La caccia al gorilla

I tre cacciatori, nascosti fra le alte erbe che coprivano quella

piccola radura, cercavano di scrutare il folto fogliame del grande

albero, sperando di scoprire il mostruoso gorilla o la sua prigioniera,

ma l’ombra proiettata da quell’enorme ammasso di rami e di foglie

era troppo nera per poter discernere qualche cosa. Il nido, o meglio

la piattaforma costruita su due dei più grossi rami, si scorgeva

confusamente a circa sette metri dal suolo.

Asseybo non si era adunque ingannato arrestandosi in quel luogo ed il

mostro doveva trovarsi lassù, poichè di tratto in tratto si udiva la

sua rauca respirazione ed i legni della piattaforma scricchiolare.

Non era però cosa facile costringerlo a scendere, poichè tali scimmioni

ordinariamente non assalgono se prima non vengono feriti, e poi di rado

abbandonano gli alberi sui quali hanno fabbricato il loro covo, non

ignorando forse che la piattaforma è sufficiente a difenderli.

— Per ora non possiamo assolutamente far nulla, — mormorò Alfredo, agli

orecchi di Antao. — Con questa oscurità non è cosa prudente aprire il

fuoco.

— Se provassimo a mandare una palla sotto la piattaforma?...

— Può attraversare i rami e colpire la donna.

— È vero, non ci avevo pensato, Alfredo. Ma che la negra sia proprio

lassù?...

— Se non è stata uccisa, deve trovarsi ancora sulla piattaforma.

— Ma si dovrebbe udire qualche gemito. Essendo ferita, il mostro deve

averla ridotta in tristi condizioni con la sua poca galanteria.

— Frenerà i gemiti per tema d’irritare il bestione.

— Che non vi sia modo di accertarsi se è lassù?... Quella povera

ragazza m’interessa, Alfredo.

— Ti dico che se si trova su quest’albero la salveremo.

— Dimmi, hanno il sonno profondo i gorilla?...

— Perchè mi fai questa domanda?...

— Se fossi certo che il rapitore non si svegliasse, vorrei cercare di

salire lassù.

— Sei pazzo. Antao. Una simile imprudenza non te la permetterò mai.

Accomodiamoci alla meglio fra queste erbe ed aspettiamo pazientemente

l’alba.

— Circondiamo l’albero?

— Sì, tu va’ a coricarti alla mia destra ed Asseybo alla mia sinistra.

Se il gorilla scende, lo vedremo. —

Il portoghese ed il negro si allontanarono strisciando senza far

rumore e si sdraiarono dall’altra parte del grosso tronco, coprendo

la batteria delle carabine per difendere le capsule dall’umidità della

notte.

Le ore passavano lente come se fossero diventate doppie, ma il gorilla

non lasciava l’albero protettore. Lo si udiva però sempre a russare

e qualche volta a voltarsi, facendo scricchiolare le traverse della

piattaforma.

Cosa strana però e che inquietava tutti e tre i cacciatori: l’amazzone

non dava segno di vita. Tendevano sempre gli orecchi sperando di udire

qualche gemito, ma senza alcun risultato.

Alfredo cominciava a temere che la disgraziata invece di essere stata

portata lassù, fosse stata uccisa e poi gettata in mezzo a qualche

folto macchione.

Finalmente verso le tre e mezzo una luce biancastra cominciò ad

apparire all’orizzonte, facendo impallidire gli astri. Essendo l’alba

brevissima in quelle regioni equatoriali, fra pochi minuti ci si doveva

vedere anche sotto la foresta.

Già qualche uccello cominciava a svegliarsi facendo udire un timido

gorgheggio, mentre gl’insetti si levavano a sciami salutando la prima

ondata di luce dorata con acuti ronzii. Una banda di pappagalli grigi

ruppe bruscamente il silenzio che regnava sotto gli alberi, con un

cicalìo assordante.

In alto, verso la piattaforma, si udirono tosto degli scricchiolii, poi

un lungo sbadiglio: il gorilla si svegliava.

Antao ed Asseybo avevano subito raggiunto Alfredo e tutti e tre

guardavano in alto, sperando di scorgere qualche lembo del vestito

dell’amazzone, ma i rami erano intrecciati troppo strettamente per

vedere cosa si trovava sopra la piattaforma.

— Amici miei, — disse ad un tratto Alfredo, con viva emozione. — Temo

che la povera ragazza non si trovi lassù.

— Comincio a crederlo anch’io, — disse Antao, — ma almeno la

vendicheremo.

— Scorgi nulla Asseybo?

— Non vedo che un piede del _mpungu_ sporgere dalla piattaforma, —

rispose il negro.

— Snidiamolo, Alfredo, — disse il portoghese. — Io non me ne andrò da

qui, se prima non avrò la certezza che quella disgraziata non si trova

lassù!

— Non ho alcuna intenzione di risparmiare il mostro, Antao. Tenetevi

presso di me e non fate fuoco se non siete sicuri del colpo od il

gorilla ci farà a pezzi. —

In quel momento si udì in alto un sordo brontolìo ed i rami che

formavano la piattaforma gemettero.

— In guardia, — disse Alfredo, scostandosi dall’albero e puntando in

alto la carabina.

Il gorilla, accortosi della presenza dei tre cacciatori, cominciava

ad irritarsi e manifestava la sua collera battendosi l’ampio petto, il

quale risuonava come un tamburone.

Ad un tratto comparve sul margine della piattaforma, ma per un solo

istante. Quell’apparizione fu rapida, ma bastò ad Antao per farsi

un’idea dell’aspetto spaventoso di quei giganti delle foreste,

allorquando sono irritati.

Il suo pelame grigio ferro era diventato irto come quello di un gatto

in collera; i suoi muscoli poderosi pareva che fossero raddoppiati di

volume, mentre la sua brutta faccia manifestava una collera selvaggia,

ripugnante, con quei suoi occhi infossati, grigi, ma che avevano uno

strano splendore.

— Morte di Saturno!... — mormorò Antao. — È ben brutto quel diavolone

di scimmia. —

Alfredo intanto cercava di scoprire il formidabile avversario per

mandargli una palla nel cranio o nel petto, ma il _mpungu_, non

giudicando forse giunto il momento d’impegnare la lotta, si teneva

riparato nel suo ampio nido, senza mostrare la più piccola parte del

suo corpo.

La sua collera però aumentava di momento in momento. Non si batteva

più il petto coi pugni, ma ora lanciava dei ruggiti, suoni strani che

cominciano con una specie di latrato, che poi si cambiano in un sordo

brontolìo e che finiscono in un ruggito infinitamente più potente

di quello dei leoni e che pare non esca dalla gola, ma dalle ampie

cavità del petto. Talora invece emetteva dei fragori che somigliavano

perfettamente ai rulli prolungati del tuono udito in lontananza.

Per un po’ di tempo il _mpungu_ si limitò a far udire la sua voce, poi

si diede a scuotere furiosamente i rami vicini, facendo piovere sui

cacciatori una vera pioggia di frutta e di foglie, quindi con un salto

immenso si slanciò su di un grosso ramo che si curvava verso terra,

forse coll’intenzione di lasciarsi cadere giù.

Eccolo!... — gridarono Antao ed Asseybo, retrocedendo vivamente.

Alfredo non si era mosso, nè aveva staccata l’arma dalla spalla.

Vedendo il gorilla in piedi sul ramo, col pelame arruffato, gli occhi

in fiamme, le labbra contratte che mostravano i lunghi denti, alzò

rapidamente la canna e fece fuoco.

L’enorme scimmia lanciò un ruggito furioso che echeggiò come uno

scoppio di tuono, ma che poi si cambiò in un grido di dolore che aveva

qualche cosa d’umano, poi abbandonando bruscamente il ramo, con un

secondo salto guadagnò la piattaforma protettrice.

— È colpito! — gridò Antao, passando la sua carabina ad Alfredo.

Delle larghe goccie di sangue, filtrando attraverso i rami incrociati

del nido, cadevano al suolo bagnando le erbe ed una era andata a

colpire il portoghese, lordandogli la camicia.

Alfredo, sempre impassibile, aveva rialzata la seconda carabina per

mandare al mostro una seconda palla, ma non poteva scorgerlo.

— Che sia morto? — chiese Antao, che ricaricava prontamente l’arma del

compagno.

— Non lo credo, — rispose il cacciatore. — Odo i rami della piattaforma

scricchiolare.

— E la ragazza?...

— Credo che non ci resti che vendicarla, Antao.

— Ma troveremo almeno il suo cadavere.

— Bada!...

— Eccolo, padrone!... — urlò Asseybo.

Il gorilla era tornato a balzare sul ramo. Con una mossa fulminea

sfuggì alla seconda palla del cacciatore, ma invece di scendere risalì

più in alto, come se avesse intenzione di rifugiarsi sugli ultimi rami.

Alfredo gettata via l’arma scarica, prese quella di Asseybo e fece

nuovamente fuoco contemporaneamente ad Antao.

La grande scimmia questa volta ricevette le due palle in pieno

petto. Fu vista arrestarsi un istante portandosi una mano sulle

ferite sanguinanti, poi le forze improvvisamente l’abbandonarono e

quell’enorme corpo rovinò pesantemente attraverso i rami del sicomoro,

e schiantandoli venne a cadere, con sordo fragore, quasi ai piedi del

tronco.

— È morto!... — esclamò Antao.

— Sali Asseybo, — disse Alfredo. — Forse lassù vi è il cadavere della

povera ragazza. —

Il negro s’aggrappò ai rami bassi del sicomoro e si mise ad

arrampicarsi lungo il tronco con quell’agilità sorprendente che è una

particolarità delle razze negre. In meno di venti secondi giunse alla

biforcazione dei rami e aggrappatosi ai margini della piattaforma, vi

si issò con un solo slancio.

— Nulla? — chiesero Alfredo ed Antao, con ansietà.

— Nulla, — rispose il negro.

— Non vi è alcuna traccia della ragazza, nemmeno un lembo delle sue

vesti?...

— Non vi sono che dei ciuffi di peli e dei rimasugli di frutta. —

Una sorda esclamazione irruppe dalla labbra del portoghese.

— Nulla!... —

Poi incrociando le braccia e guardando l’amico che pareva immerso in

profondi pensieri, gli chiese.

— Cosa faremo ora?...

— Cosa faremo?... — rispose Alfredo. — Frugheremo la foresta, nè la

lasceremo se prima non avremo trovato il cadavere della giovane negra.

— Torniamo al campo?...

— Più nulla abbiamo da fare qui. Sono impaziente di rivedere i due

dahomeni.

— Temi qualche cosa?...

— Non so, ma da qualche minuto un sospetto mi tormenta, Antao.

— E quale?...

— La inesplicabile sparizione delle nostre casse.

— Morte di Saturno!... È vero, Alfredo. Mi pare stranissima la

sparizione e stento a credere che siano stati i gorilla a portarle via,

specialmente ora che sappiamo che non ve n’era che uno su quest’albero.

— È precisamente per questo che attribuisco ad altri il furto.

— Ma a chi?...

— Alle spie che ci seguivano.

— Uragani e folgori!... — esclamò Antao, colpito da quella risposta. —

Questo sospetto non mi era venuto in mente e temo che....

— Che cosa?...

— Che quel povero gorilla non avesse preso parte alcuna nel rapimento

della ragazza.

— Lo credo anch’io, Antao, ma dai due dahomeni sapremo forse qualche

cosa.

— Ma a quale scopo le spie avrebbero rapito l’amazzone?...

— L’avranno riconosciuta per una loro compatriota, forse avranno

creduto che noi la tenessimo prigioniera per giovarci della sua

conoscenza del Dahomey e l’avranno portata con loro, credendo di

liberarla.

— Torniamo presto al campo, Alfredo. Bisogna dilucidare questo mistero

e se i nostri sospetti sono fondati, dare la caccia ai ladri.

— È ciò che faremo, poichè le casse rubate contengono ciò che

più m’interessa e sopratutto le nostre munizioni e gli oggetti di

scambio. —

Affrettarono il passo rifacendo il cammino percorso, ed un quarto

d’ora dopo giungevano al campo dinanzi al quale, fedeli alla minacciosa

consegna ricevuta, vegliavano i due dahomeni appoggiati ai loro fucili.

La Costa d'Avorio · 第 28 / 75 题