Attraverso la regione dei Krepi

La carovana marciò senza interruzione fino a notte tarda attraverso

alla pianura, spingendo i cavalli ad un mezzo galoppo e non si arrestò

che sul margine della grande foresta, che doveva guidarli alle rive del

Volta.

Uomini ed animali non ne potevano più dopo quella corsa indiavolata

fatta sotto un sole ardente e senza aver mai trovato un palmo d’ombra,

ma i primi erano contenti di trovarsi così lontani da quella città

dei cui abitanti era meglio diffidare, malgrado le premure e l’aiuto

prestato dal _dikero_.

Quand’ebbero cenato e le tende furono rizzate presso i fuochi accesi

per tenere lontane le fiere, Alfredo chiamò attorno a sè tutti,

dicendo:

— Ed ora, parliamo.

— Per Giove!... — esclamò Antao. — Credo che sia giunto il momento

di sciogliere un po’ la lingua. Quella corsa precipitosa non mi ha

concesso di scambiare una parola con questa ragazza.

— Puoi parlare a tuo comodo, Antao, o meglio le parleremo insieme.

Anch’io sono curioso di sapere tante cose che deve ormai conoscere,

essendo stata quattro giorni coi suoi rapitori. È vero Urada?...

— Sì, padrone, — rispose la negra, sorridendo. — Credilo però, padrone,

sono stata rapita contro la mia volontà.

— Ne siamo convinti, — disse Antao. — Se così non fosse, non avresti

gettati nel bosco quei segnali.

— Li avete trovati?... Dunque avevate seguito le tracce dei ladri?

— Certo, Urada. Ma in quale modo ti hanno rapita? — chiese Alfredo.

[Illustrazione: .... non avendo che una sola mira: quella

d’impadronirsi della testa di un avversario.... (Pag. 150).]

— Io dormivo sotto la tenda, quando fui svegliata dagli spari dei due

schiavi. Uscii all’aperto per vedere cosa succedeva e mi vidi dinanzi

un orribile _mpungu_.

Spaventata, mi preparavo a fuggire, quando comparvero improvvisamente

tre negri armati di fucili. Il gorilla fuggì ed i negri ne

approfittarono per caricare le casse sui cavalli e rientrare nella

foresta dopo d’avermi gettata nella lettiga.

Seppi più tardi che mi avevano rapita credendo che io fossi una vostra

prigioniera, essendosi accorti che io era una loro compatriota.

Dapprima avevo sospettato di essere caduta nelle mani di alcuni negri

predoni, ma seppi ben presto che erano le spie che vi seguivano da

Porto Novo, attendendo l’occasione propizia per tendervi un agguato o

immobilizzarvi nei boschi.

— Erano spie di Kalani?...

— Sì, padrone, me lo dissero poi. Erano stati incaricati di seguirti,

onde avvertire il loro padrone nel caso che tu avessi marciato verso la

frontiera del Dahomey.

— E di mio fratello, hai udito parlare?...

— Sì e non fecero che confermare quanto io ti dissi. Kalani te lo ha

rapito non per ucciderlo, ma per obbligare te a gettarti nella bocca di

quella lurida iena. Il tuo antico schiavo era certo che tu ti saresti

recato ad Abomey.

— Ecco delle parole che mi tranquillizzano sulla sorte di quello

sventurato fanciullo. Ah!... Kalani spera che io cada nei suoi

agguati?... Sarà lui che cadrà nel laccio che gli tenderò ad Abomey.

— Ma come faremo ad entrare inosservati nella capitale di Geletè? —

chiese Antao. — Non me lo hai ancora detto, Alfredo.

— Ora che abbiamo ricuperate le nostre casse, ti prometto di farti fare

un’entrata trionfale ad Abomey.

— Devono contenere dei talismani miracolosi le tue casse. Mi spiegherai

almeno in cosa consistono.

— È per questo che vi ho radunati tutti attorno a me.

— Getta fuori adunque i tuoi progetti.

— Dimmi, ti piacerebbe entrare in Abomey come ambasciatore?...

— Come ambasciatore!...

— Sì, Antao come un ambasciatore di qualche reame negro, di quello del

Borgu, per esempio, che è confinante col Dahomey.

— Io, un bianco, un europeo?...

— Non saremo più bianchi allora.

— Cosa vuoi dire?... Possibile che la mia pelle sia diventata così nera

da credermi un discendente di Caam?...

— Lo diverrai: ho portato con me tutto l’occorrente per darci sulla

pelle una superba tinta color fuliggine o cioccolata. —

Antao scoppiò in una fragorosa risata.

— Ridi pure, ma ti dico che noi ci dipingeremo così bene, da ingannare

anche Kalani.

— E ci vestiremo anche da negri?...

— Sì, Antao ma da negri d’alto lignaggio. Nelle mie casse vi è tutto

l’occorrente.

— Ecco perchè ci tenevi tanto alle casse che ti avevano rubato!...

— Certo, e soprattutto pei regali che ho destinato a Geletè ed ai suoi

_cabeceri_.

— Ma credi tu, Alfredo, che tale mascherata sarà possibile, senza

destare dei sospetti in quel furfante di Kalani?...

— Vedrai che nessuno più ci riconoscerà! Ho portato con me perfino

delle bellissime barbe nere come portano i ricchi del Borgu e delle

parrucche da negro.

— E cosa andremo a proporre a Geletè?...

— Qualche trattato d’amicizia, un’alleanza difensiva od offensiva per

esempio. Geletè sa che gli uomini del Borgu sono valorosi e si guarderà

bene dal rifiutare e ci riceverà coi dovuti onori.

— Magnifico progetto!... — esclamò il portoghese.

— Ne convieni?...

— Certo, Alfredo.

— Credi possibile la sua riuscita?...

— Ho piena fiducia, ma quando saremo entrati in Abomey, come faremo a

liberare tuo fratello?...

— Lo si vedrà.

— E Kalani?...

— Lo ucciderò, — disse freddamente il cacciatore, mentre un lampo

d’odio gli balenava negli sguardi.

Poi volgendosi verso Urada:

— Hai compreso tutto?...

— Sì, padrone, — rispose la giovane negra.

— Hai delle obbiezioni da fare?

— No, poichè credo che in nessun altro modo potresti giungere ad Abomey

senza allarmare Kalani.

— Ora sono tranquillo.

— E quando faremo la nostra toeletta? — chiese Antao. — Sono impaziente

di vedere quale figura farò tinto di nero.

— Quando avremo varcato il Volta e saremo entrati nel territorio del

Dahomey. Per ora è inutile.

— Padrone, — disse Asseybo, che fino allora non aveva pronunciato una

sillaba. — Vuoi un consiglio?...

— Parla, — disse Alfredo.

— Marciamo a grandi tappe e cerchiamo di giungere ad Abomey nel minor

tempo possibile.

— Perchè dici questo?...

— Uno dei ladri è fuggito e noi non sappiamo se gli uomini del _dikero_

saranno riusciti ad arrestarlo. Può passarci dinanzi ed avvertire

Kalani delle nostre intenzioni.

— Speriamo che l’abbiano preso. Quell’uomo però, solo, forse inerme,

privo d’un quadrupede, non sarà in grado di lottare in celerità con

noi. D’altronde non ci potrà riconoscere.

Ed ora, amici, riposiamo. Domani marceremo verso il Volta e quando

avremo attraversata la regione dei Krepi, diverremo tutti negri. —

L’indomani, dopo una notte tranquillissima, la carovana ripartiva a

marcie forzate, per guadagnare il fiume prima che calasse la notte.

La traversata dei boschi si compì senza difficoltà e senza cattivi

incontri, e verso il tramonto s’accampava sulla riva opposta del fiume.

Nei giorni seguenti marciò, quasi senza interruzione, salvo alla notte

per riposare, attraverso la regione dei Krepi; un vasto territorio

compreso fra il Volta ed il possedimento inglese della Costa d’Avorio

ed il fiume Mono, e che gli Ascianti ed i Dahomeni ben sovente

scorrazzavano per provvedere di schiavi da macellare nelle atroci feste

del sangue.

Questa regione, che da alcuni anni si trova sotto il protettorato della

Germania, era allora abitata da un grande numero di piccoli reami,

assolutamente incapaci di far fronte ai due potenti vicini. I Krepi

occupano la parte settentrionale ed i Togo la meridionale. Pochi sono i

centri popolosi; fuorchè Hpandu, presso il Volta, Waya presso il Todij

a breve distanza dalla frontiera del possedimento inglese, Kpetu sullo

stesso fiume e Atakpam molto al nord, nella regione degli Akposso,

tutti gli altri non sono che piccoli villaggi di nessuna importanza.

In cinque giorni la piccola carovana, dopo d’aver superata la regione

montuosa che si estende dal sud-ovest al nord-est attraverso il 7° di

latitudine e di aver fatto delle brevi fermate nei villaggi di Tota,

di Misahohe, di Pelome e di Togodo, per provvedersi di viveri freschi,

giungevano presso il fiume Mono il quale scorre a poche miglia di

distanza dalla frontiera, e quattro ore più tardi si accampavano sul

territorio del feroce Geletè.

Il Dahomey è un regno che come vastità di territorio e come popolazione

non può competere con quello degli Ascianti, ma come potenza militare

lo supera, essendo i suoi abitanti i più bellicosi di tutta la Costa

d’Avorio.

Fondato circa due secoli or sono, si è mantenuto indipendente fino in

questi ultimi anni e di certo lo sarebbe ancora, se la baldanza e la

ferocia di Behanzin, successore di Geletè, non avesse decisa la Francia

ad invaderlo, mettendo fine ai secolari bagni di sangue, che sotto

varii pretesti, si facevano annualmente nella capitale o nella città

santa di Kana.

La sua superficie è vasta, poichè si estende dal mare al nono grado

di latitudine nord, ossia fino allo spartiacque del bacino del Niger

con quello dei fiumi che si gettano lungo la costa della Guinea

occidentale, e dal paese dei Togo a quello dell’Opara che scaricasi

presso Porto Novo, su una distesa di duecentottanta chilometri

dall’ovest all’est.

Il suo clima è però uno dei più micidiali, e dei più insopportabili di

tutte le regioni della Costa d’Avorio, essendo quella regione proprio

sotto l’equatore, esposta ad una vera pioggia di fuoco che rende

quasi impossibile il soggiorno agli Europei, anche sugli altipiani

dell’interno.

Verso il mare poi è peggiore ancora, poichè le paludi ed i grandi

boschi ne fanno un covo di febbri algide mortali a tutti coloro che non

si sono acclimatizzati, e pericolosissime perfino agli indigeni.

Verso la costa il paese è tutto boscoso, ricco di piante colossali

e di palme d’elais, ma di passo in passo che si allontana, la grossa

vegetazione sparisce, gli altipiani si succedono in forma d’immense

terrazze coperte solamente da un’erba alta due metri, chiamata erba di

Guinea.

È su quegli altipiani che sorgono le città più importanti del regno,

Abomey che è la capitale, Kana detta la città santa dove sorgono le

tombe dei re e dove si fanno i grandi sacrifici umani, Agu, Akpuel,

Doko e Bobek, ma queste quattro ultime si possono considerare, più che

città, grosse borgate.

Sulla costa invece non sorge che Widak, la sola città dove era permesso

agli europei di soggiornare e di trafficare e dove pagavano i loro

contributi al re in bottiglie di rhum e di cognac.

Pochi però erano, prima dell’occupazione francese, i dahomeni che

entravano in questa città e non vi andavano senza manifestare un vivo

ribrezzo, credendola contaminata dalla presenza degli Europei.

Una sola volta all’anno i preti si recavano colà in processione

portando i loro feticci e per sacrificare, alle divinità marittime, una

delle più belle fanciulle del regno, la quale veniva spinta in mare

a pasto dei numerosi pescicani che infestano le spiagge della Costa

d’Avorio.

La popolazione di questo regno, diventato così tristamente celebre

per le sue barbarie, sembra composta di due razze distinte. Quella

inferiore, composta per la maggior parte di schiavi rapiti ai paesi

vicini, caratterizzata da una estrema bruttezza fisica e da un

vero degradamento morale; quella superiore alla quale appartengono

la famiglia reale e la classe dominante, caratterizzata da una

intelligenza svegliatissima e da lineamenti regolari che s’avvicinano

al tipo europeo.

Queste due razze non superano il milione d’anime, di cui i due terzi

sono costituiti dagli schiavi, povere vittime che erano destinate a

venire macellate nelle feste del sangue, quando mancavano i prigionieri

di guerra.

Nazione eminentemente guerresca, il Dahomey ha sempre dato del filo

da torcere ai suoi vicini, ai Togo, ai Krepi ed agli Yoruba. Per

secoli e secoli si è mantenuto non solo indipendente, ma ha respinto

vittoriosamente le aggressioni dei nemici, affermandosi come potenza

militare valorosissima.

Cosa strana, forse unica in tutti i popoli non solo dell’Africa ma del

mondo, la sua forza soprattutto veniva costituita dai suoi reggimenti

di amazzoni, reclutate fra le più belle, le più robuste e le più

crudeli ragazze del regno.

Allevate con estrema cura, rinvigorite con lunghi esercizi militari,

addestrate nelle armi e sottoposte ad una ferrea disciplina, per lunghi

anni quelle intrepide donne mantennero alta la fama guerresca. Erano

loro che entravano in campo quando i soldati dahomeni cominciavano a

piegare e si narra che i loro attacchi erano così irresistibili e la

loro ferocia tale, da assicurare sempre la vittoria.

Il loro numero non ha mai superato le tremila e costituiva la guardia

reale. Il loro armamento consisteva in fucili e larghi coltellacci che

sapevano adoperare con una destrezza spaventosa.

Scaricate le armi, si scagliavano come furie contro le orde nemiche col

coltello in pugno, non avendo che una sola mira: quella d’impadronirsi

della testa d’un avversario da regalare al loro re.

La stirpe reale del Dahomey, cessata pochi anni or sono coll’esilio

di Behanzin successore di Geletè, debellato dalle armi vittoriose del

generale Doods, era una delle più giovani, poichè la sua fondazione non

risaliva che al 1724, nella cui epoca Guagiah-Truda, piccolo principe

di Abomey, ma valoroso guerriero, riusciva a formarsi un vasto regno

riunendo sotto il suo potere i reami di Adrah, Toffoa, Allahda, di Xavy

e di Wydak dopo d’averli vinti.

L’autorità di quei monarchi sanguinari, era però potentissima, anzi

senza limiti.

I personaggi più importanti del regno, non erano, rispetto a loro, che

i primi schiavi; il popolo invece una massa di animali da macellare

di quando in quando, per placare le ire della divinità o dei sovrani

defunti.

Potevano disporre a loro talento della vita di tutti gli abitanti del

regno e dei loro averi e come ne abusavano!... Quando gli schiavi da

sacrificare mancavano, non si peritavano di scegliere le vittime fra i

sudditi, senza che questi mai avessero osato di ribellarsi.

Sul numero degli uomini che macellavano nelle feste delle grandi

usanze, basti sapere che il governatore portoghese dell’isola di S.

Tommaso riusciva a riscattarne, in una sola volta, milleduecento,

destinati a perire in una festa secondaria!...

La Costa d'Avorio · 第 45 / 75 题