Il _mpungu_ che era uscito dalla macchia, come si disse, si era
arrestato su di uno spazio scoperto, come se fosse indeciso fra
l’andare innanzi od il ritornare sotto l’ombra oscura degli alberi.
Il suo udito, che è finissimo, doveva averlo già avvertito della
presenza degli uomini o per lo meno di nemici forse pericolosi e si
era fermato in quella posa che è speciale a tali scimmioni, cioè colle
ginocchia un po’ piegate, il dorso curvo e le braccia penzoloni. Pareva
che ascoltasse con profonda attenzione, mentre i suoi piccoli occhi,
che brillavano in mezzo al pelame quasi nero del suo muso, scrutavano
le piante vicine con inquietudine.
Stette così parecchi minuti, poi si lisciò più volte la folta
pelliccia grigiastra che sul petto era assai lunga, almeno otto o dieci
centimetri, quindi si rimise in cammino, tenendo però il capo volto
verso l’albero sotto il quale si tenevano nascosti Antao ed il negro,
come se avesse indovinato che il pericolo stava da quella parte.
Giunto presso un altro macchione si fermò ancora qualche istante,
fissando sempre l’albero, poi volse le spalle e scomparve
definitivamente sotto la cupa ombra dei macchioni.
— Se n’è andato, — disse Asseybo, respirando liberamente.
— Sì, — rispose Antao, con un po’ di rincrescimento. — Avrei però
preferito che si fosse avvicinato al nostro albero.
— Per farci uccidere?... Era un vecchio maschio e quelli sono
pericolissimi, padrone.
— Come sai tu che era un vecchio maschio?
— Perchè aveva il pelame grigiastro, mentre i giovani lo hanno bruno
più o meno oscuro.
— Spero però di ucciderlo egualmente.
— Non toccarlo, padrone.
— Alfredo non lo risparmierà. Domani mattina andremo a scovarlo. —
Potendo la scimmia gigante ritornare da un momento all’altro, il
portoghese ed Asseybo affrettarono il passo per giungere presto
al campo, onde non accrescere le inquietudini di Alfredo con una
prolungata assenza.
Dopo d’aver fatto parecchi giri e rigiri scorsero finalmente i fuochi
del campo scintillare fra i rami della foresta. A trecento passi
trovarono Alfredo, il quale stava mettendosi in cerca di loro in
compagnia d’un dahomeno, temendo che si fossero smarriti. Informato
dell’incontro del gorilla, malgrado il suo provato coraggio, manifestò
un po’ d’inquietudine.
— È un vicino pericoloso, — disse. — Amerei meglio che fosse molto
lontano.
— Bah! — rispose Antao. — Abbiamo cinque carabine e sapremo metterlo a
dovere, se avrà il ghiribizzo di disturbarci.
— Non ne avremo che due, Antao. Sui negri non bisogna contare, avendo
troppa paura di quelle formidabili scimmie. Speriamo però che ci lasci
tranquilli. —
Cenarono in fretta, avendo deciso di rimettersi in marcia di buon
mattino, poi si coricarono sotto le tende, mentre Asseybo ed un
dahomeno montavano il primo quarto di guardia.
Si erano però appena coricati, quando in mezzo alla foresta si udì
echeggiare una specie di rullo di tamburo, ma assai più sordo, più
monotono.
— Il gorilla? — chiese Antao, alzandosi prontamente. — Questo suono
l’ho udito ancora questa sera.
— Sì, è il _mpungu_, — rispose Alfredo, che aveva impugnata rapidamente
la carabina. — Pare che sia irritato.
— Che voglia assalirci?...
— Non lo credo, ma non bisogna fidarsi. —
S’alzarono ed uscirono dalle tende. Asseybo ed il suo compagno,
spaventati da quel rullo che ben conoscevano, si erano riparati dietro
ai fuochi, puntando i fucili verso la foresta.
— Si vede? — chiese Alfredo.
— No, padrone, — rispose Asseybo, ma pare che non sia lontano.
— Che sia quello che abbiamo incontrato questa sera? — chiese Antao.
— Può essere la sua compagna, — rispose Asseybo.
— È meno pericolosa ma pur sempre formidabile, — disse Alfredo. — Non
spaventatevi e tenetevi vicini ai fuochi. —
Avevano appena pronunciate quelle parole, quando si udì rintronare uno
sparo, seguito poco dopo da un possente ruggito, simile a quello che
manda un leone in furore e da un urlo umano ma che subito si spense in
un gemito strozzato.
— Morte di Nettuno! — urlò Antao. — Chi è stato assalito?... —
Alfredo senza rispondere, aveva raccolto un ramo acceso e si era
slanciato verso la foresta, portando con sè la carabina. Antao ed
Asseybo l’avevano tosto seguìto, per aiutarlo nel caso che l’uomo dei
boschi lo assalisse, mentre i due dahomeni, pazzi di terrore, urlavano
come se venissero scorticati.
La detonazione era echeggiata a soli tre o quattrocento passi dal
campo, era quindi facile giungere sul luogo della lotta. Alfredo,
tenendo nella sinistra il ramo acceso che lanciava in aria scintille e
nella destra la carabina armata, segnava la via e precipitava la corsa,
sempre seguìto dai suoi due compagni.
Si era già allontanato dalle tende quattro o cinquecento metri,
inoltrandosi in mezzo alla foresta che diventava sempre più fitta,
quando alla luce del ramo che non si era ancora spenta, scorse qualche
cosa che luccicava fra le foglie secche e le alte erbe.
Si curvò rapidamente e vide che quell’oggetto era la canna d’un fucile,
ma contorta come se fosse stata una semplice verga di rame.
— È qui che è accaduta la lotta, — disse, gettando all’intorno un
rapido sguardo, per assicurarsi da un improvviso assalto.
— Fulmini di Giove!... — esclamò Antao, che lo aveva raggiunto. —
Questa canna deve essere stata ridotta in così deplorevole stato dal
gorilla.
— Sì, — rispose Alfredo. — Stiamo in guardia, poichè il mpungu può
esserci vicino.
— Ecco il calcio del fucile spezzato, — disse Asseybo.
— Lo scimmione lo ha sgretolato come fosse un biscottino, — disse
Antao. — Che denti!... Quelli dei leoni non devono essere così robusti.
Ma dove sarà il disgraziato proprietario di quest’arma?...
— Lo troveremo presto, — rispose Alfredo. — Badate agli alberi voi; il
_mpungu_ può essersi nascosto fra i rami e può piombarci addosso.
— Non temere, — disse il portoghese. — Ho il dito sul grilletto della
carabina. —
Alfredo si era spinto innanzi dopo d’aver soffiato sul ramo per
ravvivare la fiamma, ma fatti pochi passi si era nuovamente arrestato,
gettando un grido d’orrore.
Ai piedi d’un albero aveva scorto il cadavere d’un negro d’alta statura
ed interamente nudo, ma in quale stato orribile era ridotto quel
povero corpo. Tutta la pelle del viso assieme agli occhi ed al naso
era stata strappata come da un formidabile colpo d’artiglio; il petto
spaccato come da un colpo di scure, mostrava i polmoni ed una spalla
dell’infelice portava le impronte sanguinose di larghi denti.
Quel negro doveva essere stato assalito dalla scimmia gigante e
dopo d’aver perduto il fucile, la cui palla non era di certo bastata
per abbattere il terribile avversario, era stato massacrato a colpi
d’unghie ed a morsi.
— È orribile! — esclamò Antao, che cominciava a perdere la sua audacia
dinanzi a quella prova del vigore mostruoso del _mpungu_. — Simili
quadrumani fanno davvero paura.
— In ritirata, — comandò Alfredo. — Nulla possiamo fare per questo
povero uomo.
— Sì, torniamo al campo, padrone, — disse Asseybo. — Il _mpungu_ può
assalire i nostri uomini.
— Ma chi sarà questo negro?... — chiese Antao. — Qualche cacciatore
forse?...
— Credo invece che sia una delle spie che ci seguono, — rispose
Alfredo. — Se il gorilla non gli avesse guastato il viso, avremmo
potuto facilmente riconoscerlo se era un dahomeno od un costiero.
— Se era una spia ringrazio la scimmia gigante che ci ha sbarazzati da
una di quelle mignatte. —
In quel momento, verso il campo, si udirono urla di terrore, poi due
spari ed un nitrire di cavalli.
— Gran Dio! — esclamò Alfredo. — Cosa succede?...
— Il _mpungu_ ha assalito i nostri uomini, — disse Asseybo,
impallidendo.
— Al campo!... al campo!... —
I tre uomini si precipitarono in mezzo alla foresta cercando di non
smarrirsi in mezzo a quelle migliaia d’alberi, ma dovettero ben presto
comprendere che il ritorno non era facile con quella oscurità, tanto
più che il ramo si era spento.
Udendo delle grida, che parevano mandate dai loro uomini, allontanarsi
verso destra, credettero che il campo si trovasse in quella direzione
e si diressero a quella volta, impegnandosi invece in mezzo ad una rete
inestricabile di rami, di tronchi, di radici enormi e di liane.
Fortunatamente Asseybo aveva scorto dei bagliori sulla loro sinistra
ed immaginandosi che il campo si trovasse invece da quella parte,
s’affrettarono a ritornare.
Non si erano ingannati, poichè pochi minuti dopo giungevano in vista
dei fuochi accesi dinanzi alle tende, ma con loro grande sorpresa non
trovarono i loro uomini che avevano lasciati a guardia della giovane
negra. Anche i cavalli e buona parte delle casse erano scomparse;
solamente due animali, forse perchè più solidamente legati, non avevano
potuto fuggire.
— Morte di Nettuno! — urlò Antao. — Cosa è accaduto qui? —
Alfredo si era affrettato ad entrare sotto la tenda che era stata
riservata alla giovane negra, ma uscì subito, dicendo:
— La donna non vi è più!...
— È impossibile, Alfredo!...
— Ti dico che è scomparsa, Antao.
— Si sarà nascosta nei dintorni.
— Ed anche i dahomeni sono fuggiti, — disse Asseybo.
— I vili!... — gridò Antao. — Ed i cavalli?...
— E le nostre casse, padrone?...
— Possibile che il gorilla abbia portato via tutto?...
— Lasciamo i cavalli e le casse e occupiamoci della donna, Antao, —
disse Alfredo, con voce agitata. — Temo una orribile sciagura.
— Che il gorilla l’abbia uccisa?...
— Forse peggio, Antao. — Temo che l’abbia rapita.
— Ma noi sappiamo dove ha il suo covo.
— Vediamo se è nascosta innanzi tutto. Le sue ferite, non ancora
rimarginate, non devono averle permesso di allontanarsi troppo. —
Stavano per munirsi di rami accesi per mettersi in cerca dell’amazzone,
quando videro comparire i due dahomeni. Quei poveri diavoli parevano
impazziti per lo spavento, poichè tremavano ancora come se avessero
indosso la febbre, ed erano diventati, grigi, cioè pallidi, ed i loro
grandi occhi manifestavano un vivo terrore.
— Padrone!... — gridarono, vedendo Alfredo. — Il _mpungu_!
— Dov’è? — chiese il cacciatore.
— È fuggito.
— Ma cosa è avvenuto?... Spicciatevi, parlate.
— Si è avvicinato al campo per assalirci, noi abbiamo scaricate le
armi, ma poi abbiamo avuto paura e siamo fuggiti. Se l’avessi veduto
come era furibondo!...
— Ma la negra?....
— La donna?... — esclamarono con stupore. — Non è nella tenda?
— No, è scomparsa.
— Allora l’ha rapita il _mpungu_.
— Ma l’avete veduto a rapirla?...
— No, padrone.
— Allora bisogna cercare il gorilla e ucciderlo, — disse Antao. —
Non possiamo lasciare quella disgraziata nelle mani di quell’orribile
mostro.
— Un momento di pazienza, Antao, — disse Alfredo. — Non precipitiamo le
cose, innanzi tutto. Ditemi: quando il mpungu comparve presso il campo,
dormiva ancora la donna?...
— Sì, padrone, — risposero i due schiavi.
— Quando siete fuggiti, l’avete veduta uscire?...
— Non lo sappiamo. Abbiamo avuto tanta paura dei ruggiti del _mpungu_,
che ci siamo dati alla fuga senza più curarci del campo, nè della
donna.
— L’avete almeno ferito il mostro?...
— Sì, padrone, poichè perdeva sangue da una spalla.
— Credete che la donna abbia avuto il tempo di fuggire?...
— Non è possibile, padrone. Il _mpungu_ era a pochi passi dai fuochi.
— Asseybo, — disse Alfredo, volgendosi verso il servo. — Ho fatto
mettere delle torce resinose nelle nostre casse. Guarda se ne trovi
qualcuna.
— Ma dove saranno andate le altre casse?... — chiese Antao. — Ne
avevamo dodici e non ne sono rimaste che quattro.
— Avevate caricati i cavalli? — chiese Alfredo, ai dahomeni.
— No, padrone.
— Ecco un mistero inesplicabile. È impossibile che il gorilla abbia
portata via la donna e le nostre casse.
— Che il gorilla avesse dei compagni?...
— È possibile, Antao.
— Ma i cavalli?...
— Avranno avuto paura e saranno fuggiti dopo di aver spezzate le
corde, ma più tardi li ritroveremo se non cadono sotto le zanne delle
fiere. —
Asseybo intanto aveva trovate alcune torce e ne aveva accese due.
Essendo formate di fibre vegetali imbevute di resina, spandevano
all’intorno una luce abbastanza viva per potersi avventurare anche
sotto quella tenebrosa foresta.
— Voi rimarrete qui, — disse Alfredo ai due dahomeni. — Badate che se
lasciate il campo una seconda volta, vi giuro che non rivedrete nè il
Dahomey nè Porto Novo. Nulla d’altronde avrete da temere, poichè al
_mpungu_ pensiamo noi. Vieni, Anteo; andiamo mio bravo Asseybo. —
Quantunque fossero persuasi che la giovane negra fosse stata rapita
dall’orribile scimmione, perlustrarono i dintorni del campo per
accertarsi che non si fosse nascosta in mezzo a qualche macchia, ma
vedendo l’inutilità di quelle ricerche, si misero risolutamente in
caccia, risoluti a scovare il formidabile avversario.
Asseybo, che aveva maggior conoscenza di tutti dei grandi boschi e che
fino ad un certo punto sapeva trovare una via già prima percorsa, si
era messo alla testa per condurre i due cacciatori sotto l’albero, sui
cui rami aveva veduto il covo del mpungu.
Il momento non era certo propizio per quella caccia pericolosissima,
potendo il gorilla sfuggire facilmente alle loro ricerche colla
sua preda, favorito dall’oscurità, pure i tre animosi uomini non
disperavano della loro riuscita.
— Aspetteremo l’alba per assalire il mostro, — disse Alfredo al
portoghese che lo interrogava, — ma intanto circonderemo l’albero e
se il _mpungu_ si decide a scendere, lo fucileremo a bruciapelo. Non
possiamo azzardare delle palle ad una certa distanza, poichè con queste
tenebre potremmo colpire anche la povera giovane.
— Credi che non l’abbia strangolata?...
— Speriamo che il mostro non abbia sfogata la sua rabbia su quella
donna.
— Ma che l’abbia nascosta nel suo nido?...
— Certo, Antao.
— La situazione dell’amazzone può diventare pericolosa. Se il gorilla
la gettasse a terra?...
— Non l’abbandonerà, Antao, ma cercherà di certo di portarsela seco
nella sua fuga.
— Ed allora se lo uccidiamo mentre si trova in alto, la ragazza cadrà.
— Cercheremo di farlo scendere. È isolato l’albero sul quale avete
scorto il nido?...
— Sì, Alfredo.
— Allora abbiamo la speranza di costringerlo a calarsi a terra. Ci
siamo, Asseybo?... —
Il negro, che si era bruscamente arrestato, non rispose; pareva che
ascoltasse qualche lontano rumore.
— Hai udito qualche grido?... chiese il portoghese.
— Dei nitriti, — rispose il negro.
— Dove?... — chiese Alfredo.
— Laggiù, padrone.
— In mezzo al bosco?
— Sì, ma mi parvero assai lontani.
— Saranno i nostri cavalli che cercano di ritornare al campo.
— Lo credo anch’io, padrone.... Udite?... —
I due cacciatori tesero gli orecchi, ma invece di nitriti udirono quel
sordo rullìo che producono i gorilla quando si battono il petto.
— Il _mpungu_, — disse Alfredo.
— E ci è vicino, — aggiunse Antao.
— Spengiamo le torce ed avanziamoci con precauzione. Non
bisogna allarmare il mostro od è capace di strangolare la povera
giovane. —
Le torce furono spente ed i tre uomini procedendo carponi per non
urtare contro i rami bassi degli alberi, poco dopo giungevano sotto
un grande sicomoro il quale s’alzava isolato in mezzo ad una piccola
radura.
— È lassù, — disse Asseybo, con un filo di voce.
— Sta bene, — rispose Alfredo, con voce tranquilla. Il mostro non ci
sfugge più!