La repubblica dei Popos, formata dal Grande e Piccolo Popo è uno
staterello che occupa una porzione della Costa d’Avorio compresa
fra Whydah all’est e la regione dei Togo all’ovest, lungo il canale
costiero che unisce le due lagune di Nokue e di Togo.
Questa repubblichetta, sfuggita miracolosamente ai potenti vicini, è di
formazione quasi recente, poichè non conta che sessanta o settant’anni
di esistenza. Verso il 1815, alcuni minalotos d’Elmina, stanchi della
crudele tirannia di alcuni capi della Costa d’Oro, emigrarono verso
la foce del Mono, fondando successivamente le cittadelle di Grande e
Piccolo Popo, di Sabbe, di Aguè, di Abananquen e d’Abanakwe spingendosi
fino a Porto Seguro e sulle rive della laguna dei Togo, aiutati da
non pochi dahomeni che avevano abbandonato il loro paese natìo per
sottrarsi alle infamie di quei re sanguinarii.
Ben presto lo staterello prosperò, altri negri accorsero per godere
la libertà che non potevano avere nei loro paesi ed oggi si può citare
come uno dei più civili della Costa, quantunque quel minuscolo popolo
molto abbia conservato dei suoi antichi costumi e usi, e si può anche
considerare come il più industrioso, trafficando largamente cogli
europei che vi hanno fondato, nei centri più popolosi, parecchie
fattorie.
La carovana fece la sua entrata nel territorio della repubblica senza
subire alcuna molestia, cosa assai rara in Africa, essendo abituati
i capi a far pagare dei diritti di passaggio sulle terre da loro
dipendenti e quasi sempre disastrosi per le carovane, le quali sono
costrette a lasciare nelle mani di quegli insaziabili tirannelli buona
parte dei loro carichi.
Alfredo però si tenne lontano dalle cittadelle non avendo
nessun interesse a visitarle e si limitò a costeggiare le sponde
settentrionali del canale, per giungere più rapidamente nel Togo.
Il paese non era più disabitato come prima. Si vedeva che la libertà
concessa agli abitanti del piccolo stato e la sicurezza che godevano,
avevano dato buoni resultati.
Popolosi villaggi apparivano sulle sponde del canale e sui terreni
meno paludosi; campi coltivati con grande cura e ubertose praterie
dove pascolavano dei grossi bestiami si vedevano dovunque, mentre sulle
acque scorrevano numerosi canotti montati da negri rumorosi e carichi
di derrate d’ogni specie, diretti verso le cittadelle della Costa od al
Piccolo Popo che dista circa venticinque miglia da Porto Seguro.
— Pare d’essere in un’altra regione ben lontana dalla Costa d’Avorio, —
disse Antao che guardava, meravigliato, quel movimento e quell’attività
insolita nei paesi popolati dai negri.
— È la libertà che godono questi abitanti, che ha dato così buoni
risultati anche in questi paesi esposti all’atmosfera snervante
dell’equatore.
— Ma anche la sicurezza.
— È vero, Antao. Ormai questa piccola repubblica più nulla ha da temere
dalle invasioni dei suoi potenti vicini.
— È sotto la protezione delle potenze europee?...
— Sì, Antao, o meglio sotto la protezione degli antichi forti qui
costruiti dagl’Inglesi, dai Danesi e dai Portoghesi per la soppressione
della tratta degli schiavi.
— Mi hanno detto che una volta queste coste erano assiduamente visitate
dai vascelli negrieri.
— Si calcola che si esportassero centomila negri all’anno, destinati
alle piantagioni americane. Quando però gli Olandesi eressero il
forte d’Elmina, i Portoghesi quello di S. Jago, gli Inglesi quello
di Cape Coast Castle e d’Aura ed i Danesi quelli di Christianburg e
di Friendsburg, la tratta a poco a poco cessò ed ora più nessuna nave
negriera osa comparire su queste spiagge. Alle foci del Vecchio Calabar
però, so che si esportano ancora negri per l’Oriente.
— Bisognerebbe cannoneggiare quei furfanti, ma.... cosa fanno quegli
uomini che s’affannano sulle rive del canale?
— Vedi quegli alberi che sorgono in mezzo a quel campicello tenuto con
grande cura?...
— Quelle palme?...
— Sì, ed infatti sono palme, ma palme che dànno l’olio di elais, le più
pregiate e le più coltivate su tutta la Costa.
— Desidererei vedere quegli alberi famosi, se ne parla ormai tanto.
— Vieni, così ti farò vedere come si ottiene l’olio. —
Lasciarono la carovana che continuava la sua marcia sulla via aperta
fra i terreni paludosi e spronati i cavalli, si spinsero verso la
piantagione di palme, la quale occupava uno spazio ristretto d’una
terra nerastra e molto grassa, a quanto sembrava.
Quelle piante, che formano la ricchezza principale dei reami e delle
repubblichette della Costa d’Avorio, avevano l’aspetto grazioso e
pittoresco delle palme, con grandi foglie piumate e una altezza di
dieci a dodici metri.
Dal tronco pendevano degli enormi grappoli, pesanti almeno dodici
o quindici chilogrammi, cogli acini grossi come noci, alcuni rossi
ed altri, che erano completamente maturi, di colore nerastro, ma a
riflessi rossastri.
— Ecco le palme d’elais, — disse Alfredo, — quelle palme che producono
quell’olio così ricercato dai profumieri europei per la fabbricazione
dei saponi di lusso, ma che qui viene adoperato in luogo del burro.
Come vedi, queste piante non hanno bisogno di grandi cure; basta levare
attorno ai tronchi le erbe cattive. Si adattano a qualunque terreno,
anche a quelli sabbiosi o argillosi e perchè il raccolto sia abbondante
non occorre che dell’acqua e qui ne cade perfino troppa durante la
stagione delle pioggie.
— Producono una sola volta all’anno?
— No, Antao, due. La prima raccolta, che è piuttosto scarsa, la si fa
in novembre e la seconda dal febbraio a giugno ed è la più abbondante.
— E come sono quelle frutta?...
— Sono composte d’una polpa fibrosa, assai grassa e densa, la quale
racchiude un nocciolo contenente una mandorla, che però è piuttosto
difficile a staccare.
— Ma l’olio da dove si ricava?...
— Quello detto di palma si ottiene colla polpa del frutto. Dapprima si
stacca dalla mandorla, la si comprime e la si macera entro una tinozza
e se ne cava una specie di polpa di pomodoro, di odore tutt’altro che
gradevole, ma che pure viene mangiata avidamente da tutti i negri, anzi
si può dire che costituisce il principale nutrimento di questi popoli.
I noccioli invece si lasciano seccare due o tre mesi, poi si levano le
mandorle che sono nere e che hanno il gusto della saponaria e servono
per fabbricare certi saponi, ma in Europa si adoperano per ricavare un
olio finissimo, molto ricercato dai profumieri.
Dalle scorze e dalla polpa si ricava anche, facendole bollire, una
specie di burro verdastro, abbastanza gradevole, il quale contiene
trentuna parte di stearina e sessantanove d’olio di oliva.
— È quello che si esporta in Europa?
— Sì e l’esportazione rimonta al 1817, cioè da quando un inglese
cominciò ad adoperarlo, con grande successo, nella fabbricazione
dei saponi profumati. Oggi se ne manda tanto in Europa che la sola
Inghilterra ne acquista per duecento milioni di lire.
— Morte di Giove!... Che alberi preziosi!...
— Oh!... Ma non credere che i prodotti di questi alberi si limitino
all’olio ed al burro. Colle scorze secche e colla polpa gl’indigeni si
fabbricano certe specie di canne che servono per accendere rapidamente
il fuoco e le adoperano pure per procurarsi un eccellente sapone
nero; colle foglie si coprono le case ed intrecciandole si fabbricano
delle ottime stuoie ed incidendo la cima del tronco dell’albero, si
procurano giornalmente un litro di quel liquore biancastro che fermenta
rapidamente, che è un buon rinfrescante e che tu hai bevuto con molto
piacere.
— Il vino di palma?...
— Sì, Antao.
— E quei negri che lavorano sulla sponda del canale stanno preparando
l’olio.
— Le frutta sono mature ed è giunto il momento di raccoglierle.
Raggiungiamo la carovana o la notte ci sorprenderà lontani dai nostri
uomini. —
Spronate le loro cavalcature, un quarto d’ora dopo raggiungevano
Asseybo il quale marciava alla testa, dinanzi alle mule che portavano
la lettiga dell’amazzone.
Essendo il sole tramontato e non essendo prudente continuare la marcia
fra quei terreni paludosi che potevano celare delle sabbie mobili,
la carovana s’accampò a breve distanza dal canale, in un luogo che
sembrava deserto.
I soliti fuochi furono accesi per cercare di tener lontane le feroci
zanzare, poi essendo tutti stanchi s’affrettarono a ritirarsi sotto le
tende, mentre Asseybo montava il primo quarto di guardia, ma avevano
appena gustata qualche ora di sonno che furono svegliati da un concerto
assordante, da un baccano tale da svegliare anche un ubbriaco.
Erano urla acute, poi ululati che salivano al cielo, poi latrati
rauchi. Tacevano un istante, poi ricominciavano con maggior vigore,
come se presso al campo si fossero radunate dieci dozzine d’animali
dotati di polmoni di grande potenza.
— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamò il portoghese svegliato
di soprassalto. — Chi sono queste canaglie che si permettono di farci
simili serenate?... Il diavolo se li porti tutti nel canale!...
— Sono sciacalli, — rispose Alfredo, che si era pure svegliato.
— Pretenderebbero di assalirci?...
— Non oseranno tanto.
— Ma devono essere almeno cento.
— Fossero anche di più, non avrebbero tanto coraggio d’aggredire il
nostro campo. Io credo invece che vi sia qualche carogna presso il
canale e che se la disputino.
— Che se la mangino, ma che lascino tranquille le persone che hanno
sonno. Ieri sera le zanzare ed ora gli sciacalli! Dannato paese!...
— Turati gli orecchi e cerca di riaddormentarti. Bisogna abituarsi a
tutto. —
Antao cercò di mettere in pratica il consiglio del cacciatore, ma senza
riuscirvi, perchè tutta la notte quel diabolico concerto durò, senza un
minuto d’intervallo.
Gli uomini di guardia tentarono a più riprese di spaventare quegli
animali sparando parecchi colpi di carabina, ma senza buon esito.
Pareva che nelle vicinanze del canale esistesse qualche carnaio.
Antao, furioso per non aver potuto chiudere gli occhi un solo istante,
appena cominciò ad albeggiare svegliò l’amico, per andare a cacciare
quegli importuni.
Armatisi delle carabine e chiamato Asseybo che stava facendo l’ultimo
quarto di guardia, si diressero verso il canale che distava sei o
settecento passi dal campo.
All’incerta luce che biancheggiava verso oriente, la quale però si
tingeva rapidamente di riflessi rossastri, scorsero presso le sponde
del canale delle bizzarre costruzioni, disposte su di una lunga fila e
che pareva si prolungasse indefinitamente.
Sembravano tettoie quadrangolari o meglio ancora dei palchi sorretti
da quattro pali e sopra i quali si scorgevano confusamente delle masse
informi, dalle quali pendevano degli stracci biancastri che il vento
mattutino agitava disordinatamente.
Sotto quelle costruzioni si vedevano numerose bande di animali
rassomiglianti ai lupi, lunghi dai sessantacinque agli ottanta
centimetri, alti circa mezzo metro, col corpo robusto, le gambe alte,
il muso da lupo, gli orecchi corti, la coda lunga e villosa ed il
pelame giallo grigiastro a riflessi fulvi.
Tenevano i musi volti verso quegli strani palchi, e ululavano o
urlavano con una costanza incredibile.
— Sono curioso, — esclamò Antao, — di vedere a chi fanno quella
diabolica serenata quei dannati sciacalli.
— Credo d’indovinarlo, — disse Alfredo. — Asseybo, siamo ancora nel
Gran Popo o siamo passati sul territorio del Piccolo Popo?...
— Nel Piccolo, padrone, — rispose il negro.
— Allora so di che si tratta, — disse Alfredo, ridendo.
— Spero che me lo dirai.
— Sì, Antao. Gli sciacalli hanno fatto una serenata ai morti.
— Mille pescicani!... Ai morti?...
— Sì, Antao. Quelle masse nere che vedi coricate su quelle piattaforme,
sono negri morti.
— Ti credo poichè comincio a sentire un certo odore che mi rivolta lo
stomaco. Faremo bene a ritornare al campo.
— Aspetta un po’ che si alzi il sole. Dovrai abituarti a questi odori,
perchè incontreremo molte tombe, essendo numerosi, nel Piccolo Popo, i
negri che muoiono senza aver potuto pagare i loro debiti.
— Cosa vuoi dire? — chiese il portoghese, stupito. — Cosa c’entrano i
debiti dei negri con queste tombe?...
— C’entrano per qualche cosa, poichè i negri esposti in tale modo agli
insulti delle intemperie ed al becco degli uccelli, sono quei poveri
diavoli che non hanno potuto pagare i loro debiti.
Quando un negro muore in questa piccola repubblica, i parenti, prima
di dare onorevole sepoltura al defunto, devono assicurarsi se ha pagato
tutti i suoi creditori.
Se era in regola, si fanno feste in onore del morto, poi la salma viene
sotterrata nella capanna abitata dalla sua famiglia ad una profondità
di circa ottanta centimetri.
— Che piacere per la famiglia!...
— E che miasmi si sviluppano durante i grandi calori! Se invece il
defunto non ha lasciato tanto da saldare i suoi debiti ed i suoi
parenti si trovano nell’impossibilità di raggranellare la somma
necessaria, niente danze, niente fracasso coi _tam-tam_ o coi
_cachere_,[4] niente fiumi di acquavite. Si fa il meno rumore che sia
possibile, si vanno a piantare quattro pali sulle rive del canale,
si uniscono con una piattaforma alta dal suolo un metro e ottanta
centimetri, si avvolge il cadavere in due o tre pezzi di stoffa, ve lo
si colloca sopra col capo un po’ rialzato ed avvolto in una pezzuola
bianca pendente ai lati.
Ciò fatto tutti si allontanano, lasciando la misera spoglia esposta ai
soli brucianti, alle pioggie, ai venti, agli uccelli, alle mosche ed
alle formiche.
— Bel modo di costringere i debitori a pagare i creditori, — disse
Antao. — È un sistema che bisognerebbe adottare dappertutto. Ma, dimmi,
non si toccano più i morti?
— Le leggi del paese proibiscono severamente che vengano levati ed il
fanatismo e la superstizione dànno a quel divieto un carattere sacro.
— Sarà un’onta per la famiglia del defunto.
— Un’onta ed un grande dolore, perchè questi negri credono che i
debitori siano condannati, alla loro uscita da questo mondo, a rimanere
eternamente alle porte dell’altra vita senza mai potervi entrare.
— Un bello spauracchio in fede mia! Ora che ne so abbastanza alziamo
i talloni e lasciamo che quei morti profumino gli sciacalli. Ne ho
abbastanza di questi odori nauseabondi.
— Quest’oggi attraverseremo anche il Piccolo Popo e questa sera ci
accamperemo sulle rive del Sio. Colà non incontreremo altri morti.
— Desidero le grandi foreste, Alfredo.
— Le ritroveremo fra un paio di giorni.
— E spero che caccieremo della grossa selvaggina.
— Anche degli elefanti, Antao.
— E dei rinoceronti?...
— Anche quelli.
— Ripartiamo presto. Il clima della Costa d’Avorio non mi conferisce
troppo e sospiro il momento di ritrovarmi fra il profumo selvaggio
delle grandi foreste. Ma.... toh!... Hai veduto, Alfredo?
— Che cosa?...
— Un uomo sorgere fra le erbe del canale e poi subito a scomparire?...
— Sarà un negro che prende un bagno.
— È sparito troppo presto per crederlo un onesto nuotatore.
— Sarà una delle spie.
— Morte di Urano!... Che ci seguono ancora?...
— Lo sospetto.
— Ciò comincia a diventare seccante. Se ci seguissero anche nel paese
dei Togo?...
— Ce ne sbarazzeremo, — disse Alfredo, battendo sulla canna della
carabina, ma con un gesto minaccioso. — Nei grandi boschi le
ritroveremo presto. —