Il «mpungu»

Quando giunsero al campo, i due dahomeni avevano già caricati i cavalli

e si trovavano pronti a partire, mentre l’amazzone, la cui guarigione

era prossima, si era ricoricata nella sua lettiga, su di un fresco

strato di foglie.

Alfredo diede il segnale della partenza e tutti si misero in marcia,

tenendosi però lontani dalle rive del canale per sfuggire ai nauseanti

odori che tramandavano i poveri debitori.

Ve n’era un buon numero di quei disgraziati, poichè numerosi palchi

si vedevano delinearsi verso l’ovest seguendo i capricciosi contorni

delle sponde. Alcune di quelle costruzioni erano state erette anche

in vicinanza della via percorsa dalla carovana ed allora Antao poteva

vedere, non senza un brivido d’orrore, i crani dei negri biancheggianti

fra gli stracci che coprivano bene o male i corpi.

Grandi bande d’avoltoi volteggiavano senza posa sopra quei funebri

palchi e di quando in quando si vedevano calare impetuosamente sopra

quegli scheletri disseccati dal sole e già ripuliti dalle formiche,

cercando avidamente l’ultimo brano di pelle.

Ben presto però la carovana abbandonò i tristi paraggi del Piccolo

Popo, inoltrandosi nella regione dei Togo,[5] vasto paese che si trova

racchiuso fra le frontiere del Dahomey all’est, quelle dell’Ascianti

e del possedimento inglese della Costa d’Oro all’ovest e le terre dei

Krepi a settentrione.

Evitata la capitale dei Togo, onde non perdere tempo, la carovana

costeggiò il lago omonimo che è formato dai due fiumi Haho e Sio, poi

si spinse un po’ verso settentrione accampando nei pressi di Dalawe,

piccola borgata abitata da alcune centinaia di negri.

Il giorno seguente, dopo d’aver attraversato il Sio, uno dei più

considerevoli corsi d’acqua che solcano le regioni della Costa

d’Avorio, Alfredo, credendo ormai di aver ingannate abbastanza le spie

di Kalani sulla sua vera direzione, risalì verso il nord per guadagnare

le grandi foreste del centro, ma obliquando leggiermente verso l’ovest,

come se volesse puntare su Kewe-Ga che è uno degli ultimi villaggi di

frontiera della regione dei Krepi.

Voleva spingersi fino al 7° di latitudine settentrionale per poi

piegare definitivamente verso oriente e rientrare nel Dahomey,

attraversando l’alto corso del Mono, a meno di trenta o quaranta miglia

dalla capitale di Geletè.

Colà era almeno sicuro di varcare le frontiere, senza venire arrestato

dalle genti di Kalani.

Verso il tramonto di quello stesso giorno, la carovana accampava

in mezzo ai grandi boschi, in una regione affatto selvaggia, fra

giganteschi sicomori, bombax, palmizi, platanieri, banani, goyavi,

cedri ed aranci di grandi dimensioni.

Le scimmie, così numerose in quelle regioni, ricominciavano ad

apparire. Primeggiavano sopratutto le scimmie polto, quadrumani che

hanno la testa quasi rotonda ma col muso un po’ sporgente, mani e piedi

grandi, unghie robuste e ricurve, la coda corta ed il pelame lanoso,

grigio rossastro.

Quantunque non siano più alte di trentacinque o quaranta centimetri,

posseggono dei polmoni d’acciaio, poichè lanciano delle grida veramente

spaventose.

Queste scimmie hanno un modo curioso per dormire. Invece di

rannicchiarsi entro qualche cavo o sulle biforcazioni degli alberi,

si aggrappano ai rami coi piedi e colle mani e nascosto il capo sotto

l’una o l’altra ascella, rimangono in tal modo sospesi tutta la notte.

Erano anche numerosissimi i machi orsini, scimmie non più alte d’un

piede, col muso assai appuntito che somiglia a quello dei piccoli orsi,

gli orecchi sottili, il pelame fitto, lanoso, bruno oscuro sul dorso e

grigiastro sul ventre.

Antao che era impaziente di abbattere qualche animale, avendo udito

Asseybo vantare la delicatezza della carne di quelle scimmie, risolse

di approfittare del riposo della carovana per cercare d’ucciderne

qualcuna.

Senza svegliare Alfredo che gustava un po’ di sonno sotto la tenda,

in attesa della cena, s’armò della carabina e si cacciò in mezzo alla

foresta seguito da Asseybo, il quale aveva ricevuto l’incarico di non

abbandonare il giovane cacciatore.

Disgraziatamente gli astuti quadrumani, accortisi della presenza

degli uomini, si erano affrettati ad abbandonare i dintorni del campo,

ritirandosi nei più fitti nascondigli della grande foresta.

— Sono furbe, — disse il negro al portoghese, il quale si sfogava

mandando al diavolo tutte le scimmie dell’Africa. — Sanno che agli

uomini piace la loro carne.

— Non credo che siano così intelligenti come tu dici. Comunque sia,

spero di regalartene qualcuna.

— Ed io te la preparerò arrostita a puntino, padrone.

— Morte di Giove!... Non sarò certamente io che l’assaggerò. Mi

sembrerebbe di diventare un antropofago.

— Se tu l’assaggiassi non diresti così, padrone.

— Può essere, ma te la lascio. Già, si sa, voi altri non siete

schifiltosi e sareste capaci di mangiare anche un vostro simile.

— Io no, ma i dahomeni credo che non si farebbero pregare.

— Oh diavolo!... Forse che i dahomeni sono antropofagi?...

— Un po’ sì, padrone. Il re del Dahomey, lo sanno tutti, tiene alla sua

corte dei cannibali.

— Che istorie mi narri tu, Asseybo?... — chiese Antao stupefatto.

— Ti racconto ciò che ho veduto nella mia gioventù e che i due dahomeni

ti possono confermare. Geletè ha dei mangiatori di carne umana, dei

cannibali ufficiali.

— E chi si dà a loro da mangiare?...

— Qualcuno degli schiavi che si decapitano durante la festa dei

sacrifici umani. Quegli antropofagi devono scegliere le parti migliori

dell’ucciso e mangiarle in presenza del re.

— E col migliore appetito, per accontentare quel mostro umano.

— Certo, ma si dice però che dopo l’orribile cerimonia si affrettino a

sbarazzarsi lo stomaco, prendendo un potente emetico.

— Bel paese che andiamo a visitare. Che non salti il ticchio, a quella

canaglia di Geletè, di far mangiare anche il piccolo Bruno?...

— Non temere per lui. Kalani non può odiare a tal punto il padroncino e

se lo ha destinato a guardiano dei _feticci_, è segno che non vuole che

lo si tocchi. Egli attende il padrone per vendicarsi delle frustate che

ha ricevute.

— Se possiamo averlo nelle mani ce ne daremo ben altre!... Basterà

che....

— Zitto padrone.

— Le scimmie?... —

Invece di rispondere, Asseybo aveva fatto tre o quattro salti indietro

e guardava la cima d’un grande sicomoro con due occhi che esprimevano

un profondo terrore.

— Cosa cerchi? — chiese il portoghese che aveva per precauzione, armata

rapidamente la carabina.

— Zitto, padrone, — mormorò il negro con un filo di voce. — Il

_mpungu_!...

— Che un leone mi mangi vivo, se io ti comprendo.

— Il _mpungu_, padrone. Zitto o siamo perduti.

— Ma io ti dico che non ho paura di nessun _mpungu_ del mondo, dovesse

anche essere il diavolo questo signore _mpungu_.

— Guarda lassù, padrone. —

Il portoghese, che non aveva capito nulla affatto di quanto aveva detto

il negro e che non comprendeva la paura di lui, alzò gli occhi e vide,

a circa otto metri da terra, una specie di nido di grandi dimensioni,

costruito con alcuni grossi bastoni appoggiati alle biforcazioni dei

rami.

— Il nido di qualche grosso uccello forse? — chiese. — Fosse anche

un’aquila, non trovo il motivo di spaventarsi.

— No d’un uccello padrone, ma di una grande scimmia, tanto robusta da

sfidare dieci uomini.

— D’un gorilla?... Diamine, la cosa cambia aspetto e credo che tu abbia

ragione di spaventarti. Ma caro Asseybo, non spira buona aria per noi

qui, se si tratta d’uno di quei formidabili scimmioni. L’hai veduto il

tuo _pum_.... _mpin_.... Lampi!... La tua bestiaccia infine?...

— No ed il nido mi sembra vuoto, ma il _mpungu_ può ritornare da un

momento all’altro e farci a pezzi.

— Prima che ritorni lui, torniamo noi al campo. —

Il portoghese, che aveva udito parlare della forza prodigiosa e della

ferocia di quei mostri villosi, girò lestamente sui talloni e preceduto

dal negro prese la via del campo.

Il sole tramontava rapidamente e l’oscurità si addensava presto sotto

la foresta. Bisognava affrettarsi per evitare dei cattivi incontri ed

anche per non smarrirsi, cosa facilissima in mezzo a quelle migliaia e

migliaia di tronchi ed a quel caos indescrivibile di radici, di liane e

di cespugli fittissimi.

Già i pipistrelli giganti cominciavano a lasciare gli alberi ai

cui rami si erano tenuti appesi durante il giorno, qualche urlo di

sciacallo si era fatto udire, segnale delle fiere che stavano per

abbandonare i loro covi per rimettersi in caccia.

Qualche gazzella passava talora, rapida come un lampo, per andare a

dissetarsi o per raggiungere il suo nascondiglio prima dell’uscita

dei carnivori, mentre le scimmie s’affrettavano a raggiungere le più

alte cime degli alberi per mettersi fuori di portata dagli assalti dei

leopardi.

Asseybo, le cui inquietudini aumentavano col calare delle tenebre,

temendo di essersi troppo allontanato dal campo affrettava sempre

più la marcia, incitando il portoghese a fare altrettanto e girava

all’intorno sguardi spaventati. Un uomo come lui, compagno di caccia

d’Alfredo, non doveva temere l’incontro di un carnivoro; il suo terrore

doveva derivare dalla tema di trovare sulla sua via il mostruoso

_mpungu_.

Ad un tratto s’arrestò, celandosi rapidamente dietro il grosso tronco

d’un albero.

— Hai udito, padrone? — chiese al portoghese, che lo aveva prontamente

imitato.

— Non ho udito nulla, — rispose Antao, il quale aveva armato il fucile.

— È stato spezzato un ramo a breve distanza da noi.

— Lo avrà spezzato qualche animale.

— Temo che sia stato il _mpungu_.

— Al diavolo il tuo _mpungu_. So che è terribile, ma infine abbiamo due

fucili e con una palla piantata nel cuore si uccide anche un elefante.

— Il _mpungu_ non si uccide, padrone.

— Lo vedremo, Asseybo.

— Zitto!... Odi?... —

Uno scricchiolio di rami spezzati e di foglie secche calpestate si era

udito in mezzo ad un macchione di alberi, discosto una cinquantina di

metri. Anche i rami bassi delle piante si udivano a spostarsi, come se

qualche grosso animale cercasse di aprirsi il passo.

— Vi è qualche belva là dentro, — mormorò Antao, alzando lentamente il

fucile.

In quell’istante una massa oscura, non ancora ben distinta, allargò dei

rami e comparve arrestandosi sul margine del macchione. Il portoghese

l’aveva presa rapidamente di mira, ma Asseybo con un gesto rapido gli

aveva afferrato il fucile, abbassandoglielo.

— Non tirare padrone, — gli mormorò con voce tremante. — Il _mpungu_!...

— Morte di Nettuno!...

— Non farti udire. —

La scimmia gigante, forse avvertita della presenza dei due uomini

dal suo olfatto finissimo, si era avanzata di otto o dieci passi, ma

poi si era arrestata in uno spazio scoperto come fosse indecisa se

indietreggiare o avanzare.

Antao che era più vicino, poteva osservare comodamente quel mostro

delle foreste equatoriali che mai fino allora aveva veduto, poichè tali

scimmie non si possono prendere vive, data la loro forza prodigiosa e

la loro ferocia.

Era alta un metro e sessanta e fors’anche di più, statura niente

affatto straordinaria, essendovene talune che misurano perfino un

metro e ottanta centimetri; aveva le spalle larghissime, il corpo

d’una lunghezza sproporzionata, avendo le gambe assai corte, ma

aveva invece le braccia lunghissime e quali braccia!... Parevano due

tronchi d’albero nodosi, ma quei nodi erano costituiti da muscoli

prodigiosamente sviluppati.

Le mani ed i piedi, corti, larghi e grossi, terminavano con unghie

robuste e ricurve, armi formidabili, poichè si dice che con quelle può

sventrare facilmente un uomo o strappargli una spalla!...

La faccia di quel mostro villoso ispirava paura, tanta era

l’espressione feroce e bestiale che vi traspariva. Quegli occhi

piccoli, bruni, infossati, che avevano dei lampi strani; quel naso

depresso, quella bocca larghissima armata di denti lunghi e così solidi

da schiacciare la canna d’un fucile come un semplice bambù; quelle

labbra grosse e quel mento corto, davano alla scimmia antropomorfa un

aspetto ben poco rassicurante.

I gorilla non sono molto numerosi e difficilmente s’incontrano al

di là della zona equatoriale africana, però non sono nemmeno rari,

specialmente nelle fitte foreste della Guinea e del Congo. Pare invece

che manchino affatto nelle regioni orientali del continente nero.

Per lo più vivono in due, maschio e femmina, ma qualche volta se ne

sono veduti cinque o sei uniti. S’incontrano anche dei solitari, i

quali sono dei vecchi maschi e questi sono i più formidabili, i più

feroci.

Si tengono ordinariamente celati nei grandi boschi, preferendo quelli

umidi, ma amano anche gli altipiani rocciosi e le vallate profonde e

poco illuminate. Sono però nomadi ed è raro che soggiornino molto in un

luogo, ma ciò deriva dalle difficoltà che incontrano nel provvedersi

di viveri. Essendo formidabili consumatori di frutta e specialmente

di canne di zucchero selvatiche e di quelle erbe succolenti chiamate

_amomun granum paradisi_, sono costretti a cambiare residenza molto

sovente.

Quantunque appartengano alla razza delle scimmie, stanno più volentieri

a terra che sugli alberi, ma non si creda che quando camminano si

tengano ritti come gli uomini. La loro andatura ordinaria è quella dei

quadrupedi anzichè dei bipedi, però talvolta si mantengono per qualche

tempo in piedi e fanno anche, in quella posizione, dei tratti di via.

Al pari delle grandi scimmie del Borneo, dei _mias_, sono di umore

triste, ma sono però più feroci, più violenti. Se incontrano degli

uomini cercano possibilmente di evitarli e tutt’al più manifestano

la loro inquietudine battendosi fortemente l’ampio petto, che allora

risuona come un tamburo, ma guai se vengono assaliti!... Allora più

nessun pericolo li trattiene; e consapevoli della propria forza si

scagliano risolutamente sugli avversari che hanno osato disturbarli.

Più nulla resiste a loro. I fucili non hanno sempre la vittoria, poichè

quei giganti, se non sono toccati al cuore o nel cervello, possono

sfidare parecchie palle. Colle possenti mani spezzano le più solide

carabine o le schiacciano coi denti; torcono le lancie, spezzano le

scuri e guai all’imprudente che cade nelle loro mani!... Un pugno solo

basta per sfondare il cranio più resistente; un colpo d’unghia è più

che sufficiente per aprire il petto più solido.

I negri hanno una paura immensa dei gorilla e non osano assalirli,

anche se si radunano in grosso numero. Preferiscono piuttosto

abbandonare i loro villaggi ed i loro campi coltivati, i quali non

tardano a venire saccheggiati e distrutti. Non è raro il caso che

qualche vecchio gorilla abbia rapito delle negre per poi strozzarle. Si

narra però che alcune poterono ritornare ai loro villaggi ancora vive,

ma prive delle unghie delle mani e dei piedi state a loro strappate dal

rapitore!...

[Illustrazione: .... poi le forze improvvisamente

l’abbandonarono e quell’enorme corpo rovinò pesantemente

attraverso i rami.... (Pag. 93).]

La Costa d'Avorio · 第 24 / 75 题