Le formiche carnivore

Se il portoghese avesse abitato per qualche anno in quelle regioni

equatoriali, non avrebbe di certo riso vedendo avanzarsi, attraverso

alla foresta, quella colonna di formiche che si distendeva come un

serpente gigantesco e tanto meno avrebbe chiamato pazzo il negro,

se avesse conosciuto da quale specie di insetti stavano per venire

assaliti.

L’Africa, al pari dell’America meridionale, è straordinariamente

popolata di formiche di varie specie, quasi tutte assai più grandi

di quelle che abbiamo in Europa e, cosa davvero strana per insetti

di così piccole dimensioni, quasi tutte avidissime di carne e quindi

ferocissime.

Alcune, come le bianche per esempio, che vivono in nidi di forma

piatta che rassomigliano a giganteschi funghi, si limitano a divorare

i legni vecchi delle piante di cotone o le travi delle capanne dei

negri, compromettendo la sicurezza delle abitazioni; altre nere, che si

tengono nascoste nelle sabbie, si accontentano di mordere ferocemente

i piedi dei negri, causando acuti dolori, ma vi sono altre ancora che

vogliono delle vittime da scarnare.

Tali sono le termiti, le più grandi delle specie e le formiche rosse,

le quali si nutrono di carne, cercandola dovunque con una avidità senza

pari.

Guai all’uomo o all’animale che sorprendono addormentati presso i loro

formicai od anche in piena foresta durante le loro peregrinazioni!...

In un momento li coprono, mettono in opera le loro piccole ma

formidabili tenaglie e malgrado la resistenza disperata della vittima

in poco tempo, anzi in pochi minuti, la divorano viva non lasciando

che le ossa, ma così ripulite che il migliore preparatore anatomico non

farebbe di più.

Ma ve ne sono altre ancora bene più formidabili delle termiti, delle

rossastre, delle biancastre, delle formiche acqua bollente, ecc. e

queste sono quelle conosciute dai popoli dell’Africa equatoriale con

nome di _lascicuai_.

Questi insetti sanguinari sono gli zingari della specie, poichè non

hanno dimore stabili, quindi non fabbricano nidi. Errano continuamente

in mezzo alle foreste, marciando in file lunghe parecchi chilometri,

divorando sul posto quanti animali, piccoli o grossi, feroci o

inoffensivi possono sorprendere ed obbligando perfino i negri a

fuggire, quando quei piccoli mostri incontrano sulla loro via dei

villaggi.

Quelle formiche che s’avanzavano attraverso al bosco in fitti

battaglioni, dovevano essere state cacciate in quella direzione dai

negri fuggiaschi, onde cercare di sbarrare la via agli inseguitori e

forse per far loro perdere gli animali.

L’incendio che avvampava in direzione del fiume, bruciando una prateria

di erbe secche, non doveva aver avuto altro scopo e le _lascicuai_, che

hanno una così grande paura del calore da tenersi persino al riparo dei

raggi solari, si erano affrettate a deviare, fuggendo nel bosco.

Fortunatamente Asseybo le aveva scorte a tempo e sospettando un tiro

birbone da parte dei ladri, con quella rapida marcia era riuscito a far

passare la piccola carovana, prima che la via fosse stata tagliata da

quell’esercito di feroci insetti.

— Un ritardo di pochi minuti e noi venivamo arrestati e forse per

parecchi giorni, — disse Alfredo, che si era affrettato ad allontanarsi

da quella fiumana di corpicini nerastri.

— Ma credi che queste emigrazione continui molto?... — chiese Antao.

— Chissà di quanti miliardi di formiche si comporrà quell’esercito. Non

vedi come la colonna si mantiene stretta?...

— Infatti non è più grossa d’un serpente, ma che ordine di marcia!... I

nostri soldati non camminerebbero meglio.

— E guarda come quei battaglioni mantengono una linea rigorosamente

diritta e compatta.

— È vero Alfredo e neppure un insetto si sbanda.

— Gli ufficiali non lo permetterebbero.

— Gli ufficiali?...

— Sì, Antao. Se noi potessimo avvicinarci senza correre il pericolo di

venire assaliti, potrei farti vedere i capi che marciano sui fianchi

delle colonne per impedire qualsiasi sbandamento.

— Oh!... È incredibile!... Quanta intelligenza in insetti così

piccoli!...

— Quegli ufficiali appartengono alle caste guerriere.

— Ma come, forse che le formiche sono divise in caste?...

— Certamente, Antao. Le termiti, per esempio, sono divise in due caste

nettamente distinte che non si possono mai mescolare: le guerriere,

che sono le più forti e le più grandi, incaricate esclusivamente di

difendere i formicai e le industriali che devono solamente occuparsi

dello scavo delle gallerie sotterranee e del fornimento dei viveri.

— È incredibile! — esclamò Antao, al colmo dello stupore.

— Ma vi è di più, amico mio. Certe specie di formiche, oltre queste due

caste ne hanno una terza costituita dagli schiavi.

— Morte di Saturno!... Ma vi sono anche le formiche schiaviste?...

— Sì, Antao e queste sono le formiche chiamate _amazzoni_ e quelle

_color sangue_ che abitano l’America meridionale.

— Ma le formiche schiave appartengono alla stessa specie?...

— Mai più. Quando le _amazzoni_ o le _color sangue_ hanno bisogno

di schiavi, intraprendono delle spedizioni contro le formiche dette

_nero-cineree_, nè più nè meno come fanno i cacciatori di schiavi

dell’Africa centrale. Essendo più forti, vincono facilmente le

avversarie, invadono i loro formicai, non senza però incontrare

là dentro una tenace resistenza, e s’impadroniscono delle larve

_nero-cineree_. Più umane dei cacciatori di negri, non le maltrattano,

nè incrudeliscono contro i vinti, ma se le portano nei loro formicai,

le affidano alle cure di altre schiave, le fanno nutrire al pari delle

altre e quando sono completamente sviluppate le obbligano a lavorare,

ma senza adoperare la violenza.

— E non pensano a ribellarsi, quelle disgraziate prigioniere?...

— Tutt’altro, Antao, poichè fra le diverse caste, tra le quali non vi

è differenza di trattamento, regna una buona armonia invidiabile e le

guerriere e le schiave finiscono coll’amarsi come appartenessero ad una

stessa famiglia.

— Quanto avrebbero da imparare certi popoli da quei piccoli esseri!...

— esclamò Antao. — Si può dire che sono maestri di civiltà.

— Padrone, — disse in quel momento Asseybo. — Prima che le _lascicuai_

s’accorgano della nostra presenza, affrettiamoci a frapporre il fiume

fra noi e loro.

Le erbe della prateria vanno spegnendosi e le formiche potrebbero

deviare ancora.

— Ma ritroveremo le tracce dei fuggiaschi, ora che la cenere le avrà

ricoperte?...

— Se i ladri hanno attraversato il fiume in questo luogo, vuol dire

che esiste un guado da loro conosciuto. Se lo troviamo anche noi, sulla

sponda opposta ritroveremo anche le loro tracce.

— È vero, Asseybo. Andiamo a cercare questo guado. —

L’incendio della prateria, che si estendeva dalle rive del Volta ai

primi alberi della grande foresta, era già cessato in parecchi luoghi

per mancanza di combustibile e si poteva tentare il passaggio senza

correre alcun pericolo. Avvampava però ancora verso il nord, seguendo

il corso del fiume, lanciando in aria nuvoloni di fumo denso e nembi

di scintille, ma i grossi tronchi degli alberi pareva che opponessero

una barriera insuperabile e forse più di tutto era il terreno umido che

impediva alle fiamme di estendersi.

La piccola carovana, che non voleva perdere troppa via per non lasciare

tempo ai ladri di dileguarsi dopo di essersi sbarazzati del bottino,

si avventurò sulla cenere ancora calda che copriva la pianura, ma i

tre negri, che erano scalzi, furono ben presto costretti a salire sui

cavalli per non guastarsi le piante dei piedi.

La traversata si compì senza incidenti e mezz’ora dopo i cinque uomini

ed i due animali si trovavano sulla riva sinistra del Volta.

Questo fiume, che è uno dei più grandi che solcano le regioni della

Costa d’Avorio, quantunque bagni il possedimento inglese, è ancora

oggidì poco conosciuto e non si sa quale sia la lunghezza del suo

corso, nè si conosce precisamente dove abbia le sue sorgenti.

Pare però che venga formato da due considerevoli corsi d’acqua ai quali

furono ultimamente imposti i nomi tedeschi di Schwarger e di Weisser

e che avrebbero le loro sorgenti l’uno nella regione dei Tiebas, verso

il 12° di lat. N e 13° di long. E e l’altro sulla regione dei Gurunssi

verso il 13° di lat. ed il 16° di long.

Si sa che si apre il passo attraverso le regioni dei Dafina, dei

Mandinghi e dei Gamman, che poi piega verso l’est scorrendo lungo la

frontiera degli Ascianti per scaricarsi in mare per un largo estuario,

nei dintorni della cittadella di Ada, una delle più piccole del

possedimento inglese della Costa d’Avorio.

Là dove era giunta la piccola carovana, il fiume aveva una larghezza

considerevole, superiore ai quattrocento metri, ma l’acqua era bassa

e poteva permettere il guado, senza il pericolo di un assalto da parte

dei coccodrilli che sono numerosi su quel corso d’acqua.

— Il passaggio sarà facile, — disse Asseybo, che era sceso sulla

sponda per misurare la profondità della corrente. — Se i ladri lo hanno

attraversato, noi possiamo fare altrettanto.

— Credi che siano passati di qui? — chiese Alfredo.

— Sì, padrone poichè laggiù vedo che il fiume si restringe e

l’acqua sarà tanto alta da affogare un cavallo grande quanto un

elefante. —

I due europei si spogliarono non conservando che le maglie, poi tenendo

nella sinistra le carabine scesero nel fiume dietro ad Asseybo, seguiti

dai due schiavi che conducevano i cavalli.

[Illustrazione: Era un elefante selvaggio, uno dei più grossi

e dei più belli.... (Pag. 125).]

Sott’acqua, ad una profondità di un metro, pareva che si estendesse un

banco di sabbie di notevole larghezza, poichè nè a destra nè a sinistra

il fondo non accennava a mancare. Se si prolungava molto innanzi,

vi era la probabilità che la carovana potesse guadare il fiume senza

bagnare le casse contenenti le provviste e le munizioni.

La corrente, che era debole, favoriva la traversata; il negro però

non procedeva che con estrema prudenza e se non dopo d’aver ben

esplorato il fondo con un bastone acuminato, non ignorando quali ospiti

pericolosi ricovera il fiume.

Quelle precauzioni gli salvarono la vita, giacchè nel momento che stava

per varcare un canaletto aperto nel banco di sabbia, mise i piedi su

di una massa ruvida che subito gli sfuggì, facendogli quasi perdere

l’equilibrio.

Immaginandosi di cosa si trattava, fu pronto a retrocedere e fu una

vera fortuna per lui, perchè tutto d’un tratto una coda mostruosa,

armata di grosse scaglie ossee, emerse sferzando l’acqua a destra ed a

sinistra, col fragore del tuono.

— Morte di Urano! — gridò Antao. — Un ippopotamo?...

— Un coccodrillo! — gridò Alfredo. — Fermi tutti!... —

Il mostro, che forse sonnecchiava in fondo al fiume, sentendosi

disturbare, aveva avventato quel poderoso colpo di coda sperando di

abbattere l’importuno; vedendo però che nessuno era caduto sul banco,

cacciò fuori la sua orribile testa, mostrando la sua enorme gola e

battendo le potenti mascelle armate di lunghi denti.

Comprese senza dubbio con quali nemici aveva da fare, perchè subito

s’immerse e contrariamente a quanto si aspettava il portoghese,

s’affrettò ad allontanarsi.

— Ecco un coccodrillo pauroso, — disse Antao, che aveva armata la

carabina. — Mi avevano detto che erano formidabili, ma sembra che

questo non lo fosse affatto.

— Che i coccodrilli siano realmente terribili predatori è vero, sono

però anche eccessivamente prudenti, — rispose Alfredo. — Se ti hanno

narrato che assalgono sempre quando si vedono delle persone vicine,

hanno mentito.

— L’avevo anche letto sui libri di molti viaggiatori.

— Fole, Antao. Questi sauriani si tengono quasi sempre lontani

dagli uomini e si guardano bene dall’assalirli. Non dico però che

se tu cadessi in un fiume popolato da quei bestioni ti lascierebbero

raggiungere tranquillamente la sponda.

— Si dice che è pericoloso attingere acqua nei fiumi da loro abitati.

— È vero, per le donne che sono inermi. Quei mostri le attendono

nascosti presso le rive e quando quelle disgraziate si curvano per

riempire i loro vasi, con un salto le afferrano e le trascinano nel

letto del fiume.

Del resto sono così diffidenti, che basta la vista di un battello

qualunque per metterli in fuga. Se sono molti si lasciano talvolta

anche avvicinare; se sono pochi prendono il largo e difficilmente si

lasciano uccidere.

— Ed il coccodrillo che abbiamo fatto fuggire non verrà, nuotando

sott’acqua, a tagliarci le gambe?

— Non crederlo. Basterà che Asseybo batta l’acqua col suo bastone per

farlo fuggire. —

Il negro, passato il primo istante di sorpresa, si era rimesso in

cammino continuando a frugare il fondo per accertarsi della sua

solidità e per non mettere i piedi su di un secondo rettile che poteva

ammazzarlo con un solo colpo di coda.

Il banco fortunatamente si prolungava attraverso a tutto il fiume e

mantenendosi sempre compatto, sicchè la piccola carovana potè, dopo

venti minuti, giungere felicemente alla riva opposta, la quale era

coperta da alberi altissimi e frondosi.

Asseybo stava per salire il pendìo, quando mostrò ai due europei

un banco semi-nascosto da un gruppo di rocce, sul quale stavano

raggruppati dodici o quindici coccodrilli fra grandi e piccoli,

scaldantisi ai torridi raggi del sole.

— Che magnifica collezione! — esclamò Antao. — Mi sentirei tentato di

sparare qualche palla contro quei mostruosi animali.

— Sarebbe polvere sprecata, — rispose Alfredo. — Le loro scaglie sono

così dure, da far rimbalzare la palla della tua carabina. I soli punti

vulnerabili sono le ascelle e la gola, ma da rettili che ci tengono

alla loro pelle, non mostrano nè le prime, nè la seconda.

— Ma.... guarda, Alfredo!... — esclamò il portoghese, stupito. — Non

vedi tu degli uccelli entrare nelle gole aperte di quei mostri?...

— Sì, — rispose il cacciatore, sorridendo.

— E non chiudono le bocche per mangiarli?... È vero che mi sembrano

piccoli.

— Sono gli amici dei coccodrilli.

— Quegli uccelli?...

— Sì, Antao. Sono i _troichilus_, volatili che mai si separano da quei

formidabili rettili quando questi si tengono a galla e che rendono a

quelle bestiaccie dei buoni servigi, sbarazzando le loro mandibole dei

numerosi insetti che le ingombrano.

— Ed i coccodrilli rispettano quei piccoli volatili?

— Lo vedi come si cacciano impunemente fra le potenti mascelle,

soffermandovisi a lungo.

— Non avrei mai creduto che quei bruti sapessero cos’è la riconoscenza.

— Ah!...

— Cos’hai?...

— Vedi quei piccoli animali che s’avanzano prudentemente sulle sabbie

della riva?... —

Il portoghese guardò nella direzione indicata e vide, a due o trecento

passi, quattro animali grossi un po’ più d’un gatto, ma col corpo

più lungo, le gambe corte, il muso assai acuto, gli orecchi corti ma

larghi, ed il pelame lanoso, lungo, giallo ruggine, a riflessi fulvi

verso la coda.

Procedevano lentamente, procurando di tenersi celati dietro le

ripiegature del terreno, ma di quando in quando si arrestavano per

rimovere le sabbie con un lesto colpo di zampa.

— Dei gatti qui! — esclamò Antao. — Forse dei gatti selvatici?

— No, sono i più fieri nemici dei coccodrilli.

— Quegli animali così piccoli?... Vuoi burlarti di me?...

— Non ne ho mai avuta l’intenzione. Quegli animaletti sono icneumoni e

fanno guerra ai coccodrilli divorando le uova che questi depongono fra

le sabbie onde il sole le faccia schiudere.

— I furbi!...

— Ma quanto sono utili, mio caro. Senza gli icneumoni ben presto

i coccodrilli diventerebbero così numerosi, da rendere i fiumi

dell’Africa inaccessibili anche alle grosse barche. Orsù, lasciamo

quegli animaletti alle loro occupazioni e pensiamo ai ladri o

guadagneranno tanta via da non poterli più raggiungere. Stiamo in

guardia, poichè ora siamo sul territorio degli Ascianti. —

La Costa d'Avorio · 第 35 / 75 题