Il supplizio d’un ladro nell’Ascianti

La mezz’ora era trascorsa, ma nè Asseybo nè il suo compagno erano

ritornati, poi un’altra era pure trascorsa senza che nessuna

nuova fosse giunta ai due europei, di già molto inquieti per

quell’inesplicabile ritardo.

L’alba era sorta e numerosi abitanti dei vicini villaggi ed anche

alcune carovane, provenienti certamente dalle regioni meridionali,

erano passati per recarsi al mercato della città.

Il dahomeno, rimasto di guardia, più di venti volte si era spinto sulla

via per vedere se i due negri si scorgevano, ma alle impazienti domande

dei padroni non aveva risposto che con un desolante: — Nulla. —

Cosa era accaduto dei due messi?... Erano stati sorpresi dai ladri che

forse vegliavano, temendo la improvvisa comparsa dei due europei od il

_dikero_, sospettando in loro due persone pericolose o due spie degli

inglesi, li aveva fatti imprigionare, cosa non improbabile per quei

giudici capricciosi e diffidenti?...

Alfredo che già aveva perduta la pazienza, stava per prendere una

risoluzione decisiva, recandosi in persona dal giudice o dal capo della

città col pericolo di far fuggire i ladri, quando il dahomeno, che era

uscito sulla via per la venticinquesima volta, annunciò il ritorno di

Asseybo e del suo compagno, seguìti da otto negri che portavano due

amache sospese a quattro grossi bastoni formanti un parallelogrammo e

riparate da un piccolo tetto di foglie.

Alfredo, ed Antao si erano affrettati ad uscire sulla via, dove

s’incontrarono con Asseybo, il quale era corso innanzi agli otto

portatori.

— Padrone, — disse con voce lieta. — I ladri sono stati presi!...

— Presi di già! — esclamarono Alfredo ed il portoghese.

— Cioè uno solo è stato preso vivo, poichè un altro che si era

ribellato agli uomini del _dikero_ è stato ucciso ed il terzo è

scomparso.

— E la negra?...

— È in casa del _dikero_.

— In buona salute?... — chiese Antao.

— Guarita completamente delle sue ferite.

— E le nostre casse e gli animali? — chiese Alfredo.

— Sono state ricuperate intatte.

— Ma cosa vengono a fare questi uomini con quelle amache?...

— Te li manda il _dikero_ per condurre te ed il signor Antao a casa sua.

— Ha gradito i regali adunque?...

— Lo puoi comprendere dalla rapidità con cui ha fatto radunare le sue

guardie e piombare addosso ai ladri.

— Andiamo da quel brav’uomo. —

I portatori si erano arrestati dinanzi alla tettoia ed attendevano gli

europei. Alfredo ed Antao salirono in quelle comode amache, i negri si

posero sulla testa, difesa da cuscini bene imbottiti, i quattro angoli

dei parallelogrammi e si misero lestamente in marcia preceduti da

Asseybo e seguiti dai due dahomeni che conducevano l’ultimo cavallo.

Nell’Ascianti quelle lettighe sono grandemente usate, sia per

trasportare i passeggieri, sia per le merci. Si può dire non conoscono

altro mezzo di locomozione perchè, cosa davvero strana, quantunque

posseggano molti buoi e non siano rari, nel loro paese, anche i cavalli

e gli asini, non si servono mai di questi animali e non conoscono poi

affatto nessuna specie di ruotabile.

Gli otto portatori, che procedevano speditamente, in pochi minuti

entrarono in Abetifi, aprendosi faticosamente il passo attraverso una

folla di negri colà radunata pel mercato.

Abetifi è una delle più importanti e più popolose città del regno,

situata a circa ottanta chilometri dal Volta, ed a cento da Cumassia,

che è la capitale degli Ascianti.

Non ha che poche case di legno che servono d’abitazione all’_assafo

oinè_, al _dikero_ ed ai _cumfos_ o sacerdoti incaricati di vegliare

sui feticci; le altre sono semplici capanne circondate però quasi tutte

da giardini e da orticelli, nei quali si coltivano ignami, manioca,

fagioli di varie specie, ananas, popoya e certe specie di pimento assai

forte largamente usato nella preparazione del _fu-fu_.

Ordinariamente la sua popolazione non supera le otto o diecimila anime,

ma nei giorni di mercato il numero si raddoppia.

I due europei, fatti segno della curiosità di tutti i negri affollati

sul mercato, in pochi minuti attraversarono la città e furono deposti

dinanzi ad una casetta di legno, costruita con un certo gusto e

decorata di stuoie variopinte.

Un negro già vecchio, perchè era molto rugoso, ma ancora robusto,

coperto d’una lunga camicia bianca e colle gambe adorne di strani

amuleti o _sumieno_, consistenti in cordoni di fibre di palmizio

annodati ed arricchiti da pallottoline di vetro, da granelli d’oro

traforati, da penne di pappagallo e da ciuffetti di peli, li attendeva

dinanzi alla porta.

Era il _dikero_ in persona, il quale voleva ricevere degnamente i due

europei che erano stati così larghi di doni.

Per darsi l’aria d’un uomo civile, porse la destra ad Alfredo ed Antao

e li invitò a seguirlo, conducendoli in una stanza adorna di stuoie

colorate ammonticchiate contro le pareti, in modo di formare dei sedili

discretamente comodi e da alcuni _feticci_ di terra grossolanamente

plasmata, rappresentanti delle figure umane ma che nella destra

impugnavano una sciabola e nella sinistra una testa ed accuratamente

imbiancati, essendo questa tinta il colore preferito dalle deità

asciantine.

Alcuni schiavi recarono tosto un grande vaso di terra ripieno di vino

di palma affinchè i forestieri, prima di cominciare la conversazione,

si dissetassero, poi quando ebbero bevuto, il _dikero_ con una

amabilità poco comune in quel popolo sospettoso e crudele, diede agli

ospiti il benvenuto, ringraziandoli contemporaneamente dei regali.

— Siamo noi invece che dobbiamo ringraziarti, _dikero_, — rispose

Alfredo in _uegbè_. — Senza il tuo pronto agire, i ladri sarebbero

forse fuggiti.

— Contenevano dei tesori le tue casse?...

— No, — rispose prontamente il cacciatore, che conosceva l’avidità

insaziabile di quei giudici. — Più che gli oggetti racchiusi nelle

casse, mi premeva salvare la giovane negra.

— Non te la ruberanno più, poichè uno dei ladri è stato ucciso, il

secondo è fuggito ma spero che lo ritroveranno ben presto, ed il terzo

è in mia mano e non uscirà vivo da Abetifi.

— Cosa vuoi farne di quell’uomo?...

— Lo uccideremo.

— Non ti chiedo tanto, _dikero_.

— È stato riconosciuto per una spia di Geletè, ed era qui venuto altre

volte per farci forse sorprendere dai cacciatori di schiavi dei Dahomey

e quell’uomo morrà.

— Ma ti ho detto che non è necessario che quell’uomo lo si uccida. A me

basta che rimanga prigioniero presso di te qualche mese.

— È un nemico e morrà, — disse il _dikero_ con incrollabile fermezza.

— Così il nostro re vuole e se disobbedissi, Mensah mi farebbe tagliare

la testa.

— Ma hai tu le prove che sia realmente la spia che tu cerchi?

— No, ma sapremo presto se egli è quello che io sospetto. Negherà,

come ha negato di aver rubato le tue casse, ma l’_odum_ mostrerà se

è veramente colpevole. Ho già dato ordine che la prova abbia luogo

stamane sulla piazza del mercato, dovendo essere pubblica. Vuoi

venire?... Il ladro deve essere già stato condotto sulla piazza.

— Ma dov’è la giovane negra? Vorrei prima vederla.

— Dorme presso le tue casse. Era così stanca che non si reggeva più in

piedi.

— La rivedremo più tardi. Siamo pronti a seguirti. —

Il _dikero_ si era alzato invitando i suoi ospiti a seguirlo. Al

di fuori li attendevano dodici portatori con tre amache seguìti da

parecchi negri armati di vecchi fucili e di lancie, i quali dovevano

servire di scorta al rappresentante della giustizia.

Quegli uomini erano comandati da un corriere del re, giunto forse di

recente ad Abetifi, personaggio molto importante e che col suo costume

dava un’idea del lusso della corte di S. M. Mensah.

Era coperto di piastre d’oro massiccio e d’un peso tale, da rendergli

molto malagevole il camminare, e sul capo portava un casco adorno

di penne d’aquila formanti una specie di ventaglio. In una mano poi

portava un piccolo scettro reale, una specie di spada coll’impugnatura

coperta da un pezzo di pelle di leopardo.

I due europei, il _dikero_ ed il seguito riattraversarono la città

e s’arrestarono sotto una grande tettoia eretta in mezzo alla piazza

del mercato e guardata da alcuni negri armati, i quali respingevano la

folla che si pigiava attorno a quella costruzione, con un’abbondante ed

incessante distribuzione di legnate.

In mezzo alla tettoia vi era il ladro, con la destra chiusa entro

un anello di ferro infisso in un grossissimo macigno e colle gambe

incatenate.

Era un negro ancor giovane, poichè non doveva avere più di venticinque

o trent’anni, dall’aspetto furbo, dagli sguardi intelligenti, ma dai

lineamenti duri, quasi feroci.

Quantunque dovesse essere ormai convinto di non uscire vivo dalle mani

dei suoi nemici, guardava alteramente la folla e scherzava coi suoi

guardiani.

Quando però vide i due europei, manifestò una viva inquietudine ed i

suoi sguardi divennero cupi.

— Ci riconosci?... — gli chiese Alfredo, avvicinandoglisi.

— Sì, — rispose il prigioniero.

— Non credevi di vederci qui così presto.

— È vero. Credevo che le formiche o gli elefanti vi avessero

uccisi. —

Poi, dopo alcuni istanti di silenzio, aggiunse con fatalistica

rassegnazione:

— Ho perduto e pagherò.

— Posso tentare di salvarti, — disse Alfredo.

— È inutile: gli Ascianti sono miei nemici e mi uccideranno, e poi, se

non lo facessero loro, non mi perdonerebbero nè Kalani, nè Geletè.

— Kalani!... Ah! tu conosci quell’uomo?... Era stato lui ad incaricarti

di spiarmi?... —

Il negro non rispose.

— Parlami di Kalani. È vero che non farà male a mio fratello?... È vero

che non si vendicherà su quel povero ragazzo?... —

Nemmeno questa volta il prigioniero aprì le labbra.

— Odimi, — disse Alfredo, con viva commozione. — Io ti strapperò alla

morte, te lo prometto, ma dimmi cosa ne ha fatto Kalani del fratellino

mio.

— Non so nulla, — rispose il negro. — D’altronde fra poche ore sarò

morto. —

Poi si rinchiuse in un silenzio feroce e rimase sordo ed impassibile

a tutte le domande, a tutte le promesse d’Alfredo. Sapendo di morire,

pareva che provasse una gioia crudele delle ansietà dell’uomo bianco.

Il _dikero_ pose fine a quell’interrogatorio che esasperava il

cacciatore, ordinando che si recasse l’_odum_ pel giudizio dei numi.

Questo _odum_ non è altro che la corteccia d’un albero a cui gli

Ascianti attribuiscono delle proprietà miracolose, strabilianti. Serve

ad indicare i veri colpevoli, a torto od a ragione, non importa.

Si dà al reo da masticare un pezzo di quella corteccia, poi gli si

fa inghiottire una grande quantità d’acqua. Se la rigetta e ciò non

succede quasi mai, è dichiarato innocente, ma se la trattiene e ciò

succede quasi sempre, è subito punito, essendo tutti convinti che egli

sia realmente colpevole.

Ad un ordine del _dikero_ il ladro, che non voleva confessare di

essere una spia di Geletè, fu seduto su di uno sgabello, poi il

carnefice, riconoscibile pel suo berretto di pelle di leopardo e pei

due coltellacci pendentigli sul petto, gli diede da masticare il pezzo

di _odum_, ingiungendogli di tenerlo in bocca parecchi minuti, fino a

ridurlo in bricciole.

— Credo che quel povero diavolo sia spacciato, — disse Antao, che

seguiva con curiosità quella strana prova.

— È convinto anche lui di non poter provare il contrario, — rispose

Alfredo.

— E lo uccideranno?

— Non avrà alcun scampo. Se fosse a Cumassia potrebbe avere qualche

speranza di salvarsi, ma qui non vi è alcun luogo inviolabile.

— Forse che a Cumassia vi è un luogo dove i condannati possono salvare

la pelle?...

— Sì, è un piccolo villaggio che si chiama Butama e che è separato

da Cumassia da un piccolo corso d’acqua. Qualunque condannato che

varchi quel ruscello è al sicuro contro la collera di tutti i _dikeri_

e perfino del re, perchè là sorgono le tombe della famiglia reale e

perciò quel territorio è sacro. —

In quell’istante le loro parole furono soffocate da un urlìo feroce,

emesso dalla folla. Il dahomeno aveva bevuto l’acqua e, come era da

aspettarselo, non l’aveva rigettata.

Pronto come il lampo, il carnefice aveva afferrata la vittima pel collo

e secondo l’uso gli aveva trapassato, con un lungo ed acuto coltello,

le gote e la lingua, per impedirle di pronunciare il gran giuramento

del re, formula che le avrebbe dato il diritto di salvare la vita per

un certo tempo e di venire fucilato invece di torturato.

Antao ed Alfredo, spinti dal loro animo generoso, si erano lanciati

verso il prigioniero per cercare di strapparlo alla morte, ma il

corriere del re ed i suoi uomini si erano affrettati a chiudere loro il

passo, dicendo con tono minaccioso:

— Gli uomini bianchi non hanno da fare colla giustizia del re! —

Intanto il carnefice aveva approfittato per piantare nelle spalle del

paziente due lunghe forchette e legatogli una corda al collo, l’aveva

tratto sulla piazza, costringendolo a camminare, mentre la folla gli si

precipitava dietro urlando e ridendo ed agitando dei tizzoni accesi.

— Vieni, Antao, — disse Alfredo. — Ciò è ripugnante. — E presolo per

una mano lo trasse verso la casa del _dikero_, seguito da Asseybo.

— Ma cosa faranno ora di quel disgraziato? — chiese Antao, che porgeva

ascolto alle urla crescenti della folla.

— Lo conducono in giro per la città, costringendolo a ballare in ogni

via.

— Ma se non lo potesse?...

— La folla lo costringerebbe coi tizzoni accesi.

— E poi lo decapitano?...

— C’è del tempo. Gli Ascianti non sono meno crudeli dei Dahomeni e

prima lo tortureranno diabolicamente.

Quando avrà finita la passeggiata, il carnefice avrà tagliato parecchi

pezzi di carne sul corpo di quel disgraziato.

— Ma allora lo ucciderà?

— No, poichè i carnefici sono abili e sanno che se uccidono la vittima

prima che sia giunta l’ora, devono prenderne immediatamente il posto.

— Ma quando finiranno di torturarlo?...

— Non prima di questa sera. A mezzodì gli accorderanno un po’ di

riposo e gli daranno una zucca di vino di palma per rinvigorirsi, poi

lo costringeranno a riprendere la passeggiata e le danze innanzi alle

autorità. Se si presterà volentieri a quei salti, la sua testa non

tarderà a cadere sotto il coltello del carnefice, ma se si rifiutasse,

disgraziato lui.

Prima di perdere la testa, quei mostri gli troncheranno una ad una le

membra.

— Che razza di canaglie!... Il diavolo si porti il _dikero_ e

tutti i suoi negri. Prendiamo le nostre casse ed i nostri animali

ed andiamocene, Alfredo. Rinuncio all’ospitalità di quel selvaggio

sanguinario.

— Non chiedo di meglio, Antao. Preferisco andare ad accamparmi nella

pianura od in mezzo ai boschi. —

Dinanzi all’abitazione del giudice trovarono i due dahomeni e la

giovane negra, la quale attendeva ansiosamente il ritorno dei due

bianchi.

Quando se li vide dinanzi, un vero grido di gioia irruppe dalle labbra

della brava ragazza e fu tale la contentezza d’Antao, nel rivederla,

che non potè fare a meno di abbracciarla.

— Morte di Giove, Venere, Urano e di tutti pianeti del firmamento!... —

esclamò. — Ti giuro, mia povera giovane, che io sono commosso. —

Stava per tempestarla di domande, ma Alfredo gli troncò le parole

dicendo:

— Più tardi, Antao. Pensiamo a prendere il largo prima che il _dikero_

ritorni. —

I due dahomeni e Asseybo bardarono i cavalli che erano stati ricoverati

in una vicina tettoia, dai servi del _dikero_ si fecero consegnare

le casse rubate, le caricarono in fretta sul dorso degli animali e

partirono di corsa seguiti dai due europei e dall’amazzone, la quale

era già perfettamente guarita.

Mezz’ora dopo erano tanto lontani, da non udire più le urla feroci

della popolazione martirizzante la spia di Kalani.

La Costa d'Avorio · 第 43 / 75 题