Mentre il negro, aiutato dai due dahomeni che si erano affrettati ad
attraversare il fiume coi cavalli, scavava una buca profonda che doveva
servire di forno e facevano raccolta di rami secchi per riscaldarla
per bene, Alfredo, armatosi d’una scure, tagliava a gran colpi i piedi
anteriori del colosso e faceva a pezzi la proboscide.
[Illustrazione: — Gli uomini bianchi non hanno da fare colla
giustizia del re! — (Pag. 142).]
Il portoghese da canto suo girava e rigirava attorno a quella montagna
di carne che sarebbe bastata a nutrire una tribù affamata, ammirando
quella testa enorme, quel corpo mostruoso e soprattutto quelle
magnifiche zanne che potevano rendere almeno tremila lire sui mercati
della Costa e ben di più in Europa.
— È una pazzia uccidere questi colossi, — diceva. — Ecco qui parecchie
tonnellate di carne perduta e che saremo costretti a regalare alle
fiere della foresta.
— Vorresti portarti via questa colossale carcassa, Antao? — rispondeva
Alfredo, che si accaniva contro le due zampe. — Ci vorrebbe un treno
ferroviario e poi non credere che tutta questa carne sia succolenta.
I negri la mangiano, ma è coriacea quanto la carne d’un mulo vecchio.
Accontentati quindi di assaggiare i pezzi scelti.
— Dimmi, Alfredo, si uccidono molti elefanti in Africa? Mi pare che
simili mostri debbano fare paura a tutti.
— Che facciano paura, quando sono irritati, è vero, ma l’avidità rende
coraggiosi anche i negri. L’avorio è un articolo troppo ricercato sulle
coste africane, per lasciare in pace questi colossi.
Ti dirò che si è calcolato che in Africa se ne uccidano annualmente dai
sessanta ai settantamila.
— Settantamila, hai detto!... — esclamò il portoghese.
— Sì, Antao e per ottenere sette od ottocentomila chilogrammi d’avorio.
— E solamente per i suoi denti?...
— Solamente, poichè i cacciatori di elefanti non si curano della carne.
Tutt’al più fanno come noi, cioè si accontentano di cucinarsi qualche
piede o qualche pezzo di proboscide per la colazione o pel pranzo.
— Ma continuando queste stragi finiranno col fare scomparire la razza.
— Certo, Antao. In certe regioni, specialmente del sud, gli elefanti
sono già diventati rari e se non si pone un freno a quei cacciatori,
fra venti o trent’anni non se ne troverà più uno in tutta l’Africa.
Devi poi notare, che l’elefante africano si riproduce molto lentamente.
Prima di vent’anni non è atto alla riproduzione e alla femmina
occorrono tre anni prima che dia alla luce il figlio e questo è sempre
uno solo.
In India si segano i denti agli elefanti senza fare agli animali alcun
male, onde non compromettere gravemente la conservazione della specie,
ma qui invece si uccidono, abbandonando le spoglie alle iene ed agli
sciacalli.
— Eppure quali preziosi servigi potrebbero rendere anche questi colossi
del continente nero!
— Questi animali, che sono i più filosofici, i più intelligenti ed i
più tenacemente laboriosi, addomesticati come quelli indiani, sarebbero
d’una utilità immensa per la loro forza prodigiosa. Non ci sarebbe più
bisogno di organizzare quelle numerose e costose carovane d’uomini, per
portare i prodotti delle regioni interne alla costa.
— Pure anticamente i cartaginesi si servivano degli elefanti africani
nelle guerre.
— È vero, Antao ed anche dopo la distruzione di quel popolo se ne
servirono per parecchi secoli i Numidi ed i Romani, ma nell’enorme
scompiglio politico e sociale che nel medio evo sconvolse le
popolazioni d’Europa e dell’Africa settentrionale, si trascurò l’arte
di addomesticare quegli utilissimi animali e da allora più nessuno se
ne occupò.
Quando si penserà a utilizzare ancora gli elefanti, probabilmente la
razza sarà stata distrutta dall’avidità insaziabile dei cacciatori
d’avorio.
— Ma le colonie delle nazioni europee, non hanno fatto alcun tentativo?
— Pare che ora si cerchi di addomesticarne alcuni. La cosa non è
difficile e quali vantaggi ne trarrebbero i coloni, specialmente quelli
delle stazioni interne!... Pensa che i negri portatori più robusti
non possono caricarsi d’un peso superiore ai venticinque chilogrammi,
nè percorrere oltre venti chilometri al giorno, mentre gli elefanti
possono portare parecchie diecine di quintali percorrendo in media dai
sessanta ai settanta chilometri ogni dodici ore.
— Ma il vitto!...
— Se lo procurano loro nelle foreste, quindi quasi nulla verrebbero
a costare. Orsù, il forno è pronto e finchè i piedi e la tromba si
cucinano, possiamo dormire alcune ore. —
Asseybo e i dahomeni avevano sbarazzato la buca dai tizzoni, avendovi
acceso nel fondo un grande fuoco. Avvolsero i pezzi della tromba ed
i due piedi entro grandi foglie di banano unitamente a delle erbe
aromatiche trovate nella foresta e ve li gettarono dentro, coprendoli
con cenere calda e poi con terra.
Livellato il terreno, vi accesero sopra un altro fuoco che dovevano
conservare per un paio d’ore.
Antao ed Alfredo, dopo d’aver assistito a quegli ultimi preparativi,
si ritirarono sotto la tenda che era stata nuovamente rizzata,
addormentandosi profondamente.
Non si svegliarono che verso le sei del mattino, alle insistenti e
rumorose chiamate del bravo Asseybo.
I dahomeni avevano aperto il forno e levati i due piedi ed un grosso
pezzo di proboscide, i quali fumavano sopra una grande foglia di banano
selvatico, spandendo all’intorno un delizioso profumo.
I due cacciatori, ai quali l’aria fresca del mattino aveva stuzzicato
straordinariamente l’appetito, non si fecero pregare per dare l’assalto
all’arrosto.
Antao dovette confessare che quei pezzi del colosso africano potevano
gareggiare coi migliori dei più grassi buoi e dei più grassi maiali. I
negri poi fecero tanto onore a quell’arrosto, da non essere quasi più
capaci di muoversi.
Fortunatamente Alfredo aveva accordato una mezza giornata di riposo,
per lasciare tempo ai ladri di giungere ad Abetifi e per tagliare i due
superbi denti del colosso, non volendoli abbandonare al primo venuto.
Rappresentavano una bella cifra e potevano servire di gradito regalo al
governatore di Abetifi per renderselo propizio e per avere aiuti contro
le spie di Geletè.
Fu verso le quattro pomeridiane, quando il gran calore cominciava a
scemare, che la piccola carovana si rimise in marcia, portando con sè
i due colossali denti che i negri, dopo molto lavoro, erano riusciti a
troncare a gran colpi d’accetta.
Le tracce dei fuggiaschi erano state smarrite forse perchè distrutte
dall’irrompere impetuoso degli elefanti selvaggi, i quali avevano
sconvolto la foresta, ma ormai Alfredo sapeva dove erano dirette le
spie e questo gli bastava.
Essendo munito d’una buona carta e d’una bussola, era certo di giungere
ad Abetifi anche passando attraverso la foresta e poi sapeva che al di
là di quegli alberi doveva estendersi la gran pianura, sulla quale una
città considerevole non poteva sfuggire agli sguardi.
Un’ora prima del tramonto, la carovana ripassava l’Afram e superati
pochi macchioni si trovava sul margine della grande pianura che
doveva estendersi, quasi senza interruzione, fino alla capitale degli
Ascianti, a Cumassia.
Non essendo interrotta che da pochi gruppi d’alberi o da piante
isolate, appena volti gli sguardi verso il sud-ovest, Alfredo ed Antao
scorsero, ad una distanza di otto o dieci miglia, un gruppo di dadi
biancastri, attorno ai quali si stringevano moltissimi coni di colore
oscuro.
— Abetifi? — chiese il portoghese.
— Sì, — rispose Alfredo. — Non è possibile ingannarsi.
— È vero padrone, — dissero i due schiavi dahomeni.
— Siete stati in quella cittadella?...
— Sì, padrone.
— Credete che le vostre bestie possano resistere fino a quelle case?...
È necessario che penetriamo in Abetifi prima dell’alba od i ladri ci
fuggiranno.
— Lo potranno, rallentando un po’ la marcia.
— Sapete se domani vi è mercato in città?...
— Sì, padrone.
— Allora siamo certi di sorprendere quei furfanti. —
Fu concesso un riposo di quattro ore ai due cavalli, durante le quali
ne approfittarono anche gli uomini, prevedendo che non avrebbero potuto
chiudere gli occhi prima dell’indomani sera.
Alle dieci di sera, abbeverati abbondantemente gli animali, essendo
scarsissima l’acqua in quelle vaste pianure calcinate dal sole,
la carovana riprendeva la marcia attraverso a quegli strati d’erbe
disseccate.
Procedevano lentamente, con precauzione, colle carabine armate sotto il
braccio, servendo quelle alte erbe di ricovero ad una grande quantità
di pericolosi animali, a serpenti pitoni lunghi sei e perfino sette
metri che fra le loro formidabili spire stritolano un uomo come se
fosse una semplice pagliuzza; a piccoli serpenti neri che posseggono un
veleno quasi fulminante e contro il quale è vano ogni rimedio; a grossi
ragni della specie dei migali che producono delle ferite gravissime e
talvolta incurabili ed a molti leoni, a leopardi ed a iene macchiate,
le più audaci della famiglia, poichè osano perfino gettarsi contro gli
uomini.
Di tratto in tratto, in mezzo ai gruppi di cespugli che si elevavano
qua e là, si udivano scoppi di risa, dei ruggiti bassi e profondi,
delle urla di sciacalli e talvolta anche quei fischi strani, rauchi,
che annunciano la presenza dei rinoceronti, i più brutali ed i più
irritabili animali della creazione.
I poveri cavalli udendo quel concerto tremavano come se avessero la
febbre ed esitavano a tirare innanzi, ed anche i due dahomeni non erano
tranquilli, ma Asseybo si mostrava calmo sapendo quanto valevano i suoi
padroni.
Verso la mezzanotte, quando le casette della cittadella cominciavano
ad imbiancarsi sotto i primi raggi dell’astro notturno il quale allora
spuntava all’orizzonte, un grosso leone che stava sdraiato in mezzo ad
un cespuglio, presso il quale doveva passare la carovana, s’alzò con un
grande salto, mostrando delle intenzioni poco pacifiche, ma vedendo i
due cacciatori muovere incontro a lui colle carabine spianate, dopo un
momento di esitazione credette miglior partito di prendere il largo.
Con quattro o cinque balzi mostruosi si rintanò sotto un altro
cespuglio e non si mosse più, limitandosi a far udire dei bassi
brontolii.
Più tardi due grosse iene macchiate che stavano appiattate dietro
alcune rocce che si ergevano solitarie sulla vasta pianura, tentarono
di gettarsi improvvisamente sui cavalli nel momento in cui questi
passavano a breve distanza, ma Asseybo appioppò sul muso della più
vicina un così potente colpo col calcio del suo fucile da costringerla
ad una precipitosa fuga, urlando di dolore. La compagna, spaventata da
simile accoglienza, s’affrettò a seguirla con tutta la rapidità delle
sue agili gambe.
Alle tre, quando ad oriente gli astri cominciavano ad impallidire, la
carovana giungeva dinanzi ai primi villaggi di Abetifi i quali formano
una specie di sobborghi intorno alla città.
Più che villaggi erano minuscoli attruppamenti di capanne abbastanza
male costruite.
Quelle catapecchie, di forma conica, dove vivevano nell’interno, alla
rinfusa, persone ed animali domestici, erano tutte fabbricate con
tronchi d’alberi spalmati d’argilla ed avevano il tetto di foglie
intrecciate.
Dinanzi però ad ognuna, per quanto fosse piccola e malandata, si
scorgeva l’_oquiamis duah_ ossia l’albero dio, il quale consisteva in
un piuolo con tre o quattro rami sostenenti un vaso, entro cui cresceva
una pianticella ed in un monticello di terra che i proprietari della
dimora hanno il dovere d’imbiancare tutti i giorni o di tingerlo di
color rosso pallido.
È sotto quel monticello che ordinariamente si nascondono le vittime
sacrificate alle diverse divinità del regno e non è rado che i ricchi
vi nascondano anche dell’oro, ma che nessun ladro però oserebbe
toccare.
— Che strane credenze, — disse Antao, udendo le spiegazioni che gli
dava Alfredo su quelle pentole svariate, contenenti quelle pianticelle
venerate.
— Ma non si accontentano di avere gli _oquiamis duah_, — disse il
cacciatore. — Hanno altri amuleti più stravaganti. Guarda quella
capanna, presso la cui porta vedi quel piuolo alto un metro.
— A cosa serve?... Forse per impalare i miscredenti?...
— No, rappresenta un altro _feticcio_ di molta importanza. Come vedi,
quel piuolo sostiene una pietra che gli Ascianti, in buona fede,
credono sacra e d’intorno vi è un piccolo recinto di fibre di palmizio
che si mantiene accuratamente unto d’olio di palma.
Tutte le volte che i padroni della capanna mangiano, sono obbligati
a deporre su quella pietra una porzione dei loro cibi, con grande
consolazione dei topi o degli uccelli.
— Si vede che gli Ascianti sono amanti dei pali.
— Oh, venerano anche gli alberi che crescono nell’interno della città.
A Cumassia, per esempio, ogni pianta viene rispettata e adorata come
fosse un _feticcio_ ed a nessuno è permesso di tagliarla, anche se i
rami impedissero il passaggio alle persone.
Vi sono poi alcuni alberi che godono tale venerazione, che vengono
tappezzati di offerte consistenti per lo più in pezzi di stoffe più
o meno di valore. Quelle piante sono circondate da palizzata per
proteggerle e se un uragano spezza qualche ramo, il re s’affretta a
sacrificare immediatamente una o più vittime umane. Se poi l’albero
venisse sradicato si fanno dei veri _costumi del sangue_ con grande
uccisione di schiavi[6].
— Morte di Urano!... — esclamò Antao, indignato. — Ma in questi
orribili paesi la vita umana ha adunque meno valore di un albero?...
Che razza di barbari!...
— Vale ancora meno, Antao.
— Ma quante divinità adorano questi popoli, se innalzano a tale onore
perfino le piante?...
— Hanno una grande quantità di dei e tutti sono gli uni più strani
degli altri. I principali però sono _Bassomrù_ grande protettore
dei palazzi del re e che consiste in una scatola di legno adorna
d’oro e contenente piume, pezzi di varii metalli, perle di vetro,
ecc.; _Bassomprak_ che è il protettore del fiume omonimo segnante
la frontiera del regno verso il paese dei Fanti e si festeggia ogni
mercoledì; _Bassomunè_ protettore del lago che si trova a venti miglia
dalla capitale si festeggia alla domenica e forse per tale motivo
chiamato il feticcio dei bianchi; poi _Tano_ che abita i boschi e che
è ritenuto il più cattivo e molti altri rappresentati da pietre, da
piante, ecc.
Ogni persona deve scegliersi un _feticcio_ protettore e il giorno
stabilito per la festa del dio, deve scrupolosamente astenersi dal
bere vino di palma e dal mangiare certi cibi. Trascurando queste
cose, ognuno ha il diritto di ucciderlo ed il suo cadavere deve essere
privato della sepoltura e gettato invece in un carnaio qualunque, a
pasto degli avvoltoi e dei corvi.
— Una religione da pazzi, insomma.
— Se non da pazzi, certo da selvaggi, Antao. —
Erano allora giunti a tre o quattrocento passi dalla città, dinanzi ad
una grande tettoia un po’ cadente, che pareva avesse servito un tempo
di riparo alle carovane provenienti dalle regioni del sud.
Alfredo fece cenno ai suoi uomini di condurre là sotto gli animali, poi
rivolgendosi ad uno dei dahomeni, gli chiese.
— Conosci il _dikero_ di Abetifi?
— No, padrone.
— Sai però dove abita?...
— No, ma sarà facile saperlo.
— Asseybo, — continuò Alfredo volgendosi al servo, — tu andrai con
quest’uomo dal _dikero_ e se sarà necessario anche dall’_assafo oinè_
(capo della città) ed esporrai loro ciò che ci è accaduto, reclamando
giustizia contro i ladri. Dirai loro che noi non siamo inglesi, ma
europei amici della loro nazione.
— Sono pronto a partire, padrone, — rispose Asseybo.
— Non ho ancora finito. Coi negri nulla si ottiene se non vi sono dei
doni. —
Aprì una delle casse, levò una dozzina di fazzoletti di seta rossa,
colore molto apprezzato da quasi tutti i discendenti di Caam, alcune
file di perle di vetro, dei galloni d’oro, un paio di bottiglie di
tafia gelosamente conservate fino allora e fece un pacco che mise in
groppa ad uno dei cavalli, unitamente alle due zanne d’elefante.
— Va’ e cerca di trovare il _dikero_ prima che si cominci il mercato.
Noi ti attenderemo qui, poichè se gli abitanti ci vedessero, la
notizia dell’arrivo di uomini bianchi si spargerebbe tosto ed i ladri
approfitterebbero per prendere il largo.
— Sta bene, padrone, — rispose Asseybo. — Spero di essere di ritorno
fra una mezz’ora. —
Il fedele servo ed il dahomeno s’affrettarono ad allontanarsi, mentre
i due europei, per sfuggire alla curiosità delle persone dei vicini
villaggi, si coricavano fra le casse, sotto la guardia del secondo
schiavo.