Antao, udendo quelle parole pronunciate in tuono quasi imperioso, e
comprendendo che stava per accadere qualche cosa di straordinario,
aveva abbandonato prontamente le liane, ritirandosi sul grosso ramo che
gli aveva servito di rifugio.
Alfredo, nascosto in mezzo al fogliame, gli additava silenziosamente un
grande macchione di mimose che stava di fronte a loro. Girò gli sguardi
da quella parte e vide due ombre uscire fra gli alberi ed avanzarsi
prudentemente allo scoperto.
Quantunque la luna mancasse, gli astri proiettavano una luce
sufficiente per distinguere un oggetto od un essere vivente di
dimensioni non troppo piccole ed Antao, che aveva gli occhi buoni, vide
subito di che cosa si trattava.
Quelle due ombre erano due negri di alta statura, quasi nudi, ma
entrambi armati di fucile. Si erano arrestati a breve distanza
dal _bombax_ e curvi innanzi, pareva che ascoltassero con profondo
raccoglimento.
— I cacciatori d’elefanti?... — chiese Antao ad Alfredo con un filo di
voce.
— Non lo so, — rispose l’interrogato.
— O che siano i nostri ladri?...
— Lo sospetto.
— Bella occasione per fucilarli tutti e due.
— E per far fuggire gli altri colle nostre casse e coll’amazzone. No,
Antao, non bisogna far loro sapere che noi siamo così vicini o chissà
dove potremo raggiungerli.
— Ma....
— Taci!... —
I due negri dopo d’aver ascoltato per parecchi minuti, si erano
rialzati e certi di essere soli in mezzo a quel bosco, si erano
scambiati delle parole in lingua _uegbè_, che Alfredo ben conosceva:
— Più nulla, — aveva detto l’uno.
— No, — aveva risposto l’altro.
— Credi che gli elefanti avranno continuata la loro corsa
indiavolata?...
— Hanno avuto troppo paura dei nostri tizzoni infiammati e delle nostre
scariche, per arrestarsi. Sono capaci di continuare la corsa fino
all’alba.
— Allora possiamo sperare che abbiano incontrato i bianchi e che li
abbiano fatti a pezzi.
— Sì, se ci seguivano sempre.
— Non vorrei essermi trovato al loro posto.
— Lo credo, Cobbena.
— Una bella fortuna, se ci fossimo sbarazzati di loro.
— Almeno potremo giungere tranquillamente ad Abetifi e vendere i loro
effetti senza la tema di vederceli giungere addosso.
— Se quella dannata donna non avesse gettata via la sua fascia forse
non avrebbero trovate le nostre tracce, è vero Amadù?
— Se avessimo saputo che parteggiava pei bianchi, non l’avremmo di
certo condotta con noi, credendo di liberare una nostra compatriota, ma
Kalani od il re s’incaricheranno più tardi di infliggerle la punizione
che si merita. Quando ci saremo sbarazzati di quelle casse e avremo
realizzato una bella cifra, ripasseremo il Volta e marceremo su Abomey
quasi senza arrestarci.
— Sì, Amadù. Ormai non ci rimangono più dubbi sulla direzione degli
uomini bianchi. Credevano d’ingannare le spie del re, ma invece
troveranno Kalani pronto a riceverli. Orsù, torniamo. Abbiamo almeno
cinque miglia da percorrere, prima di giungere all’accampamento. —
I due negri, ricaricati i loro fucili e certi ormai che gli elefanti
avessero continuata la loro terribile corsa attraverso alla foresta, si
rimisero in cammino a passi rapidi, allontanandosi verso l’ovest.
Quando Antao non li udì più, chiese ad Alfredo con stupore:
— E tu hai lasciato che se ne andassero, mentre avremmo potuto
fucilarli colla massima facilità. Hai avuto torto, amico.
— No, Antao, — rispose il cacciatore. — I loro compagni, te lo dissi
già, non vedendoli ritornare, si sarebbero facilmente immaginato che
noi li avevamo o uccisi o catturati e sarebbero fuggiti forse verso il
sud, facendoci perdere ogni speranza di poterli raggiungere.
«Ora sappiamo che si recano ad Abetifi e che ci sono poco lontani,
quindi non ci possono più sfuggire. Lasciamo loro credere di essere
stati massacrati dagli elefanti o fatti a pezzi dalle formiche e li
prenderemo più facilmente.
«Penso anzi che abbiamo marciato troppo e che possiamo riposarci una
mezza giornata, per lasciare loro il tempo di giungere tranquillamente
nella cittadella degli Ascianti.
— Hai ragione, Alfredo. Tu sei più astuto di me.
— Scendiamo Antao e andiamo a vedere che cosa è accaduto dei nostri
uomini. —
Si lasciarono scivolare lungo le liane e giunsero felicemente a terra,
mettendosi tosto in marcia per giungere al campo.
Non sapendo quale direzione avevano presa gli elefanti nella loro pazza
corsa, temevano che quella formidabile banda fosse piombata in mezzo
alle tende, uccidendo gli animali e gli uomini, perciò affrettavano il
passo ansiosi di calmare le loro inquietudini.
Già calcolavano di trovarsi a poche centinaia di passi
dall’accampamento, quando videro avanzarsi, correndo, un uomo, che
subito riconobbero pel fedele Asseybo.
— Padrone!... — esclamò il negro, con voce affannata. — Credevo che ti
fosse accaduta una disgrazia. Hai veduto gli elefanti?...
— Sì, ma come vedi siamo entrambi vivi, — rispose Alfredo. — Hanno
distrutto l’accampamento?...
— No, padrone. Ci siamo accorti a tempo dell’avanzarsi di quegli
animalacci e ci siamo rifugiati in mezzo al fiumicello salvando ogni
cosa.
— Cominciavo a essere inquieto per voi.
— Ma il pericolo non è cessato, padrone.
— Cosa c’è ancora?...
— Uno di quegli elefanti, un maschio di statura gigantesca, forse
ferito, si è sbandato e si aggira sulla riva del fiume in preda ad un
furore spaventevole.
I nostri uomini si sono salvati sulla riva opposta ma corrono il
pericolo, di momento in momento, di venire fatti a pezzi.
— Amico Antao, — disse Alfredo, rivolgendosi al portoghese. — Credo che
domani mattina assaggieremo un delizioso arrosto di tromba d’elefante.
— Vuoi assalire quel colosso furibondo?...
— Sì, Antao, se mi aiuti.
— Ma potremo ucciderlo colle nostre carabine?...
— Sì, purchè tu cerchi di colpirlo intorno agli occhi o sotto la gola o
meglio ancora, nelle giunture delle spalle.
— Mi proverò, Alfredo.
— Guidaci, Asseybo.
— Sta’ in guardia, padrone. Quell’elefante deve essere un vecchio
maschio e tu sai che quelli sono terribili.
— Ci avvicineremo con prudenza. —
Il negro, sapendo per prova quanto il padrone fosse audace e abile
cacciatore, non esitò più e si mise in cammino seguendo le rive del
fiumicello.
Ben presto i due bianchi udirono il formidabile avversario. Dei
frequenti barriti, un po’ rauchi, echeggiavano sotto la foresta,
seguiti da strani gorgoglii che parevano prodotti da una pompa che si
scaricava dell’acqua.
Probabilmente l’elefante era stato colpito ed assorbiva fragorosamente
l’acqua del fiume per inondare la ferita.
Asseybo aveva rallentata la marcia e non si avanzava che con estrema
prudenza, temendo di schiantare qualche ramo e di attirare l’attenzione
dell’animale.
Intanto i barriti diventando più potenti e più frequenti, destavano
tutti gli echi della selva. Pareva che perfino le foglie tremassero.
— Ci darà da fare, — disse Alfredo ad Antao. — Quando sono feriti,
non esitano a scagliarsi anche contro un reggimento di cacciatori. Sii
prudente e non scaricare la tua carabina se non sei certo del tuo colpo
o ti farai schiacciare come una nocciuola.
— Provo un certo tremito che non è rassicurante, — rispose il
portoghese, — ma dinanzi al pericolo e trattandosi di salvare la pelle,
passerà! Non udranno i nostri spari, i negri che abbiamo veduto?...
— Bah!... A quest’ora devono essere ben lontani e poi queste masse
di verzura non permettono alle detonazioni di espandersi a grandi
distanze.
— Padrone! — esclamò in quel momento Asseybo. — Eccolo!... —
Presso la riva del fiume, semi-nascosta da un macchione di bambù, una
massa mostruosa giganteggiava, colla tromba tesa innanzi, come se si
preparasse a caricare un nemico od a prevenire un improvviso assalto.
Era un elefante selvaggio, ma uno dei più grossi e dei più belli che
Alfredo avesse veduto fino allora, un animale degno di stare a fronte
dei più colossali _merghee_ delle regioni indo-malesi.
Gli elefanti africani, checchè se ne dica, sono più maestosi di quelli
del continente asiatico e sebbene nelle forme generali siano quasi
eguali, sono un po’ diversi nei particolari.
Generalmente sono più larghi di fianchi, più robusti fors’anche
dei _coomareah_ che sono i più forti ed i più massicci della razza
asiatica; hanno la fronte convessa invece di averla concava, hanno
quattro zoccoli nei piedi posteriori invece di tre, le orecchie più
sviluppate che si riuniscono sopra le spalle e che pendono poi sul
petto e le zanne d’una bellezza straordinaria e d’una mole enorme,
perchè pesano sovente perfino quattrocento libbre, mentre quelle degli
elefanti asiatici di rado sorpassano le cento.
Anche le femmine sono diverse da quelle asiatiche, perchè mentre queste
sono sprovviste di zanne o le hanno appena visibili, le prime le hanno
molto sviluppate, non tanto però come i maschi.
L’elefante che gl’intrepidi cacciatori stavano per affrontare, doveva
essere rimasto indietro in causa di qualche ferita ad una gamba
anteriore, vedendolo alzare di tratto in tratto la destra.
Pareva che non si fosse ancora accorto della presenza di quei nuovi
nemici che contavano di regalarsi un pezzo di proboscide arrostita,
essendosi avvicinato al fiume per bagnarsi la ferita invece di
assalirli, ma non doveva tardare a sentirli trovandosi sottovento.
— Adagio, — aveva detto Alfredo ai suoi due compagni. — È necessario
che ci mostri la fronte o le nostre palle non otterranno altro successo
che quello d’irritarlo maggiormente. —
Si erano nascosti tutti e tre dietro un gruppo di teck, i cui tronchi
colossali dovevano essere sufficienti a difenderli contro qualunque
carica del pachiderma, e di là attendevano il momento propizio per fare
una scarica.
Vedendo però che il colosso non si decideva ad abbandonare il fiume,
Alfredo, che era impaziente di finirla, si risolse a costringervelo.
Raccomandò ai compagni di non abbandonare quel rifugio e strisciò
all’aperto, tenendosi celato dietro una fila di ebani, i quali in caso
di pericolo potevano preservarlo da un attacco furioso.
Giunto a trenta passi dal mostruoso animale, armò risolutamente la
carabina, poi lanciò un fischio acuto.
L’elefante, sorpreso, cessò di colpo dall’assorbire l’acqua per
versarsela sulla gamba ferita, poi risalì lestamente la sponda
camminando a ritroso, quindi si volse emettendo un barrito assordante
che tradiva dell’inquietudine, ma che annunciava anche un imminente
scoppio di collera. Quasi nel medesimo istante due lampi balenarono
dietro ai tronchi dei _tek_, seguìti da due strepitose detonazioni.
Antao e Asseybo, vedendo il colosso presentarsi di fronte, avevano
fatto fuoco.
Disgraziatamente le palle non dovevano essere giunte a destinazione
esatta. Di fatti il pachiderma, invece di cadere lanciò una possente
nota metallica e si scagliò con impeto irresistibile verso gli alberi,
roteando furiosamente la terribile tromba.
— Fuggite!... — aveva gridato Alfredo.
Il portoghese ed il negro non avevano atteso quel consiglio. Spaventati
dall’irrompere di quell’enorme massa, erano balzati fuori dal rifugio,
dandosi a precipitosa fuga attraverso la foresta.
Alfredo aveva veduto ogni cosa ed era diventato pallido. Guai se
non riusciva ad arrestare il furioso animale: i due imprudenti non
avrebbero continuata per molto la loro corsa, non ignorando che
gli elefanti, malgrado la loro mole, possono spiegare un’agilità
straordinaria e gareggiare talvolta perfino coi cavalli.
Balzò rapidamente fuori dagli ebani e si slanciò innanzi mandando alte
grida, per attirare su di sè l’attenzione dell’animale.
Questi, credendo forse di avere i nemici dietro le spalle invece che
dinanzi, fu pronto a volgersi e vedendo a pochi passi il cacciatore, lo
assalì a testa bassa, colle zanne tese e la proboscide alzata.
Alfredo non era fuggito. Facendo appello a tutto il suo coraggio ed a
tutto il suo sangue freddo, si era appoggiato al tronco d’un sicomoro,
tenendo la carabina puntata.
A quindici passi fece fuoco.
Il colosso, colpito alla giuntura della spalla sinistra, s’inalberò
come un cavallo sotto un violento colpo di sproni, poi lanciò un lungo
barrito, ma che aveva qualche cosa di lamentevole, di straziante,
quindi riprese la corsa.
Alfredo era passato prontamente dietro al tronco per evitare le zanne
e la proboscide, poi dietro un altro che gli stava un po’ discosto e
scivolò in mezzo ad un intricato macchione di cespugli.
L’elefante, trasportato dal proprio slancio, continuò la corsa
sferzando furiosamente i tronchi degli alberi, ma ad un tratto le
forze lo abbandonarono e cadde sulle ginocchia, lanciando una nota più
lamentevole e meno possente.
In quel momento Antao e Asseybo, non vedendosi più inseguiti ed avendo
udito lo sparo del compagno, erano ritornati sul campo della lotta.
Avevano ricaricate le armi ed accorrevano in aiuto del valoroso
cacciatore.
Vedendo l’elefante dibattersi in mezzo alle piante e fare sforzi
disperati per rialzarsi, gli si avvicinarono ed a soli dieci passi
fecero una nuova scarica.
Fu il colpo di grazia!... Il povero animale, che era già moribondo,
alzò un’ultima volta la tromba vomitando un getto di sangue spumoso,
poi stramazzò pesantemente al suolo, rimanendo immobile.
— Alfredo!... — gridò Antao, raggiante di gioia. — È morto!... —
Il cacciatore, che aveva allora ricaricata la carabina, balzò fuori dai
cespugli, dicendo:
— Ecco una colazione ben guadagnata e condita con trecento cinquanta
libbre d’avorio per lo meno. Asseybo, puoi preparare il forno per
cucinare un piede di questo povero animale. —