Alfredo Lusarno, catanese, da dieci anni aveva preso stanza sulla Costa
d’Avorio. Figlio di uno di quegli arditi negozianti di corallo, che
un tempo si spingevano fino sulle coste occidentali dell’Africa per
vendere ai negri del Senegal, della Sierra Leone e della Repubblica di
Liberia i prodotti dei banchi coralliferi di Sicilia e di Pantellaria,
ritraendo grossi guadagni, a ventiquattro anni aveva deciso di
abbandonare l’isola natìa e di visitare i paesi che avevano fatto la
fortuna del genitore.
Spirito irrequieto, avventuroso, avido di emozioni e soprattutto
appassionato cacciatore, non aveva posto indugio ad effettuare
il suo disegno. Con poche migliaia di lire in tasca, ma pieno di
buona volontà, si era imbarcato sul primo postale in partenza da
Marsiglia per le colonie francesi dell’Africa occidentale, visitando
successivamente San Luigi del Senegal, Dakar, Free-Town, Monrovia,
quindi le diverse cittadelle della Costa d’Oro soffermandosi a lungo a
Whydah la stazione più importante e più commerciale di quelle regioni.
Disgraziatamente, o meglio per sua fortuna, un mattino svegliandosi
aveva fatti i suoi conti di cassa e si era accorto che i suoi biglietti
da mille erano quasi tutti sfumati e che non gli rimanevano che poche
dozzine di ghinee ed alcuni risdalleri.
Non si era sgomentato per questo, ma aveva pensato che era giunto il
momento di lasciare i viaggi e di ricostruire la sua modesta fortuna,
così troppo presto sfumata.
Avendo ormai conoscenza delle lingue parlate sulla costa e cognizioni
commerciali sufficienti pei generi che si scambiavano in quelle
importanti cittadelle e anche relazioni d’amicizia, era andato a
offrirsi ad un portoghese che possedeva una importante fattoria a Porto
Novo.
Il bravo portoghese, che aveva avuto occasione di apprezzare l’abilità
e l’energia del siciliano, due qualità necessarie in quelle regioni
per trafficare e farsi rispettare da quei negri, che sono generalmente
ladri e selvaggi, l’aveva subito accolto in qualità di raccoglitore
d’olio di elais, articolo importantissimo, ma che richiedeva fatiche
non poche, dovendo gli acquirenti spingersi nell’interno per visitare i
villaggi negri.
Alfredo Lusarno si era messo a lavorare con infaticabile energia,
spingendosi perfino sulle frontiere del selvaggio reame del Dahomey,
del Benin, nel regno degli Ascianti, nelle due repubbliche del Piccolo
e del Grande Popo, facendo ottimi affari dovunque ed approfittando
anche per dare libero sfogo alla sua passione per le grandi caccie.
Due anni dopo il proprietario della fattoria, uno zio di Antao,
soddisfatto dell’attività del suo agente lo interessava sugli utili, e
quattro anni più tardi il siciliano aveva avuto il piacere di costatare
che la sua modesta fortuna sfumata nei viaggi, l’aveva triplicata in
mezzo all’olio dei negri.
Nel 1874, morto il proprietario, dopo di aver liquidato ogni cosa
e rimesso il ricavato ad Antao Carvalho, legittimo erede, aveva
cominciato a trafficare per proprio conto, fondando una fattoria nello
stato del re Tofa, accumulando rapidamente una cospiqua sostanza.
Ma allora un ardente desiderio di rivedere la città natia ed il
bel cielo d’Italia, l’aveva preso. Si era ricordato d’aver lasciato
in patria dei parenti ed una matrigna, causa non ultima della sua
decisione di andarsene pel mondo a cercare fortuna, ed un giorno si
era imbarcato per l’Europa, affidando la sua prosperosa fattoria ad un
amico fidato.
Brutte sorprese l’attendevano in patria. Dei disastri finanziarii
avevano rovinato suo padre che era morto di dolore, la matrigna era
pure morta poco dopo, ma avevano lasciato un figlio, un bel ragazzino
bruno, ardito, somigliante in tutto al fratello, quantunque nato da
altra madre e che era stato raccolto da alcuni pietosi parenti.
La città natìa non aveva più attrattive per l’intraprendente emigrato e
la sua risoluzione era stata pronta. Aveva preso con sè il fratellino
destinato un giorno a diventare suo erede ed erasi affrettato a
ritornare nella sua fattoria, deciso a non più lasciarla.
Aveva rivolte tutte le sue cure al fratellino che cresceva prospero
e robusto e che amava come fosse il proprio figlio, ma non aveva
trascurato però nè i suoi commerci, nè le sue caccie, diventando uno
dei più ricchi proprietari della Costa d’Avorio e uno dei più audaci
cacciatori, forse il più famoso di tutti.
La sua felicità ormai era completa e Alfredo, tanto ricco da non aver
più bisogno di affaticarsi nei suoi commerci, poteva dedicare le sue
giornate alla sua passione favorita in compagnia di Antao, che si
era deciso di passare parecchi mesi insieme all’ex agente di suo zio,
quando agli ultimi dell’aprile 1878, accaddero inaspettatamente gli
avvenimenti precedentemente narrati.
. . . . . . .
La ritirata dei dahomeni era stata così rapida, da far perdere ogni
speranza di poterli ormai raggiungere, essendo quasi tutti i negri
infaticabili camminatori, tali da poter superare i più lesti europei e
da gareggiare perfino coi cavalli.
Uccisi e decapitati i difensori, secondo il loro barbaro uso, rapito
il fanciullo, saccheggiata e poi incendiata la fattoria, si erano
affrettati a raggiungere i grandi boschi del settentrione, forse per
non farsi sorprendere dai guerrieri del re Tofa, sul cui territorio
avevano compiuta l’aggressione.
Non avevano lasciato indietro che due dozzine di cadaveri fra i
quali alcuni corpi di amazzoni, cadute sotto il piombo dei difensori
della fattoria; e delle ricchezze racchiuse nei magazzini non avevano
abbandonato che i barili d’olio d’elais, gran numero dei quali erano
però stati poi distrutti dal fuoco.
Alfredo, rimessosi dal fiero colpo, si era cacciato fra le fumanti
rovine del suo stabile, sperando di poter salvare qualcuno dei suoi
fedeli servi che avevano opposto una breve sì ma disperata resistenza,
ma non aveva trovato che i loro cadaveri decapitati e mezzo arsi dalle
fiamme. I suoi quattro servi che lo seguivano nelle caccie, il suo
intendente ed i suoi sei schiavi erano caduti tutti al loro posto,
difendendo il padroncino.
— Miserabili!... miserabili!... — ripeteva il povero siciliano, con
voce cupa. — Tutto distrutto, tutti uccisi e il mio Bruno rapito!...
Cosa accadrà del povero fanciullo, nelle mani di quei barbari?...
Ma cos’è che vuol fare di lui quell’infame Kalani?... Si è vendicato
finalmente quel tristo, ma lo ucciderò un giorno, dovessi andarlo a
cercare ad Abomey.
— Coraggio mio povero amico, — diceva Antao. — Lo libereremo un giorno
e puniremo quell’uomo che ti ha rovinato. Metto a tua disposizione il
mio braccio e le mie ricchezze.
[Illustrazione: La negra vi fu coricata ed Alfredo e il servo
si misero in cammino.... (Pag. 38).]
— Non è delle ricchezze che io ho bisogno, Antao, ma del tuo braccio.
Questa fattoria non rappresentava che la decima parte della mia fortuna
e non m’importa che l’abbiano distrutta, ma il mio fratellino....
Antao, io fremo pensando cosa possono fare di quel poverino, incapace a
difendersi.
— Udiamo, Alfredo, — disse il portoghese, sedendosi su di un barile e
costringendo l’amico ad imitarlo. — Sii calmo e ragioniamo per vedere
cosa ci convenga fare. I rapitori ormai sono lontani e non potremo
di certo raggiungerli, quindi è inutile per ora metterci sulle loro
tracce. Fors’anche hanno preso le loro misure per impedirci di seguirli
e non siamo in grado di cimentarci in un combattimento contro di loro,
specialmente in mezzo ai boschi.
— Lo so, Antao. Nulla potremmo ottenere inseguendoli.
— Consigliamoci adunque, ma dimmi innanzi a tutto a che cosa si deve
attribuire quest’assalto improvviso.
— Ad una vendetta di Kalani.
— Ma chi è questo dannato Kalani, che odo nominare per la centesima
volta?
— Due anni or sono era un servo ed ora è uno dei più potenti cabeceri
del Dahomey.
— Sta bene, è un furbo che in due soli anni ha fatto un bel salto, una
fortuna che sarebbe sorprendente in Europa ma non in Africa. Perchè ti
odiava?...
— L’avevo preso come servo, perchè era un negro scaltro, intelligente,
energico e credevo anche affezionato, quantunque più tardi fossi
stato informato che invece di essere un nativo del Gran Popo, era un
dahomeno. Essendomi accorto che mi rubava, minacciai di scacciarlo, ma
continuando, un giorno, acciecato dall’ira, lo feci frustare.
Una settimana dopo Kalani improvvisamente scompariva, dopo d’aver detto
ad uno dei miei servi che sarebbe ritornato per vendicarsi. Non ne feci
caso ed ebbi torto.
Quel furfante, ritornato nel Dahomey, si era accaparrata la fiducia di
alcuni capi, poi del re Geletè ed era stato creato, non so per quale
motivo, gran cabecero di Abomey, ossia gran capo e grande sacerdote dei
sacrifici umani e dei feticci.
Un giorno, un negro che veniva da Abomey, mi fece avvertire che Kalani
era sempre smanioso di vendicarsi; più tardi un altro mi consigliava
di tenermi in guardia, poichè il mio servo tentava d’indurre Geletè a
fare una spedizione contro Tofa per farmi schiavo, aggiungendo che era
spalleggiato dal principe Behanzin, il futuro re del Dahomey[2], ma non
credetti nè all’uno nè all’altro. Pur troppo era vero!... Lo hai veduto
ora, Antao.
— Ma cosa ne farà di tuo fratello, quel furfante?...
— Lo ignoro, ma sospetto a cosa mira Kalani.
— Spiegati.
— Non avendo potuto farmi assassinare o farmi prigioniero, ha preso il
mio piccolo Bruno ritenendosi certo che io sarei andato nel Dahomey per
liberarlo.
— Credi che non lo uccidano?... Sono così sanguinarii quei negri?...
— Non lo credo. Se avessi questo timore, non sarei rimasto qui ma mi
sarei subito lanciato sulle tracce dei rapitori e....
— E t’avrebbero ucciso, Alfredo.
— Lo so, ora lo vedo. Ma non abbandonerò mio fratello, Antao, te lo
giuro: io andrò ad Abomey.
— Ed io verrò con te.
— Grazie amico, — disse il cacciatore, stringendo vivamente la mano del
bravo portoghese. — Ti accetto, poichè so che sei un valoroso.
— Ma non possiamo recarci noi due fra quei negri feroci. Cosa conti di
fare?...
— Recarmi prima dal re Tofa. I dahomeni hanno violate le sue frontiere
e potrebbe prestarmi man forte per vendicarmi di Kalani.
— Vuoi un consiglio, Alfredo?
— Parla, Antao.
— Innanzi a tutto andiamo a ritrovare l’amazzone che abbiamo lasciata
nella foresta. Quella donna, che non mi è sembrata così cattiva come le
sue compatriote, può esserci molto utile.
— È vero!... — esclamò il cacciatore, battendosi vivamente la fronte. —
Ed io me l’era dimenticato!... Sì, Antao, andiamo a cercarla; può darci
delle preziose informazioni sui tristi progetti di Kalani.
— Andiamo, — disse il portoghese, alzandosi.
— Ma tu sei stanco, mio bravo amico. Non sei ancora abituato alle
lunghe marcie fra queste foreste così difficili ad attraversare.
— Morte di Saturno!... Le mie gambe mi porteranno egualmente, e
poi, lasciarti andare solo, mentre forse i dahomeni ti attendono per
cacciarti due palle nel petto?... Andiamo, Alfredo!... Guarda!... Le
mie gambe funzionano perfettamente. —
Il cacciatore, che sapeva quanto valeva quel bravo compagno, non
insistette oltre e si misero entrambi in marcia, preceduti dal negro
Asseybo, che aveva piena conoscenza delle vicine boscaglie e del fiume
che le attraversava.
L’alba era già spuntata ed il sole sorgeva fiammeggiante dietro le alte
cime delle foreste che si estendevano ad oriente dell’Ouzme.
Bande di pappagalli grigi cominciavano a schiamazzare sulle alte
cime dei mangani e degli aranci, salutando i primi raggi dell’astro
diurno, mentre fra i fitti cespugli, certe specie di usignoli ma dalle
splendide penne, facevano udire i loro gorgheggi armoniosi.
Delle truppe di scimmie si stiravano le membra indolenzite, emettendo
grida rauche e discordi, mentre altre, più mattiniere, avevano
già cominciati i loro saccheggi, spogliando con rapidità inaudita
i banani ed i datteri delle loro deliziose e zuccherine frutta, o
distruggendo le piccole piantagioni di _mussoa_ dal piccolo grano verde
ed eccellente o di ignami coltivate dai poveri negri della distrutta
fattoria.
Quei formidabili predoni, vero flagello delle terre africane, quasi
sapessero già che più nulla avevano da temere, non si preoccupavano
della presenza dei tre uomini, anzi pareva che li deridessero, facendo
loro boccacce e scagliando dietro di loro le frutta guaste.
Erano per lo più cercopitechi verdi, chiamati anche _abulandj_,
quadrumani alti circa mezzo metro, ma con una coda lunga sessanta e più
centimetri, dal pelame verde grigio inanellato di nero superiormente,
la coda azzurrognola, il muso bruno ma col naso nero ed il mento adorno
d’una vera barba bianca che dà loro un aspetto dei più comici e dei più
stravaganti.
Non mancavano però i cefo, altra specie di cercopitechi, assai numerosi
sulla Costa d’Avorio dove vengono chiamati _muindo_, alti quanto i
primi, ma col dorso olivastro a riflessi dorati, la faccia azzurra
colla barba gialla solcata di nero e la coda rossastra. Visti ad una
certa distanza sembravano vere maschere e salutavano i cacciatori
con abbaiamenti interminabili, alternati a certi strani suoni
paragonabili al rumore che produce una bottiglia quando viene stappata
violentemente. Quantunque il portoghese, pure appassionato cacciatore,
avesse un vivo desiderio di cacciare quei numerosi quadrumani che
sono tutt’altro che cattivi messi allo spiedo, continuava a seguire
i compagni i quali affrettavano il passo per mettersi al riparo dai
raggi cocenti del sole, che in quelle regioni producono sovente delle
insolazioni fulminanti.
Giunti sotto i grandi boschi, Alfredo si orientò colla bussola che
portava appesa alla catena dell’orologio e trovato il sentiero che
conduceva al fiume, vi si lanciò in mezzo, non essendo possibile un
passaggio attraverso i fitti vegetali che lo fiancheggiavano.
Procedeva però con prudenza, temendo che i negri che l’avevano assalito
presso le rive del fiume, non avessero ancora abbandonati quei boschi.
Di tratto in tratto s’arrestava per tendere gli orecchi o mandava
innanzi Asseybo a esplorare certi macchioni che si prestavano per un
agguato, oppure deviava quando trovava qualche altro passaggio.
Tutto però indicava che la grande foresta doveva essere deserta. Gli
uccelli cantavano tranquillamente e le scimmie si trastullavano sugli
alberi senza dare segni d’inquietudine e ciò indicava che nessuno li
aveva disturbati.
Alle 10 del mattino, dopo una breve sosta e un’ultima esplorazione
del negro, Alfredo ed il portoghese giungevano presso il gigantesco
sicomoro sotto il quale avevano trovato il cappello del povero Gamani,
il servo rapito dai dahomeni.
— Ci siamo, — disse Antao.
Alfredo accostò le mani alle labbra e lanciò un fischio prolungato.
Quasi subito, in mezzo al bosco, si udì una voce di donna gridare:
— Eccomi padrone!... —