La carovana

L’indomani, allo spuntare dell’alba, Alfredo dava il comando della

partenza, dopo d’aver lasciato un ricco regalo a Tofa per compensarlo

dell’ospitalità e delle sue premure.

La carovana si componeva dei due bianchi, del loro servo, dei due

dahomeni che erano giunti nella notte da Katenau e di sei cavalli

carichi di casse e di pacchi ma tutti di piccola dimensione, onde

non imbarazzare gli animali nelle marce attraverso le folte foreste

dell’interno.

I due dahomeni, ai quali era stato affidato l’incarico di occuparsi dei

cavalli recanti il bagaglio della spedizione, erano due negri di alta

statura, dall’aspetto intelligente, d’una robustezza a tutta prova, due

uomini insomma che dovevano rendere dei preziosi servigi nelle selvagge

regioni del loro paese.

Avevano accettato di buon grado di assumersi la pericolosa missione di

condurre i due bianchi nel Dahomey e si erano mostrati soddisfattissimi

delle promesse fatte dai loro nuovi padroni; di renderli cioè più tardi

liberi, con un buon gruzzolo di denaro e delle armi.

Prima che il sole s’alzasse dietro i grandi boschi dell’oriente, la

carovana si trovava già lontana da Porto Novo, diretta al piccolo

gruppo di capanne dove era stata lasciata l’amazzone, essendo

intenzione di Alfredo di condurre con sè anche la giovane negra, sulla

cui affezione sapeva ormai di poter contare completamente.

Nessuna spia pareva che li avesse seguiti, non avendo scorto alcun

negro nè lontano, nè vicino, sul sentiero che percorrevano. Il capo

però non si illudeva e conoscendo la prudenza e l’agilità di quei

selvaggi figli dei boschi, era più che certo di essere stato seguito,

quantunque nulla indicasse che in realtà lo si tenesse d’occhio.

— Temi sempre? — chiese ad un tratto Antao, vedendo l’amico volgersi di

frequente indietro.

— Sì, — rispose Alfredo.

— Pure non si vede nessuno.

— Sul sentiero è vero, ma nei boschi?... Se noi li frugassimo

troveremmo di certo qualcuno di quegli spioni. I negri sono caparbii e

poi i dahomeni hanno troppa paura di Geletè, ma noi li stancheremo.

— Andiamo verso la frontiera degli Ascianti?...

— Sì, Antao, ed entreremo nel Dahomey attraversando la regione dei

Krepi o dei Togo. La frontiera del sud deve essere guardata dagli

uomini di Kalani.

— Saremo costretti a fare un viaggio lungo.

— Quando avremo attraversato le lagune del Piccolo e del Grande Popo

viaggieremo rapidamente. Per ora non dobbiamo mostrare d’aver fretta,

per non destare sospetti nelle spie che ci seguono, ma quando avremo

la certezza di averle stancate o rassicurate sulla nostra direzione,

lancieremo i cavalli al galoppo dall’alba al tramonto. Toh!... Hai

udito?...

— Un fischio in mezzo al bosco?...

— Sì, Antao. È un richiamo dei negri che ci seguono.

— È vero padrone, — confermò Asseybo. — Solamente quelli del Dahomey

sanno fischiare in tale modo.

— Come manderei volentieri una palla nel cranio di quegli spioni. È

noioso viaggiare sapendosi seguiti da persone che possono giuocarci

delle brutte sorprese.

— Oh!... Delle sorprese ce ne prepareranno, ma sapremo evitarle. Non

oseranno però assalirci direttamente, credi a me. Hanno troppa paura

dei fucili degli uomini bianchi. Orsù, al galoppo e cerchiamo di

mantenerli lontani finchè andiamo a prendere l’amazzone. —

I piccoli ma vivaci cavalli, eccitati dai cavalieri e dai due schiavi

partirono al galoppo, sfilando in mezzo alle folte foreste che si

estendevano ai due lati del sentiero.

Tre quarti d’ora dopo la carovana giungeva al piccolo villaggio che

ospitava la povera negra. Questa nel vedere ricomparire Alfredo ed

il portoghese manifestò la più sincera contentezza e apprendendo

che la conducevano con loro, si dichiarò pronta a mettersi in sella,

quantunque le sue dolorose ferite non avessero ancora cominciato a

cicatrizzarsi.

Alfredo si guardò bene però dall’accettare quell’offerta, che poteva

costare la vita alla coraggiosa ragazza.

Fece acquisto di nuovi cavalli, fece improvvisare una comoda barella

stendendovi sopra un materassino acquistato a Porto Novo, la fece

legare ai due animali posti l’uno dietro l’altro, e dopo d’aver

disinfettate e fasciate nuovamente le ferite, fece adagiare la negra.

Per colmo di precauzione la fece riparare da un’arcata di grandi foglie

di banano per preservarla dai colpi di sole, i quali, come già fu

detto, sono pericolosissimi in quelle regioni.

A mezzodì, dopo una modesta refezione, la carovana abbandonava

l’ospitale villaggio, e attraversato a guado l’Ouzme, scendeva

verso le umide e malsane regioni della costa, per girare le sponde

settentrionali della grande laguna di Nokue e raggiungere quindi le

rive del canale costiere che si prolunga fino al lago di Togo.

Il caldo era intenso, ma le foreste erano fitte e proteggevano la

carovana dai raggi solari. Regnava però sotto quei grandi alberi, di

cui alcuni avevano delle proporzioni smisurate, un’aria da serra calda

che faceva zampillare il sudore da tutti i pori, quantunque i due

bianchi si fossero sbarazzati di buona parte delle loro vesti.

Pure che potenza di vegetazione fra quella temperatura ardente!...

Dappertutto si slanciavano in alto tronchi d’ogni dimensione e d’ogni

tinta, che confondevano poi i loro rami e le loro foglie smisurate a

cinquanta, a sessanta e perfino a cento piedi dal suolo.

Miriadi di liane, formanti splendidi festoni e di piante arrampicanti

adorne di grappoli di fiori esalanti penetranti profumi, li

avvolgevano, salendo fino alle più alte cime, per poi ridiscendere e

quindi risalire di nuovo.

Di sotto a quelle piante colossali, altre ne erano spuntate occupando

tutti i più piccoli tratti di terreno, confondendo i loro rami od i

loro tronchi. Meno vivificate dall’aria e dal sole, si erano mantenute

tuttavia ad altezze più modeste, formando una selva inferiore, la

quale intercettava completamente i pochi raggi che potevano penetrare

attraverso la prima vôlta di verzura.

Strani rumori echeggiavano in mezzo a quegli oscuri recessi della

doppia foresta, dovuti per lo più alle numerose tribù di scimmie che

l’abitavano. Di tratto in tratto era uno scoppio di formidabili urla

che risuonavano come degli _hu-u!_... lanciati dalle scimmie _mangabe_,

le quali posseggono tali polmoni da fare udire i loro concerti a

parecchi chilometri di distanza; od uno scoppio di ruggiti paurosi che

si sarebbero potuti scambiare per quelli emessi da una banda di leoni

in furore, e che invece erano lanciati dai cinocefali, bruttissimi e

pericolosissimi quadrumani; oppure erano urla lamentevoli, tristi, o

grida acute, o latrati, o strida prolungate dovute ai colobo orsini,

od ai satanassi, od ai cefi, scimmie molto comuni nelle folte foreste

della Costa d’Avorio.

La carovana però non s’inquietava di tutti quei concerti scordati e

proseguiva la sua marcia sfilando in mezzo a sentieri strettissimi

aperti fra boschi e che Asseybo conosceva, essendosi più volte già

recato nelle piccole repubbliche del Grande e del Piccolo Popo.

La regione che attraversava era deserta, essendo la Costa d’Avorio

poco popolata in proporzione alla sua immensa estensione ed anche

perchè i popoli si sono tutti addensati in prossimità del mare, per

tenersi lontani dalle irruzioni che i dahomeni fanno annualmente per

provvedersi di prigionieri da trucidare nelle feste del sangue.

Qualche piccolo gruppo di capanne talora appariva, ma nascosto nel

più folto della grande foresta e lontano dal sentiero. Quelle piccole

abitazioni di paglia o di foglie erano per lo più situate in prossimità

dei macchioni delle palme d’elais o dei banani o dei cocchi, piante che

somministrano il necessario per vivere a quei frugali abitanti.

Verso le 4 la carovana, che aveva marciato costantemente, giungeva

in mezzo ad una vera foresta di bellissimi alberi che portavano dei

grappoli di frutta della forma d’un cetriolo.

— Ecco qui una foresta che farebbe la fortuna d’una tribù di negri, —

disse Alfredo, che cavalcava a fianco di Antao.

— Cosa sono queste piante?... — chiese il portoghese.

— Noci di calla o meglio _bassè_, come qui si chiamano.

— Ho udito parlare delle proprietà sorprendenti di quelle frutta, ma

non so cosa siano.

— Sono noci molto pregiate infatti e che sono oggetto d’un grande

commercio in queste regioni. Quelle capsule legnose contengono dieci o

dodici frutta di color rosso e grosse come le nostre castagne le quali,

dopo raccolte, si mettono in ceste ripiene di foglie per conservarle

fresche a lungo.

— Ma che proprietà hanno?

— Della coca del Perù, poichè masticandole conservano meravigliosamente

le forze agli uomini che intraprendono dei lunghi e faticosi viaggi.

Ci sono dei negri che con poche di quelle frutta vivono dieci e perfino

quindici giorni, senza indebolirsi per la mancanza d’altri cibi.

— Sono eccellenti?

— Sono d’un sapore amaro ma non sgradevole. So che anche in Europa si

cominciano ad adoperare per fare delle infusioni che chiamano liquori

di noce di kalla invece di galla o di calla come chiamansi qui.

— E quei bellissimi arbusti, d’aspetto grazioso che sorgono laggiù,

cosa sono?...

— Platanieri, delle altre piante che sono molto pregiate qui.

Somministrano delle frutta buonissime e sostanziose e dalla corteccia

abbruciata i negri ricavano una potassa che serve a fare del sapone

pregiato.

Anche le foglie sono adoperate per conservare le provvigioni, avendo

la proprietà di tenere lontani i topi i quali sono così numerosi nei

villaggi dei negri.

— E troveremo anche dei _baobab_?... Sono impaziente di vedere quei

colossi delle foreste.

— Ne vedrai delle centinaia, Antao. Qui sono abbastanza comuni. —

In quell’istante un grido strano, che terminava in un fischio acuto e

che si poteva tradurre per un _uiff_ prolungato, echeggiò nel più folto

della foresta, due o trecento passi più innanzi.

I cavalli, colpiti da un improvviso terrore, si erano subito arrestati,

mandando dei sordi nitriti e serrandosi gli uni addosso agli altri.

— Cosa c’è? — chiese Antao, senza però manifestare alcuna apprensione.

— C’è, — rispose Alfredo che aveva staccata rapidamente la carabina

sospesa agli arcioni, — che abbiamo un vicino pericoloso, mio caro.

— Delle scimmie?...

— Peggio, Antao: un rinoceronte.

— Morte di Nettuno!... Si dice che simili animali sono formidabili.

— Preferirei trovarmi dinanzi ad una coppia di leoni che ad uno di quei

massicci ed invulnerabili animalacci. Hanno una pelle così grossa, da

sfidare le palle delle migliori carabine.

— Pure non possiamo arrestarci qui.

— Andremo innanzi a dispetto di quel disturbatore, Antao. Asseybo!...

— Padrone, cosa desideri? — chiese il servo che era disceso da cavallo

e che si era inoltrato nella foresta, per cercare di scoprire il

pericoloso animale.

— Lo vedi?...

— No padrone e credo che siamo stati corbellati.

— Cosa vuoi dire?

— Che quel grido non era d’un rinoceronte.

— Morte di Giove!... — esclamò Antao. — Questa è strana!...

— Spiegati, Asseybo, — disse Alfredo.

— Dico che qualcuno ha voluto imitare il grido del rinoceronte.

— Ma a quale scopo?...

— Forse per spaventarci. Se l’animale ci fosse, a quest’ora avrebbe

caricata la nostra carovana.

— Credo che tu abbia ragione, — disse il cacciatore, che era diventato

pensieroso. — Tu hai cacciato più volte i rinoceronti e sei in grado di

conoscere meglio di me il loro grido.

— Sì e ti dico che quell’_uiff_ è stato imitato molto bene.

— Che sia stato qualche segnale? — chiese Antao.

— È possibile, — rispose Alfredo. — La conclusione è questa: noi siamo

seguiti.

— Da chi?...

— Dalle spie di Kalani.

— Morte di Urano!... Ancora?... Sono come le mignatte quelle canaglie.

— Bah!... Si stancheranno. Andiamo innanzi e teniamo pronte le

armi. —

La carovana riprese le mosse, quantunque il sole scendesse rapidamente

e l’oscurità cominciasse ad addensarsi sotto le foreste.

Non era prudente accamparsi in piena selva con delle spie alle

calcagna e forse dei feroci animali vicini e Asseybo voleva condurre

il padrone in un luogo scoperto, in una radura. I cavalli si erano

tranquillizzati, tanto più che quel grido non si era più ripetuto ed

avanzavano rapidamente, come se fossero impazienti di lasciare quei

folti macchioni che potevano celare delle insidie.

Già i carnivori cominciavano a lasciare i loro covi per cominciare

le loro caccie notturne e si facevano udire, facendo tremare i

poveri animali. Di tratto in tratto, nelle macchie più fitte, dove

la luce morente dell’astro diurno più non penetrava, si udivano dei

sibili lamentevoli lanciati forse dai grossi serpenti pitoni, od i

sordi miagolii dei servai o gatti delle selve, grandi distruttori di

selvaggina; o le rauche urla dei sanguinari leopardi o le stridule

e beffarde risa delle iene macchiate o brune o le urla lamentevoli,

tristi, paurose, dei lupi striati, animali che si avvicinano molto agli

sciacalli, ma che hanno anche molto del lupo.

Crescendo l’oscurità, Alfredo raddoppiava le sue precauzioni, avendo

da temere gli uomini e le fiere. Asseybo si era messo alla testa della

carovana, Antao si era collocato presso la lettiga dell’amazzone per

essere pronto a difenderla ed il cacciatore si era messo alla coda coi

due dahomeni i quali erano stati armati di ottimi fucili, avendo detto

di sapere adoperare le armi da fuoco.

Alle otto, quando nell’aria cominciavano a svolazzare quei brutti

cinonitteri delle palme o cani notturni, la carovana lasciava i

macchioni e giungeva in mezzo ad una vasta radura dove s’innalzava un

gruppo di colossali sicomori.

— Possiamo accamparci con piena sicurezza, — disse Alfredo. — Se

qualcuno cercherà d’avvicinarsi, potremo facilmente scorgerlo.

I cavalli furono radunati attorno ai sicomori, le casse scaricate e

disposte all’ingiro onde nel caso d’un attacco servissero da barricata

e le tende rizzate, mentre i due dahomeni accendevano due falò per

tenere lontane le fiere e per allestire la cena.

La Costa d'Avorio · 第 18 / 75 题