L’assalto notturno dei leoni

Alfredo, da uomo prudente e che conosce la vita dei boschi, dopo d’aver

cenato e di aver visitate le ferite dell’amazzone le quali ormai si

cicatrizzavano rapidamente, fece legare i cavalli attorno ad un palo

infisso profondamente nel suolo per impedire che si sbandassero e che

cadessero sotto i denti delle iene, poi in compagnia d’Antao battè le

alte erbe della radura per un vasto tratto, volendo essere certo che

non si nascondessero animali pericolosi.

Rassicurato da quelle precauzioni indispensabili per coloro che

s’accampano in mezzo alle selvagge foreste dell’Africa che sono

pullulanti di fiere, fece radunare una catasta di legna secca per

mantenere i fuochi accesi, poi stabilì i quarti di guardia. Asseybo

ed un dahomeno furono incaricati della prima veglia che doveva durare

fino alla mezzanotte, Alfredo ed Antao s’incaricarono della seconda che

doveva prolungarsi fino alle tre del mattino ed il secondo dahomeno

dell’ultima, la più breve e la meno pericolosa, usando le fiere

rintanarsi ai primi albori.

Asseybo ed il suo compagno, fatto il giro del gigantesco gruppo

dei sicomori e ravvivati i fuochi, si sedettero alle due estremità

del campo col fucile fra le ginocchia, aprendo per bene gli occhi e

tendendo accuratamente gli orecchi.

Un silenzio assoluto regnava sotto la grande e tenebrosa foresta, i

cui alberi pareva che formassero una massa impenetrabile. Solamente

di quando in quando un soffio d’aria che spirava dalla costa, faceva

stormire lievemente le grandi foglie piumate dei palmizi, dei cocchi

e dei datteri spinosi, producendo un sussurrìo strano che si perdeva

rapidamente in lontananza.

Quel silenzio non doveva però durare molto. Dietro le alte cime

della foresta cominciava a diffondersi nel cielo una luce pallida,

annunciante l’imminente comparsa dell’astro notturno e le fiere

non dovevano tardare a lasciare i loro covi per cominciare le loro

sanguinose stragi.

Ad un tratto uno scoppio di risa sgangherate, risuona fra l’oscura

massa degli alberi. È un riso stridulo, che ha qualche cosa di beffardo

e di atroce e che somiglia a quello d’un negro in delirio. Lo ha

lanciato la iena striata, la più codarda ma la più avida e la più

lurida delle fiere.

Quello scroscio non è ancora cessato, che da un’altra parte della

foresta s’alza un concerto di urla lugubri, lamentevoli, monotone.

Sembra che sotto la cupa ombra di quei giganteschi vegetali, due

dozzine di persone vengano spietatamente martirizzate.

Quel gridìo assordante cessa per pochi istanti; poi un urlo più

prolungato echeggia solo e tosto vi fanno coro gli altri, più acuti,

più strazianti. Sono gli sciacalli che si chiamano e che si radunano

per recarsi a cacciare le inoffensive antilopi.

Poi s’odono dei sibili acuti, dei latrati ora sommessi ed ora

strepitosi, delle urla, altri scrosci di risa, quindi uno scricchiolìo

di rami, uno spostarsi di fronde, un susurrìo di foglie secche

precipitosamente calpestate. La tenebrosa foresta pochi istanti prima

così tranquilla, così silenziosa, pare che ora siasi ridestata.

D’improvviso un ruggito potente, assordante come un colpo di tuono,

che pare faccia tremare perfino le foglie degli alberi e le erbe della

radura, scoppia.

Quella voce formidabile che fa rimbombare la foresta e che annuncia,

in colui che l’ha emessa, una forza strapotente, ottiene un effetto

immediato. Tutte le altre urla cessano di botto e più nessun rumore

turba il silenzio della notte.

Il re delle foreste si è fatto udire e tutte le altre fiere, grandi o

piccole, audaci o codarde, si sono affrettate a lasciare il campo al

terribile predatore.

Asseybo ed il dahomeno, che fino allora non si erano mossi, non

ignorando che nè le iene, nè gli sciacalli, nè i lupi striati, nè i

servai avrebbero osato assalirli, udendo quel ruggito che annunciava

la presenza d’un leone, s’erano alzati, gettando degli sguardi inquieti

verso gli alberi.

— Cattivo vicino, — disse il dahomeno, avvicinandosi ad Asseybo.

— Preferirei una banda di iene macchiate, — rispose il servo. —

Fortunatamente i fuochi sono accesi e il predatore non oserà assalirci,

per ora. —

Un altro ruggito, più potente e più prolungato del primo, rintronò da

un’altra parte della foresta, a cui subito rispose il primo.

— Sono due, — disse il dahomeno, la cui voce tremava. — La cosa è grave.

— È vero, — rispose Asseybo, che del pari non era tranquillo. — Vi è un

leone ed una leonessa e sono certo di non ingannarmi.

— Che sia il caso di svegliare il padrone?...

— Aspettiamo ancora. Forse non si sono accorti della nostra presenza.

— Non tarderanno a scoprirci. Hanno un odorato troppo acuto.

— Silenzio ed aspettiamo. —

I due ruggiti erano echeggiati ad un chilometro dall’accampamento,

ma un chilometro è un passo per quelle fiere che hanno uno slancio

poderoso. In pochi istanti potevano mostrarsi sul margine della

foresta.

Passarono pochi minuti, poi i due ruggiti si fecero nuovamente udire

più potenti, più formidabili ed anche più vicini.

Ormai non vi era più da dubitare: le due fiere s’avvicinavano

rapidamente, forse attratte dai due falò che fiammeggiavano sotto i

folti rami dei sicomori.

Asseybo ed il dahomeno avevano armate le due carabine e si erano

riparati dietro alle casse, per mettersi al coperto da un repentino

assalto, quando udirono la voce del padrone.

Alfredo, svegliato bruscamente da quei ruggiti, era strisciato fuori

della tenda, seguìto da Antao.

— Dei leoni? — aveva chiesto.

— Sì, padrone, — rispose Asseybo.

— Che il diavolo se li porti, — disse Antao. — Potevano lasciarmi

dormire tranquillo.

— Si vedono? — chiese Alfredo.

— No padrone, ma non devono essere lontani.

— Che i dahomeni s’incarichino di tener fermi i cavalli e noi penseremo

a quei predatori. —

Fece stringere il cerchio formato dalle casse, vi si misero dietro

tutti e tre ed attesero, con calma, la comparsa dei re delle selve.

I cavalli, già svegliati da quei ruggiti, avevano cominciato a dare

segni di viva inquietitudine. Scalpitavano, nitrivano e cercavano di

spezzare i legami per fuggire dalla parte opposta, non obbedendo più

alla voce ed alle carezze dei due dahomeni.

Anche la giovane negra si era accorta della vicinanza delle formidabili

fiere ed aveva cercato d’alzarsi, ma vedendo i due bianchi in armi,

si era tranquillizzata conoscendo per esperienza il loro coraggio e la

loro valentìa.

I ruggiti erano ricominciati destando tutti gli echi della foresta e

venivano da due parti opposte. Pareva che il maschio e la femmina si

fossero accordati per assalire il campo in due diverse direzioni.

— A me il leone che rugge alla mia destra, — disse Alfredo, con voce

tranquilla. — A te la leonessa, ma non far fuoco se non quando sei

sicuro dei tuoi colpi.

— Costringerò i miei nervi a stare tranquilli, — rispose Antao. —

Che strana impressione mi fanno questi due animali!... Si direbbe che

quando ruggono mi fanno tremare il cuore.

— Sii calmo, Antao. Con simili fiere si giuoca la vita.

— Lo sarò, poichè non ho proprio nessuna voglia di finire nel ventre

della leonessa.

— Scherzi?... Buon segno, amico mio. L’uomo che ride dinanzi alla morte

non ha paura.

— Paura non ne ho, te lo giuro, ma sono i nervi che pare abbiano una

voglia folle di battere una marcia indiavolata.

— Taci!...

— Morte di Nettuno!... che vocione!... M’ha rintronato gli orecchi!...

— Eccoli!... —

Dopo un ruggito più formidabile dei primi, una massa oscura si era

slanciata, con un salto immenso, fuori da un macchione di fitti

cespugli ed erasi fermata nella radura, esponendosi ai pallidi raggi

della luna.

Era un superbo leone dal corpo robusto, dalla testa grossa, dalla

lunga criniera oscura e dal pelame fulvo, uno di quegli animali che

posseggono una tale forza da balzare sopra una siepe portandosi in

bocca una giovenca.

S’arrestò un istante, cogli sguardi fissi sui fuochi che ardevano

sotto la fosca ombra dei sicomori e sferzandosi i fianchi colla lunga

coda terminante in un fiocco, poi lanciò il suo formidabile ruggito di

combattimento che parve una sfida gittata ai cacciatori.

Quasi subito la leonessa, che non doveva trovarsi lontana, fece a

sua volta la comparsa, spiccando una volata di parecchi metri ed

arrestandosi a quindici o venti passi dal maschio.

— Morte di Giove e di Saturno!... — esclamò Antao. — Sono belli da

vedersi, ma fanno tremare le gambe.

— Una carabina di ricambio, — disse Alfredo ai dahomeni, senza

volgersi. — Aspetta, Antao. —

Alzò lentamente la carabina mirando con grande attenzione ed

approfittando dell’immobilità del leone, fece fuoco a sessanta metri di

distanza.

La nuvola di fumo non si era ancora dissipata, che si vide il leone

spiccare un salto in aria, poi precipitarsi verso l’accampamento con

impeto irresistibile.

Asseybo ed Antao si erano prontamente voltati puntando le armi, senza

curarsi della leonessa che si preparava ad assalirli, ma il cacciatore,

con un rapido colpo d’occhio, aveva tutto veduto.

— No, fermi!... — urlò. — Badate alla leonessa!... —

Aveva afferrata rapidamente la carabina di ricambio che gli porgeva uno

dei dahomeni e l’aveva puntata.

Il leone, che doveva essere stato ferito, ma non gravemente, forse

s’accorse del pericolo che correva, poichè invece di scagliarsi contro

le casse, dietro le quali si teneva riparato il cacciatore, col suo

ultimo slancio cercò di piombare addosso ai cavalli che si dibattevano

furiosamente per fuggire.

Aveva però trovato un nemico degno di lui. Alfredo, senza staccare

l’arma dalla spalla, aveva fatto mezzo giro, facendo fuoco a soli sei

passi.

La palla, meglio diretta della prima, andò a fracassare la spina

dorsale del predatore, il quale, arrestato quasi di volo, andò a cadere

in mezzo ad uno dei falò.

Con pochi colpi di zampe disperse i tizzoni spegnendoli, ma la morte

lo colse e si distese in mezzo alla brace, arrosolandosi le carni e

spandendo all’intorno un nauseante odore di bruciaticcio.

La femmina intanto, resa furiosa per la morte del compagno, si era

scagliata contro Antao ed Asseybo.

Sfuggì alla palla del secondo e andò ad urtare le casse con tale furia,

da rovesciarle le une addosso alle altre. Già stava per gettarsi contro

i due uomini che erano rimasti senza difesa, ma Antao in quel supremo

istante aveva saputo imporre un momento di calma ai suoi nervi.

Vedendo la fiera cadere a due soli passi, le aveva scaricata contro la

carabina, mentre uno dei dahomeni la percuoteva poderosamente con un

grosso tizzone ardente, coprendola di scintille.

Ferita forse gravemente e spaventata da quella pioggia di fuoco, fece

un rapido voltafaccia, attraversò la radura a gran balzi e scomparve

nella foresta salutata da altri due colpi di fucile, ma i proiettili

non parve giungessero a destinazione.

— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — Un momento di esitazione e

la mia zucca sarebbe a quest’ora fra le mascelle di quell’indemoniata

bestia.

— E faccio i miei elogi al tuo sangue freddo, — disse Alfredo, che

aveva tremato per l’amico. — Un cacciatore di professione avrebbe

mancato al colpo o si sarebbe dato alla fuga.

— Ci tenevo alla mia pelle, — rispose Antao, sorridendo. — Per

bacco!... Che salti e che attacco!... E dove sarà fuggita la

leonessa?... Le ho scaricata la carabina nella bocca, ma credo di

averle solamente fracassata una mascella.

— Sarà tornata al suo covo.

— Che non ci assalga più?...

— Non oserà ritornare.

— Se nella sua ritirata incontrasse almeno le spie e si rifacesse coi

polpacci di quelle!...

— Si saranno messe in salvo sugli alberi fino dai primi ruggiti.

— Ma il tuo leone si cuoce, Alfredo. Mi rincresce perdere la sua pelle.

— Ormai è rovinata. Lascia che si cucini e riprendiamo il sonno.

— Sarà un po’ difficile riaddormentarsi. Ho ancora i nervi

scombussolati.

— Si calmeranno, Antao. Orsù, cacciati sotto la tenda. —

I due bianchi, certi ormai di non venire più disturbati, riguadagnarono

i loro giacigli di fresche erbe, mentre Asseybo ed il dahomeno

rizzavano nuovamente le casse e riaccendevano il falò spento dal leone.

Il rimanente della notte passò tranquillo. Solamente verso le due del

mattino alcune iene osarono avvicinarsi furtivamente al campo, attirate

dall’odore che aveva sparso il leone nell’arrostirsi l’addome sui

tizzoni, ma bastò un colpo di fucile per costringerle a riguadagnare la

foresta.

[Illustrazione: ... si vide il leone spiccare un salto in

aria, poi precipitarsi.... (Pag. 63).]

All’indomani, un’ora dopo il sorger del sole, la carovana si rimetteva

in cammino, impaziente di lasciare quelle pericolose foreste e di

giungere nelle bassure erbose.

Alle 8 del mattino, dopo avere attraversato a guado un grosso corso

d’acqua che serve di scarico al lago Tschibe che trovasi nel cuore del

Dahomey, giungeva sulle sponde occidentali della grande laguna di Nokue

chiamata anche Dennana e proseguiva verso il sud per raggiungere il

canale costiero che passa fra Whydah e la borgatella di Avrekete.

Cominciavano di già i terreni paludosi, quei terreni saturi d’acqua

marina corrotta dai paletuvieri, da avanzi di vegetali d’ogni specie e

che esalano quei miasmi carichi di febbre, così fatali agli europei che

soggiornano per qualche tempo in quelle regioni.

Non si scorgevano che radi gruppi di alberi, per lo più di cocchi,

piante che non possono crescere lontane dall’aria marina, ma

invece giganteggiavano le canne e le erbe palustri le quali talora

raggiungevano altezze incredibili, tali da coprire interamente cavalli

e cavalieri.

Il terreno cedeva facilmente sotto i piedi della carovana, ma Alfredo

contava di attraversare rapidamente quella regione pericolosa per

sottrarre il portoghese, non ancora acclimatizzato, alle perniciose

influenze di quei miasmi. Non voleva fare che una semplice punta nei

paesi del Piccolo e del Grande Popo per meglio ingannare le spie che

lo seguivano, e quindi risalire le frontiere orientali degli Ascianti

e riguadagnare i grandi boschi dell’interno, più pericolosi pei loro

abitanti a quattro zampe, ma più salubri.

Alla sera si accampavano sulle sponde del canale, in uno spazio

scoperto da ogni erba palustre per non venir sorpresi dalle spie e

per non subire l’assalto dei numerosi serpenti che pullulano in quegli

umidi terreni.

La notte però fu tormentosa. Malgrado i fuochi accesi attorno al campo

con erbe fresche per produrre nuvoloni di fumo, veri battaglioni di

moscherini sanguinarii e spietati invasero le tende, gettandosi con

rabbia inaudita sulle carni dei poveri accampati.

Sono incredibili le torture che fanno soffrire quei piccoli insetti.

Le nostre zanzare, in loro paragone, sono nulla. Vi sono moscherini

che vi succhiano il sangue fino che scoppiano e che pare vi strappino

la pelle pezzetto a pezzetto; delle mosche quasi invisibili che dalle

dieci del mattino alle tre pomeridiane non si lasciano vedere, ma

che poi vi piombano addosso a sciami, producendovi delle punture

dolorosissime; altre, chiamate _ibolai_, che hanno dei pungiglioni

così acuti da passarvi i calzoni e che pare vi forino la pelle con

ago infuocato, ma che però non vi fanno soffrire che pochi istanti;

ma ve ne sono poi altre ancora che vi succhiano il sangue e che poi

lasciano nell’invisibile ferita chissà quale veleno, che vi fa soffrire

ventiquattro ore senza tregua.

Antao, non abituato a tutti quei morsi, battagliò inutilmente tutta la

notte contro quei nemici quasi invisibili, borbottando come un ossesso

e solamente verso l’alba potè gustare un po’ di sonno, dopo però di

essersi unto il viso e le mani con olio d’elais per calmare i dolori.

Il giorno seguente la carovana, che si teneva sulla sponda interna del

canale, passava al largo di Godomè e poco dopo di Whydah una delle più

importanti città della Costa d’Oro, tenuta da un cabecero del re di

Dahomey e verso il mezzodì, dopo una rapidissima marcia, attraversato

l’importante corso d’acqua che chiamasi Mono e che pare abbia le

sue sorgenti nelle lontane regioni del Borgu il quale trovasi a

settentrione del paese dei Krepi, varcava le frontiere della repubblica

dei Popos.

La Costa d'Avorio · 第 20 / 75 题