Il regno degli Ascianti

L’Ascianti, che la piccola carovana stava per attraversare per

raggiungere i ladri, è il più vasto ed anche il più ricco regno

dell’Africa occidentale, stendendosi fra il 1° ed il 4° di long. ovest

di Greenwich ed il 6° e l’8° di lat. settentrionale.

Al sud ha per confini i piccoli regni di Akim, di Aspin, di Deukera e

parte del possedimento inglese; all’ovest il fiume Comoe e al nord ed

all’est il fiume Volta e la regione dei Mandinghi.

Questo vasto paese compreso entro i suddetti limiti, si divide in due

parti nettamente distinte che ben poco si rassomigliano fra di loro.

Dalla parte dove scorre il Volta la regione è quasi tutta piana,

pochissimo abitata, attraversata da una sola strada che si chiama del

Nord, frequentata dagli Ascianti che si recano a Serim. Essendo però

ricca di corsi d’acqua, di tratto in tratto s’incontrano delle foreste

che sono abitate da numerosi stuoli di animali selvatici, di antilopi

di varie specie, da gazzelle, da cinghiali, da leoni, da leopardi, da

iene, da scimmie d’ogni genere, soprattutto da quelle nere col lungo

pelo e la barba bianca ed anche da truppe di colossali elefanti.

È in quelle immense pianure che si raccolgono milioni di quintali di

quelle grandi lumache grigie, delle quali se ne fa un consumo veramente

enorme dal popolo e soprattutto dagli abitanti della capitale che ne

mangiano mezza tonnellata ogni giorno.

La parte invece dove scorre il Comoe è montagnosa essendo attraversata

da parecchie catene che percorrono il regno in ogni senso, tutta

coperta di boschi superbi e soprattutto più popolata, essendo il

terreno molto fertile.

È là che si trovano Kumassia, la capitale del regno ora riedificata

dopo che gl’Inglesi la diedero alle fiamme, Wiawoso, Manso, Kintampo e

Bontuku, le città principali e più popolose.

Quantunque gl’Inglesi abbiano cercato tutti i mezzi per dissanguarlo,

l’Ascianti può considerarsi ancora come il regno più ricco della Costa

d’Avorio ed anche il più potente, tale da far fronte a tutti i popoli

vicini.

È anche la regione più salubre di tutta la costa, poichè il suo clima,

sebbene sia molto caldo, non è malsano e forse si deve attribuire

ciò alla quantità straordinaria dei suoi torrenti che scendono dalle

montagne dell’interno.

In certe parti dominano, specialmente nell’estate, le febbri, ma non

sono mortali come a Widah, a Porto Novo, nel Grande e Piccolo Popo e

nei possedimenti inglesi e francesi. Nemmeno attorno alla capitale

l’aria è insalubre, quantunque vi siano paludi e l’atmosfera sia

sovente carica delle esalazioni pestilenziali, emanati da centinaia

di cadaveri umani gettati sui letamai chiamati appetismi, specialmente

dopo le feste del sangue che si fanno anche tuttora, alla morte di un

monarca e durante l’incoronazione del principe successore.

. . . . . . .

La piccola carovana, giunta sull’opposta riva del Volta, si trovò in

mezzo ad un’altra foresta che pareva dovesse prolungarsi verso l’Afram,

un grosso affluente di destra, formata per lo più da acacie mimose,

alberi grandi quanto i nostri olmi e fors’anche di più, col tronco

del diametro di due a tre piedi, colla corteccia azzurrognola, coi

rami carichi di foglie lucenti che al calare del sole si piegano l’una

sull’altra come le sensitive e munite all’estremità di certi nodi,

dai quali escono dei piccoli tubi formanti un fiore complicatissimo,

rassomigliante ad un calice e di tinta violetta.

Queste piante, molto apprezzate nel Sudan ma trascurate dai popoli

della Costa d’Avorio, producono gran copia di eccellente gomma, la

quale trasuda dal tronco formando dei globi rossastri che pesano

sovente perfino due libbre, quantunque quella materia sia leggerissima.

Oltre alle mimose vi erano pure macchioni di platanieri, di elais,

d’alberi del cotone di enorme grossezza, di cedri, di datteri spinosi

e di ebani popolati da bande di uccelli chiassosi e dalle penne

variopinte e di scimmie di varie specie; di sicomori, di tamarindi già

carichi di frutta rinfrescanti e di _phavor_, i quali producono delle

frutta simili alle ciliegie ed egualmente saporite.

Asseybo, appena salita la sponda, cercò subito le tracce dei ladri e

fu tanto fortunato di ritrovarle duecento metri sopra il guado, in un

luogo dove era stato acceso il fuoco e dove si vedevano gli avanzi di

foglie mezzo rôse dai cavalli. —

Fu subito deciso di non accordare tregua ai fuggiaschi e quantunque

i due animali si mostrassero molto stanchi per l’eccessivo carico e

pei brevi riposi loro accordati, la piccola carovana si mise subito in

marcia, certa ormai di raggiungere i negri ad Abetifi, avendo notato

che le tracce piegavano leggermente verso il sud-ovest.

Camminarono incessantemente tutto il giorno, spingendo innanzi

gli animali a legnate, ma prima del tramonto si videro costretti

ad arrestarsi sulle rive dell’Afram. Uno dei cavalli era caduto

rifiutandosi ostinatamente di rialzarsi e l’altro non poteva proseguire

per molto ancora.

Essendovi ancora qualche ora di luce, Alfredo ed Antao ne

approfittarono per battere le macchie vicine, colla speranza di poter

tornare al campo con un po’ di selvaggina.

Avendo rimarcato in una radura umida che scendeva verso un corso

dell’Afram, delle tracce di zoccoli che parevano appartenere a delle

antilopi, andarono ad imboscarsi in mezzo ad alcuni folti cespugli, a

circa cinquecento passi dall’accampamento.

Contando di ritornare molto tardi, si erano improvvisato un giaciglio

di foglie fresche ed avevano accese le pipe in attesa che le tenebre

calassero, quando in distanza parve a loro che fosse echeggiata una

detonazione.

Sapendo Alfredo che quella regione doveva essere deserta, non essendovi

villaggi lungo la frontiera, quella detonazione lo fece balzare in

piedi.

— Qualcuno caccia a due o tre chilometri da noi, — disse.

— Sarà qualche Asciante, — rispose Antao.

— No, — disse Alfredo, crollando negativamente il capo.

— E chi vuoi che sia stato a sparare quel colpo?

— I negri che inseguiamo.

— Bah!... Saranno lontani, quei bricconi.

— Qualcuno di loro può essere rimasto indietro.

— A quale scopo?...

— Per cercare di crearci degli imbarazzi.

— Sarebbe una bella occasione per prenderlo e fucilarlo.

— Se non per fucilarlo, almeno per averlo in nostra mano e farlo

parlare. Toh!... Odi?... Un altro sparo e questo molto più vicino.

— Questo colpo di fucile non deve essere stato sparato che ad un paio

di chilometri da noi, Alfredo.

— Antao, vuoi seguirmi?

— Se si tratta di prendere uno di quei furfanti, sono pronto a seguirti

fino nella capitale degli Ascianti.

— Vieni, Antao, ma non commettere imprudenze. —

I due cacciatori lasciarono il loro nascondiglio e quantunque la notte

cominciasse a calare, si misero rapidamente in cammino, seguendo il

corso d’acqua, la cui riva permetteva di avanzarsi più comodamente che

sotto i boschi.

Avevano percorso appena un chilometro procedendo sempre verso l’ovest,

quando udirono una terza detonazione e poco dopo una quarta, ma così

vicine, da far sospettare che il cacciatore si trovasse ad un solo

miglio di distanza.

— Che laggiù si combatta? — chiese Antao. — Mi sembra impossibile che

quel cacciatore trovi tanta selvaggina, mentre qui non vi è nemmeno uno

sciacallo da abbattere.

— Se combattessero si udrebbero delle grida, — rispose Alfredo.

— Ma mi sembra di udire dei fragori, Alfredo.

— Dove?...

— Vengono dall’ovest.... Zitto, ascolta!... —

Il cacciatore si fermò e si curvò verso terra, tendendo gli orecchi

e gli parve di udire realmente come un lontano muggito, somigliante

all’irrompere di una fiumana o all’avanzarsi fragoroso di parecchi

squadroni di cavalleria o di parecchie batterie d’artiglieria.

— È vero, — mormorò, con una certa inquietudine.

— Cosa credi che sia?... — chiese Antao.

— Non lo so, ma si direbbe che una truppa d’animali colossali galoppa

attraverso la foresta.

— Ma quali animali potrebbero produrre tale fragore? Delle antilopi o

dei leoni no di certo.

— Gli elefanti, Antao.

— Morte di Nettuno!... Una banda di elefanti?...

— Sono ancora numerosi in questi paraggi. Vuoi un consiglio?...

— Parla, Alfredo.

— Arrampichiamoci su di un albero ben alto e robusto.

— E se invece tornassimo al campo per mettere in guardia i nostri

uomini?

— Ci mancherebbe il tempo. Su, lesto o verremo stritolati!... —

Non vi era che da scegliere, essendo gli alberi d’alto fusto numerosi

presso le rive di quel corso d’acqua. I due cacciatori s’aggrapparono

ad alcune liane ed in pochi istanti si trovarono in salvo sui grossi

rami d’un bombax, celandosi in mezzo al fitto fogliame.

Intanto il fragore continuava con un crescendo spaventevole. Pareva

che dieci treni ferroviari si avanzassero all’impazzata attraverso

la boscaglia, tutto abbattendo sul loro vertiginoso passaggio. La

terra rimbombava come fosse sollevata da scosse potenti di terremoto,

si udivano gli alberi a schiantarsi e precipitare al suolo come se

venissero svelti da una tromba ed in mezzo a tutti quei fragori si

udivano dei suoni paurosi, dei clamori assordanti che parevano prodotti

da un centinaio di rauche trombe di dimensioni gigantesche.

— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamava Antao. — Si direbbe che

un uragano sta per travolgere l’intera foresta. —

D’improvviso si videro delle masse enormi sbucare fra gli alberi

ed avanzarsi all’impazzata, abbattendo, con impeto irresistibile,

le giovani piante, le quali cadevano a destra ed a sinistra come se

venissero falciate da un’arme mossa da una banda di titani.

Era una truppa di enormi elefanti, in preda ad un panico irresistibile,

che fuggiva disordinatamente attraverso alla boscaglia. Quale pauroso

spettacolo offrivano quegli animalacci lanciati al galoppo, colle loro

potenti proboscidi sferzanti gli alberi vicini, per aprirsi il passo in

mezzo a quel caos di vegetali!...

Mescolati confusamente, maschi, femmine e piccini, tutti in preda ad

un inesplicabile terrore, pareva che non avessero che un solo scopo:

fuggire un grave pericolo.

Urtavano furiosamente gli alberi, sradicavano quelli che si opponevano

alla loro corsa, fracassavano i cespugli con mille scricchiolii,

sfondavano colle masse enormi dei loro corpi le liane e le radici,

barrivano strepitosamente formando un baccano assordante e si urtavano

con tale violenza, che i loro corpacci risuonavano come grancasse di

mole smisurata.

Quei cinquanta e più animali passarono sotto gli occhi dei due

cacciatori come una meteora devastatrice, urtando il colossale tronco

del _bombax_ in così malo modo da scuoterlo dalla base alla cima, poi

scomparvero verso l’est fra un clamore infernale dì barriti ed uno

scrosciare d’alberi e di rami.

— Mille morti!... — esclamò Antao. — Ecco uno spettacolo da far tremare

l’uomo più intrepido dei due mondi!...

— Ti credo, — rispose Alfredo. — Pensa cosa sarebbe accaduto di noi, se

quella banda d’animali ci avesse trovato sul suo passaggio.

— Ma chi può aver spaventato quei colossi?...

— Forse dei cacciatori d’elefanti.

— Ma è possibile ammettere che così formidabili animali possano venire

spaventati da pochi uomini?... Non lo si crederebbe, Alfredo.

— Per natura gli elefanti sono timidi, Antao, e non si rivoltano se non

quando vengono feriti.

— Le detonazioni delle armi bastano per metterli in fuga?...

— Talvolta sì, ma quando si vuole farli fuggire basta scagliare contro

di loro delle materie infiammate o dei rami resinosi accesi.

— Ma.... ed i nostri uomini?... Non verranno travolti da quegli

animali?...

— Asseybo li avrà uditi avvicinarsi e si sarà affrettato a mettersi in

salvo coi dahomeni.

— Ed i cavalli?

— Saranno fuggiti, non dubitare.

— Ah!... Come sarei stato contento di aver potuto abbattere uno di quei

giganti!...

— Se si sbandano possiamo incontrarne qualcuno.

— Si dice che la tromba ed i piedi degli elefanti sono così squisiti.

— È vero, Antao, e spero di farteli assaggiare.

— Possiamo scendere?...

— Ormai non corriamo alcun pericolo. Gli elefanti devono essere già

lontani. —

Il portoghese stava per aggrapparsi alle liane che gli avevano servito

a salire sull’albero, quando Alfredo lo arrestò, sussurandogli agli

orecchi:

— Non muoverti: guarda!... —

La Costa d'Avorio · 第 37 / 75 题