Le tracce dei ladri

Come avevano già sospettato, nè l’amazzone, nè i cavalli erano

ritornati al campo.

I due dahomeni avevano vegliato l’intera notte dinanzi ai fuochi,

ma non avevano udito nè alcuna voce umana, nè alcun nitrito che

annunciasse la vicinanza degli animali, nè alcun altro rumore

che facesse sospettare la presenza delle spie che avevano seguita

costantemente la carovana dopo la sua partenza da Porto Novo.

Interrogati cosa ne pensassero dei sospetti manifestati da Alfredo

e dell’esito negativo della spedizione, si mostrarono concordi

nell’affermare che la scomparsa misteriosa della giovane negra, degli

animali e soprattutto delle casse, si dovesse più attribuire alle spie

che forse si erano nascoste a breve distanza dal campo, che ai gorilla.

Senza dubbio avevano approfittato del terrore dei due dahomeni e

della loro fuga dopo l’improvvisa comparsa del mpungu, per gettarsi

rapidamente sugli animali e sulle casse e quindi internarsi nei folti

boschi.

Quantunque fossero ormai tutti convinti di ciò, pure Alfredo mandò i

tre negri a frugare le macchie vicine, per accertarsi che la giovane

negra non era stata uccisa, quindi assieme al portoghese si mise a

esaminare le alte erbe della piccola radura, per scoprire le tracce dei

ladri.

Essendo il suolo della foresta umido, non permettendo il folto fogliame

degli alberi che i raggi del sole penetrassero, gli riuscì facile

a scoprire, al di là della radura, le tracce dei cavalli che erano

chiaramente impresse sullo strato erboso.

— I nostri sospetti sono giusti, — diss’egli ad Antao che lo seguiva. —

I nostri cavalli non sono fuggiti per paura del mpungu.

— Da cosa lo arguisci?... — chiese il portoghese.

— Se i nostri cavalli fossero stati spaventati, sarebbero di certo

fuggiti in diverse direzioni, mentre le loro tracce sono tutte unite

ma.... toh!... Lo dicevo io? Guarda su questo terreno umido che è

sprovvisto d’erbe.

— Diavolo!... — esclamò Antao, curvandosi. — Se non m’inganno, queste

sono le tracce di due piedi nudi.

— Sì, Antao, — rispose Alfredo, — e qui vedo due altre orme di piedi

nudi, più grandi delle prime.

— Allora non vi sono più dubbi: i negri che ci seguivano ci hanno

derubati.

— Le tracce lo indicano.

— Ma a quale scopo?... Per privarci delle casse.

— È probabile, essendo i negri, in generale, tutti ladri, ma anche

per impedirci di proseguire il viaggio. Forse si sono accorti che noi

cercavamo d’ingannarli.

— Ma vorrei trovare qualche traccia della ragazza.

— Continuiamo le ricerche. —

Il passaggio dei cavalli attraverso la foresta era visibile anche per

degli occhi meno acuti e meno esperimentati di quelli d’Alfredo. Gli

zoccoli avevano calpestato profondamente l’umido terreno ed i corpi,

nel passare, avevano tracciato come un sentiero fra i cespugli ed i

rami bassi degli alberi, spezzando anche i più deboli.

Percorsi cinquecento passi, i due bianchi s’arrestarono mandando un

grido di gioia. In mezzo alle erbe avevano trovato uno di quei piccoli

fiocchi che ornavano la casacca della giovane negra.

— Finalmente!... — esclamò Antao, raccattandolo e mostrandolo con aria

trionfante al compagno. Ora abbiamo la prova che i ladri l’hanno rapita

e mi duole sinceramente di aver ucciso quel povero gorilla.

— Sì, — disse Alfredo, lieto di quella scoperta — ora possiamo dedicare

tutti i nostri sforzi nell’inseguire quegli audaci bricconi.

— Riusciremo a raggiungerli?...

— Lo spero Antao.

— Ma saremo costretti a tornare verso la costa?...

— No poichè le tracce finora si dirigono verso l’ovest ossia verso il

Todji che scorre presso le frontiere degli Ascianti.

— Che quei furfanti abbiano intenzione di recarsi in quel regno a

scambiare i nostri oggetti, prima di tornare in patria.

— È probabile, ma non lasceremo loro il tempo nè di giungere a Teki,

nè ad Anum che sono le prime borgate degli Ascianti. Mentre io seguo le

tracce torna al campo, fa’ caricare sui due cavalli che fortunatamente

ci sono rimasti, le nostre tende e le poche casse lasciateci e

raggiungimi più presto che puoi. —

Il portoghese lieto per quella felice scoperta che chiariva la

scomparsa della giovane negra, non si fece ripetere l’ordine due volte

e tornò precipitosamente al campo, chiamando i negri a piena voce.

In un baleno le tende furono levate, gli arnesi della cucina furono

collocati nel sacco, le casse caricate sui due cavalli e la carovana

si mise frettolosamente in marcia per raggiungere il capo, il quale si

spingeva celeremente innanzi, dietro le tracce.

[Illustrazione: — Qui, padrone!... Presto, qui, padrone!... —

(Pag. 102).]

— Sono sempre visibili? — gli chiese Antao, che lo aveva raggiunto a

passo di corsa.

— Sempre, — rispose Alfredo. — Finchè la foresta è così fitta, abbiamo

la speranza di non perderle.

— Ma poi?...

— Se possiamo seguirle fino al Todji non chiederei di più, poichè

allora avrei la certezza che i ladri cercano di spingersi fino ai

mercati di Teki o di Anum.

— Credi che abbiano molte ore di vantaggio su di noi?

— Avranno marciato tutta la notte, ma saranno costretti ad accordare

oggi un po’ di riposo ai cavalli. Forzando le marce, spero di poterli

raggiungere prima di tre o quattro giorni.

— Ma si lascieranno inseguire senza cercare d’arrestarci?...

— Tutto dipenderà dal loro numero. Se sono pochi si limiteranno a

fuggire colla massima celerità, se sono in parecchi cercheranno di

certo di crearci degli imbarazzi o d’impedirci di stringerli troppo

da vicino, ma non siamo uomini da inquietarci. È bensì vero che tutti

i dahomeni sono coraggiosi, ma anche noi non abbiamo certo paura di

loro. —

I due cavalli intanto, vivamente aizzati dai due schiavi, li avevano

raggiunti, quantunque fossero eccessivamente carichi, mentre Asseybo

si era spinto più innanzi dietro alle tracce, essendo più abile del suo

padrone.

La foresta si manteneva sempre assai fitta e solo di quando in quando,

a grandi distanze, si trovavano delle radure. Era un continuo caos di

tronchi, di rami, di foglie, di liane e di radici. Ora erano macchioni

di cedri i cui fiori spandevano all’intorno acuti profumi, o gruppi

immensi di ebani che avrebbero fatto la fortuna di qualche tribù che

avesse voluto approfittarne, o di acajù dal legno non meno prezioso

e non meno ricercato per la fabbricazione dei mobili di lusso, o di

_constiawa_ dai quali alberi si ricava una tintura molto pregiata, di

colore giallo zafferano, di enormi _cauciù_ che danno la gomma e non

pochi _tek_, alberi che raggiungono delle altezze imponenti e dai quali

si ricava un legname così resistente da sfidare perfino le palle di

cannone.

In mezzo a quei vegetali che confondevano reciprocamente le loro fronde

ed i loro rami, si vedevano svolazzare bande di pappagalli grigi e

verdi, di grossi avvoltoi e anche alcune aquile, mentre sui tronchi si

vedevano correre miriadi di bellissime lucertole colla testa gialla, il

corpo grigio ferro e la coda a tre colori ossia rossa, bianca e nera.

Questi animaletti si trovano dappertutto nei paesi della Costa d’Avorio

e soprattutto nelle capanne dei negri dove si vedono, a tutte le ore

del giorno, correre sui soffitti e lungo le pareti, occupati a dare la

caccia agli ospiti pericolosi, ossia agli scorpioni dal morso doloroso,

alle tarantole ed ai terribili ragni-vampiri.

Come si può immaginare, sono animaletti rispettati da tutti i negri per

i servigi immensi che rendono e perciò si propagano straordinariamente.

Non mancavano le scimmie in mezzo a quelle grandi foreste. Di tratto

in tratto, sulle cime di qualche albero fruttifero, si vedevano delle

piccole truppe di quelle scimmie chiamate drilli, quadrumani affini ai

mandrilli, ma non pericolose come questi ultimi.

Sono molto più piccole, non essendo più alte di settanta centimetri,

hanno il pelame olivastro sul dorso, ma biancastro sotto, mentre il

muso è nerissimo e le mani ed i piedi color del rame.

La loro barba, che è folta assai e che poi sale fino sul cranio

formando una specie di cappuccio, dà loro un aspetto comicissimo.

Vedendo passare la carovana s’affrettavano a guadagnare le più alte

cime degli alberi, mettendosi fuori di portata dai loro assalti e di

lassù, manifestavano le loro inquietudini con grida assordanti.

Dopo il mezzogiorno però, la carovana fece l’incontro d’un branco di

scimmie ben pericolose. Stava passando attraverso ad un macchione di

goyavi e di sicomori, quando un ramo di considerevole grossezza cadde

dinanzi ad Antao, il quale per poco non ne ebbe spaccato il cranio.

Il portoghese, furioso, afferrò rapidamente la carabina credendosi

assalito da qualche negro nascosto su qualche albero, ma invece d’un

uomo vide sulla cima d’un’acacia una orribile scimmia che rideva a

crepapelle, come fosse lieta di quel pessimo scherzo che per poco

mandava il brav’uomo all’altro mondo.

Doppiamente arrabbiato, Antao, che si trovava a cinquanta passi dai

compagni, puntò il fucile e senza curarsi se commetteva una imprudenza,

fece fuoco.

Il quadrumane, colpito nel cranio, interruppe le sue risa per mandare

un urlo acuto e piombò al suolo come un sacco di cenci, fracassandosi

le ossa.

Quella scimmia era senza dubbio la più brutta che Antao avesse fino

allora veduta. La sua testa era veramente spaventosa con quelle due

rigonfiature rigate che gli deturpavano le gote, con quella bocca larga

e sporgente, armata di acuti denti, con quella barba arruffata color

arancio vivo e quel cranio piramidale.

Il suo corpo massiccio, robusto, coperto d’un pelame ispido, aveva

tutte le tinte immaginabili. Era verde oliva e nera sul dorso, bruno

chiaro sul ventre e sui fianchi, il petto giallognolo, le mani e gli

orecchi neri ed il naso rosso fuoco.

La sua statura poi oltrepassava il metro, non compresa la coda che era

appena visibile.

— Ehi, Antao!... — gridò Alfredo, vedendo l’amico assorto in una lunga

contemplazione. — Contro chi hai fatto fuoco?...

— Contro la tavolozza d’un pittore, — rispose il portoghese, ridendo.

— Contro una tavolozza?...

— Vieni a vederla e sarai persuaso. —

Alfredo, quantunque fosse certo che l’amico scherzasse, tornò indietro,

ma appena ebbe dato uno sguardo alla scimmia, afferrò Antao per un

braccio, dicendogli:

— Fuggi!... Simili tavolozze sono pericolose, mio caro.

— Ma è una scimmia e non già un gorilla.

— È un mandrillo e questi quadrumani hanno tali denti da farti a pezzi.

Fuggiamo prima che giungano i compagni del morto.

— Non chiedo di meglio, amico, — rispose Antao. — Ne ho avuto

abbastanza del gorilla, per attirarmi ora addosso la collera di altre

scimmie. —

Fortunatamente nessun mandrillo si fece vedere, sicchè poterono

raggiungere tranquillamente la carovana senza essere inquietati.

Asseybo intanto, che precedeva tutti per non smarrire le tracce dei

ladri, aveva trovato un altro oggetto appartenente alla giovane negra,

e cioè la sua fascia rossa che era rimasta appesa ad un ramo basso d’un

grande cedro.

Non si poteva ammettere che l’amazzone l’avesse perduta, avendogliela

veduta attorno ai fianchi, strettamente annodata. Doveva indubbiamente

averla lasciata cadere per indicare il suo passaggio attraverso quella

vasta boscaglia, certa che gli uomini bianchi, derubati dei loro

effetti e dei loro animali, avrebbero seguite le tracce dei fuggiaschi.

Verso il tramonto, sull’opposta riva dell’Aka, fiume che scaricasi

nel lago Anglo, nei pressi di Krikor, fu trovata anche la cartucciera

dell’amazzone pendente da un altro ramo, ma, in modo da poter essere

veduta dal primo individuo che fosse passato per di là.

Accanto alla pianta si scorgevano gli avanzi d’un fuoco e ciò indicava

che i fuggiaschi dovevano essersi fermati colà per preparare il pasto e

per far riposare i cavalli.

— Ora non possiamo più dubitare della fedeltà di quella brava ragazza,

— disse Antao ad Alfredo.

— Sì, — rispose questi. — Mantiene il suo giuramento.

— Però quelle canaglie devono sempre avere un grande vantaggio su di

noi e sarà difficile che noi possiamo raggiungerli.

— Non spero di poterli sorprendere nella foresta, Antao. I nostri

animali sono troppo carichi per poter gareggiare con quelli che ci

hanno rubato, ma a me basta che continuino a fuggire verso l’ovest,

ossia verso gli Ascianti.

— Ma non avremo delle noie in quel paese di barbari?...

— Gli Ascianti non sono più civili dei dahomeni, è vero, ma non osano

molestare gli Europei, dopo che hanno provato la forza delle armi

inglesi.

— Quale pericolo potrebbero correre se ci tendessero una imboscata e ci

massacrassero tutti?... Chi andrebbe a raccontarlo agli Europei della

Costa?...

— È vero, ma una superstizione fortunata rende inviolabile la vita

degli uomini bianchi.

— Forse che gli Ascianti ci credono uomini discesi dal cielo?...

— No, ma in causa d’una profezia che rimonta alla fine del primo quarto

di questo secolo. In quell’epoca i grandi _cumfos_, ossia i profeti

del regno, hanno predetto che giungerebbe un tempo in cui il loro paese

sarebbe stato costretto a cambiare religione, usi e costumi per opera

di uomini bianchi protetti dai _feticci_, aggiungendo che se uno di

quegli uomini venisse ucciso, le più spaventevoli calamità avrebbero

colpito la dinastia ed il suo popolo.

In seguito a quella profezia, per tema di uccidere uno di quegli uomini

protetti dai _feticci_, fu decretata una legge speciale colla quale

si proibisce severamente a qualunque, anche ai re, di sacrificare

qualsiasi europeo che metta i piedi sul territorio degli Ascianti.

— Allora non temo più per la mia pelle.

— Puoi vivere tranquillo, specialmente nella nostra qualità d’italiani

e di portoghesi. Se fossimo inglesi, chissà, potremmo aspettarci

qualche brutta sorpresa.

— Si dice che gli Ascianti non abbiano torto ad odiare gli Inglesi.

— La guerra mossa dall’Inghilterra a quel popolo non è stata giusta,

Antao, e l’odio se lo sono meritato. Non ha avuto altro scopo, si può

dire, che di derubare gli Ascianti della grande quantità d’oro che

possedevano.

Dopo d’aver incendiata la capitale e di aver imposto ai vinti un enorme

tributo di guerra, accorgendosi che gli Ascianti erano ancora ben

forniti d’oro, cercarono altri cavilli per imporne un secondo che colle

minaccie ottennero.

Come puoi immaginarti, gli Ascianti amano l’Inghilterra come il fumo

negli, occhi e se noi appartenessimo a quella nazione, potremmo pagare

cara l’imprudenza di avventurarci sulla riva del Volta. —

In quel momento si vide Asseybo, che si trovava a dieci passi da

loro, cadere al suolo fracassando un ramo che pareva fosse stato

appositamente gettato attraverso quella specie di sentiero, quindi

rialzarsi prontamente, gridando coll’accento del più vivo terrore.

— Fuggite!... Fuggite!... —

La Costa d'Avorio · 第 30 / 75 题