La giovane guerriera, quantunque così malconciata dagli artigli e dalle
zanne del leopardo, aveva abbandonata la piccola radura che si trovava
a tre o quattrocento passi dalla prima e si era trascinata verso il
gigantesco sicomoro, nascondendosi in mezzo ad un fitto macchione che
sorgeva sul margine del bosco.
Udendo il fischio dell’uomo bianco che l’aveva salvata dalla morte,
si era affrettata ad abbandonare il nascondiglio ed a mostrarsi
all’aperto. Quello sforzo doveva però averle causato un acuto dolore,
poichè non potè frenare un lungo gemito.
— Non temere ragazza, — disse Antao, avvicinandosele. — Noi ti
guariremo, è vero Alfredo?
— Sì, — disse il cacciatore, — ma a condizione che parli. —
Poi parlando la lingua dei _uegbè_, disse all’amazzone:
— Noi siamo venuti per curarti.
— Grazie, padrone, — rispose la negra. — Sapevo che gli uomini bianchi
non sono usi a mentire e come vedi t’aspettavo, mentre avrei potuto
fuggire coi miei compatrioti.
— Coi tuoi compatrioti!... Sono tornati qui?...
— Sì, hanno perlustrata tutta la foresta, sperando forse di trovarti.
— E tu ti sei nascosta invece?...
— Sì, padrone.
— Perchè?...
— Perchè tu mi hai salvata la vita e sono tua schiava.
— E mi seguirai sempre?...
— Dove tu vorrai.
— E mi sarai fedele?...
— L’ho giurato sui miei _feticci_.
— Lo vedremo. —
Poi volgendosi verso il suo servo:
— Taglia dei rami e improvvisa una barella. Questa donna per ora non
può camminare. —
Quindi scoprì le ferite dell’amazzone che alla notte aveva medicate
alla meglio, le lavò accuratamente con dell’acqua fresca che scorreva
in un rigagnoletto vicino, le lavò dal sangue che vi si era coagulato
intorno, poi le bagnò con acqua mescolata a rhum e finalmente le
fasciò, sacrificando la seconda manica della propria camicia.
La giovane negra lo aveva lasciato fare senza emettere un lamento, anzi
sorridendo, quantunque dovesse soffrire assai e quand’ebbe finito, gli
disse:
— Grazie padrone; la mia vita, da te salvata, ormai t’appartiene. —
Asseybo aveva allora terminata la barella composta di rami legati con
liane e resa soffice da un alto strato di fresche foglie. La negra vi
fu coricata ed Alfredo ed il servo si misero in cammino, preceduti dal
portoghese, il quale era troppo stanco per caricarsi di quel peso.
— Camminando possiamo parlare, — disse il cacciatore. — Guadagneremo
tempo.
— Cosa vuoi sapere padrone? — chiese la negra, che lo guardava con due
occhi che rilucevano di gioia e di contentezza.
— Dimmi, innanzi a tutto: è potente Kalani?...
— Potentissimo, padrone. È l’anima dannata di Behanzin, il successore
di Geletè.
— È stato lui a organizzare la spedizione contro di me?...
— Sì e l’ha anche guidata.
— Lo sospettavo. Sai che ha rapito mio fratello e che mi ha distrutta
la fattoria?...
— Sapevo che doveva rapire un fanciullo se i suoi soldati non
riuscivano a prendere te.
— Ah!... Lo sapevi?... — esclamò Alfredo.
— Sì, perchè Kalani aveva detto che gli era necessario, quel fanciullo.
— Ma per cosa farne di quello sventurato?...
— So che aveva detto a Geletè che i _feticci_ esigevano un ragazzo
bianco per essere guardati, minacciando in caso contrario la
distruzione del regno e della dinastia.
— E non lo si ucciderà?... — chiese Alfredo, con angoscia.
— No, non crederlo, perchè un guardiano dei _feticci_ diventa una
persona sacra. —
Il cacciatore respirò liberamente, come gli si fosse levato dal petto
un peso enorme.
— Non lo uccideranno? — esclamò. — Tu sei certa?...
— Sì, padrone.
— Ma credi tu che quel ragazzo fosse proprio necessario ai
_feticci_?... O che invece quel miserabile Kalani abbia qualche
sinistro progetto?...
— Lo ha, — disse la negra. — Io conosco assai Kalani, so il motivo del
suo odio verso di te e non ignoro i suoi progetti.
— Parla, ti prego.
— Kalani aveva la certezza di non poterti sorprendere, sapendoti
un uomo capace di tenere testa a cento dei nostri uomini. Credo che
avesse anzi molta paura di trovarsi di fronte a te. Da due settimane
ti sorvegliava, ma non osava assalirti. Avendo appreso che tu dovevi
recarti alla caccia sull’Ouzme, approfittò per assalire la tua fattoria
e rapirti il fratello, affidando ad alcuni uomini coraggiosi l’incarico
di tenderti un agguato in mezzo ai boschi.
— Ma era me che odiava e non quel povero ragazzo. Perchè prendersela
con lui?...
— Per avere poi te.
— Cosa vuoi dire?...
— Kalani è astuto, padrone. Egli sa che non sei uomo da lasciare tuo
fratello nelle sue mani.
— E mi aspetta nel Dahomey?
— Sì, padrone.
— Ha indovinato. Sì, io andrò nel Dahomey a salvare il mio Bruno, ma
andrò anche per uccidere il rapitore.
— Bada, padrone, alla frontiera ti aspetteranno.
— Ma non mi vedranno.
— Cosa vuoi dire?
— Lo saprai più tardi. Prima bisogna che vada a vedere Tofa. —
Due ore dopo, avendo fatte alcune soste per riposarsi, giungevano ad un
gruppo di capanne abitate da una dozzina di negri fra uomini e donne, i
quali avevano già avuto frequenti rapporti colla fattoria d’Alfredo.
Avevano già saputo della disgrazia toccata all’uomo bianco, anzi
avevano udite le scariche degli assalitori ed avevano vedute le fiamme
dell’incendio, senza però ardire di accorrere in aiuto degli assaliti,
essendo quasi sprovvisti d’armi e temendo troppo i dahomeni.
Alfredo ed i suoi compagni furono accolti con franca e cordiale
ospitalità e tutti gli abitanti andarono a gara per essere loro di
qualche utilità, mettendo a disposizione le capanne ed i viveri.
Il cacciatore si limitò a far ricoverare la povera ragazza che soffriva
assai, raccomandandola alle cure delle donne, poi chiese tre di quei
piccoli ma rapidi cavalli che sono piuttosto comuni in quelle regioni
e che derivano da un incrocio di cavalli arabi e delle alte regioni del
Niger.
Rifocillatisi con una terrina di _fu-fu_, il piatto più in uso sulla
Costa d’Avorio, composto d’ignami, di banani, di legumi, di granchi, di
uccelli e di pesci conditi con molto pimento e ridotti in poltiglia e
rinvigoritisi con alcune tazze di eccellente vino di palma fermentato,
i due bianchi ed il negro Asseybo, che era tornato dalla fattoria
portando ai padroni, alcune vesti trovate in uno dei magazzini,
partirono al galoppo, non ostante il calore infernale che versava il
sole.
Antao, messo in buon umore da quel vino che produce una leggera
ebbrezza anche preso in quantità limitata, pareva che non sentisse più
la fatica e chiacchierava per due, cercando di tenere buona compagnia
ad Alfredo che era diventato triste e assai preoccupato.
Anche il negro cercava d’incoraggiare il padrone, assicurandolo che
nessun pericolo poteva correre il padroncino, essendo le persone
addette ai _feticci_ sacre per tutti, perfino all’onnipotente re. Nella
sua gioventù era stato schiavo ad Abomey e ne sapeva qualche cosa di
quel sanguinario ma molto superstizioso popolo.
Intanto i piccoli ma vivaci cavalli divoravano la via, mantenendo un
galoppo rapidissimo. Si erano cacciati in un largo sentiero aperto in
mezzo ai boschi, fatto tagliare da Alfredo per trasportare i prodotti
della sua fattoria a Kotona che è il porto della capitale del piccolo
reame di Tofa.
Superbi alberi si rizzavano a destra ed a sinistra, gli uni pieni
di uccelli, specialmente di piccoli pappagalli grigi e gli altri di
scimmie, le quali eseguivano i più sorprendenti esercizi, senza punto
spaventarsi del passaggio dei tre rapidi corsieri. Ora apparivano
enormi gruppi di splendide palme dalle gigantesche foglie disposte a
ventaglio; ora magnolie colossali coperte di grandi fiori dall’acuto
profumo, o noci di cocco dall’elegante fusto e già carichi di frutta
grosse come la testa d’un bambino; o dei gossipina, veri giganti, che
crescono con rapidità straordinaria, che diventano assai grossi e che
hanno il tronco coperto di gibbosità spinose, o macchioni di aranci
e di limoni che spandevano all’intorno, per parecchi chilometri di
circuito, dei profumi deliziosi.
Di tratto in tratto si scorgevano però delle radure di estensione
considerevole coltivate con grande cura e dove crescevano ignami,
manioca, fagiuoli di varie sorte, certe specie di pomidori assai
gustosi e di quelli steli di grano verde, delizioso, chiamato mussoa.
Quando la grande boscaglia si rompeva, permettendo agli sguardi di
spaziare più oltre, si vedevano gruppi di capanne difese per lo più da
palizzate acuminate o da altissime siepi, rinforzate da datteri spinosi
o da gossipine, ostacoli quasi insormontabili pei negri di quelle
regioni che vanno quasi nudi e che non hanno mai conosciuto l’uso delle
scarpe.
Verso il mezzodì le foreste cominciarono a diradarsi rapidamente per
dar luogo a delle pianure acquitrinose formate dall’Ouzme, esalanti
miasmi mortali per gli europei non abituati a quei climi caldi e umidi,
sede d’un numero infinito di serpenti i quali godono una tranquillità
perfetta, essendo rispettati da tutti gl’indigeni.
Sono però inoffensivi, sebbene siano generalmente lunghi tre metri e
si limitano a distruggere milioni di rospi e di rane, evitando anzi gli
uomini.
In mezzo a quelle pianure acquitrinose si vedevano anche dei campi
coltivati con cura, ma poche capanne, essendo il regno di Porto Novo
pochissimo abitato in proporzione alla sua vastità.
Un’ora più tardi i tre cavalli, che non avevano mai rallentato il loro
galoppo indiavolato benchè il sole segnasse oltre 35° centigradi e
non un alito di vento marino rinfrescasse quella temperatura ardente,
galoppavano sulla riva del lago di Porto Novo. Alfredo poco dopo
mostrava al portoghese un grosso attruppamento di capanne che si
trovava presso la riva di quel vasto bacino.
— Porto Novo, — disse.
— Questi indemoniati cavallucci hanno galoppato come dei veri cavalli
arabi, — rispose il compagno. — Speriamo di trovare il re di buon
umore.
— Se non sarà ubbriaco.
— È un bevitore?
— Come tutti i re negri.
— Ho con me una fiala d’ammoniaca per preservarmi dai morsi dei
serpenti e gliela farò bere tutta, — disse Antao, ridendo. — Gli dirò
che è un elisir lunga vita. Toh! Cos’è quella grande capanna che sorge
lassù, su quel piccolo poggio? Forse qualche villa reale?
— No, Antao, è un tempio ove si adorano i serpenti che vengono raccolti
negli acquitrini da noi prima costeggiati.
— Morte di Nettuno!... Avevo udito narrare queste cose, ma non vi avevo
mai prestato fede, Alfredo. Se non me lo avessi detto tu, direi che si
voleva darmi a bere una frottola colossale.
— In queste regioni si ha una grande venerazione per quei ributtanti
rettili, Antao. A Whydab, per esempio, vi è un grande tempio dove si
custodiscono parecchie migliaia di serpenti, per lo più pitoni a righe
bianche o gialle.
Un grosso numero di guardiani è incaricato di nutrirli e di curarli, e
quando qualcuno di quei rettili riesce a fuggire, i suoi provveditori
si affrettano ad inseguirlo ed a riportarlo nel tempio coi dovuti
riguardi.
— Si direbbero storie dell’altro mondo. E tu mi dici che si adorano?...
— Sì, Antao. Vi sono delle persone che dichiararono di essere
contentissime di venire divorate dai serpenti. Vuoi saperne di più?...
Una donna che io ho conosciuta, un giorno perdette il suo unico figlio
che le era stato divorato da un pitone. Ebbene, lo crederesti?...
Invece di uccidere l’ingordo rettile, lo fece prendere, trasportare nel
tempio di Whydab e lo adorò.
— Morte di Saturno! Che pazzìe!... E nel Dahomey si adorano pure i
serpenti? Mi hanno detto che quel re barbaro ne tiene delle migliaia.
— È vero, ma per dare da mangiare a loro i prigionieri.
— Un modo molto comodo per evitare le spese necessarie pel nutrimento
di quei disgraziati che cadono nelle mani di quell’antropofago.
— Lo sanno i tuoi compatrioti, Antao.
— Cosa vuoi dire?... — chiese il portoghese, stupito ed inquieto.
— È una storia recentissima poichè non risale che all’anno scorso.
Geletè aveva fatti prigionieri alcuni portoghesi e brasiliani, i quali
si erano recati nella sua capitale per cercare di avviare dei commerci
con quegli abitanti. Quel furfante finse dapprima di fare loro buona
accoglienza, ma un brutto giorno, dopo d’averli, con orribili minaccie,
costretti a ballare dinanzi a lui per divertirlo, alcuni li fece
decapitare ed altri gettare in pasto ai serpenti.[3]
— Ah!... Canaglia!... — esclamò Antao, indignato. — E non sono stati
capaci di strangolarlo?...
— Se lo avessero potuto l’avrebbero fatto, liberando in tal modo
l’Africa d’uno dei suoi più ributtanti e più sanguinari monarchi.
— Morte di Urano!... Se potessi vendicarli io, mentre tu ti vendichi di
Kalani.
— Ne succederebbe un altro e forse più feroce: Behanzin, che già
promette di essere peggiore di Geletè. Ci siamo: avanti Asseybo, aprici
la via. —
Il negro si spinse innanzi ed i tre cavalieri fecero la loro entrata
nella capitale del re Tofa.