Alfredo.
— Aspetta un po’, amico, — rispose Antao. — Vi è la bottega d’un
macellaio in questa buca. Che la carcassa della iena rimanga qui a
imputridire non m’interessa, ma i due porci voglio portarmeli via.
— Lasciali andare, Antao. Durante il nostro assedio ne abbiamo uccisi
sei o sette.
— L’assedio?... Oh diavolo!... Io nella buca e voi sul baobab! Non
avrei mai supposto che questi brutti porci fossero così ostinati.
Tenete saldo!... —
S’aggrappò alle fascie e si lasciò tirare in alto. Quando si trovò
fuori da quella trappola, che per poco diventava la sua tomba, forse
per la prima volta in vita sua lasciò in pace i pianeti per lanciare un
interminabile «oh!...» di soddisfazione.
— Grazie, Alfredo, — disse poi, — ma mi dirai almeno come avete fatto a
trovarmi fra questa oscura foresta.
— Te lo racconterò camminando. Affrettiamoci a ritornare al campo,
poichè questa foresta mi pare che pulluli di animali feroci. Abbiamo
già veduto un leone e due leopardi. Ma come sei caduto in quella
trappola da elefanti?... —
Il portoghese s’affrettò a raccontargli la sua avventura, che se da
principio lo aveva fatto ridere, aveva però finito col farlo tremare.
— Se non giungevate voi, — concluse, — quell’elefante non avrebbe
tardato a ridurmi in un ammasso di carne o in una enorme bistecca.
— Ringrazia il caso che ci ha guidati da questa parte ed in così buon
punto, — disse Alfredo. — Povero amico!... Che ore angosciose avrai
passate in fondo a quella buca.
— Non quanto credi, poichè una parte di quelle ore l’ho passata
russando pacificamente. Ma voi, come vi siete sbarazzati dei porci?...
— Abbiamo subìto un vero assedio da parte di quegli animali e che è
durato fino a sera inoltrata, malgrado le nostre frequenti scariche.
Quando potemmo discendere ci mettemmo in cerca di te, temendo che ti
fosse toccata qualche grave disgrazia.
Essendo però le tenebre già calate, ci fu impossibile scoprire le tue
tracce, sicchè ci vedemmo costretti ad avanzare a casaccio, sperando di
udire la tua voce o qualche sparo.
Avevamo marciato tre ore, scaricando di quando in quando le nostre
armi, quando scorgemmo quel vecchio elefante e udimmo il tuo grido. Con
due scariche lo mettemmo in fuga, lanciandogli dietro una torcia per
spaventarlo vieppiù; e il resto lo sai.
— Ed al campo non siete tornati?...
— No, Antao.
— Saranno inquieti per la nostra prolungata assenza.
— Ci crederanno occupati a cacciare i grossi animali all’agguato.
Affrettiamoci, amico; devono essere già le due antimeridiane.
— Ma dov’è il campo?...
— Odo il fiume a scorrere alla nostra destra. Seguendolo non ci
smarriremo.
— Ma i vostri porci dove li avete lasciati?...
— Ne abbiamo appesi due ai rami del baobab per sottrarli ai denti degli
sciacalli e delle iene, in quanto agli altri non troveremo che gli
scheletri. —
Piegando a destra trovarono ben presto il fiume che doveva guidarli
all’accampamento, secondo i loro calcoli. Le sue rive però erano
coperte d’una vegetazione così fitta, da impedire a loro di poterlo
costeggiare, sicchè si videro costretti a rientrare nella foresta, dove
potevano trovare dei passaggi meno faticosi.
Dopo un breve consiglio si erano rimessi animosamente in marcia,
ansiosi di giungere all’accampamento dopo tante ore d’assenza, quando
furono bruscamente arrestati da una grande ombra che s’avanzava
lentamente, muovendo loro incontro.
— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — È un altro elefante che viene
a romperci le tasche?... È proprio scritto che questa notte dobbiamo
fare dei cattivi incontri?... Comincio ad averne fino ai capelli, delle
bestie africane.
— Non mi sembra che sia un elefante, — rispose Alfredo, che si era
arrestato dietro il tronco d’un grosso albero. — Stiamo in guardia,
amici, perchè temo che quella massa enorme sia un rinoceronte.
— Od un ippopotamo in cerca di cibo?... — disse Asseybo. — Il fiume è
vicino, padrone.
— Credo che tu abbia ragione. Se si trattasse d’uno di quei bruti
rinoceronti, a quest’ora ci avrebbe caricati.
— Cosa facciamo? — chiese Antao. — Se è un ippopotamo, lasciamolo
pascolare a suo comodo.
— Ma mi pare che si occupi più di noi che delle radici che
costituiscono il suo piatto favorito. Non vedi che si dirige proprio
qui?...
— Sarà un curioso.
— Ma un curioso pericoloso, Antao.
— Lo saluteremo con una buona scarica
— Stiamo prima a vedere cosa farà. Mi pare che non abbia intenzioni
cattive, almeno per ora. —
Veramente quell’ippopotamo, tale almeno doveva essere a giudicarlo
dalla sua andatura pesante ed incerta, pareva che non avesse idee
bellicose, poichè continuava placidamente la sua marcia, semi-tuffato
fra le alte erbe che crescevano sotto gli alberi.
Doveva aver scorto i tre uomini od udite le loro voci, pure continuava
ad avvicinarsi all’albero dietro a cui si tenevano celati, senza però
affrettarsi e con certi movimenti così impacciati che facevano ridere
il portoghese.
— Questa è strana!... — esclamò ad un tratto Alfredo. — Simili animali,
quando sono a terra, evitano l’incontro degli uomini o li assalgono
con furore, mentre questo non s’inquieta. Se continua ad avanzarsi, fra
mezzo minuto sarà qui.
— Vuole farsi fucilare a bruciapelo, — disse Antao, che aveva armata la
carabina.
— Mi sembra però.... Toh!... Guardalo bene, Asseybo. Ti sembrano
naturali le sue mosse?...
— No, padrone, ma mi viene un sospetto.
— E quale?
— Che quell’animale sia gravemente ferito.
— Comincio a crederlo anch’io.
— Ah!... —
L’ippopotamo che da qualche istante si era arrestato, come se le forze
gli fossero venute meno, tutto d’un tratto si era coricato al suolo,
rovesciandosi pesantemente su di un fianco. Pareva che fosse morto,
poichè non si udivano più a scrosciare le foglie.
— È spirato, — disse il portoghese. — Che abbia ricevuto qualche grave
colpo di lancia?...
— È possibile, — rispose Alfredo. — I negri di queste regioni,
assalgono sovente questi mostri, per fare delle scorpacciate di carne
succolenta.
— In tal caso andremo a tagliare un pezzo di quella bestia per la
nostra colazione.
— Sì, ma dopo che ci saremo assicurati della sua morte, — rispose il
cacciatore.
S’avanzò di dieci o dodici passi guardando l’enorme massa che
conservava una immobilità assoluta, poi puntò il fucile mirando la
testa e fece fuoco.
L’anfibio ricevette la scarica, ma non si mosse.
— È morto, — disse Alfredo. — Possiamo avvicinarsi senza timore. —
Si avanzò verso l’enorme cadavere seguito dal portoghese e dal negro e
si misero a girargli intorno per vedere ove aveva ricevuta la ferita.
— Guarda qui, — disse Alfredo. — Mi pare di scorgere una
bucatura. —
Entrambi si erano curvati per meglio vederla, essendo l’oscurità ancora
fittissima, ma d’improvviso videro quel corpaccio alzarsi bruscamente,
mentre si sentivano prendere pei piedi ed atterrare di colpo, prima
ancora che avessero potuto far uso delle armi.
Sette od otto individui erano sgusciati di sotto all’ippopotamo e
si erano scagliati, con rapidità fulminea addosso ai due bianchi
riducendoli all’impotenza, mentre due altri si erano gettati contro
Asseybo che era rimasto un po’ indietro.
Il bravo servo però, non si era lasciato cogliere di sorpresa. Vedendo
sorgere quei misteriosi individui, era balzato prontamente indietro
armando precipitosamente il fucile.
— Canaglie!... — urlò.
Con una palla fece stramazzare il primo avversario colla testa
fracassata, con un poderoso calcio ben applicato mandò il secondo a
gambe levate, poi fuggì attraverso la foresta, inseguito da altri negri
che erano sbucati dai cespugli vicini.
Intanto Alfredo ed il portoghese erano stati in un baleno disarmati
e legati strettamente, senza che avessero avuto tempo di opporre la
menoma resistenza, tanto era stato rapido l’assalto.
— Morte di Giove, di Urano e Saturno — urlò Antao, tentando, ma invano,
di spezzare le robuste liane che lo stringevano. — Cosa significa
quest’aggressione?... Chi sono questi negri che si nascondono sotto la
pelle d’un ippopotamo per prenderci di sorpresa?
— Spero che lo sapremo presto, — disse Alfredo, che aveva ricuperato
prontamente il suo sangue freddo.
Poi rivolgendosi verso i negri che li circondavano, guardandoli in
silenzio, chiese a loro in lingua uegbè:
— Cosa volete voi da noi bianchi?... Non vedete che non siamo negri?...
Sciogliete queste corde e ridateci la libertà od i nostri compagni
verranno qui e vi fucileranno tutti. —
I negri invece di rispondere si guardarono in viso l’un l’altro con una
certa inquietudine, si scambiarono rapidamente alcune parole, poi si
gettarono sui due bianchi e li deposero su di una barella fatta di rami
d’albero intrecciati e solidamente legati.
— Furfanti!... — gridò Alfredo, che cominciava a perdere la sua calma.
— Cosa fate?... —
Nemmeno questa volta i negri risposero. Otto di loro, i più robusti,
afferrarono la barella, la sollevarono sulle spalle e si misero
senz’altro in marcia a passo di corsa, seguiti da tutti gli altri
che erano armati di lancie e che parevano incaricati di proteggere la
ritirata.
— Morte di Nettuno!... — urlò Antao. — Cosa significa questo rapimento,
Alfredo?...
— Non ne so più di te, mio povero amico.
— Ma chi credi che siano questi negri?...
— Dei Krepi senza dubbio.
— Che crepino davvero. Ci hanno proprio teso un agguato.
— Ci aspettavano, Antao.
— Nascosti nella pelle d’un ippopotamo!... L’idea è stata almeno assai
originale.
— Si vede che ci temevano e che non osavano assalirci di fronte.
— E Asseybo, che lo abbiano preso?... —
— Credo che sia riuscito a prendere il largo poichè non abbiamo udito
nessun altro colpo di fucile, anzi mi pare d’aver veduto ritornare
coloro che si erano lanciati dietro di lui.
— Alfredo!... — esclamò ad un tratto il portoghese, con ispavento.
— Cosa vuoi?...
— Ed il nostro accampamento?... Che questi negri l’abbiano assalito?...
— Non avrebbero mancato di saccheggiarlo ed io non ho veduto nè una
cassa nè un cavallo, e poi avremmo udito degli spari.
— Allora questi misteriosi rapitori l’avevano solamente con noi.
— Così sembra.
— Ma cosa vorranno farci?... Ucciderci forse?...
— Non ho questo timore. I negri di queste regioni rispettano gli uomini
bianchi e li temono troppo per osare d’ucciderli. Spero che avremo ben
presto la spiegazione di questo rapimento. —
Intanto i negri continuavano la loro corsa precipitosa attraverso alla
grande foresta. Quei robusti ed infaticabili camminatori, filavano come
cavalli lanciati al galoppo, seguendo un sentiero forse noto a loro
soli, seguìti sempre da vicino dalla scorta armata.
Ad un tratto giunsero sul margine d’una vasta pianura coperta d’alte
erbe. Cominciando a diradarsi le tenebre, Alfredo ed Antao, spingendo
lontani gli sguardi, scorsero verso il nord un ammasso di capanne che
parevano costituissero un grosso villaggio.
— Ci conducono là, — disse Alfredo.
— Dobbiamo essere già ben lontani dal nostro campo, — disse il
portoghese, con inquietudine.
— Almeno sei miglia.
— Come farà a ritrovarci Asseybo?... Spero che non ci abbandonerà.
— Sono invece certo che ci segue per sapere dove ci conducono questi
negri.
— Che venga a liberarci?...
— Per lo meno lo tenterà, aiutato dai dahomeni e dalla ragazza.
— Ma sai che abbiamo alle spalle due dozzine di negri armati di lancie.
— Lo so.
— E che quel villaggio mi sembra ben grosso?
— È vero, ma ti dico che i nostri uomini non ci abbandoneranno. Da
questo lato sono tranquillo. —
In quell’istante si udì in lontananza, verso la borgata, la quale era
ormai perfettamente visibile essendo già spuntato il sole, un fracasso
indiavolato di tamburelli, unito a grida discordi.
Una grossa banda di negri era uscita dal villaggio e muoveva incontro
ai rapitori. Anche quegli abitanti erano però armati, poichè il sole
faceva scintillare numerose lancie.
— Il diavolo mi porti se io ci capisco qualche cosa, — disse Antao. —
Pare che quei messeri festeggino la nostra scorta.
— Saranno lieti dell’esito felice della spedizione. —
La scorta, udendo quel fracasso, aveva risposto con alte grida ed aveva
affrettata la corsa, impaziente di giungere alla borgata, attorno alla
quale si vedevano formicolare masse di negri.
In pochi minuti attraversò la distanza che ancora la separava e
s’arrestò dinanzi alle prime capanne, in mezzo ad una folla di negri
vociferanti, i quali si accalcavano attorno alla barella con tale
impeto da rovesciare quasi i portatori.
Alfredo e Antao si erano alzati guardando tutti quegli uomini ma,
con loro grande sorpresa, non videro su tutti quei volti nessuna
traccia ostile. Parevano anzi tutti allegri e più disposti a venerare
i prigionieri come fossero esseri superiori, che ad usare a loro la
menoma scortesia.
Alcuni anzi, che erano riusciti a rompere le file della scorta, si
erano affrettati ad offrire ad Antao e ad Alfredo delle zucche ripiene
di birra di miglio fermentato, dei banani e delle noci di calla.
— Buon segno, — disse il portoghese, che s’era rassegnato. — Questi
negri mi sembrano assai gentili. Che abbiano intenzione di adorarci?...
— Non ci sarebbe da stupirsi, — rispose il cacciatore
— Disgraziatamente abbiamo troppa fretta e non siamo affatto disposti a
farci adorare.
— Vedremo come finirà questa singolare avventura, Antao. —
La scorta, disorganizzata dal primo impeto della folla, era riuscita,
distribuendo legnate a destra ed a manca, a respingere tutti quei
curiosi ed a fare avanzare la barella.
Fece attraversare ai due prigionieri la via principale della borgata,
aprendosi il passo, con gran fatica, fra la folla e li depose dinanzi
ad una vastissima capanna che sorgeva sulla piazza del mercato, una
costruzione assai barocca, terminante in tre cupoloni e circondata da
un gran numero di statuette d’argilla bianca rappresentanti uomini,
animali e uccelli, probabilmente degli idoli adorati dalla tribù.
Un vecchio negro dai capelli bianchi, dalla pelle incartapecorita,
vestito con una logora sottana adorna di galloni d’oro sfilacciati,
di code di sciacalli e di buoi, col petto ed il collo carichi di
collane di perle turchine ed il capo coperto da un elmetto da pompiere,
tutto ammaccato, si avanzò verso i due prigionieri e pronunciò un
discorsetto, che nè Antao nè Alfredo riuscirono a comprendere.
Dalle sue gesta però s’accorsero che quel minuscolo monarca li trattava
con grande deferenza, anzi con molto rispetto.
— Orsù, morte di Giove e di Saturno!... — esclamò il portoghese. — Ti
dico Alfredo che noi siamo stati rapiti per arricchire la collezione di
feticci del capo.
— Ora lo sapremo, — rispose Alfredo. — È impossibile che qui non si
comprenda l’_uegbè_. —
Si volse verso il re negro il quale pareva che aspettasse una risposta
e lo interrogò nella lingua usata dai negri della Costa d’Avorio.
— Capo, — disse, — noi non comprendiamo il tuo linguaggio, ma qui vi
sarà qualcuno che possa rispondermi.
— Tu parli la lingua dei Popos?... — chiese il vecchio negro con gioia.
— Sì, e sono lieto che tu mi abbia capito. Mi dirai ora il motivo per
cui hai fatto rapire noi che siamo uomini bianchi.
— Perchè voi siete due _fabbricatori di pioggia_. —
Udendo quella risposta, Alfredo non potè trattenere una irriverente
risata.
— Hai capito, Antao? — disse. — Credono che noi possiamo fabbricare la
pioggia.
— Fabbricare la pioggia?... — esclamò il portoghese, stupito. — Cosa
vuol dire ciò?...
— Pare che questi negri abbiano bisogno dell’acqua del cielo per
fecondare le loro terre, arse forse da una siccità troppo prolungata e
che ci abbiano presi credendo, in buona fede, che noi abbiamo il potere
di far accorrere le nubi.
— Bel paese di pazzi!... E così?...
— Vediamo se possiamo far capire a loro che hanno preso un grosso
granchio. —
Si volse verso il capo che attendeva ansiosamente una risposta,
dicendogli:
— Tu hai sognato, vecchio mio. Gli uomini bianchi non hanno mai avuto
questo potere. —
Il negro non parve che si indispettisse per quella risposta, poichè
rispose con tutta calma e quasi sorridendo:
— L’uomo bianco crede che la mia tribù sia avara e che non voglia
compensarlo, ma s’inganna. Noi daremo a te buoi, pecore, burro e birra
di sorgo e di miglio.
— Ti ripeto che gli uomini bianchi non sono mai stati fabbricatori di
pioggia.
— Tu vuoi burlarti di noi. Sappiamo che gli uomini dalla pelle bianca
sanno fare mille cose che noi non possiamo ottenere.
— Ti ripeto che t’inganni.
— No, poichè l’uomo che veniva dai lontani paesi del sole che tramonta,
ci ha detto che voi possedete la magìa di far tuonare le nubi e cadere
la pioggia.
— Di quale uomo parli?... — chiese Alfredo, con viva sorpresa.
— Di un negro il quale è già partito perchè aveva fretta di tornare
nel suo paese, nel Dahomey, ma prima di lasciarci ci aveva detto che
voi eravate accampati sul mio territorio, affermando che solamente
voi avreste potuto salvarci dai danni enormi prodotti dalla siccità
prolungata ed io vi ho fatti prendere e condurre qui. Volete ritornare
nei vostri paesi?... Dateci la pioggia o non lascierete più mai la
terra dei Krepi. —