Il regno di Porto Novo, sottoposto ora al protettorato della Francia,
anche in quell’epoca era uno dei più importanti e dei più ricchi della
Costa d’Avorio.
Situato fra il territorio di Abeokuta e le frontiere meridionali del
Dahomey, occupava una superficie immensa sebbene non definita verso il
nord, ma non aveva che una popolazione di mezzo milione di abitanti dei
quali oltre sessantamila raggruppati nella capitale.
Gli altri si trovavano dispersi nelle tre principali città di Ketenou,
Adjara e di Kotonu, il porto della capitale, lontano circa quindici
miglia da Porto Novo e in pochi grossi villaggi per poter meglio
difendersi contro le annuali scorrerie dei Dahomeni, intraprese contro
tutti i popoli vicini per fornirsi di schiavi da sgozzare nei sacrifici
umani.
Questo reame è molto antico e si è mantenuto indipendente, quantunque
rinserrato fra popolazioni bellicose, e quantunque i suoi abitanti
derivanti da un incrocio di Anago, di Yoruba e di Dahomeni, non siano
mai stati buoni guerrieri. Anzi si può dire che sono i più indolenti, i
più pigri di tutti quelli che popolano la Costa, come sono i più ladri
di tutti, vizio del resto innato nelle razze negre.
Da molti anni, numerose fattorie, specialmente portoghesi, inglesi,
francesi e tedesche sono state fondate nei centri popolosi, trafficando
soprattutto in olio d’elais, l’articolo più importante e più pregiato
della regione.
La città di Porto Novo, anche nel 1878 era una delle più importanti
di tutta la costa, ma era anche allora una delle più insalubri,
specialmente per gli europei.
Sebbene costruita a circa quindici metri sul livello della vicina
laguna, il suo clima è uno dei più micidiali, non permette un lungo
soggiorno agli uomini di razza bianca.
La città è un ammasso di capanne costruite con una specie d’argilla
rossastra che seccandosi acquista una consistenza incredibile, ma coi
tetti di foglie di palma. Le vie sono strette, luride, interrotte da
buche profonde, prendendosi l’argilla occorrente per le costruzioni,
appunto entro la cinta.
Di notevole non ha che i quartieri commerciali di Sadogo, di Attakè,
di Degue, di Lodja e di Bocu dove si trovano parecchie fattorie, la
missione cattolica e la casa del re.
I tre cavalieri, apertosi il passo fra una moltitudine di persone
d’un nero rossastro, quasi nude, non avendo che un misero e lurido
sottanino, infilarono la via che conduceva alla grande piazza del
mercato, in mezzo alla quale è costruita l’abitazione di Tofa.
Erano però costretti a procedere con prudenza per non cadere entro le
innumerevoli buche che tagliavano la via, tutte piene d’acqua corrotta
nella quale imputridivano carogne d’animali esalanti degli odori
sopportabili solamente pei nasi dei negri.
Un quarto d’ora dopo giungevano senza incidenti sulla grande piazza,
già ingombra di popolo, tenendosi colà il mercato e si arrestavano
dinanzi alla reggia.
Il palazzo del re non era che una modesta casetta bianca colle persiane
verdi, circondata da vaste capanne di paglia e di foglie di palmizio, e
da cortili grandissimi dove si custodivano i _feticci_ ossia gli idoli.
Solo di dietro s’innalzava una specie di palco assai alto, sostenuto da
pali adorni di piante arrampicanti e sul quale si trovavano allineati
una cinquantina di crani umani appartenenti ai nemici uccisi in guerra
dal re.
— Che esposizione! — esclamò Antao, facendo un gesto di ribrezzo. — Non
è di certo incoraggiante.
— Tofa non è più cattivo, — disse Alfredo. — Nel suo Stato ha abolito i
sacrifici umani.
— Non uccide più adunque?
— Sì, ma solamente i condannati a morte, ai quali fa tagliare prima la
lingua, onde non possano raccontare quale pena hanno subìto.
— Ed ai suoi _feticci_ non sacrifica più schiavi?
— No, si accontenta ora di pecore e di montoni. —
Lasciati i cavalli e le armi ad Asseybo, i due europei avvertirono le
sentinelle che vegliavano alla porta, armate di vecchi fucili a pietra,
di annunciare al re la loro visita.
Poco dopo un _larry_, specie di ministro della casa reale, li
introduceva nella sala chiamata pomposamente del trono, la quale altro
non era che una modesta stanza adorna di armi più o meno vecchie e di
pochi tappeti logori.
Il trono non mancava però ed era formato da quattro pali sostenenti
una specie di cupola sormontata da una corona reale di ottone e adorna
d’una grande placca di metallo ove stava inciso _king Tofa_ (re Tofa).
Al disotto di quella cupola, una semplice panca coperta d’un drappo
rosso sgualcito e rattoppato, serviva di sedile a S. M. negra.
Tofa vi si era già accomodato, mentre ai suoi fianchi si tenevano ritti
il _mingau_ o grande capo dei feticci, il primo _larry_ che disimpegna
l’ufficio di segretario ed il secondo _larry_ che è incaricato di
portare il bastone reale col pomo d’argento, segno di potere.
Tofa non aveva in quell’epoca che quaranta o quarantacinque anni. Era
un negro di statura alta, ancora robusto, coi tratti del viso piuttosto
regolari, con due occhi vivi ed intelligenti.
Discendente d’una dinastia di re molto potenti, ma tributari del
Dahomey, era stato il primo a rendersi indipendente e dopo d’aver
scacciati e fatti in parte decapitare i suoi vecchi consiglieri,
nemici acerrimi della razza bianca, aveva aperto il suo porto e la sua
capitale al commercio europeo.
Più intelligente degli altri e meno barbaro, aveva a poco a poco
accordata una certa libertà al suo popolo, ed aveva abolito, come
dicemmo, gli orribili sacrifici umani che distruggevano buona parte dei
suoi sudditi.
Abituato a ritenere gli uomini bianchi come di razza superiore,
vedendo entrare Alfredo, che in altre occasioni aveva già conosciuto,
s’affrettò ad alzarsi, lasciando ricadere la lunga veste di seta rossa
che lo copriva come un ampio mantello e gli porse la mano, dicendogli
cortesemente:
— Sono ben felice di rivederti dopo una così lunga assenza. Quale
motivo ti conduce a Porto Novo? Forse che ti occorre il permesso di
fondare qualche altra fattoria?
— No, — rispose Alfredo. — Un motivo ben più grave ha indotto me ed
il mio amico Antao Carvalho a visitare V. M. Sapete che le vostre
frontiere sono state violate?...
— No, ma è una cosa che succede così di frequente, da parte dei malvagi
popoli che circondano il mio regno, da non preoccuparmene più. So che
dopo d’aver fatta qualche razzìa di uomini e di animali si ritirano.
— Ma questa volta sono state le genti del Dahomey. —
Il re, nell’apprendere quella notizia, si fece più oscuro in viso e
manifestò una viva inquietudine.
— Forse che Geletè vuole muovermi guerra?... — chiese con una certa
trepidanza.
— Non a te, ma l’ha mossa a me. I suoi guerrieri hanno saccheggiata e
poi incendiata la mia fattoria.
— Ciò è grave. Si sono ritirati poi?...
— Sì, subito.
— Ecco una buona notizia, — disse S. M. negra, respirando liberamente.
— Per Voi, ma non per me, poichè ritirandosi mi hanno rapito il mio
giovane fratello.
— Mi rincresce per te.
— Ma non basta che vi rincresca, — disse Alfredo con voce acre. — Sono
venuto perchè V. M. mi aiuti a liberare mio fratello.
— Ed in qual modo?
— Mandando dei messi a Geletè, minacciandolo di rappresaglie in caso
di rifiuto. A V. M. spetta vegliare sugli stranieri che risiedono nel
vostro regno.
— Ma io non ho alcuna influenza su Geletè.
— Siete parenti, poichè entrambi discendete da principi d’Allada,
fondatori del regno di Dahomey.
— Geletè non mi ascolterebbe.
— Lo si minaccia.
— Sono un povero re incapace di far fronte al Dahomey, — disse Tofa,
sospirando.
— Adunque non posso contare sul vostro aiuto?... — disse Alfredo, la
cui collera cresceva dinanzi alla tranquilla indifferenza del re.
— Ohimè!... Nulla posso fare, fuorchè cercare d’indennizzarti del danno
sofferto.
— Non so cosa farne del vostro indennizzo. È mio fratello che voglio
salvare, mi comprendete?...
— Geletè è potente.
— E voi siete pauroso.
— Il mio palco è pieno di crani di nemici da me uccisi.
— Ma Geletè vi fa tremare.
— Sono un povero re, — piagnucolò Tofa.
— Ebbene, andrò io nel Dahomey!...
— E Geletè ti farà uccidere come i portoghesi.
— Concedetemi almeno una scorta.
— Nessuno dei miei soldati ti seguirebbe.
— Sì, a Porto Novo non vi sono che dei poltroni, — disse Alfredo con
amarezza. — Vieni Antao, abbiamo perduto del tempo inutilmente. —
Il re vedendo che il cacciatore stava per lasciarlo senza degnarsi di
rivolgerli più la parola, forse toccato dal dolore e dalla collera di
lui, si era prontamente alzato, dicendo:
— Ma aspetta adunque. Il Dahomey non fugge.
— Cosa volete dire? — chiese Alfredo, che era già giunto presso la
porta.
— Udiamo: cosa vuoi fare nel Dahomey?
— Eh per mille folgori!... Ve l’ho già detto che voglio salvare mio
fratello.
— Conosci la via che conduce ad Abomey?
— No, ma la troverò.
— Odimi: dandoti dei soldati, il secondo o terzo giorno ti
abbandonerebbero, di ciò sono certo, ma ora mi sono ricordato di avere
fra i miei schiavi due uomini del Dahomey che potrebbero servirti di
guida.
— Ecco che cominciate a interessarvi di me. Sono fidati questi uomini?
— Mi sono affezionati ed hanno da molti anni rinnegata la loro patria.
— Dove sono?
— A Ketenou, ma domani saranno qui.
— Aspetterò che vengano.
— Intanto ti offro ospitalità in una delle mie capanne.
— Accetto volentieri e saprò ricompensare V. M.
— Ci rivedremo domani. —
Strinse la mano ad Alfredo ed al portoghese e si ritirò con tutto il
seguito.
Poco dopo però un _larry_ entrava e conduceva i due bianchi in una
vasta capanna situata in uno degli spaziosi cortili del palazzo
reale, mettendo a loro disposizione due giovani schiavi incaricati di
servirli.
Quell’abitazione era, come tutte le altre di Porto Novo, di forma
circolare, colle pareti d’argilla rossastra ed il tetto di foglie
di palma, di forma acuminata e un po’ sollevato, in modo da lasciar
entrare la luce.
Era però pulitissima, ma arredata molto meschinamente, non essendovi
che poche stuoie di foglie intrecciate che dovevano servire da letti,
qualche sgabello e pochi utensili di terra cotta.
Il _larry_, per ordine del re, aveva fatto portare dei viveri, dei
vasi di vino di palma ed un certo numero di deliziose noci di cocco
non ancora mature, le quali contengono un’acqua dolce, assai gradevole,
specialmente in quei climi caldissimi.
Antao, a cui le emozioni della notte non avevano diminuito l’appetito
dei suoi venticinque anni, appena il _larry_ fu uscito, si credette
in dovere di dare uno sguardo ai canestri che racchiudevano i viveri,
tanto più che non aveva piena fiducia nei cuochi e nei provveditori di
S. M. negra.
[Illustrazione: Nel volgersi per appendere la carabina
all’arcione, Alfredo vide due negri.... (Pag. 51).]
Infatti Tofa non aveva tenuto conto della qualità di bianchi dei
suoi ospiti, e li aveva provvisti di un pranzo copioso bensì, ma
assolutamente indigeno.
Vi era un pezzo di proboscide d’elefante cucinato al forno, carne che
si vende di sovente sui mercati delle città della Costa d’Avorio,
essendo nell’interno assai numerosi quegli enormi pachidermi; una
coscia di scimmia arrostita nel burro; delle lumache grigie assai
grosse, cucinate in una salsa orribilmente piccante, cibo assai
ricercato e molto apprezzato presso quei popoli, specialmente dai
vicini Ascianti, nella cui capitale Cumassia se ne consumano per
cinquecento chilogrammi al giorno; poi vi erano parecchie dozzine di
atrapas, pallottole di farina di granturco avvolte in foglie e cucinate
al forno e finalmente vi erano parecchie terrine ricolme di canalu,
orribile pasticcio formato di volatili conditi con olio di palma e
molto pimento, esalante un odore sgradevole di materie rancide.
— Ma questo è un pasto d’antropofaghi! — esclamò il portoghese,
arretrando dinanzi alle esalazioni pestifere del _canalu_. — Quel
furfante di re ci ha presi per due mendicanti.
— T’inganni, Antao, — disse Alfredo, sorridendo. — Tofa ci ha mandato
quanto di meglio produce il paese e lui, alla sua tavola reale, non
si fa servire di più! Lascia andare il _canalu_ che non è adatto pei
nostri stomachi e le lumache in salsa che sarebbero però squisite, se
non fossero state condite con una manata di pimento che ti brucierebbe
la gola per una settimana e anche la coscia di scimmia, buonissima ma
che rassomiglia troppo ad un membro umano e attacca il resto. Questo
pezzo d’elefante lo troverai più saporito della coscia di bue o della
gobba dei bisonti e le _atrapas_ surrogheranno benissimo il pane.
— Il pranzo si riduce a modeste proporzioni, ma lo inaffieremo con una
zucca di vino di palma. È un liquido che apprezzo quanto il succo del
vecchio Noè.
— Accomodiamoci ed intanto faremo i nostri progetti.
— Per andarcene nei paesi di quell’antropofago di Geletè?
— Sì, Antao. Ormai sono deciso e pronto a tutto.
— Purchè il re ci mandi le guide.
— Tofa è uomo di parola e poi abbiamo l’amazzone.
— Vuoi condurla con noi?...
— Certo, Antao. Quella ragazza, che ormai sembra affezionata a noi, può
renderci dei preziosi servigi nel suo paese.
— Non ci tradirà?...
— Ha giurato sui suoi _feticci_ e questo giuramento non si rompe in
questi paesi. Non credere del resto, che i soldati del Dahomey siano
affezionati al loro sanguinario monarca. La paura li tiene soggetti,
perchè sanno che basterebbe un sospetto per distruggere dei reggimenti
interi, ma appena possono disertare lo fanno.
Le due repubbliche del Grande e del Piccolo Popo sono state formate in
gran parte da dahomeni fuggiaschi.
— Prenderemo una scorta armata con noi?...
— No, Antao. Sarebbe pericoloso inoltrarsi in parecchi sui territorio
di Geletè. Bisogna evitare qualunque sospetto, giuocare d’astuzia,
fingerci negri o nessuno di noi potrebbe giungere ad Abomey.
— Fingerci negri!... — esclamò il portoghese, stupito. — La nostra
pelle è troppo bianca, Alfredo, per poterli ingannare.
— Forse che non vi sono dei colori?... —
Il portoghese scoppiò in una clamorosa risata.
— Morte di Nettuno!... Dipingermi da negro!...
— Ti ripugna?...
— No, in fede mia, Alfredo. Rido pensando la brutta figura che noi
faremo, imbrattati di nerofumo o di cioccolatto.
— Saremo invece due negri magnifici.
— Ma semi-nudi!...
— Tutt’altro. Saremo vestiti e superbamente, te lo prometto.
— Ma i negri di questi paesi sono quasi nudi, Alfredo.
— È vero ma noi non saremo poveri diavoli di negri.
— Ma che progetto hai?
— Lo saprai a suo tempo. La prudenza mi consiglia di mantenere per ora
la più grande segretezza, poichè un solo sospetto può perderci.
Geletè mantiene qui non poche spie e forse siamo già sorvegliati, ma
sapremo ingannarle. A te e ad Asseybo dò intanto un incarico.
— E quale?
— Di spargere la voce in città che noi andiamo nel paese degli Ascianti.
— Non ti comprendo.
— Mi comprenderai più tardi. T’incarico poi di acquistare una mezza
dozzina di cavalli, delle buone armi, dei viveri e delle casse di merci
di provenienza europea. È necessario che si creda che noi andiamo
a trafficare con quei popoli al di là del Todji e del Volta. Hai
danari?...
— Ho una tratta di tremila sterline da scontare presso la fattoria
inglese del signor Smithson.
— Ed io ho un forte deposito presso la fattoria del tuo compatriota
Souza.
— Devo mettermi all’opera subito? — chiese Antao, dopo di aver
tracannato un ultimo bicchiere di vino di palma.
— È meglio guadagnar tempo. —
S’alzarono e uscirono nel cortile, dove trovarono Asseybo che stava
vuotando una terrina di _canalu_, accoccolato presso i cavalli che
erano già pronti.
Salirono in arcione e passando attraverso uno squarcio della siepe che
circondava l’ampio cortile, s’inoltrarono nella piazza del mercato.
Nel volgersi per appendere la carabina all’arcione, Alfredo vide due
negri che si tenevano semi-celati fra i cespugli della siepe e che lo
guardavano con particolare attenzione.
— Lo dicevo io, — diss’egli, volgendosi verso Antao. — La nostra
presenza in Porto Novo è stata già notata dalle spie di Geletè o di
Kalani e siamo sorvegliati.
— Di già?...
— Sì, Antao, ma saremo più furbi di quelle spie. Separiamoci e questa
sera ci ritroveremo alla capanna concessaci da Tofa. —
Si strinsero la mano e si separarono.
Alfredo lasciò che il compagno ed Asseybo si allontanassero verso il
quartiere di Sadogo, poi ripassò dinanzi alla dimora reale, lanciando
un rapido sguardo verso la siepe.
S’accorse subito che una delle spie era scomparsa.
— Va dietro Antao, — mormorò, — e questo seguirà me, ma vi assicuro che
vi faremo correre. Vedremo se ci seguirete fino alle frontiere degli
Ascianti. —
Risalì il quartiere di Deguè, poi quello d’Odja e di Bocu mantenendo il
cavallo al passo, si recò alla fattoria di Souza a ritirare una somma
ingente, poi assoldati due schiavi visitò parecchie fattorie europee
facendo degli acquisti, quindi verso sera fece ritorno alla capanna con
quattro casse contenenti gli oggetti comperati.
Antao e Asseybo vi erano di già e stavano accomodando un numero
ragguardevole di pacchi, di cassette e di barilotti contenenti viveri,
armi, munizioni e oggetti di scambio ricercati dalle popolazioni
negre dell’interno, mentre gli schiavi concessi a loro dal re stavano
abbeverando mezza dozzina di ottimi cavalli che erano stati radunati
nel cortile e che dovevano servire alla spedizione.
— Hai sparso la voce che noi andiamo nel paese degli Ascianti? — chiese
Alfredo.
— Credo che lo sappiano perfino i ragazzi, — rispose Antao, ridendo.
— Benissimo. Ora possiamo cenare e riposarci. —